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Il suicidio dell’Europa è in “vetrina”
> LAIKA, NOT IN MY NAME > > IL MYSTERIUM TREMENDUM OCCIDENTALE DAVANTI A UNA VETRINA INFRANTA Che la libreria Feltrinelli, antico emblema della cultura antagonista italiana, venga devastata, durante una rivolta giovanile, possiede una sua ironia dialettica. Sono vent’anni che evito quelle librerie. Avete visto cosa espongono in vetrina? La conoscenza definitivamente sussunta nell’industria culturale, l’antagonismo convertito in valore di scambio. Adorno e Horkheimer hanno perso, e noi con loro. Del resto, è piuttosto facile mercificare Che Guevara sulle magliette e poi indignarsi quando una generazione, sottoposta a decenni di umiliazione sociale, finisce per incazzarsi. Foot Locker, saccheggiata a Milano, offre un’altra esemplificazione di questa oscenità. Un’impresa coinvolta in Germania in controversie sulla rappresentanza sindacale, alla quale KnowTheChain assegnava nel 2023 appena 2 punti su 100 per le misure documentate contro il rischio di lavoro forzato nella filiera. Intanto la scarpa, feticcio dell’identificazione giovanile, occulta nella propria desiderabilità pubblicitaria i rapporti sociali della produzione. Marx avrebbe parecchio da scrivere su questa forma contemporanea di alienazione. E poi Rolex, il lusso parigino, l’ostentazione di una ricchezza la cui inaccessibilità costituisce precisamente il fondamento del prestigio. L’universalismo borghese è approdato al diritto universale di contemplare ciò che soltanto pochi possono possedere. Le periferie, educate al desiderio illimitato e condannate all’indigenza, penetrano nei luoghi della propria esclusione. Il saccheggio realizza per un istante l’appropriazione della merce attraverso la soppressione della mediazione monetaria. Una negazione ancora prigioniera del feticismo che pretende di infrangere, certo, e proprio per questo filosoficamente interessante. La merce continua a governare il desiderio persino quando viene sottratta al mercato. > IL NICHILISMO DEL CAPITALE HA PRODOTTO I SUOI FIGLI CHE ADESSO CHIAMA BARBARI > > MEGLIO UNA VETRINA INFRANTA O I SOGNI INFRANTI? > > L’EUROPA CE LO DISSE 25 ANNI FA PIANTANDO A UNO DI NOI UNA PALLOTTOLA IN TESTA La vetrina infranta rappresenta allora, sul piano simbolico, la sospensione violenta di questa interdizione. L’oggetto esposto diventa raggiungibile per un istante, mentre il suo valore di scambio perde la funzione di mediazione obbligatoria. Una consumazione paradossale del feticismo mercantile, naturalmente, perché il desiderio del saccheggiatore rimane prigioniero della medesima organizzazione libidica che lo ha escluso. Il capitale sopravvive persino nella pulsione che sembra negarlo. Ci vorranno dieci generazioni per ripulirci e così la distruzione della merce può così riprodurre la sovranità della merce sulla coscienza.   L’individuo contemporaneo è chiamato a sopravvivere nel presente mediante la subordinazione del proprio avvenire. Lavora per pagare una stanza dalla quale rischia continuamente di essere espulso, mentre l’incremento della produttività contribuisce all’accumulazione di patrimoni sempre più sottratti alla reciprocità sociale. Avete mai davvero pensato alla formazione psichica di un adolescente costretto a elaborare la propria identità entro questa economia dell’umiliazione? Frequenta una scuola impoverita, ascolta insegnanti che faticano ad arrivare alla fine del mese, e osserva i genitori consumarsi nella ricerca di una stabilità economica ormai improbabile. Poco dopo, sul telefono, arriva Musk con il progetto di un’automobile volante. La distanza fra le possibilità tecniche dell’umanità e l’impotenza materiale dell’individuo ha raggiunto proporzioni grottesche, impensabili. Il progresso sopravvive come incremento della potenza privata, ma l’esistenza comune sperimenta una regressione delle proprie possibilità. > VIVERE IN MEZZO ALLA MISERIA E ALLA COMPLICITÀ GENOCIDA E CHIEDERE > “MODERAZIONE” > > IL DOPPIO VINCOLO DELLA NOSTRA CLASSE DIRIGENTE Sempre lo stesso adolescente assiste quotidianamente alla devastazione di Gaza e alle immagini dei bambini estratti dalle macerie. La guerra russo-ucraina gli restituisce la prospettiva della mobilitazione militare, gli uomini fermati per essere arruolati in modo brutale, come carne al macello e vive con angoscia l’eventualità di una nuova coscrizione europea. Dall’America arrivano le operazioni dell’ICE contro i migranti. L’accumulazione incessante di immagini della sopraffazione modifica la relazione fra percezione e giudizio morale. L’assuefazione alla catastrofe convive con una crescente saturazione affettiva, mentre le istituzioni che amministrano la violenza legittima chiedono ai giovani un’impeccabile disciplina pacifica. Occorrerebbe interrogarsi sulla schizofrenia etica di una civiltà che esibisce quotidianamente la potenza distruttiva dei propri apparati militari e considera scandalosa la comparsa della distruttività nella condotta dei suoi esclusi. La condanna della violenza diventa intellettualmente inconsistente quando prescinde dall’economia generale della violenza nella quale siamo immersi. L’Europa tollera apertamente cosucce come l’espropriazione del tempo di vita, la totale precarizzazione dell’esistenza e la subordinazione della politica e del Welfare agli automatismi finanziari. Poi arriva una vetrina rotta e la questione morale improvvisamente diventa centrale. Beh, delle due l’una. Sarebbe altrettanto puerile, da parte nostra, attribuire alla rivolta una coscienza rivoluzionaria che fatica a manifestarsi. Il socialismo presupponeva la possibilità di ricomporre politicamente le forze sociali antagoniste e