Settecento giorni di protesta ad Agadez (Niger)
Ha compiuto 700 giorni il 23 agosto la protesta non violenta delle persone
rifugiate al “Centro Umanitario” di Agadez, Niger. E sono passati quasi due anni
da quando documentavamo per la prima volta le condizioni della struttura,
finanziata con fondi pubblici italiani ed europei 1.
Interviste
BLOCCATI IN NIGER: IL GRIDO INASCOLTATO DEI RIFUGIATI DA UN CAMPO FINANZIATO DA
ITALIA E UE
Intervista ad alcuni residenti del “Centro umanitario” di Agadez sulla protesta
in corso da due mesi
Laura Morreale
28 Novembre 2024
Da allora, la protesta non si è mai fermata: il collettivo Refugees in Niger
continua a manifestare quotidianamente e a denunciare la propria condizione
attraverso i corpi, le immagini e le parole dei residenti del Centro.
Donne, uomini e bambini che hanno trascorso mesi, spesso anni, in un limbo
giuridico e in una struttura isolata, dove immaginare un futuro diverso diventa
quasi impossibile.
Sono persone fuggite dalle atrocità in Sudan o da altre aree di crisi, molte
delle quali, secondo le loro testimonianze, sono state deportate illegalmente in
Niger da Paesi nordafricani come Algeria, Libia e Tunisia.
La protesta non viene semplicemente ignorata, né da UNHCR – a cui è affidata la
gestione della struttura – né dalle autorità nigerine, che dovrebbero
riconoscere a queste persone lo status di rifugiato e i relativi diritti.
Da quando al Centro sono iniziate le mobilitazioni giornaliere, lunghi periodi
di silenzio si alternano a comunicati ufficiali e visite istituzionali. In
alcune occasioni, le autorità hanno cercato di rassicurare i rifugiati; in
altre, la risposta è stata apertamente intimidatoria.
PH: Refugees in Niger
Il risultato, però, non è cambiato: le condizioni del campo restano critiche, i
servizi ridotti o assenti, e la protesta ha ormai assunto la forma di un
presidio permanente.
Le ultime visite istituzionali risalgono al 7 e 8 agosto scorsi. La prima è
stata quella della vice-rappresentante di UNHCR Niger. La sua presenza al Centro
ha lasciato i rifugiati senza risposte sostanzialmente nuove.
Ha riferito che sono in corso incontri con rappresentanti del governo per
affrontare l’impasse dell’esame delle richieste di protezione da parte delle
autorità nigerine, e ha ribadito che le opportunità di ricollocamento in Paesi
terzi sono molto limitate.
Rispetto alle denunce dei rifugiati sull’insufficienza degli aiuti alimentari,
che da oltre un anno risentono di importanti tagli ai finanziamenti destinati ad
Agadez, si è limitata a dire che l’agenzia non può assistere tutti e si
concentra sulle persone vulnerabili.
Secondo le informazioni più recenti raccolte dal Centro, sempre meno persone
avrebbero accesso al sostegno alimentare; le razioni sarebbero progressivamente
diminuite e i criteri di assegnazione sarebbero applicati in modo arbitrario, a
volte escludendo anche persone vulnerabili, inclusi i bambini.
Si tratta di accuse note da tempo, che richiederebbero una risposta più precisa
e verificabile da parte dei responsabili della pianificazione e distribuzione
degli aiuti.
Nessuna speranza, inoltre, per quanto riguarda la riapertura del presidio
medico: i rifugiati dovranno continuare a fare riferimento all’ospedale pubblico
più vicino, distante circa sette chilometri dal Centro.
Il giorno successivo è arrivata una seconda visita, non annunciata e non
pubblicizzata, da parte di una rappresentante del governo nigerino.
Secondo i rifugiati, si tratterebbe di Sidikou Ramatou Djermakoye Seyni,
ministra della Popolazione e degli Affari Sociali. La visita aveva l’obiettivo
di verificare le condizioni del Centro, con particolare attenzione alla
situazione delle donne, che la ministra avrebbe dichiarato di avere
particolarmente a cuore.
Ma proprio durante la visita si sarebbe verificato l’ennesimo episodio
repressivo nei confronti del racconto pubblico portato avanti dai rifugiati.
Secondo le testimonianze raccolte, un uomo avrebbe impedito ai presenti di
documentare l’incontro, controllando i loro telefoni e chiedendo di cancellare
eventuali fotografie.
Al termine della visita, la ministra sarebbe intervenuta spiegando che preferiva
evitare la circolazione sui social media di immagini della giornata. In effetti,
nessun canale ufficiale del governo ha reso pubblico l’incontro.
Un operatore del Centro, incaricato della traduzione durante le visite
istituzionali, avrebbe poi utilizzato toni aggressivi nei confronti dei
rifugiati, rivolgendosi in particolare a uno di loro e facendogli intuire di
essere sotto osservazione.
L’uomo lo avrebbe avvertito delle conseguenze se avesse pubblicato immagini
della visita, alludendo esplicitamente a un possibile arresto, mentre un altro
uomo, funzionario del Centre Nationale d’Elegibilité (CNE) nigerino, avrebbe
ripetuto più volte che loro rappresentano il governo e possono fare quello che
vogliono.
Lo scontro verbale, secondo i testimoni, si è verificato alla presenza di
personale UNHCR, che non è però intervenuto.
In un contesto che ha già visto, come documentato ampiamente, arresti e
deportazioni di persone coinvolte nell’organizzazione della protesta, una
minaccia di questo tipo assume un peso non indifferente. E non è la prima volta
che rappresentanti del governo ricorrono a intimidazioni più o meno velate.
Il punto della protesta è anche questo: dopo quasi due anni, a essere contestate
non sono soltanto le condizioni materiali del Centro, ma soprattutto il rapporto
tra le persone che vi abitano e le istituzioni incaricate di proteggerle.
Non si può parlare di protezione internazionale quando manca la fiducia nella
capacità e nella volontà di garantire dei diritti fondamentali.
Se le uniche risposte possibili a chi solleva delle criticità sono la negligenza
e la repressione, va messo in discussione l’intero impianto “umanitario” che
permette a luoghi come il Centro di Agadez di continuare a esistere.
Il clima di sopraffazione e di impunità che si respira ad Agadez è lo stesso di
tanti altri luoghi di contenimento delle migrazioni, sparsi a varie latitudini.
Luoghi che hanno tutti delle caratteristiche comuni: ridurre le persone in
movimento a funzioni (di vittima o di minaccia), allontanarle dallo sguardo
pubblico, privarle della loro capacità di agire e – quando invece la mostrano,
contestando il sistema in cui sono inserite – reprimerle e isolarle.
Il proliferare di campi profughi permanenti creati su richiesta europea, come
quello di Agadez, lungo le rotte migratorie in Africa ha svuotato di senso il
diritto di asilo, delegandolo a enti e paesi terzi che non sono in grado di
offrire una protezione effettiva.
1. L’archivio di tutti i contenuti su questa vicenda sono consultabili sulla
tag Agadez ↩︎