Tag - autonomous kitchen council – consigli autonomi di cucina

L’amore è la nostra spada: storia del movimento Stop Cop City e dei Consigli Autonomi di Cucina
Ci ritroviamo al tramonto, lunedì sera, in una chiesetta semidiroccata del centro storico di Palermo, tra piazza Marina e via Alloro, in via dei Credenzieri. È la sede dell’associazione culturale “Église” e del movimento della Restanza: sono giovani che si rifiutano di abbandonare la loro isola per cercare fortuna altrove; hanno più titoli di studio anche post-laurea, parlano diverse lingue, stanno insieme in una prospettiva intersezionale, anticapitalista antipatriarcale anticoloniale antirazzista antispecista; ma non sono solo “anti”, inventano forme di cooperazione e di solidarietà, di recupero dell’artigianato dimenticato, di lavoro in sintonia con la natura, che consentano loro di reinventarsi il mestiere di vivere con gioia e dignità. Sono loro che hanno invitato stasera, dopo la prima tappa italiana del suo giro per il mondo a Catania,  Abundia Alvarado, attivista trans apache del movimento Stop Cop City e creatrice dei Consigli Autonomi di Cucina. Lei ed altrɘ compagnɘ si alternano nel racconto di quello che è diventato il più grande movimento degli Stati Uniti, intersecato com’è con molti altri, e nel quale tante analogie sono ravvisabili con il nostro movimento No Tav. Ma andiamo con ordine. George Floyd, assassinato dalla polizia a stelle e strisce nel 2021, del quale tutti ricordiamo le ultime parole “I can’t breathe” e nel cui nome nacque il movimento Black Lives Matter, era stato preceduto nel 2020 da Ryshard Brooks, ucciso l’anno prima, nel 2020, ad Atlanta in Georgia. Ed è proprio lì, ad Atlanta in Georgia, “la città nera”, che lo Stato intende costruire, abbattendo centinaia di ettari di foresta urbana, un centro di addestramento militare antisommossa per le forze di polizia. Quei boschi, Weelanauee, “acque limacciose” nella lingua dei nativi, erano appartenuti al popolo Muscogee, che vi ritornerà in quest’occasione, per riconsacrarli con le sue antichissime cerimonie collettive contro la profanazione armata; poi però erano stati trasformati in piantagione lavorata da schiavi deportati dall’Africa e, di seguito, in una fattoria penitenziaria. È dunque a un passato di lacrime e sangue che intende riagganciarsi la “cop city”, la città dei poliziotti. Ma i nativi ritornano per impedirlo e non sono soli: giovani e anziani, donne e uomini, attivisti e gente comune, comunisti anarchici ecologisti o semplicemente amanti del giusto e della natura si raccolgono tra gli alberi, danno vita a comunità mobili e fluide, organizzano sit in, cortei concerti e feste (come il festival dell’alta felicità in Val di Susa!), inventano con Abundia gruppi di cucina interetnica e “reti sacre dell’abbondanza”: “we are non leaving” scrivono sugli striscioni, noi non ce ne andremo! In tanti arrivano a dare man forte da tutto il mondo, Germania e Francia incluse, ciascuno si offre per una condivisione dei saperi; i francesi insegnano a costruire case sugli alberi; altri mettono a disposizione le loro competenze di filmaker o di musicisti o di… cuoche… Ma di fronte alle iniziative di sabotaggio si apre la questione di che cosa sia violenza e se ve ne sia un impiego legittimo; nelle assemblee il dibattito è acceso, ma (di nuovo come in Val di Susa) le scelte di alcuni di infrangere i reticolati delle zone militarizzate o dar fuoco alle moto della polizia, anche se non condivise da tutti, non vengono però mai sconfessate: sono le forze dell’ordine ad aggredire e non i dimostranti, che non colpiscono persone ma simboli; “resistance ≠ terrorism” si scrive sui cartelli, insieme con “love is our sword”, l’amore è la nostra spada. Resistenza passiva disarmata viene organizzata contro le ruspe inviate a distruggere alberi e tende. Intanto però le autorità non demordono: durante uno sgombero con sparatorie, Tortuguita, un giovane trans di neppure 28 anni, viene crivellatɘ da 57 