di trasformare l’esperienza comune dello sfruttamento in una volontà storica. La decomposizione delle appartenenze collettive ha sottratto alla collera contemporanea una parte considerevole degli strumenti attraverso i quali avrebbe potuto elaborarsi. La distruttività delle piazze può essere interpretata come un’abreazione collettiva, una scarica dell’affetto socialmente represso che investe gli oggetti disponibili e talvolta aggredisce persino il patrimonio comune, come nel caso del municipio incendiato a Limoges. L’espropriazione del futuro che altre forme ha per esprimersi? Ha solo un’aggressività priva di un progetto riconoscibile. Almeno per adesso. Eppure sarebbe un errore ignorare ciò che questa negatività contiene. Qui vediamo in gioco una soggettività lungamente educata alla propria irrilevanza e ammaestrata con sussidi e social, interrompere l’obbedienza e sperimentare nuovamente una capacità di intervento materiale. Stanno imparando a disimparare la cieca obbedienza. Vi pare poco? L’atto distruttivo, lo sappiamo, può esaurirsi in un godimento effimero, compromettendo perfino le possibilità di una successiva emancipazione, è come un’ubriacatura molesta con i rimpianti del giorno dopo. La sua comparsa, però, testimonia comunque il fallimento della pacificazione attraverso l’impotenza. Il nichilismo europeo, protratto fino all’esaurimento della speranza, ha cominciato a produrre una ribellione che gli restituisce la propria violenza originaria. Questi ragazzi sono lo specchio dell’Europa, del suicidio dell’Europa in un potlatch universale. > LO STUPORE DEGLI EDITORIALISTI DAVANTI ALL’USCITA DALL’IPNOSI > > PLATONE E LE OMBRE L’Europa avrebbe voluto generazioni disposte ad accettare l’impossibilità del futuro, disciplinate dalla paura dell’esclusione e abbastanza sedate da trovare consolazione nel consumo virtuale di ciò che rimane loro materialmente precluso. Adesso scopre, con sommo stupore di tutti gli editorialisti dei giornali europei, che la rassegnazione può interrompersi e che il malessere psichico nascosto da milioni di pillole di antidepressivi, può acquisire una manifestazione collettiva, e reagisce invocando quella civiltà di cui ha progressivamente liquidato il contenuto sociale. Nelle vetrine di Parigi erano esposti oggetti destinati a durare generazioni a tramandarsi. Ai ragazzi che le hanno attraversate era stata sottratta persino la possibilità di programmare il dopodomani. Riflettiamo un secondo prima di sparare giudizi a casaccio? Redazione Italia
October 19, 2026
Pressenza
Isolare i violenti
Da isolare sono le politiche sicuritarie del governo, le brutalità e il razzismo delle forze dell’ordine, la narrazione tossica dei media che criminalizza poveri, migranti e movimenti sociali. «Isolare i …
October 19, 2026
Osservatorio Repressione
Mobilitazione del 17 ottobre: «La destra e l’estrema destra sono nel panico»
> REPORTERRE  INTERVISTA IL SOCIOLOGO MANUEL CERVERA-MARZAL Il 17 ottobre sono previste oltre 750 mobilitazioni in Francia, alimentate dal movimento degli studenti liceali e dai “Gilet gialli”. «Siamo di fronte a una sovrapposizione di crisi e contestazioni», analizza il sociologo Manuel Cervera-Marzal. «Stanchi di pagare il pieno, la spesa e l’affitto a prezzi sempre più alti, mentre TotalEnergies incassa miliardi». Sul sito 17octobregiletjaune, promosso tra gli altri dai gruppi militanti Bloquons tout  e Peuple révolté (“Popolo in rivolta”), il messaggio è chiaro: la giornata di mobilitazione di sabato 17 ottobre mira a dare voce alle tensioni sociali che crescono ormai da diverse settimane. Lanciato a settembre sui social network, al di fuori di qualsiasi struttura sindacale o partitica, questo appello richiama per certi versi il movimento Bloquons tout del 10 settembre 2025, ma anche quello dei “Gilet gialli”. Manifestazioni (autorizzate o meno), blocchi stradali, raduni nelle rotatorie… Sulla mappa delle mobilitazioni si contano oltre 750 iniziative in tutta la Francia. «Questo dimostra chiaramente che la situazione sta cedendo un po’ ovunque», osserva Manuel Cervera-Marzal, sociologo e autore di diversi saggi, tra cui Résister — Petite histoire des luttes contemporaines (2022) e Le Populisme de gauche: sociologie de La France insoumise (La Découverte, 2021). A sei mesi dalle elezioni presidenziali, questa contestazione a tutto campo rappresenta, a suo avviso, una «manna dal cielo» per la sinistra, in particolare per il partito che fa capo a Mélenchon. Reporterre – Caro vita, prezzi dei carburanti… ma anche austerità, violenze della polizia, democrazia. Come interpretare le rivendicazioni legate all’appello del 17 ottobre? Manuel Cervera-Marzal – Si tratta di rivendicazioni molteplici, un elenco eterogeneo e quasi sterminato. Non c’è da stupirsi: è un tratto ricorrente delle mobilitazioni che nascono al di fuori degli apparati di partito o sindacali. Questi ultimi, essendo composti da professionisti dell’attivismo, sono soliti stabilire una gerarchia tra le richieste e definire parole d’ordine precise. «Alla base di tutto c’è un nemico comune: Emmanuel Macron e il suo governo e, più in generale, il capitalismo». Soprattutto, questo dimostra che la situazione sta cedendo un po’ ovunque. Siamo giunti al termine di un decennio di «macronismo», che ha logorato il Paese e fratturato la società. Tutti gli indicatori sono in rosso: il numero di senzatetto e di persone che vivono sotto la soglia di povertà è esploso. Le disuguaglianze si sono aggravate. I tentativi di suicidio e i casi di depressione tra i giovani si sono moltiplicati. Dietro tutte queste rivendicazioni, apparentemente eterogenee, si cela un nemico comune: Emmanuel Macron e il suo governo e, più in