«L’umanità è ferma». Germinale a Napoli, mostra di arte e pace.
NELL’OPERA DI TERESA CERVO LA FRAGILITÀ DIVENTA POSSIBILITÀ DI TRASFORMAZIONE:
UN PERCORSO ATTRAVERSO ARTE, CURA E NONVIOLENZA DI FRONTE ALL’ASSUEFAZIONE ALLA
GUERRA E ALLA VIOLENZA.
L’opera di Teresa Cervo è equilibrio costante del corpo alla ricerca di se
stesso, immersione nella fragilità umana e ricerca di un’identità collettiva,
mobile nel suo divenire.
La sua ricerca propone la pace attraverso l’amore per la bellezza e il suo
vivere lento. Alla passività e all’assuefazione alla violenza contrappone la
cura, la relazione e la nonviolenza come possibilità di trasformazione.
La leggerezza diventa così una strada di trasformazione dell’uomo: non una fuga
dalla realtà, ma una possibilità di attraversare anche i pesi più gravi
dell’esistenza. La fragilità può diventare forza, apertura all’altro e occasione
di rinascita.
Da queste riflessioni nasce la nostra intervista a Teresa Cervo, a partire da
Germinale, progetto esposto il 25 marzo nelle stanze dell’Hotel de Bonart e che
prosegue nel laboratorio dell’artista nel centro di Napoli.
Da queste riflessioni nasce la nostra intervista a Teresa Cervo, a partire da
Germinale, progetto esposto il 25 marzo nelle stanze dell’Hotel de Bonart e che
prosegue nel laboratorio dell’artista nel centro di Napoli.
INTERVISTA A TERESA CERVO
Il titolo, Germinale, vive un doppio significato: segna il settimo mese nel
calendario della Rivoluzione francese, periodo primaverile di fioritura, e
suggerisce un significato nascosto, il germe della malattia quando avvelena
corpo e mente. Oggi, in un periodo di guerre lunghe ed estenuanti, questo
duplice significato ci pone davanti a un bivio e ci espone davanti alle nostre
fragilità per una scelta: fiorire, processo lento di confronto e maturazione,
oppure ammalarci, traghettando verso l’inezia e la passività.
Germinale, la scultura che ha dato il nome alla mia ultima mostra, è un busto di
donna che rappresenta l’umanità e il suo rapporto con l’esperienza della vita e
della morte. La mia sensazione è che l’umanità sia ferma, indifferente
all’orrore in cui è immersa, anestetizzata dalla quotidiana sovraesposizione ad
un flusso continuo di immagini di violenza e di morte che ne riduce la capacità
di reazione emotiva e morale. Il bianco quasi totale dell’opera rappresenta il
pericolo dell’impotenza appresa, perverso meccanismo per cui l’individuo “sa” di
non poter cambiare nulla e smette di reagire. Germinale, tuttavia, conserva
ancora il rosso della forza vitale che può rompere questo immobilismo e,
mostrandoci le escrescenze che segnano il suo corpo, ci chiede di farle
diventare i germogli di una rinascita e non più i segni di un morbo letale. Solo
la cura di se stessi e dell’altro, il non essere spettatori del mondo e
stranieri ad esso, porterà speranza di vita e di continuità.
Penso a “l’umanità è ferma” come un congelamento del legame con l’altro e con il
mondo, il cui sentimento vivo, però, non è perduto per sempre ma è lì nei
meandri interstiziali della specie: quell’amore caldo che sembra svanito, che
nascosto nutre le relazioni umane senza doverle sciupare oppure demolirle. Pare
ci sia un’area di non-umanità nell’uomo, luogo inconscio in cui ancora si può
sognare ed elaborare i vissuti traumatici (comprese le guerre), uno spazio di
prevenzione alla dis-umanizzazione e alla trans-umanità (due livelli differenti
ma potenzialmente consequenziali): l’uomo automatico che pericolosamente ha
smesso di pensare. Il non-umano come invito a cogliere e accettare la fragilità,
il limite e il confine dell’uomo. Un margine che disegna il perimetro tra sé e
l’altro e che permette di incontrarsi nella eterogeneità e nella diversità.
Potremmo immaginare, allora, il motore del mondo vivo attraverso una comunità
attiva e non-violenta e il desiderio dell’uomo come un sogno che incontra la
realtà in vita e nella sua pulsione e non in morte e nell’annientamento?
Mi torna in mente la speranza come movimento che non è mai di comodo sia
nell’essere desiderato in sogno che nel vissuto all’interno della realtà.
Diventa un’azione attiva e non-violenta, nel senso che affinché le cose prendano
una piega diversa l’impegno dell’uomo è proprio legato alla vita e al suo
privilegio di poterla abitare nel bene di tutti.
CARTA, FERRO E LEGGEREZZA
La carta (nella forma della cartapesta) e il ferro sono i materiali che usi e
strumenti di studio e ricerca. Comunicano leggerezza piena e salda pur
mantenendo la loro delicatezza. Cosa ne pensi della mobilità e dell’apertura
come caratteristiche del femminile-nel-mondo, cioè quella parte della realtà che
dà “peso” e che accoglie lo stare-in-relazione con sé e con l’altro?