colpi di pistola. Video diffusi dalla stessa polizia provano che era disarmatɘ. È il gennaio 2023, sono giorni fra i più duri; nelle manifestazioni di marzo in città avvengono scontri ed episodi di guerriglia urbana. Il movimento reagisce con una festa nonviolenta di commemorazione del giovane uccisɘ e con la madre di Michel-Tortuguita che si dichiara fiera dellɘ figliɘ e ne rivendica l’eredità politica (anche qui la mente corre alle Madri in Piazza per la Libertà del Dissenso, vicine ai loro figli reclusi e ispiratesi a loro volta alle Madri di Plaza de Majo). A fianco di sporadici gesti di rabbia, si sviluppa una larghissima mobilitazione per una raccolta di firme destinata a richiedere un referendum popolare (sarebbe il primo ad Atlanta) sulla realizzazione della cop city. Le firme richieste erano 50mila, se ne ottengono quasi tre volte di più, ma le autorità comunali, che già avevano taciuto di fronte alle richieste di chiarimenti avanzate durante una seduta pubblica, ora ricusano di validarle. Inoltre diversɘ giovanɘ attivistɘ sono accusati di riciclaggio e altri reali penali secondo la legge RICO; 61 di loro sono ancora sotto accusa. Ecco da che parte arriva il rifiuto di un dialogo democratico! A questo punto si muovono gli anziani, incatenandosi agli alberi nella foresta, ma sono portati via a forza, di peso. E siamo arrivati al 2025: il referendum non si è mai più svolto e la city cop viene costruita, sia pure su un’area molto ridotta rispetto al progetto iniziale. Ma il movimento non si dissolve: confluisce in quello per la Palestina, nell’acampada della Columbia University, e poi nel movimento contro l’CE di Minneapolis. Parlarne, raccontarlo, mostrarne le immagini è un modo per custodirne memoria. E aggiunge Abundia: esso ha insegnato la capacità di convergere, unirsi, tessere non solo ricordi ma anche iniziativa, ha mostrato la possibilità di aprire spazi senza discriminazioni razziali sociali o di genere. Ecco, le cucine… L’esperienza della convivialità e della condivisione sin dalla preparazione del cibo nasce dentro il movimento “Stop Cop City” e viene narrata in un articolo del febbraio 2023; essa raccoglie dapprima solo donne trans, poi anche cisgender, senza documenti, migranti, operaiɘ, persone con disabilità, indigeni e gente di tanti colori. Si collega alle tessitrici Aymara e pian piano si viene creando una “Rete dell’abbondanza”: bastano tre persone per dare vita a un Consiglio Autonomo di Cucina (AKC), ovunque sul pianeta, purché ci si ispiri a quattro principi desunti dal mondo vivente e tradotti in azione concreta nelle diverse realtà bioregionali (se ne parla dopo cena, in una seconda assemblea). Eccoli. 1) Struttura flessibile e partecipativa, come in un alveare o in un formicaio: “la cooperazione non fa che creare più abbondanza”; si dedica tempo all’accoglienza, si lavora insieme; ci si aspetta che chi entra si accosti con umiltà, chieda prima di prendere, tratti tutti gli esseri e gli spazi con cura; condivida le responsabilità in modo da garantire sicurezza e cura per tutt*. 2) Rotazione regolare dei compiti e delle responsabilità, per prevenire stanchezza, squilibri di potere e incompetenze e creare collettivismo, come in un nido si alternano la ricerca del cibo, la cura dei piccoli e la pulizia; occorre affidare ruoli alle persone disabili; insegnare a fare cose nuove; controllare a vicenda il benessere di ciascunɘ per evitare che alcunɘ siano costretti sempre agli stessi compiti (come lavare i piatti!). 