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“Staycation”, vale a dire: “l’arte di essere qui”
È ormai acclarata, in letteratura, l’importanza della correlazione esistente tra la localizzazione spaziale e, più precisamente, un luogo (topografia, nel senso più ampio), le attività umane, nella loro valenza socio-economica e nella loro complessità ideologico-culturale, in senso relazionale, e i significati associati o associabili (vale a dire i “portati concettuali” di carattere culturale e ideologico), il cui insieme e la cui interazione definiscono un senso più significativo di spazio e caratterizzano in senso geo-umano i luoghi. Così, il modello di spazio delineato da Edward Relph, geografo, nel suo Place and Placelessness (1976) fornisce una serie di elementi per affrontare la nozione di spazio dal punto di vista dei rapporti sociali che vi si instaurano e dei significati culturali che ne derivano. Da un lato, un luogo fisico finisce per non avere alcun senso se non è associato ad attività umane che vi si svolgono; d’altra parte, un’attività sociale di qualsiasi natura esiste solo se è associata a un posto, che può essere, alternativamente, un luogo fisico o concettuale. Analogamente, una memoria del passato o un’azione volta al futuro è leggibile solo se è connessa a un luogo. Se scegliamo di ignorare questo aspetto e permettere alle forze dello spaesamento di continuare indisturbate, allora il passato diviene difficile da «memorializzare» e il futuro rischia di ridursi a un ambiente sterile, una waste land, desolata, in cui i luoghi finiscono per non avere più alcuna importanza. L’identità dei luoghi è così espressa da tre componenti: il contesto fisico del luogo; le sue attività, situazioni ed eventi; e i significati individuali e collettivi creati attraverso le esperienze e le interazioni delle persone in relazione al luogo. L’esperienza soggettiva dei luoghi è dunque il fattore determinante. I luoghi sono i “centri significativi delle nostre esperienze immediate del mondo” (Relph 1976, p. 141) e quindi occorre un linguaggio che ci permetta di identificare le esperienze di un luogo in termini di intensità di significati che una persona e un luogo nutrono l’uno per l’altro. Il nucleo di questa esperienza umana è l’identità con il luogo, che Relph definisce attraverso il concetto di appartenenza, il grado di relazione, coinvolgimento e interesse che una persona o un gruppo nutre per un luogo specifico. Un autentico senso del luogo è «un’esperienza diretta e genuina dell’intero complesso dell’identità dei luoghi, non mediata o distorta da una serie di mode sociali e intellettuali arbitrarie su come tale esperienza dovrebbe essere, né conforme a convenzioni stereotipate» (Relph 1976, p. 64). In particolare, nella modernità, un autentico senso del luogo è gradualmente oscurato da un atteggiamento meno autentico definito come “assenza di luogo”: «l’eliminazione casuale di luoghi distintivi e la creazione di paesaggi standardizzati che deriva da un’insensibilità al significato del luogo» (Relph 1976). In termini più familiari, maggiormente entrati nel lessico comune, si tratta di “non-luoghi” (Augé 1992), spazi fisici di mero transito o consumo, privi di storie, relazioni, identità, significati autentici o legami con le culture locali.  Ben più delle contingenze del presente, è questo lo sfondo concettuale di una straordinaria mostra, ospitata, sino al prossimo dicembre, presso la WAG, Winnipeg Art Gallery – Qaumajuq, dal titolo “Staycation – L’arte di essere qui”, che impone, attraverso la galleria delle opere esposte, esattamente questo interrogativo, precisamente questa inquietudine: quale nuovo, rilevante, significato offre lo stare nei luoghi, abitare e attraversare luoghi consueti, prossimi? E in generale, quale valore hanno i luoghi in relazione alle condizioni del nostro abitare, vivere, relazionarci, agire, riflettere, produrre, consumare?  