La parola “peso” ha un valore inestimabile per la leggerezza. La carta è legata
molto alla leggerezza che a sua volta è collegata alla fragilità. Il gesto con
cui si strappa un foglio di carta è semplice e sicuro, ma questo stesso gesto
non può essere realizzato con la cartapesta perché è una lavorazione che cambia
la natura della carta attraverso la sua stratificazione, strato dopo strato, si
struttura e diventa altro. Nell’incontro tra i due materiali che utilizzo, il
ferro e la carta, risalta la forza di quest’ultima: in un ambiente ostile il
ferro finirà per sgretolarsi e scomparire mentre la carta ha la capacità di
resistere. Questa caratteristica mi affascina, portandomi a riflettere sul
rapporto tra l’uomo e il suo ambiente.
Forse sono proprio le tue sculture di cartapesta e ferro che raccontano questa
sfida: la possibilità di un incontro con un ambiente nuovo, diverso e fragile,
plurale e molteplice. Le tue opere orientano lungo vie temporali differenti: un
passato vivo, un presente incerto e una visione nuova per la società del futuro
meno rigida e chiusa, più attiva e non-violenta.
Credo che se una stessa scultura comunica, nel tempo, qualcosa di diverso
dipende dalla persona che l’opera incontra e ciò che egli trova. Il processo
artistico coinvolge il mondo interno dell’individuo, la sua possibilità di
cambiamento rispetto al primo sguardo iniziale e a quanto la sua posizione come
spettatore si muove dinamicamente. Nel corso degli anni si perde lo stupore
della prima volta e la sensazione di incanto della prima fase d’incontro con
l’opera. Il secondo sguardo, invece, si rivolge cercando altro ed è quasi un
piacere se “quest’altro” è trovato come nuovo ogni volta in ciò che si è già
realizzato. Se come artista scopro qualcosa di sconosciuto e non-saputo,
attraverso ciò che di diverso ha visto l’altro e che stupisce anche me,
ri-guardo il mio stesso lavoro in modo differente e diventa nuova la
restituzione che ricevo dall’opera stessa. Si crea una circolarità che ha
effetti reali sull’ambiente circostante in modo reciproco e scambievole.
Una relazione mutua del dare e dell’avere che richiama, insomma, una dimensione
temporale. Il secondo sguardo chiede impegno, lentezza e fatica proprio perché
la relazione possa essere ancora vissuta e compresa. In psicologia
psicoanalitica, parliamo del secondo tempo di un rapporto umano che cerca un
momento differente in cui scoprire l’Altro in se stesso. È l’opera umana che,
tesa alla costruzione di nuove intimità, trasforma lo stare insieme in un tempo
di conoscenza meno minaccioso.
La relazione, perciò, diventa più dinamica e non muore se lo stupore, per quanto
meraviglia unica, vive una trasformazione trovando la misura di se stessi con
l’altro e viceversa, insomma una conquista del limite. Il “secondo tempo”
significa per me, quindi, lentezza e fatica perché alla fine della vita tutto
ciò che è veramente importante e potente richiede sforzo. Questa esperienza di
impegno e responsabilità non è necessariamente qualcosa di negativo oppure
un’espressione punitiva e una espiazione. Purtroppo, inseguiamo un sistema
sociale complesso e articolato e ancora molto verticale in cui il culto del
potere non prevede il concetto della “cura”, l’unica azione che invece potrebbe
garantire un mondo sano ed equilibrato in cui poter vivere.
RELAZIONE, GUERRA E CURA
Sulla soglia della guerra, quindi, sembra che si perpetui una fusione mortale e
indifferenziata per l’uomo. Un individuo che non diventa “soggetto” capace e
libero, riconosciuto e visto non conquista un pensiero adulto che dialoga e si
confronta e l’unico modo per sopravvivere sarà lo scollamento folle con se
stesso e con l’altro: esperienza che può portare all’etero- e
all’auto-distruzione della specie. Pare assente un investimento psico-corporeo
per l’uomo – l’amore caldo – come passaggio necessario per la parola e per
l’esistenza umana.
Il senso di un mondo-in-salute, infatti, è pensare che nessuno debba schiacciare
l’altro e nemmeno farsi schiacciare dall’altro, nessuno è materia da plasmare o
manipolare. C’è la storia di una mia scultura che discute di questo: “S’io mi
intuassi, come tu t’inmii”. Due teste umane vicine ma che non si fondono,
nessuno dei due prende il sopravvento sull’altro, nessuno dei due significa le
parole dell’altro.
Nella società attuale sembra, perciò, sempre più difficile digerire le
separazioni e le perdite. Manca la capacità di elaborare il lutto e affrontare
la solitudine. È debole la trasformazione del vuoto in uno spazio d’assenza in
cui poter entrare in contatto con un mondo reale e vivo. Probabilmente, è il
tempo della lentezza che ci rapporta con la morte e il suo dolore, un movimento
di attesa feconda che permette la nascita di un desiderio, figlio
dell’elaborazione del lutto. Han Kang scrive delle morti bianche nelle guerre
che hanno barbarizzato la Corea. Parla delle persone scomparse il cui lutto
appare sospeso in eterno. Cosa ne pensi…?
Mi viene in mente una mia scultura il cui titolo è “Ho tre alberi sulla schiena
sottili come frecce” un lavoro sull’elaborazione del lutto: tre grandi assenze,
tre grandi dolori che mi hanno attraversata come frecce appuntite ma il tempo
che ho impiegato a dare corpo all’opera ha fatto sì che lo strazio diventasse il
fertile terreno di una rinascita. Un duro lavoro che è stato cura del mio mondo
interiore.
L’incontro si conclude sulla necessità di restituire a ciascuno una lingua
madre. Lingua delle origini che cura, accoglie e dona e che consegna in eredità,
a tutti coloro che non ce l’hanno, la capacità di vivere il mondo potendo
decifrare la realtà che lo investe.
Antonella Musella