3) Solidarietà locale: l’AKC si integra nella comunità seguendo le usanze locali e le tradizioni liberatorie, rispettando il territorio, il suo patrimonio e la sua storia; tramite l’aiuto reciproco nutre attivamente le radici e le relazioni nelle organizzazioni locali, come funghi e alghe vivono in simbiosi nei licheni, usando materiali già a disposizione, coltivando energie, conoscenze e relazioni cooperative. Se vi curate dellɘ vostrɘ amicɘ, se lɘ ascoltate, se cucinate insieme a loro, siete già un consiglio autonomo di cucina! Non vi resta che unirvi alla rete! 4) Culture alimentari sovrane: la cura collettiva del cibo decolonizza il nostro rapporto con la nutrizione, con la cucina e le risorse, incoraggia il passaggio dall’individualismo al collettivismo, incorpora tradizioni e cerimonie di gratitudine per chi lavora e per la terra, rituali stagionali di cambiamento e pratiche di benessere e di ripristino della natura, apprendendo dalla vita che persiste nella interconnessione quale sacra incarnazione dell’essere-tra; condividiamo tutto, ci curiamo e proteggiamo a vicenda; esprimiamo gratitudine alla terra, alle persone e agli esseri tutti; custodiamo la storia della nostra scelta per ispirare ed insegnare ad altrɘ. Nell’opuscolo da cui ho tratto questi consigli, sono presenti anche gustose ricette per la preparazione collettiva della pachamanca, cottura in terracotta di patate ed erbe aromatiche, di tortillas e gorditas di farina di mais, e per la realizzazione del lievito madre. Ma lɘ compagnɘ sono golose anche del nostro cous cous, delle panelle (frittelle di ceci), del gelato di gelsomino e cannella… Abundia, con la sua allegria contagiosa, la sua ironia, la sua determinazione e la sua empatia è davvero l’incarnazione della intersezionalità! Grazie, Abundia! Arrivederci in Mexico! .       Daniela Musumeci
September 2, 2026
Pressenza
Intervista con Abundia Alvarado: “Diffondere le reti dell’abbondanza”
Sta per iniziare (28 e 29 agosto al Parco Falcone di Catania) il tour di Abundia Alvarado, attivista ambientale, donna trans, oltre che nativa delle comunità Nahuatl e Apache. Originaria del Messico, vive da tempo nel Sud degli Stati Uniti ad Atlanta, dove ha partecipato a lotte ambientaliste, per la causa lgbtq+, per la restituzione della terra alle comunità native, per i diritti dei lavoratori e degli animali e nel movimento Stop Cop City, che tra il 2021 e il 2024 ha tentato di impedire la costruzione di un enorme Centro di Addestramento antisommossa, che ha comportato la devastazione di una magnifica foresta.     Abundia sarà in Italia fino al 13 settembre, dalla Sicilia fino alla Val Susa, nell’ambito di un tour europeo che sta svolgendo insieme al regista Lev Omelchenko e altri attivisti, per promuovere il progetto The Autonomous Kitchen Councils (Consigli Autonomi di Cucina) nato durante quei tre anni di mobilitazioni (tutte le date sono alla fine dell’intervista). Qui a seguire alcuni stralci della lunga chiacchierata che abbiamo avuto con lei. Raccontaci innanzitutto di te e del tuo percorso come attivista Sono nata a Monterrey, città industriale nel Nord del Messico. La mia era una famiglia numerosa (ho sei fratelli e sei sorelle) e quando nacqui mia madre guidava un gruppo di donne nell’occupazione del quartiere doveva vivevamo, Canteras. La polizia la arrestò, minacciando di separarci poco dopo il parto, finché non la rilasciarono. Ma intanto io venivo allattata collettivamente da un gruppo di donne che non tolleravano intrusioni dai poliziotti: ogni volta che salivano la collina, venivano accolti da una pioggia di pietre e le loro camionette venivano spinte giù da un dirupo. Erano gli anni ‘60, questa difesa con le unghie e con i denti coinvolgeva gente di etnie diverse e richiedeva molto lavoro di mediazione. Già prima che arrivassero gli allacci per l’acqua, la corrente e il gas, le persone si erano unite per scavare i primi gradini nella montagna, sorsero le prime case di cartone e uno spazio per il trattamento del mais: tutti al lavoro nelle cucine che, diversamente da quelle dei bianchi, erano spazi comunitari. Io passavo un sacco di tempo con le donne a cucinare e portavo i capelli lunghi, il che rinforzava in me e negli altri la percezione che fossi più femmina che maschio: in cucina non mi sentivo disforica. Il nome che porto e che ho scelto quando ho cominciato la transizione di genere è quello di mia nonna Abundia. Non l’ho mai conosciuta, di lei non mi rimane