generale, il capitalismo. Reporterre – Alcuni parlano di un «ritorno dei Gilet gialli»; cosa ne pensa? Manuel Cervera-Marzal – Dipende da cosa si intende esattamente. Si tratta di un ritorno delle persone che si erano mobilitate nel 2018? Delle loro rivendicazioni? Delle modalità d’azione? O del simbolo stesso del gilet ad alta visibilità? Per quanto riguarda le persone, la sociologa statunitense Verta Taylor ha teorizzato il concetto di struttura dormiente, che mi sembra estremamente pertinente in questo contesto. L’idea è che un movimento sociale nasca raramente dal nulla, ma spesso beneficia di strutture informali ereditate da movimenti precedenti. Un fenomeno simile si osserva in Spagna, dove la protesta contro il costo degli alloggi è in parte legata a figure e reti riconducibili al movimento degli “Indignados” del 2011. Inoltre, sebbene i “Gilet gialli” sembrassero scomparsi per sette anni, in realtà sono rimasti latenti: reti di socialità e gruppi più o meno formali hanno continuato a esistere. Esiste, dunque, una continuità. Per quanto riguarda le modalità d’azione, c’è stato chiaramente un prima e un dopo il 2018. I Gilet gialli hanno dimostrato che forme di mobilitazione meno “composte” – caratterizzate da manifestazioni non autorizzate e blocchi – possono essere efficaci. Nell’ultimo decennio, gli unici due movimenti che hanno ottenuto risultati concreti sono stati quello dei Gilet gialli e quello della ZAD di Notre-Dame-des-Landes: entrambi hanno rifiutato le tattiche tradizionali, instaurando un rapporto di forza capace di spaventare il potere costituito. (Leggi anche: «Questa generazione è marchiata a fuoco dalla violenza di Stato» https://reporterre.net/Mouvement-lyceen-Une-generation-marquee-au-fer- rouge-par-la-violence-d-Etat ) Questa lezione è stata assimilata da una parte del mondo militante; si parla addirittura di una «gilet-giallinizzazione» dei movimenti sociali, ovvero dell’idea che, per ottenere qualcosa, sia necessario «creare un po’ di scompiglio». Questo irrigidimento della protesta è avvenuto parallelamente a un inasprimento senza precedenti delle strategie di «mantenimento dell’ordine». Tuttavia, la repressione non produce un effetto univoco: se da un lato può fiaccare la protesta seminando paura, dall’altro può generare un’ondata di solidarietà e suscitare l’indignazione dell’opinione pubblica. L’appello del 17 ottobre è nato e si è sviluppato sui social network, senza il supporto di organizzazioni sindacali o partitiche, né la presenza di un «organizzatore» chiaramente identificabile. Come analizzate questo intreccio tra reti digitali e movimenti sociali? Non si tratta di una novità. Facebook fa parte delle nostre vite da due decenni: già all’inizio degli anni 2010, i social network rivestivano un ruolo centrale durante le primavere arabe e i movimenti di occupazione delle piazze. Svolgono una duplice funzione: favoriscono l’innesco di tali mobilitazioni extra-istituzionali e, successivamente, ne permettono il coordinamento. Consentono inoltre una sorta di internazionalizzazione delle modalità d’azione, mettendo in contatto contestatori provenienti dall’Europa, dal Nepal, dall’India e da altri luoghi. «Se ci opponiamo al disboscamento della nostra foresta, la occupiamo; se vogliamo che i licei vengano ristrutturati, li blocchiamo». Attenzione, però: i social network non hanno sostituito la presenza fisica di persone che si incontrano, si riuniscono e occupano spazi. La mobilitazione digitale deve trovare un suo prolungamento nel mondo reale.Reporterre – Questa mobilitazione si inserisce nel pieno di un movimento che coinvolge liceali e studenti. È possibile ipotizzare una convergenza delle lotte? Manuel Cervera-Marzal – Siamo di fronte a una sovrapposizione di crisi e contestazioni, che apre effettivamente alla possibilità di una sincronizzazione e di un’articolazione tra le diverse lotte. Si creano dei punti di contatto: tra i licei d’élite dei quartieri bene di Parigi e quelli dei quartieri popolari, tra i giovani e i “Gilet gialli”, e così via. Vi leggo una crescita della coscienza politica nelle nuove generazioni. Questi studenti e liceali – che ci sono stati ripetutamente descritti come dei “cretini digitali” – si trovano in realtà all’avanguardia, ben più avanti rispetto alle nostre generazioni in termini di consapevolezza politica, sociale ed ecologista. Avanzano rivendicazioni giuste e si mobilitano in modo più efficace. Si può parlare di convergenza? Legato al movimento altermondialista degli anni 2000-2010, questo termine è oggi meno in voga. Esso veicola l’idea di un allineamento piuttosto verticale: tutti si mettono in fila dietro un obiettivo comune, con una sorta di gerarchizzazione delle priorità. Oggi si parla piuttosto di «coalizione arcobaleno»; si ragiona in termini di articolazione e intersezionalità. Si tratta di costruire cooperazioni puntuali ed efficaci tra diverse lotte. L’abbandono del paradigma della «convergenza» va di pari passo con l’emergere di nuove battaglie — contro l’adultismo, lo specismo, il validismo — che impongono di concepire un approccio più plurale.Reporterre – Questa «esplosione» di rabbia (vigili del fuoco, dipendenti pubblici, studenti delle superiori, ecologisti, ecc.) avviene a soli sei mesi dalle elezioni presidenziali. Quali potrebbero essere le ripercussioni di un tale movimento sulle elezioni?   Manuel Cervera-Marzal – Mi stupisce molto vedere mobilitazioni di questo tipo all’avvicinarsi di una scadenza elettorale. Solitamente, in questi periodi prevale una sorta di atteggiamento attendista. Del resto, la maggior parte delle organizzazioni sindacali mantiene una posizione prudente; per il momento, hanno lanciato un appello per una mobilitazione nazionale il 5 novembre, una data ancora molto lontana!