SABATO 29 AGOSTO IL PRESIDIO PERMANENTE PER LA PALESTINA COMPIE 100 GIORNI. APPUNTAMENTO ALLE 19 IN LARGO FORMENTONE
Il presidio è nato il 20 maggio, il giorno successivo alla manifestazione per la
liberazione dei volontari della Sumud flotilla, sequestrati in acque
internazionali dall’esercito israeliano. Il presidio riunisce tante persone:
alcune di loro fanno parte delle molteplici realtà bresciane che da tempo si
occupano della difesa dei diritti umani del popolo palestinese e di portare
aiuti, altri sono cittadini che in questi mesi si sono uniti all’iniziativa.
“Ogni giorno ci ritroviamo per un’ora, dalle 19 alle 20 in una piazza della
nostra città: per il periodo estivo siamo stati in piazza Vittoria, oggi siamo
in Largo Formentone”.
Sara Girelli ci racconta dell’iniziativa di questo sabato 29 agosto, 100 giorni
di presidio, dalle 19 in Largo Formentone Ascolta o scarica
COMUNICATO DEL PRESIDIO
Siamo in piazza perché delle ingiustizie e delle violenze che il popolo
palestinese subisce ogni giorno nessuno ne parla, per rompere il silenzio con il
quale vengono avvolte da quasi tutti i mezzi di informazione – solo la rete
supplisce a questa voluta elusione, ma siamo in piazza anche per condividere un
luogo nel quale possano ritrovarsi tutti coloro che quella sofferenza la
intuiscono e sentono il bisogno di parlarne. La sofferenza che non ci fanno
vedere è enorme, inimmaginabile. A Gaza non c’è mai stato un giorno di tregua,
quotidianamente arrivano notizie di bombardamenti e uccisioni. Continua il
genocidio, che colpisce volutamente civili inermi e per il terzo anno
consecutivo è il posto più pericoloso al mondo per chi lavora negli aiuti
umanitari (fonte Ocha). Le stesse notizie arrivano dalla Cisgiordania, dove
continua la violenta rapina delle terre dei palestinesi, ma anche dal Libano e
dalla Siria.
Si tratta di notizie gravissime che comprendono assalti ad ospedali, la
distruzione di obiettivi civili – dalle antiche moschee, ai dissalatori, ai
campi di olivi, ad interi villaggi; la morte di famiglie nei campi profughi,
bruciate vive di notte nelle loro tende; l’uso di armi vietate dalle convenzioni
internazionali, come bombe al fosforo bianco; la detenzione e le torture ai
danni di prigionieri palestinesi, anche bambini, sequestrati senza formulare
alcuna accusa, l’imposizione di restrizioni alla libertà di movimento dei
cittadini e il loro accesso ai servizi essenziali. Appare evidente, ormai, la
volontà colonialista e di conquista territoriale, che tra l’altro non viene
affatto nascosta dal governo di Israele, così come non viene nascosta
l’intenzione di sterminare i popoli che attualmente vivono in queste aree e che
si oppongono all’occupazione.
Le parole del Cardinale Pizzaballa sembrano incise nella pietra: “Nessuno può
togliere ai Palestinesi il desiderio di essere liberi a casa loro” e ancora:
“Pur nel dolore comune, esiste una differenza fondamentale tra chi detiene il
potere militare e chi lo subisce, ossia tra occupante e occupato”. L’Ue ha gli
strumenti per fermare almeno la pulizia etnica in corso: dalla sospensione
dell’accordo di associazione con Israele, all’interruzione dei programmi di
cooperazione scientifica e di ricerca anche attraverso scuole e università; dal
divieto all’export di armi e tecnologia militare anche dual-use, alla recessione
dei contratti di acquisto di armi e tecnologia di sorveglianza; dal blocco
dell’importazione dei prodotti israeliani, all’interruzione di produzioni
congiunte, all’utilizzo di sanzioni nei confronti di Israele. Non usarli è solo
una questione di volontà.
Sarebbe necessario il dispiegamento di una forza di protezione internazionale in
Cisgiordania e nella Striscia di Gaza: la relatrice speciale delle Nazioni Unite
sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, Francesca
Albanese, sottolinea che la responsabilità di adoperarsi per porre fine
all’occupazione israeliana illegale spetta ad altri Paesi, sulla base del parere
consultivo emesso dalla Corte Internazionale di Giustizia. Proprio queste
istituzioni internazionali fondamentali subiscono continui attacchi, come le
sanzioni degli USA alla presidente della Corte penale internazionale, Tomoko
Akane: ben nove giudici dell’Aja sono già stati colpiti da Washington. Il
ribaltamento di ogni punto di riferimento lo si vede anche dall’uso “creativo”
del linguaggio per descrivere i fatti di Gaza e dell’intera area mediorientale:
bisognerà riscrivere le definizioni nei vocabolari. Viene chiesto di “definire
la parola bambino”, dei violenti coloni diventano degli “escursionisti”, ma ora
dovremo definire anche la parola “aquilone”: fare volare un aquilone a Gaza
costituisce un atto di terrorismo, almeno secondo Israel Katz, che è il ministro
della difesa israeliano.
Vanno trattati come droni, anche se sono giochi di carta e spago. Arrivano
addirittura ad accusare Hamas di aver organizzato i lanci degli aquiloni!! Dal
canto loro i comitati locali di Gaza, per proteggere l’incolumità dei bambini,
hanno chiesto ai genitori di impedire di farli volare. Netanyahu ha addirittura
minacciato assassinii mirati e nuovi ordini di evacuazione. “D’altra parte carta
e spago posso acquisire inusitate capacità strategiche e un bambino può
diventare un pericolosissimo militante di Hamas addetto al lancio”. Ora se la
situazione non fosse così tragica verrebbe da sorridere, ma qui c’è solo da
piangere, per l’ennesima prova di forza contro dei bambini. Dal nostro governo e
da tanti governi europei arrivano solo vaghe condanne, niente di concreto ed è
per questo che diventa indispensabile la mobilitazione della società civile.
Il presidio attraverso gli striscioni e il volantinaggio, è un’opportunità per
conoscere le iniziative che sono in corso a supporto della Palestina, così come
l’evolversi della situazione e per far sentire la nostra voce contro l’inazione
delle istituzioni. In questi mesi abbiamo toccato con mano la solidarietà delle
persone che incontriamo nelle piazze, che non solo sono sensibili e disponibili,
ma si attivano su temi quali il boicottaggio dei prodotti israeliani, o il
sostegno alle petizioni e ci ringraziamo per le informazioni che forniamo.