Sophie Elmhirst / 117 giorni alla deriva
Nel 1972 i coniugi Bailey, Maurice e Maralyn, dopo anni di lavori per ultimare e
perfezionare la loro nuova barca – battezzata Auralyn, dall’incrocio dei loro
nomi – salpano dall’Inghilterra con un obiettivo ben chiaro e definito
all’orizzonte: attraversare l’Oceano Atlantico e l’Oceano Pacifico fino a
raggiungere la Nuova Zelanda. Isolando quest’introduzione, senza lasciar
presagire nulla dello sviluppo della storia, potrebbe suonare come uno di quei
libri che si possono trovare cercando qualcosa da leggere in letteratura di
viaggio: una storia vera, un racconto di un’impresa, un libro a lieto fine. Ma
Sophie Elmhirst, giornalista del “The Guardian Long Read” e “The Economist”,
nelle sue ricerche per un articolo su coloro che vivono in mare, si imbatté in
una storia di un naufragio sconcertante. Dalla lettura dei diari di bordo e dei
resoconti che ne seguirono, nel 2024 nasce il libro Un matrimonio in mare
aperto. La vera storia di Maurice e Maralyn, edito quest’anno da NNE con la
traduzione di Alessandra Castellazzi.
Maurice e Maralyn da sempre sognano una vita lontana dal Regno Unito. Entrambi
appassionati di sport all’aperto e del mondo naturale, stanchi della sonnolenza
e del conformismo che offre la vita quotidiana a Derby, dopo qualche anno di
matrimonio decidono di vendere la casa di loro proprietà e di costruire una
barca. Il progetto è di raggiungere la Nuova Zelanda, secondo i Bailey la
quintessenza della libertà e dell’ignoto, attraversando due oceani e le molte
terre che si ergeranno al loro passaggio: Spagna, Portogallo, Caraibi, Panama.
Attraversato il canale di Panama, infatti, avrebbero poi impiegato circa dieci
giorni per raggiungere le Galapagos, primo tratto della traversata dell’Oceano
Pacifico. Come scrive Maurice, «può somigliare ad un deserto, questo oceano […]
ma negli abissi un paesaggio c’è». Così, mentre la Auralyn procedeva, capitanata
da Maurice, all’alba del 4 marzo 1973 una balena emerse dalla vita sottomarina e
speronò la barca, danneggiandola irrimediabilmente.
In quel deserto fatto d’acqua e vita marina Maurice e Maralyn resistettero 117
giorni con solamente una zattera e un gommone. L’effetto chiarificatore che
entrambi cercavano, lasciando l’Inghilterra, arrivò sotto le sembianze di altri
eventi, rispetto a ciò che avevano immaginato: l’esplorazione di ricche terre
piene di vegetazione si tradusse nell’esplorazione degli abissi dentro loro
stessi, dentro la propria solitudine e le proprie paure, dentro il loro
matrimonio e il futuro. «Una pace prossima all’annientamento», così descrive
Maurice l’essere sopravvissuti quattro mesi nel mezzo dell’oceano, cacciando la
fauna marina, accarezzando una lontananza pura e selvaggia dal mondo. Talvolta,
però, ci si può sentire meno soli in una zattera di salvataggio con la sola
quanto totale presenza di una persona, piuttosto che circondati da migliaia. Per
Maralyn e Maurice fu esattamente così, «perché cos’altro è un matrimonio, in
fondo, se non essere bloccati su una piccola zattera con qualcuno e provare a
sopravvivere?» Alla domanda di Maralyn, oramai vedovo, Maurice risponderà solo
molto più tardi: «Stare da solo era come tornare a terra».
Il romanzo di Sophie Elmhirst è una sorprendente storia di resilienza, di
speranza e di umanità, che ci interroga sul significato di solitudine e sui
legami che ci sorreggono e ci spingono ad andare avanti anche quando sembra
impossibile.
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