La prima Festa Provinciale dell’ANPI Cremona sarà un Porto di Pace!
Quest’anno la Provincia di Cremona può davvero essere fiera delle forze civili
che la compongono. Molto presto, il 12 e 13 settembre, a Spino d’Adda, presso la
Cascina Carlotta, si terrà un evento dedicato al tema della pace promosso da
Anpi Provinciale e da diverse sezioni locali. All’iniziativa hanno aderito con
entusiasmo moltissime altre realtà sociali impegnate sul territorio. I lavori
apriranno sabato pomeriggio e dalle 19 è atteso sul palco il presidente
nazionale ANPI Gianfranco Pagliarulo; a seguire una cena popolare in corte a
cura dell’ANPI e il concerto dei Lato Malo. Nella giornata di domenica è
previsto l’arrivo delle Flottiglie di Terra, ossia un’azione corale che porterà
sette gruppi di camminatori a confluire alla stessa ora al Porto di Pace –
rappresentato dalla Cascina. Sette gruppi come i sette colori della bandiera
della pace, ognuno a rappresentare un valore interconnesso e inscindibile da
tutti gli altri sei: Antifascismo +Diritti umani + Disarmo e nonviolenza
+ Cooperazione e solidarietà + Giustizia e legalità + Ecologia e sostenibilità +
Libertà e democrazia.
Si può aderire alla camminata iscrivendosi qui. Tutte le info sui tavoli di pace
che si terranno nel corso della giornata sono consultabili nel sito dell’evento.
Incontriamo ora Marco Cicorella, uno degli organizzatori di Porto di Pace e
vicepresidente dell’ANPI di Spino d’Adda.
Un anno fa la Global Sumud Flotilla veleggiava gagliarda verso Gaza e da terra
la seguivamo accorati. Quando fu assaltata dall’esercito israeliano il mondo
civile si indignò e il popolo italiano fece qualcosa di importante: fu sciopero
generale come non si vedeva da tempo e il potere tremò. “Porto di Pace” con le
flottiglie di terra vuole richiamare alla memoria quel momento di coesione e
forza?
Sì, vogliamo andare oltre la punta dell’iceberg. Ciò che si creò allora grazie
alla Global Sumud Flotilla è stato grandioso, ma, appunto, è solo una parte
della battaglia, tanto sta ancora nascosto sotto la superficie. Vogliamo fare
vedere quanto può fare la società civile, quanto ognuno di noi può fare.
Quanto la partecipazione di massa può fare la differenza nell’influenzare le
decisioni di chi detiene il potere? E che tipo di partecipazione vorresti vedere
nel tuo quotidiano?
A volte si ha la sensazione che le azioni compiute per dimostrare il dissenso
non trovino alcun riscontro nelle istituzioni e nel vivere di tutti i giorni. Ma
invece di abbatterci dobbiamo imparare dal popolo palestinese e dai nostri
partigiani, che per anni si sono fatti massacrare perché noi potessimo, anni
dopo, vedere i risultati delle loro azioni.
Un ragazzo palestinese, durante un incontro nel Lodigiano, disse: “La mia
generazione e forse nemmeno la prossima vedranno la nostra vittoria, ma
sicuramente vinceremo!” Vorrei vedere più unità e determinazione anche nelle
nostre realtà locali, ma in qualche modo sono fiducioso.
Mi colpisce l’accento che l’iniziativa ha voluto mettere sul tema del “corpo” e
sulla “forza dell’esserci”. Mi spieghi con le tue parole come siete arrivati a
queste idee così forti e che cosa significano?
Penso che possiamo fare nostro quello che i partigiani hanno fatto: come allora,
e ispirati da loro, i nostri corpi prendono calore quando vengono schierati in
difesa della giustizia a della solidarietà. Quando metti il tuo corpo in mezzo a
una piazza, in una strada e semplicemente dici: “Io Ci Sono” significa che sei
lì ad affermare che non sei d’accordo con ciò che ti circonda e che vuoi un
altro mondo. In quell’esatto istante, smetti di essere un pensiero, un’idea. In
quel momento Sei Visibile!!
Mi sembra di capire che l’idea centrale di Porto di Pace sia far convergere
sette temi collegati alla parola “pace”, in modo che se ne possa parlare in
maniera organica e non per settore. Trovo innovativo questo modo di procedere,
che fa appello a una visione ampia e reticolare. Credi che sia la risposta
giusta al bisogno, che in molti percepiamo, di far fronte a una deriva di valori
– e al caos che ne deriva – senza però cadere in facili soluzioni di tipo
autoritario?
La pace per esistere ha bisogno di pilastri che esprime nei sette colori che ne
compongono la bandiera: il blu, l’azzurro, il viola, il verde, il giallo,
l’arancione e il rosso – che sono gli stessi che compongono l’iride e che
ammiriamo nell’arcobaleno. Non si possono dividere. La regola vale anche per
noi: se vogliamo vivere in equilibrio abbiamo bisogno che questi sette pilastri
siano ben ancorati all’interno della società, così da poter guardare agli eventi
da più prospettive. Invece, ci stanno spingendo come agnelli spaventati verso
una sola stalla. É un po’ l’atavica paura del lupo, del diverso, che ci acceca e
confonde la nostra capacità di discernere. Per questo dobbiamo esserci.
All’interno del sito ogni colore-pilastro viene spiegato.
Anche il metodo, che definite didattico-narrativo, mi sembra originale e, se
intendo giusto, vorrebbe coinvolgere maggiormente il partecipante. Mi spieghi
meglio come funzionerà?
Non vogliamo riempire solo di dati la testa di chi verrà. Per questo motivo
soltanto la prima parte di ogni argomento trattato avrà un carattere didattico;
pochi dati e numeri che chiariscano il quadro, mentre per il tempo restante ci
saranno i racconti delle esperienze dirette di coloro che hanno messo il loro
corpo di fronte all’annoso problema.
Sei un attivista di lunga data e dunque, possiamo dire, un esperto della
collaborazione e del dialogo. Noto con piacere che per la costruzione di “Porto
di Pace” hanno lavorato insieme parecchie associazioni e gruppi del territorio.
Com’è stato far interagire tante teste diverse per raggiungere un bene comune?
Ti senti arricchito da questa esperienza?
Ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia che si è sempre spesa nel
sociale. In oltre quarant’anni ho vissuto svariate esperienze sul campo e forse
proprio questa con l’ANPI marca un passaggio importante nella mia vita: cercare
di avvicinarmi alle istituzioni senza entrare in un partito politico, potrebbe
anche incidere di più. Per me questa scelta significa provare a essere un
“partigiano di questi tempi”.
Che cosa ti dà la forza per continuare nel tuo impegno di attivista per la pace
e i diritti umani?
Non ho dubbi nel risponderti. La forza, ogni volta e da più di 40 anni, me la
danno le persone che incontro, coloro che vado ad “aiutare”. Ovunque: in Bosnia
durante la guerra e ancora in Bosnia, anni dopo, a sostenere i migranti sulla
rotta balcanica, alla Stazione Centrale a Milano per ricevere i transitanti e
sistemarli per la notte, e non per ultimo al rifugio Massi di Oulx, a vestire
tutti quelli che affrontavano le montagne per andare oltre. Tutte queste persone
hanno lasciato una grandissima impronta in me e non saprò mai come ringraziarle.
Marina Serina