«La destra e l’estrema destra sono nel panico» Detto ciò, il fatto che manchino sei mesi alle presidenziali non significa che il governo resterà immobile. Tutto dipende dai rapporti di forza, che variano in base al numero di persone in piazza e al tipo di azioni intraprese. Ciò dimostra chiaramente che le persone si stanno mobilitando senza attendere un «salvatore supremo», né i partiti politici, né i sindacati. Sono consapevoli che i problemi potranno essere risolti solo attraverso l’azione diretta. Se non vogliamo che la nostra foresta venga rasa al suolo, la occupiamo; se vogliamo licei ristrutturati, li blocchiamo. D’altro canto, sebbene La France insoumise non abbia alcun ruolo nell’organizzazione del movimento — non trattandosi di un partito di massa in grado di promuovere, di per sé, mobilitazioni di tale portata su tutto il territorio nazionale —, è evidente che questa mobilitazione di studenti e liceali — così come, forse, quella del 17 ottobre — rappresenti una manna dal cielo per Mélenchon e per la sinistra in generale. Ciò riporta al centro del dibattito e dell’agenda politica la questione delle disuguaglianze sociali e dello smantellamento dei servizi pubblici, temi che costituiscono il fulcro del programma di La France insoumise. Non è un caso che la destra e l’estrema destra siano nel panico. Questo movimento sociale si inserisce in una dinamica piuttosto positiva per la sinistra, che ha ampliato la propria base elettorale — passando, secondo diversi sondaggi, dal 30% al 40% delle intenzioni di voto. Tutto ciò è motivo di speranza. VEDI ANCHE : DES BLOCAGES LYCÉENS AU 17 OCTOBRE, CES SEMAINES OÙ LES LUTTES ONT CONVERGÉ : HTTPS://WWW.MEDIAPART.FR/JOURNAL/FRANCE/161026/DES-BLOCAGES-LYCEENS-AU-17-OCTOBRE-CES-SEMAINES-OU-LES-LUTTES-ONT-CONVERGE E MOBILISATION LYCÉENNE : LE MINISTRE DE L’INTÉRIEUR, LAURENT NUÑEZ, DÉFEND SES TROUPES COÛTE QUE COÛTE HTTPS://WWW.LEMONDE.FR/SOCIETE/ARTICLE/2026/10/15/MOBILISATION-LYCEENNE-LE-MINISTRE-DE-L-INTERIEUR-LAURENT-NUNEZ-DEFEND-SES-TROUPES-COUTE-QUE-COUTE_6794572_3224.HTML (TRADUZIONE CURATA DA TURI PALIDDA) Redazione Italia
October 16, 2026
Pressenza
Gioco, corpi e politica nelle aura battle
Riprendiamo da Effimera.org – in versione esemplificata – l’interessante articolo di Francesco Demitry sulle originali pratiche di comunicazione e di lotta che si sono registrate nelle grandi manifestazioni studentesche dilaganti nelle città d’oltralpe e che non sembrano arrestarsi anche di fronte alla dura azione repressiva delle forze di polizia[accì] _________________ Da qualche tempo, sui social e poi sempre più spesso nello spazio fisico, si parla di aura (aura points, aura farming, fino alle aura battle): due persone al centro di un cerchio cercano di imporsi attraverso pose, gesti, sguardi, movimenti, mentre il pubblico decide chi possiede più aura. È facile sorriderne. È quasi inevitabile che chi è cresciuto prima dei social, o anche soltanto prima di TikTok, sia tentato di vedere in tutto questo una nuova forma di narcisismo o una gara di vanità o ancora il sintomo di una generazione costretta a trasformarsi continuamente in immagine. Ma proprio qui comincia il problema, anche perché questa pratica sta dilagando come un virus in tutte le proteste studentesche che stanno attraversando la Francia in questi giorni. Le prime domande da porsi, per affrontare la questione, sono forse queste: come parlare di queste pratiche senza assumere automaticamente lo sguardo paternalistico dell’adulto che spiega ai giovani che cosa stanno davvero facendo? e come osservarle senza trasformarle nell’ennesima prova della degenerazione della società o, al contrario, in una nuova forma di autenticità generazionale che noi adulti non sapremmo più comprendere? Anch’io, inizialmente, ho guardato queste scene con una certa diffidenza. Poi, confrontandomi e osservandole, mi sono sempre più convinto che valesse la pena approfondire la questione senza fermarmi alla superficie. Così mi sono detto che forse bisogna partire da una cosa molto semplice: guardarli gioire. Non per idealizzare quella gioia, ma per non perderne la realtà. C’è anche, ed è evidente, qualcosa di piacevole, di liberatorio e perfino di esilarante in queste scene. Gli studenti si muovono, si espongono, si imitano e si sfidano mentre il pubblico ride, urla e, in qualche modo, partecipa. In mezzo alla produzione incessante di contenuti digitali compare una cosa sorprendentemente antica: un gruppo di persone che si raccoglie attorno a due corpi e attribuisce insieme un valore a ciò che accade. E lo fa dal vivo. Ma forse dovremmo guardare a quello che succede quando si forma il cerchio e questa pratica si produce. Per qualche minuto, un cortile, una piazza, una strada, o un corteo, comincia a funzionare diversamente: c’è un centro in cui ci si espone, un bordo da cui si guarda, si ride, si incita; qualcuno entra, qualcun altro torna tra gli altri. Lo spazio non viene semplicemente occupato, ma nemmeno sottratto magicamente ai rapporti di potere che lo attraversano. Qualcosa però cambia: il modo di usarlo, le relazioni che vi si stabiliscono e le possibilità di apparire e di partecipare. E qui Lefebvre può essere d’aiuto: non perché il cerchio produca di per sé uno spazio liberato o differenziale, ma perché permette di interrogare la tensione fra l’organizzazione dello spazio e gli usi che le persone ne fanno. Sono usi che possono riprodurre le relazioni esistenti, ma anche modificarle, piegarle ed aprire possibilità impreviste. Gli utenti non sono semplicemente gli occupanti di uno spazio organizzato da altri: contribuiscono