neanche una foto. So che era una guaritrice Apache Chiricahua. Oltre a gestire una cantina, cosa non facile per una donna sola, aiutava le donne ad abortire quando in Messico era ancora illegale. Da bambina amavo esplorare la montagna presso Canteras, prima che diventasse un quartiere di lusso. Cercavo un posto solo per me, dove costruire altari per le divinità femminili della montagna. Fiori, piante, cascate, piccoli laghi dove facevo il bagno, persino i serpenti velenosi mi affascinavano (non a caso alcune divinità atzeche come Coatlicue hanno attributi serpentini). Anche con le formiche rosse avevo un rapporto di rispettosa coesistenza: a volte per impressionare i turisti sedevo su un formicaio e mi lasciavo coprire dagli insetti, del tutto incolume. Finché non diventai grande, non mi accorsi della mia povertà, grazie alle mamme nel vicinato che di nascosto mi nutrivano (mantenni un rapporto con loro anche dopo lo svezzamento) e grazie ai frutti di cui era ricca la montagna: è da lì che nasce l’idea della Rete dell’Abbondanza che mi vede attualmente impegnata, a partire dal nostro rapporto comunitario con la terra, in contrapposizione al regime di scarsità imposto dalla società capitalista. Mio padre era stato un sindacalista importante negli anni ‘50 durante lo sciopero contro la Hilados de México, che produceva fibre sintetiche. Fu uno degli scioperi più grandi nella storia del Messico e terminò con l’accoglimento di tutte le richieste de3 lavorator3. Ma dopo si demoralizzò, cominciò a bere. Quando compii diciotto anni mi avviò agli studi seminariali, per liberarsi del figlio queer che non voleva in casa. Come me, più di metà dei seminaristi era queer: per un ragazzo indigeno di umili origini studiare da prete era un modo per migliorare il proprio status sociale, oltre al fatto di uscire dal quartiere e magari viaggiare all’estero. In quattro anni mi laureai infatti in filosofia e negli anni successivi ebbi l’opportunità di venire spesso in Europa. Nel 1994, tornata in Messico, partecipai ai negoziati con l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. In tantissimi, soprattutto indigen3, si erano trasferiti nel Sud del Messico per unirsi al movimento, accettando di condividere i propri beni e mezzi di produzione, come presa di coscienza della propria identità: per la prima volta si discuteva di cosa significasse essere indigen3 e non solo messican3. Lavorando nell’ambito dell’associazionismo (con student3 internazionali o operai3 sottopagat3) e spostandomi spesso tra Messico e Stati Uniti, riuscii ad ottenere la cittadinanza statunitense. Molt3 amic3 che vivono negli Stati Uniti continuano ad attraversare il confine di nascosto per far visita alle loro famiglie. Nel 2015 ho fondato FaunAcción, un gruppo antispecista che si è molto impegnato in Messico per sostenere progetti educativi su diversi ambiti dell’animalismo, anche all’interno delle Università, perché gli/le student3 capissero chi approfitta della sperimentazione sugli animali. Dopo la pandemia abbiamo ripreso con El Molcajete, un furgoncino di volontar3 che, mediante la distribuzione di cibo vegano nelle aree più povere di Città del Messico informano sulla giustizia alimentare e sulla cucina messicana pre-ispanica, in ottica anticolonialista. Nel 2021 ho contribuito a fondare Mariposas Rebeldes, un collettivo di persone queer e trans indigene e latino americane che a partire dalla creazione di orti comunitari organizzano iniziative sull’identità di genere e di razza nella città di Atlanta. Il nome significa Farfalle Ribelli, come le farfalle monarca che migrano tra il Messico e il Canada. Come icona abbiamo scelto la dea atzeca Itzpapalotl, che può assumere sembianze di donna, ma anche di farfalla guerriera. Nell’estate del 2021, durante la pandemia, abbiamo organizzato il Dendalion Fest secondo l’esempio zapatista di scambio gratuito di cibo e risorse, ma anche di ricette, rituali, arti, conoscenze. Sia ad Atlanta che altrove siamo riusciti