Giulia Baldelli / Quattro donne nei decenni italiani
La solitudine e l’abbandono sono i due temi che definiscono la sua cifra
stilistica, dice Giulia Baldelli. Sono anche le due parole che definiscono la
protagonista di Un mondo soltanto, Tessa. Che non riesce mai a diventare
simpatica, a noi lettori. C’è qualcosa in lei, che va al di là della, solitudine
e dell’abbandono, e che la tiene a distanza, quasi chiamandoci al giudizio.
Quando la incontriamo, Tessa è una sedicenne con un passato ingombrante. Figlia
di una tossicodipendente, ha trascorso i suoi primi anni nel casolare diroccato
ai margini di un paese dell’entroterra marchigiano, alle spalle di Fano,
spaventata dalle variazioni di stato fisico e psichico della madre, in uno stato
di perenne allerta per il pericolo di overdose. Finché un giorno la madre va
effettivamente in overdose, e viene ricoverata in una comunità. Tessa va a
vivere con la nonna, ma non è capace di vita sociale e lo stigma della madre
tossica, nel piccolo paese, non l’abbandona mai. Così la nonna decide di
mandarla a scuola a Fano. Dove fin dal primo giorno Tessa incontra prima
Cecilia, poi Virginia e poi Irene. Sorprendentemente, le tre ragazze la
accolgono come se fosse una di loro, ne accettano le reticenze, i silenzi, le
ruvidità. Si forma un quartetto affiatato e inseparabile.
Gli anni dell’adolescenza, con le loro esplorazioni sentimentali e sessuali e
alcoliche, con la leggerezza delle prime esperienze e la sensazione che tutto
sia possibile, passano veloci e arriva il momento dell’università, delle scelte,
del passaggio dalla provincia alla città, e anche dei primi screzi e tradimenti:
il progetto di andare tutte e quattro a vivere a Bologna si scontra con le
diverse esigenze, possibilità, desideri, volontà. Ma le amicizie vere,
soprattutto le amicizie nate in gioventù, sanno resistere agli urti della vita,
sanno trasformarsi, sanno fingere di morire per poi rinascere, sanno
sopravvivere anche ai tradimenti e agli abbandoni. E dopo l’adolescenza e la
gioventù si cresce, si diventa adulti o almeno ci si prova.
Intanto che l’Italia si trasforma, gli anni ’80ottanta lasciano posto ai ’90 e
poi al nuovo millennio, tra crisi e risoluzioni l’amicizia di Tessa con Cecilia,
Virginia e Irene si modifica, traballa ma resiste. Spesso sono molto crudi i
racconti e i drammi familiari, gli amori contrastati o impossibili, le relazioni
nate bene e finite male. Le quattro ragazze e poi le tre donne – perché una di
loro fa una tragica fine non appena raggiunta l’età adulta – sono vivide e vive
nella nostra mente mentre leggiamo, ma non riescono a suscitare la nostra
simpatia, il nostro coinvolgimento, il nostro affetto. Soprattutto Tessa, i cui
comportamenti contraddittori, spesso freddi e alteri, le cui bugie, omissioni,
silenzi e chiusure non si sa se attribuire a un’infanzia non vissuta o a un
carattere spigoloso e contorto o a una combinazione dei due. Difficile
affezionarsi. Difficile stare dalla sua parte.
Non sono molti gli scrittori che riescono a mettere sulla pagina personaggi
antipatici o sgradevoli dall’inizio alla fine. E in un certo senso è una qualità
rara e ammirevole. Ma lascia un senso di amarezza e di incompiutezza. Si procede
nella storia, bene costruita e ben congegnata, anche nella speranza di un
barlume di bontà, di uno slancio, anche di una resa. E sì, succede verso la fine
del romanzo, nell’epilogo in cui si sciolgono anche i nodi che ci portavamo
dietro dall’inizio del racconto, in cui si svelano i misteri che ci avevano
accompagnato per tutta la lettura, ma ormai è troppo tardi, le immagini delle
ragazze si sono solidificare nella nostra immaginazione. Insomma, mi viene da
dire che il libro è povero di empatia e di umanità, e che pur avendo una bella
ampiezza e un bellissimo tema, quello dell’amicizia che dura nel tempo, dei
legami che oltrepassano i confini dell’esperienza di una vita, ci lascia un po’
contenti che sia finito, e non desiderosi di passare altro tempo vicino a Tessa,
Cecilia, Virginia e Irene. E sì, è un peccato – non abbastanza per non
intraprendere la lettura, però.
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