Come indicano le didascalie, il titolo “Staycation” riflette sia lo spirito concettuale della mostra sia il momento culturale attuale. Nell’attuale clima politico ed economico, caratterizzato da crescenti tensioni commerciali con gli Stati Uniti, continue controversie tariffarie (è di pochi giorni fa la notizia della nuova “guerra dei dazi” tra Stati Uniti e Canada) e dibattiti sulla sovranità culturale, il Canada sta vivendo una rinnovata attenzione ai propri ecosistemi creativi e culturali. Una svolta concretamente visibile, che forse non riguarda solo il Canada: i viaggi interni sono in aumento e gli investimenti culturali enfatizzano i contenuti locali, la rappresentazione regionale e la forza delle istituzioni provinciali radicate nella comunità. In altri termini, in un momento in cui le forze globali e locali sono in costante dialogo e tensione, la mostra di Winnipeg invita a fermarsi e riflettere su cosa significhi “luogo”, sentirsi a casa, attraverso paesaggi condivisi, rituali quotidiani o collettivi, esperienze culturali. Piuttosto che ritirarsi in sé stessi, la mostra esplora la nostra comprensione del/dei luogo/luoghi, ispirando curiosità e connessione al di là del nostro ambiente immediato. Sollecita, al tempo stesso, una riflessione sui significati (sociali e culturali) associabili ai luoghi.   Queste tensioni attraversano la stessa istituzione ospitante: per la WAG-Qaumajuq, la connessione con il luogo è al tempo stesso significativa e complessa, plasmata dalle realtà di una storia coloniale e dalle continue responsabilità della riconciliazione. Impegnata in un dialogo con le comunità a livello locale e globale, riconoscendo le storie e le relazioni stratificate che esistono e si diramano nella quotidianità, la mostra si chiede: cosa possiamo scoprire quando smettiamo di cercare la “distanza” e riflettiamo viceversa sulla “prossimità”, in senso sia spaziale sia temporale, sulla dimensione regionale e sugli ambienti che abitiamo? Risulta così estremamente intrigante la connessione del concetto della mostra con la ricerca-azione sui luoghi memoriali portata avanti dal nostro progetto, H.E.R.M.E.S. (Heritage-based Education and Research Measures for Empowerment and Sharing), per Corpi Civili di Pace nei territori della ex Jugoslavia. La costellazione di quei luoghi definisce vere e proprie topografie della memoria; le geografie sono le mappe che creiamo per comprendere i luoghi fisici, emotivi e immaginari, segnando non solo i contorni dei paesaggi, ma anche le connessioni tra luoghi, memorie, eventi, storie ed esperienze personali. Il luogo, cioè, è più di una posizione: è una costellazione di fatti, ricordi, esperienze. Una stanza, un angolo di strada, una prateria possono caricarsi di significato, portando tracce del nostro passato e plasmando il nostro senso di appartenenza.  Per questo la memoria dei luoghi ha tanta importanza: i luoghi sono anche siti di storie collettive, plasmati da migrazioni, insediamenti e spostamenti, stratificati con le storie di coloro che li abitano e li attraversano. Queste narrazioni sovrapposte possono creare armonia e generare tensioni, e ancora la mostra di Winnipeg ha il grande merito di esplorare la complessa relazione tra ambienti esterni e psicologie umane, mostrando quanto profondamente le identità delle persone siano radicate negli spazi che chiamiamo “luogo”. La presentazione della mostra è qui: https://www.wag.ca/exhibitions/staycation Un’altra mostra particolarmente significativa è qui: https://www.wag.ca/exhibitions/ruben  Sull’analisi di Edward Relph, cfr. Seamon, David; Sowers, Jacob. 2008. Place and Placelessness, Edward Relph. DOI:10.4135/9781446213742.n5.  Il sito del progetto H.E.R.M.E.S. è qui: https://corpicivilidipace.com  Inoltre, su Pressenza, il reportage sui “Paesaggi Balcanici”, qui: https://www.pressenza.com/it/tag/paesaggi-balcanici    Gianmarco Pisa
August 25, 2026
Pressenza