a produrlo, senza per questo controllarlo interamente. Lo spazio (sociale) è un prodotto (sociale)! E qui la questione dello spazio incontra quella della performance: il gesto non esprime soltanto una qualità individuale, ma acquista efficacia attraverso i corpi che lo guardano, lo riconoscono, lo deridono o lo rilanciano. Il cerchio non è soltanto il luogo in cui la scena avviene; è parte di ciò che la rende possibile. Forse dovremmo stare attenti anche a non psicologizzare troppo rapidamente tutto questo. Se diciamo che questi ragazzi fanno questa pratica perché hanno bisogno di attenzione, di riconoscimento o di autostima, abbiamo già deciso che dietro c’è una mancanza che dobbiamo spiegare. Forse qui vediamo anche un’eccedenza: una quantità di energia, di gioco, di imitazione, di esposizione e di desiderio di stare insieme che cerca semplicemente un modo per comporsi. Non possiamo chiederci che cosa manca a questi ragazzi, senza domandarci che cosa sono capaci di fare insieme. Il fatto però che una pratica produca gioia non significa che debba essere sottratta alla critica. Ho pensato che forse bisogna provare a tenere insieme entrambe le cose: la gioia e la contraddizione. L’aura sembra essere anzitutto una proprietà individuale, poiché è qualcosa che uno possiede mentre l’altro no. È interessante, inoltre, che una parola come aura sia riemersa in un uso popolare, entrando nel linguaggio quotidiano attraverso i codici dei social e dei video brevi. La parola evoca qualcosa di impalpabile, una presenza, un alone di carisma che sembra distinguere una persona dalle altre. Eppure, nel gioco, questa qualità viene immediatamente profanata: diventa un punteggio, qualcosa che si può accumulare, perdere o attribuire a qualcun altro. Ma forse non perde del tutto il proprio carattere enigmatico. Anche quando viene tradotta in una misura, l’effetto di un gesto continua a dipendere da qualcosa che non si lascia misurare interamente. Il gioco desacralizza l’aura e, nello stesso momento, la rimette in circolazione. Il soggetto sembra così diventare una piccola impresa di se stesso: lavora e guadagna (punti) attraverso il corpo, la postura, la voce, il movimento e il modo di apparire. L’aura farming sembra la forma più ironica e compiuta di questo lavoro. Ma c’è subito un paradosso: l’aura non può essere posseduta individualmente perché esiste solo attraverso gli altri. Non basta sentirsi carismatici: qualcuno deve riconoscerlo. Un po’ come avviene coi like sui social, o su altre piattaforme. Un gesto funziona soltanto se esiste un linguaggio comune capace di leggerlo. Una posa può produrre aura in una situazione e imbarazzo in un’altra. L’aura, così, non è una cosa che sta dentro il soggetto, ma ciò che emerge fra il soggetto, gli altri, lo spazio e i codici che si condividono. Per questo la battle in sé è più interessante dell’aura farming. La gara rende visibile la relazione che normalmente resta nascosta, ma ci obbliga anche a chiederci come siano organizzate le condizioni del riconoscimento. Chi può occupare il centro del cerchio?, i protagonisti si propongono spontaneamente o vengono chiamati?, chi decide chi può partecipare e secondo quali regole?, quali gesti, quali immaginari, quali modi di esibirsi attirano più partecipazione degli altri?. Sono domande apparentemente semplici, ma non secondarie: il gioco non si svolge in uno spazio privo di regole, e anche quando le regole non vengono dichiarate apertamente qualcuno può imparare a usarle meglio di altri. Chi riesce a sostenere lo sguardo?, chi riesce a trasformare il proprio gesto individuale in entusiasmo collettivo?, chi viene riconosciuto come portatore di forza? – tutte questioni che riguardano anche la politica nel senso più classico: chi può apparire, chi ha diritto a essere visto, chi riesce a far sì che un gesto individuale diventi un segno capace di muovere altri corpi? Per comprendere davvero il fenomeno, però, bisognerebbe osservare anche le differenze tra le diverse situazioni: non dare per scontato che tutte le battle funzionino nello stesso modo, che tutti i partecipanti siano mossi dalle stesse ragioni o che ogni forma di esibizione venga accolta allo stesso modo. Redazione Italia
October 14, 2026
Pressenza
Lotte di Francia: “Ceci est un soulèvement de la jeunesse”
Chi avrebbe mai potuto immaginare, solo pochi giorni fa, che questo governo illegittimo, odiato e odioso, che fa soffrire così tanto la popolazione e che si appresta a imporci un piano di austerità ultraviolento, sarebbe stato messo in difficoltà dai giovani? Una gioventù coraggiosa, travolgente e incontrollabile. Questo giovedì 1° ottobre, il regime comincia ad avere paura, perché la situazione gli sta sfuggendo di mano. Facciamo il punto della situazione. * Per stessa ammissione delle autorità statali, oggi in Francia sono state registrate oltre «900 azioni». Si tratta di quasi 10 blocchi stradali e manifestazioni in ogni dipartimento. Il movimento, partito dalla periferia parigina, si è diffuso a macchia d’olio in tempo record. Nelle grandi metropoli, naturalmente, ma anche nelle piccole città e persino nei comuni rurali. In Bretagna, ad esempio, si sono verificati blocchi organizzati dagli studenti delle scuole superiori a Lannion (20.000 abitanti), Carhaix (7000), Douarnenez (14.000) o Savenay (9000)… Un’ondata di proteste studentesche di questo tipo, che riunisce realtà locali molto diverse tra loro in modo spontaneo e con un proprio programma, non si vedeva da decenni. Tutta la gioventù francese grida che non ne può più e rivendica un futuro. Altrettanto impressionante: anche numerose università sono bloccate in segno di solidarietà, nonostante l’anno accademico