a coinvolgere molta gente della comunità latina, che normalmente non avrebbe partecipato. Anche piantare nopales (fichi d’india) in un parco pubblico, una pianta considerata inadatta a crescere in un clima umido, ha per me il significato di Land Back: non solo come restituzione delle terre strappate alle popolazioni indigene, ma come più profondo rapporto con la terra. Raccontaci del movimento “Stop Cop City” e del contributo che hai dato Atlanta è una citta che sta crescendo molto, forte degli investimenti di industrie multinazionali, ma vanta anche una forte tradizione di attivismo che risale al movimento per i diritti civili di Martin Luther King. È anche la città più ricca di foreste degli Stati Uniti. Nel 2021 una di queste foreste, in un’area a sud della città, è stata destinata alla costruzione della più grande base di addestramento della polizia negli Stati Uniti, che il movimento chiamò “Cop City”. Oltre alla devastazione ambientale, senza alcuna consultazione popolare, in continuità con la storia razzista e coloniale della città (la foresta era stata infatti una piantagione e una fattoria-prigione), questa mossa è stata vista come un oltraggio dal movimento Black Lives Matter, che nel 2020 si era affermato a livello nazionale con un’ondata di rivolte contro le violenze della polizia. Black Lives Matter chiedeva che quei fondi per l’addestramento delle forze di polizia a tecniche militari antisommossa (tra l’altro in collaborazione con i servizi d’ordine israeliani nell’ambito del programma GILEE) venissero piuttosto investiti in servizi sociali. L’immediata risposta a quel progetto fu Stop Cop City, un vasto movimento ambientalista con una forte presenza Muscogee (la tribù che originariamente abitava nel territorio di Atlanta e che era stata dislocata nel lontano Oklahoma due secoli fa) e delle comunità trans e queer. Non a caso la foresta venne rinominata Weelaunee (“Acque Limacciose” in lingua Muscogee) e per tre anni è stata occupata dagli attivisti, con l’obiettivo di ritardare l’inizio dei lavori in tutti i modi possibili, compreso il sabotaggio dei macchinari. In tutti gli Stati Uniti si è cercato di fare pressione sulle grandi corporazioni coinvolte nel progetto perché rescindessero il contratto con Cop City, mentre a livello locale il movimento godeva del crescente sostegno della popolazione, dalle scuole alle associazioni di quartiere: nel 2023 sono state raccolte 116.000 firme perché fosse la città a pronunciarsi mediante referendum circa il proseguimento del progetto, ma l’iniziativa è stata ignorata in quanto fuori tempo massimo! L’occupazione è terminata nel 2023 con lo sgombero degli accampamenti da parte della polizia e negli scontri ha perso la vita Manuel Esteban Paez Terán, not3 come Tortugita, attivista venezuelan3 al3 quale ero molto legata. Nel corso di un anno più di settanta attivist3 sono stat3 arrestat3, con accuse di terrorismo e cospirazione a delinquere. Dal 2025 Cop City può dirsi completata e la polizia che era stata addestrata lì dentro è stata subito impiegata per reprimere le rivolte contro l’ICE della popolazione messicana in California. Nell’inaugurazione di Cop City e nella distruzione della foresta di Atlanta riconosco un piano di annientamento sociale e ambientale che avanza da secoli: la foresta era un tempo la casa del popolo Muscogee, divenne poi latifondo, con gli abitanti originari deportati dall’altra parte degli Stati Uniti. Diventò poi piantagione, con lavoratori neri impiegati come schiavi e, dopo l’abolizione della schiavitù, come condannati ai lavori forzati. Dopo decenni di abbandono, durante i quali era ridiventata parco pubblico, la foresta è ora di nuovo inglobata nel progetto coloniale americano. Stop Cop City protests in Atlanta on 22/01/2023 | By Tatsoi – Own work, CC BY-SA 4.0, Link Abitando ad Atlanta a pochi chilometri dalla foresta Weelaunee, ho partecipato al movimento Stop Cop City sin dall’inizio; il mio contributo è stato ribadire la centralità