Terremoto “Centro Italia”: dopo dieci anni l’io ha prevalso sul noi
Ognuno, dopo dieci anni, ha il suo, di terremoto “Centro Italia”. Il mio, quello
strettamente personale, mi è presente da dieci anni, ogni volta che esco di
casa, o se mi affaccio dalla finestra. Io sono certo che questa fisicità, questa
convivenza con le rovine accanto alla mia casa integra, mi abbia reso diverso
nel tempo. Sicuramente non in meglio.
Poi c’è il terremoto che ho trovato da quella mattina del 24 agosto a Pescara
del Tronto. Le case, a otto ore dalla scossa della notte, ancora fumanti dalla
polvere, come se anziché scosse da sottoterra, fossero state bombardate dal
cielo; i 52 morti di Arquata del Tronto dentro i sacchi neri all’obitorio
dell’ospedale di Ascoli Piceno (tranne Marisol di pochi mesi, già composta
dentro una piccola bara bianca); i paesi con le case aperte, quelle sì, come
scatolette di tonno; il dolore autentico, perfino delle autorità, ai funerali di
Stato ad Ascoli, in un irreale sabato mattina d’agosto.
C’è il terremoto di Enzo Rendina, arrestato e processato perché non voleva
lasciare Pescara del Tronto.
C’è il terremoto di Massimo Dall’Orso, e dell’altra ventina di persone che hanno
scelto di morire non resistendo al peso immateriale della non ricostruzione.
Il terremoto di Francesca di Castelsantangelo sul Nera, incontrata per caso tra
dolore e macerie, diventata presto amica e sorella, e persa quasi subito per un
tumore post sisma.
Il terremoto degli albergatori della costa adriatica, che hanno ospitato per un
paio d’anni qualche migliaio di persone, destagionalizzando per decreto
commissariale.
Il terremoto dei farmacisti del cratere e delle casa farmaceutiche produttrici
di benzodiazepine e tranquillanti, ma anche quello dei baristi con il bar ancora
in piedi, che hanno diminuito drasticamente i cappuccini e le pastarelle,
sostituiti esponenzialmente da alcolici ad alta gradazione.
Il terremoto di tanti con cui ho parlato, raccolto i sentimenti, le speranze, la
protesta e l’indignazione.
Quelli che hanno deciso di non tornare più; quelli che hanno deciso di rimanere,
ancora oggi, dentro una scatola di poliuretano chiamata SAE, il cui tetto nel
primo inverno venne sfondato dalla neve e qualche settimana fa è stato sfondato
dalla grandine diametro albicocca.
Poi c’è il terremoto di quelli che ci hanno guadagnato, da un piccolo
finanziamento, una comparsata, fino all’appalto strepitoso. Tanti piccoli, medi
e grandi furbi.
Di quelli che hanno denunciato Nonna Peppina a Fiastra, regolando un vecchio
rancore di vicinato.
Del sindaco di Monte Cavallo, denunciato per appropriazione indebita del
Contributo per l’Autonoma Sistemazione, perché ha continuato a vivere per due
anni nella sua casa inagibile.
Di quelli che hanno fatto lavorare in nero gli operai nei cantieri.
Dell’Ospedale di Amandola, ricostruito grazie all’assegno di partenza di cinque
milioni di euro, donati alla Regione Marche dall’oligarca russo Igor Sečin,
presidente della multinazionale del petrolio e del gas Rosneft.
Il terremoto degli studenti dell’Università di Camerino, che per difendere il
valore che il loro ateneo rimanesse sull’Appennino, di fronte alla richiesta di
una delocalizzazione (temporanea, ma che sarebbe stata definitiva) sulla costa,
si sono resi disponibili a studiare di giorno in paese e a dormire a Senigallia,
con un pendolarismo di 200 km al giorno in pullman.
C’è il terremoto della politica, che dopo dieci anni ha costruito il Deltaplano
per i turisti di Castelluccio, ma non Castelluccio; le piste da sci di plastica,
gli impianti di risalita e gli igloo sui Sibillini, ma non i paesi dei
Sibillini; i percorsi benessere kneipp nel fiume a Pievetorina, ma non
Pievetorina.
Poi c’è il terremoto di quelli che grazie al terremoto sono diventati
parlamentari, consiglieri regionali, e di quelli che rimarranno sindaci e
presidenti a vita di qualcosa.
Un solo catastrofico terremoto che ha generato tanti, infiniti, piccoli e
personali terremoti.
La situazione oggi è quella che l’onestà di ciascuno (ammesso che la si abbia)
può oggettivamente registrare. Tangibile, documentabile, fotografabile. Al netto
di ogni mainstream e propaganda.
Ed è quella che è perché, dopo dieci anni, ognuno ha pensato al ‘suo’ di
terremoto, anziché scegliere di costruire un post terremoto di tutti.
La Strategia dell’Abbandono, dopo dieci anni, ha concluso, vincendo, il suo
lavoro. Perché la brace che la rigenera, è l’ ‘io’ e il ‘mio’.
Per il ‘noi’ sarebbe servita più generosità e meno egoismo. Più ‘cedere’, che
‘prendere’. Più fraternità e meno ego.
Più democrazia, cassata per decretazione, nella gestione delle emergenze già dal
terremoto de L’Aquila.
La democrazia, in fondo, è la prima vittima di ogni catastrofe naturale.
Leonardo Animali