sia appena iniziato. * Nel tentativo di smobilitare il movimento, il governo gioca la carta della disinformazione e delle teorie del complotto. I servizi di intelligence macronisti sostengono che il movimento sarebbe una «manovra organizzata da LFI e dai suoi rappresentanti dell’estrema sinistra». È assolutamente ridicolo: nessun partito né alcuna organizzazione, nemmeno nei suoi sogni più folli, è in grado di generare per magia una simile rivolta. I giovani spiegano chiaramente le loro rivendicazioni su striscioni, volantini e cartelli ovunque: basta leggerli. Cercando di demonizzare LFI, lo Stato gli attribuisce un potere che lo valorizza. Le autorità affermano inoltre che ci sarebbe «una svolta con un cambiamento di tono, più radicale». Ancora un piccolo sforzo e i mascalzoni al potere capiranno che mutilare e rastrellare adolescenti tende a far arrabbiare. * Proprio le retate: mai, nella storia recente, un governo aveva arrestato così tanti minori in così poco tempo. Il Ministero dell’Interno dichiara oggi 1949 fermi in tutta la Francia. Ieri erano 625. Se si sommano gli arresti effettuati da venerdì scorso, si arriva a 3209 giovani, in gran parte minorenni, rinchiusi in cella in cinque giorni. Ricordate bene questa cifra: 3000. Maltrattati, privati della libertà, che marciscono in carcere per aver lottato. In qualsiasi altro paese, i media francesi parlerebbero di un regime totalitario che rinchiude i propri giovani. Con un tale livello di repressione, ci sono solo due possibili esiti: o il movimento si spegne perché troppi giovani sono stati terrorizzati, oppure si arriva a un’esplosione generalizzata. * “La violenza non risolve nulla”, ci ripetono? Il ministro dell’Istruzione nazionale ha appena annunciato che già domani riceverà i sindacati degli insegnanti, le associazioni dei genitori e quelle degli studenti delle scuole superiori. Si tratta ovviamente di una manovra diversiva per cercare di incanalare il movimento. Ma allo stesso tempo, i ministri dell’Istruzione disprezzano i sindacati polverosi che da anni chiedono educatamente aiuto e implorano di poter negoziare. In pochi giorni di proteste, vengono invitati al tavolo. Ancora più ironico è il fatto che il governo abbia appena annullato con effetto immediato l’introduzione delle tasse di iscrizione per i BTS e le classi preparatorie, a dimostrazione che sta cedendo terreno e che la situazione potrebbe spingersi ben oltre. * Il Primo Ministro ha convocato d’urgenza una cellula di crisi interministeriale. Il governo sta valutando di imporre la didattica a distanza in numerose scuole superiori. Di fatto, bloccherà proprio quelle scuole che voleva riaprire con le sue forze di polizia pesantemente armate. È un altro modo per spezzare il movimento, impedendo agli studenti delle scuole superiori di riunirsi. Édouard Philippe afferma che domani tutte le scuole superiori di Le Havre saranno chiuse. Anche a Nantes lo sarà gran parte degli istituti. In totale, domani nel Paese saranno chiuse 400 scuole superiori. * Il ministro della Giustizia Darmanin ha convocato i 36 procuratori generali per ordinare loro una «risposta penale risoluta» nei confronti degli studenti delle scuole superiori. In concreto, chiede alla giustizia di colpire con la massima durezza possibile i giovani di questo Paese. Chiede ai magistrati di prolungare al massimo la custodia cautelare e di infliggere le pene più severe. Anche in questo caso, si tratta di una logica puramente dittatoriale che dovrebbe far infuriare tutti noi. * Ora il regime ha paura. Teme che la rivolta si consolidi e raccolga nuovi aderenti, proprio mentre sta per iniziare la campagna presidenziale e mentre aveva in programma di far approvare una serie di misure neoliberiste. I consiglieri del Primo Ministro temono una convergenza delle lotte tra i giovani delle periferie e quelli del centro città, e tra gli studenti delle scuole superiori e i lavoratori. Allora, cosa stiamo aspettando? Che l’estrema destra venga ufficialmente eletta? Che diventi del tutto impossibile muovere anche solo un dito? La mobilitazione avviata dagli studenti delle scuole superiori è forse l’ultima possibilità di conquistare diritti e dignità per molto tempo a venire. Non lasciamocela sfuggire. 1 OTTOBRE 2026 (DA “CONTRE ATTAQUE”) ___________ APPELLO DEL COORDINAMENTO DEGLI STUDENTI DELLE SCUOLE SUPERIORI DI PARIGI E DELLA PERIFERIA Sabato 3 ottobre eravamo 300 studenti delle scuole superiori di tutta la regione parigina riuniti in un’assemblea di coordinamento. La collera ha avuto inizio dal fatto che nelle scuole della periferia c’è una vera e propria rottamazione sociale. La selezione tra ricchi e poveri a scuola è morta e la rifiutiamo. Chiediamo la fine di Parcoursup. Chiediamo risorse, insegnanti e assistenti educativi (AESH). Vogliamo classi che non superino i 35 alunni, del rispetto per tutti gli studenti, borse di studio che arrivino in tempo, licei dove non ci siano topi, né soffitti che crollano, né amianto, né aule a 40° in estate. Chiediamo un futuro per gli studenti delle periferie. Sappiamo che la meritocrazia è un’illusione. Non c’è motivo per cui noi dovremmo avere un’istruzione e un futuro di seconda categoria rispetto alle scuole private o dei quartieri benestanti. E in fondo, sappiamo che non abbiamo futuro in questo sistema in cui sono i ricchi a decidere. Vogliamo sapere dove finiscono i soldi e vogliamo che vadano dove ce n’è bisogno! Il governo investe miliardi nell’esercito, nei padroni, nella polizia. Questa è violenza. Quindi noi non ci lasceremo dividere dai discorsi contro i teppisti, siamo tutti uniti. Il governo, l’estrema destra e i grandi media hanno tentato di tutto per zittirci. Tutta