delle comunità nere e Muscogee. Per la prima volta da quando vivo negli Stati Uniti mi sono sentita parte di una comunità, soprattutto durante le cerimonie per risacralizzare la foresta. Ritengo importante portare questo elemento di spiritualità nelle lotte di stampo occidentale, troppo legate a un razionalismo che compartimentalizza il mondo. Dobbiamo restituire importanza ai miti e alle cosmogonie: a Weelaunee ci sono state cerimonie indigene, cristiane, ebraiche e persino inventate. È in questo contesto di lotta anti-coloniale che sono arrivata a elaborare insieme ad altr3 il concetto di abbondanza, in quanto rete vivificante di rapporti con le persone, con l’ambiente e con gli animali. Non possiamo costruire il socialismo senza riconsiderare il nostro rapporto con la natura. Se non viene infranta, parcellizzata e privatizzata, questa rete procura ricchezza a sufficienza per il mantenimento e la prosperità di tutt3. Si tratta di un processo costante di guarigione, su cui costruire comunità libere e autonome. Seppur danneggiata, questa rete esiste già: è stata tessuta continuamente e collettivamente per miliardi di anni da piante, funghi, animali, dagli elementi come da3 nostr3 antenat3. Si tratta di re-imparare come connetterci. Parlaci del progetto AKC (Autonomous Kitchen Council – Consigli Autonomi di Cucina) che stai presentando in tutta Europa: anche loro nascono dal contesto della lotta per la foresta di Atlanta Negli ultimi due anni mi sono concentrata su questo progetto di “liberazione” della cucina dalle tradizioni patriarcali e coloniali: gli Autonomous Kitchen Councils definiscono una rete internazionale di associazioni di quartiere, gruppi di vicinato o spontanei, che cucinando insieme sperimentano nuove forme di socialità. Durante il tour presenteremo anche la traduzione italiana di una “zine” (rivista, abbreviazione di magazine) che racconta questo progetto e terremo qualche laboratorio di cucina precolombiana. Dalla mobilitazione di Atlanta ho capito che bisogna coniare nuove forme di aggregazione che portino gioia e vita nelle nostre comunità, che migliorino il nostro modo di stare insieme per meglio affrontare i momenti di crisi. Mentre si intensificano le minacce derivanti dall’estrattivismo, dal fascismo, dal colonialismo e dal cambiamento climatico a livello globale, le nostre lotte sono sempre più intrecciate e diventa quindi fondamentale elaborare modelli organizzativi che mettano al centro comunità storicamente emarginate, in ruoli anche di leadership: donne trans e cis, persone senza documenti, migranti, ner3, indigen3, in condizioni di povertà, queer, con disabilità. Credo che il progetto AKC (Autonomous Kitchen Council) possa assolvere a problemi di burnout, eccesso di potere o individualismo che vediamo in tanti gruppi, promuovendo una cultura di cura e connessione profonda, offrendo nuovi modi di relazionarci con la terra e con tutti gli esseri viventi, con gli spazi che abitiamo, con il cibo, i medicinali e le altre risorse. Questa etica di cura e condivisione è nata dalla teoria dell’abbondanza e dalla comunità che si è formata all’interno di Weelaunee, la foresta di Atlanta. Le date del tour italiano di Abundia Alvarado e degli altri attivisti di Stop Cop City: * Catania, 28 e 29 agosto al Parco Falcone, * Palermo, 31 agosto a Eglise, con Scuola Restanza e Futuro, * Verona, 2 settembre a Sobilla con Non Una di Meno, * Milano, 4 settembre in occasione del festival anti-razzista di Cantiere Abba Vive, * Val Susa, 5 e il 6 settembre, rispettivamente a VisRabbia di Avigliana e a La Credenza di Bussoleno, * Pisa, 8 settembre con L3 Reiett3 e Spazio Sociale Apuano, * Napoli, 10 settembre presso la Mensa Occupata dell’Università Federico II, * Roma, l’11 e 12 settembre al CSOA exSNIA in collaborazione con Collettivo Blocco Decoloniale e Vivèro – luogo di quartiere. Per contribuire alle spese di viaggio potete donare su Produzioni dal Basso Centro Sereno Regis
August 27, 2026
Pressenza