la violenza della polizia, l’abbiamo vista. Le chiusure delle scuole superiori, le abbiamo subite. Quelli che dicono che siamo strumentalizzati o che siamo stupidi, li abbiamo visti. Ok, preso nota. Ok, non vogliono che ci mobilitiamo di nuovo. Ok, la repressione ha lo scopo di spaventarci, di spegnere la nostra rabbia e di dividerci. I 5000 studenti delle scuole superiori arrestati devono essere tutti rilasciati senza alcuna accusa. Continueremo a mobilitarci. E non ci fermeremo nemmeno alle scuole superiori. Non siamo soli. I lavoratori si uniscono alla mobilitazione. E la nostra collera può parlare a tutti i giovani, anche al di fuori della Francia. Quindi noi organizzeremo lo sciopero degli studenti delle scuole superiori! Chiediamo a tutti di unirsi a noi e di scioperare: insegnanti, genitori, studenti universitari, vigili del fuoco, altri lavoratori. Ci stanno mettendo i bastoni tra le ruote? Noi gli riproponiamo il ’68 e andremo oltre. I sindacati chiamano allo sciopero martedì, tutti devono unirsi a noi! E se questo fa scendere in piazza i gilet gialli anche prima del 17 ottobre, tanto meglio! Vogliamo prendere in mano la nostra lotta: sono gli studenti delle scuole superiori impegnati che devono decidere del proprio movimento, e non spetta a nessun altro decidere al posto nostro. Quindi, ad ogni blocco, davanti a ogni scuola superiore, dobbiamo prendere la parola, organizzarci e decidere insieme. Da lunedì, ci mobilitiamo dovunque. E martedì dobbiamo andare tutti alla manifestazione a République alle 14:00. Ci saremo in corteo con il coordinamento degli studenti delle scuole superiori di Parigi e della periferia. Invitiamo tutte le scuole superiori a partecipare e a preparare i propri striscioni. E poi, appuntamento per tutte le scuole mobilitate all’assemblea del coordinamento degli studenti delle scuole superiori di Parigi e della periferia alle 17:00. Perché dopo martedì, ovviamente, continueremo! _____________ AI NOSTRI FIGLI E AGLI STUDENTI DELLE SCUOLE SUPERIORI – «GRAZIE DI TUTTO. PER L’AUDACIA, IL CORAGGIO E LA DETERMINAZIONE» > Alcuni rappresentanti dei genitori, preoccupati, ci hanno fatto pervenire > questo messaggio rivolto agli studenti, ai loro insegnanti, ma anche ai > ministri che orchestrano la repressione del movimento studentesco. Un’analisi > della situazione e, al tempo stesso, una testimonianza Ai nostri figli e agli studenti delle superiori Grazie di tutto. Per l’audacia, il coraggio e la determinazione. Grazie per averci ricordato che non c’è nulla da aspettare. Noi stessi abbiamo aspettato così a lungo che sappiamo bene quale sia il prezzo da pagare alla fine. Aspettare la fine della giornata, la fine della settimana, l’inizio del mese, l’accredito della CAF (Cassa degli assegni familiari). Aspettare che le acque si calmino, aspettare giorni migliori, aspettare le elezioni, aspettare l’autobus, la metropolitana. Aspettare di andare finalmente a dormire. Di piegarsi sempre. Anche a voi è stato detto di aspettare. La fine della giornata, l’inizio delle vacanze, i risultati di Parcoursup [1]. Aspettare un corso di formazione, magari un lavoro, di diventare indipendenti e scoprire che è l’opposto dell’essere liberi. Aspettare che la vita inizi proprio laddove finisce. Avete fatto proprio bene a smettere di aspettare. Complimenti per l’umorismo, i travestimenti, i fuochi d’artificio, la solidarietà e tutto ciò che abbiamo visto per le strade. Il mondo che vi lasciamo è una rovina, il futuro che vi stiamo preparando è un incubo, eppure riuscite ancora a divertirvi. Siete la versione migliore di noi stessi, la somma di tutto ciò che abbiamo fallito, di tutto ciò a cui abbiamo rinunciato. Lo sapete, ma è importante ripetervelo. Anche noi siamo molto preoccupati. Ma lo saremmo ancora di più se accettaste il mondo così com’è. Agli insegnanti, ai sorveglianti e ai presidi Martedì eravate in sciopero per rivendicare migliori condizioni di lavoro. Avete marciato, sfilato e scandito slogan, e poi siete tornati a casa. Il governo non si è nemmeno preso la briga di disprezzarvi. In due giorni di blocchi i vostri studenti hanno scatenato una cellula di crisi all’Eliseo, il panico negli studi televisivi e la chiusura di gran parte dei licei francesi. C’è una lezione da trarne. Conoscete bene tutte le loro rivendicazioni e le condividete: classi sovraffollate, colleghi non sostituiti, locali insalubri e coperte termiche alle finestre per non cuocere già a maggio. E Parcoursup, ovviamente: ne conoscete a memoria i danni e le ingiustizie. Quella sporca macchina di selezione e di pressione psicologica che grava ogni giorno sui vostri studenti tanto quanto su di voi. Pedagogia dell’umiliazione. Eppure i vostri studenti sono venuti a ricordarvelo: nulla di ciò che è stato fatto non può essere disfatto. Grazie a chi tra voi ha aderito ai blocchi, sostenendo i propri studenti. L’equazione è semplice: oggettivamente non avete nulla da perdere e tutto da guadagnare, a cominciare dal fatto di non lasciarvi più umiliare, nemmeno voi.  Se rifiutaste sinceramente la vostra condizione comune, sarebbe una tutt’altra storia: è meno facile per un governo strangolare un insegnante di matematica o sparare con un LBD [2] alla testa dell’insegnante di francese. Forse allora tutti reagirebbero. A Laurent Nuñez, Edouard Geffray e ai prefetti  È sotto i vostri ordini che, da diversi giorni, la polizia molesta dei ragazzi. È sotto i vostri ordini che sono stati malmenati, trascinati per terra, strangolati, colpiti a bruciapelo con il LBD. Non avete solo voluto ferirli, avete fatto di tutto per umiliarli. 1949 studenti delle scuole superiori fermati, quanti poliziotti indagati? Quali lezioni trarne? Eppure, vi chiudete nella menzogna e nell’irresponsabilità. Bisogna davvero non aver mai messo piede davanti a un liceo per credere che «La France insoumise» [3] abbia anche una minima responsabilità in questa rivolta giovanile. Bisogna essere particolarmente male informati per immaginare che dei «proxy dell’estrema sinistra» teleportino segretamente i bidoni della spazzatura ammucchiati davanti agli istituti. Semplicemente state mentendo in modo sporco. Mentre gli studenti chiedono insegnanti, risorse e un po’ di considerazione, voi invitate la polizia a «non limitarsi a un uso proporzionato della forza»; quando i sindacati di polizia chiedono di poter sparargli con i LBD, voi mettete in guardia i prefetti contro qualsiasi «istruzione contraria a livello locale». Non stiamo inventando né estrapolando nulla: vi leggiamo su «Le Monde» del 2 ottobre 2026. Incitate e incoraggiate la violenza contro i nostri figli. Rintanati nei vostri uffici dorati, scatenate la polizia e tenete il conto degli arresti e dei feriti. Questa mattina, 400 licei bloccati. Non dagli studenti, ma dai vostri decreti. Le misure sanitarie elaborate durante una pandemia diventano l’arma con cui isolate i giovani. Il trucco è troppo evidente: divieto per chiunque di radunarsi nelle vicinanze di un liceo. Chi oserà uscire di casa potrà essere fermato. Dopo aver orchestrato la violenza, ora organizzate il loro sequestro. A tutti noi  Come fare per prendere sul serio ciò che esprimono i nostri figli, i ragazzi, con gioia e nonostante i gas lacrimogeni? Come essere all’altezza della situazione, cioè senza il peso delle nostre stesse rinunce?  La prossima scadenza nazionale sembra sia stata fissata per il 6 ottobre. Bisognerà ben cominciare a essere presenti.  Alcuni genitori   Note [1]    Piattaforma digitale francese per gestire le ammissioni al primo anno dell0Università. [2]    Lanceur de balles de défense. Spara pallottole in gomma, che possono provocare ferite gravi, come la perdita di un occhio. [3]    LFI: Partito di sinistra francese. [ACCÌ] Redazione Italia
October 6, 2026
Pressenza
Perù: la PUCP avvia procedimenti disciplinari contro gli studenti dopo le proteste e non rispetta l’accordo
La Federazione degli Studenti della Pontificia Università Cattolica del Perù (FEPUC) ha denunciato il mancato rispetto dell’accordo tra gli studenti e le autorità di tale ateneo, sottoscritto lo scorso 21 maggio, dopo nove giorni di mobilitazione e occupazione del primo piano dell’edificio Dintilhac contro la nuova scala delle rette che avrebbe colpito i nuovi studenti. Lo scorso maggio, gli studenti della PUCP hanno manifestato nel campus universitario contro la decisione dell’università di stabilire una nuova scala delle rette che sarebbe passata da nove (G1 a G9) a quattro scale e quattro livelli di borse di studio (Mac Gregor e Becas Lucet); una modifica che avrebbe penalizzato i futuri studenti di questo ateneo. In quell’occasione si concordò la revoca della misura di forza, secondo un approccio non punitivo nei confronti dei fatti verificatisi. NOVE STUDENTI SOTTOPOSTI A PROCEDIMENTI DISCIPLINARI In un comunicato stampa, la FEPUC ha informato che “l’avvio di questi procedimenti disciplinari risulta incompatibile con l’impegno politico raggiunto tra autorità e studenti dopo l’occupazione di Dintilhac”. Secondo la documentazione ricevuta, i procedimenti disciplinari sono stati richiesti dall’Ufficio di Sicurezza Integrale (OSI) della PUCP, unità dipendente dalla Direzione di Amministrazione e Finanze (DAF) del Vice-Rettorato all’Amministrazione (VRAD) il 15 giugno di quest’anno, vale a dire a meno di un mese dalla sottoscrizione dell’accordo. Attualmente, la Segreteria Tecnica dei Procedimenti Disciplinari PUCP ha notificato a nove studenti l’apertura di procedimenti disciplinari nei loro confronti per la loro partecipazione alle mobilitazioni contro l’approvazione del nuovo sistema di scale. Inoltre, “questi nove procedimenti si aggiungono ai procedimenti avviati a seguito della mobilitazione realizzata il 30 marzo presso la Facoltà di Giurisprudenza, durante un dibattito elettorale svoltosi nel campus, in segno di rifiuto della presenza dell’allora candidato al Congresso della Repubblica per Renovación Popular, Frank Krklec”. IL REGOLAMENTO IMPEDISCE UNA VALUTAZIONE ADEGUATA DELL’ESERCIZIO DEI DIRITTI FONDAMENTALI L’università giustifica l’apertura di questi procedimenti sulla base delle disposizioni del Regolamento Unificato dei Procedimenti Disciplinari della PUCP (RU), facendo riferimento a fattispecie come la “turbativa dell’ordine pubblico” e la “limitazione della libertà di insegnamento”. Mentre gli studenti denunciano che l’applicazione del regolamento ha storicamente utilizzato “specifiche disciplinari controverse” che impediscono una valutazione adeguata dell’esercizio di diritti fondamentali come la libertà di espressione, riunione, organizzazione e protesta. Per la FEPUC e per gli studenti della Católica nel loro complesso, si ritiene che “il dialogo non può essere utilizzato come una pausa mentre si preparano sanzioni. Gli studenti fin dall’inizio del conflitto hanno dimostrato di essere disposti a dialogare. Ora spetta alle autorità dimostrare la loro disponibilità a rispettare quanto concordato, abbandonando qualsiasi soluzione che passi per la persecuzione disciplinare” hanno dichiarato. Infine, hanno rivolto un appello all’intera comunità affinché si unisca alla loro campagna contro la persecuzione studentesca. “Non permetteremo che protestare, organizzarsi e rappresentare politicamente gli studenti possa diventare motivo di sorveglianza, profilazione o sanzione” hanno concluso. Redacción Perú
August 26, 2026
Pressenza