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Michigan, tre settimane prima del voto: chi definisce i confini dell’appartenenza?
A tre settimane dalle elezioni generali del 3 novembre, la corsa al Senato in Michigan è entrata in una fase diversa. Nelle settimane precedenti avevamo seguito soprattutto un esperimento di allargamento della coalizione: Abdul El-Sayed cercava punti di contatto con elettori lontani dal proprio campo, senza modificare le proprie posizioni. Prima l’anti-interventismo, poi alcuni temi condivisi con il mondo MAHA. Ora il conflitto sembra spostarsi su una domanda più fondamentale: chi ha il potere di definire a quale comunità politica appartiene un candidato? Da “radicale” a “estraneo” Il 7 ottobre Donald Trump è intervenuto direttamente nella campagna del Michigan, definendo El-Sayed un “RADICAL Extremist” e un “Terrorist Sympathizer”. Nei giorni successivi ha continuato gli attacchi, arrivando a chiamarlo “Mohammad” invece che Abdul e a usare espressioni come “Jihadist lunatic”. Reuters ha inserito queste dichiarazioni in un più ampio aumento della retorica anti-musulmana del presidente. [1] Reuters Non è la prima volta che El-Sayed viene presentato dai repubblicani come un candidato troppo a sinistra. Ma qui il terreno è diverso. La critica non riguarda più soltanto Medicare for All, Israele, Gaza, il rapporto con Hasan Piker o le sue posizioni economiche. Attraverso parole come “terrorist sympathizer”, “jihadist” e il richiamo esplicito alla sua identità musulmana, l’attacco arriva a suggerire qualcosa di più profondo: che il candidato non sia pienamente parte della comunità nazionale che vorrebbe rappresentare. È il passaggio dalla contestazione delle idee alla contestazione dell’appartenenza. Il dibattito porta questo conflitto sul palco Il giorno successivo al primo attacco di Trump, El-Sayed e Mike Rogers si sono affrontati nel loro primo dibattito televisivo. Il confronto è stato duro e personale. Rogers, mentre difendeva il proprio passato sostegno ai programmi federali di sorveglianza, ha evocato legami familiari e finanziari di El-Sayed con persone o organizzazioni associate all’estremismo islamista. PolitiFact ha verificato alcune di queste affermazioni, osservando che i documenti citati non dimostrano finanziamenti al terrorismo e che varie accuse collegavano selettivamente singoli donatori o sostenitori a organizzazioni controverse. [2] PolitiFact El-Sayed, da parte sua, ha sostenuto che Trump stesse usando la sua fede e le sue origini per distogliere l’attenzione dai problemi concreti degli elettori. AP ha descritto il dibattito come un confronto particolarmente aggressivo, in cui politica estera, Iran, Israele, costo della vita e identità personale si sono continuamente sovrapposti. [3] AP News Il punto non è stabilire chi abbia “vinto” quel dibattito. È osservare che il conflitto sulla definizione del candidato — radicale, musulmano, americano, progressista, pericoloso o semplicemente avversario politico — è ormai diventato parte esplicita della campagna. Una battaglia nazionale sull’immagine di El-Sayed L’intervento di Trump produce anche un’altra conseguenza: la corsa del Michigan viene sempre meno trattata come una competizione locale. AP ha osservato che i repubblicani stanno cercando di trasformare El-Sayed in uno dei personaggi centrali delle elezioni di medio termine del 2026. La sua candidatura viene usata come simbolo di ciò che la destra presenta come radicalizzazione del Partito democratico. [4] AP News Ma questo tentativo può produrre anche un effetto paradossale: più El-Sayed diventa un simbolo nazionale, più ottiene occasioni per presentarsi direttamente a elettori che altrimenti conoscerebbero soltanto l’immagine costruita dai suoi avversari. Nelle ultime settimane è apparso ripetutamente anche su Fox News e in altri spazi mediatici conservatori. Trump stesso ha attaccato Fox per aver, a suo giudizio, presentato El-Sayed in modo troppo favorevole. [5] La battaglia non riguarda quindi più soltanto ciò che El-Sayed pensa. Riguarda chi riuscirà a definirlo agli occhi degli elettori. Due movimenti opposti sui confini Qui emerge un collegamento diretto con quanto osservato otto settimane dopo le primarie. Allora El-Sayed cercava di rendere più permeabili i confini della propria coalizione: parlare a elettori MAHA senza adottare lo scetticismo sui vaccini, trovare un terreno comune con conservatori anti-interventisti senza spostarsi semplicemente verso destra. Ora Trump e Rogers sembrano compiere il movimento opposto. El-Sayed prova ad attraversare i confini politici. I suoi avversari cercano di renderli nuovamente rigidi, definendolo come qualcuno che si trova al di fuori non soltanto del mainstream politico, ma — implicitamente o esplicitamente — della stessa comunità nazionale. È questa tensione a rendere qualitativamente diversa la fase attuale. Ma il confine non viene definito da una sola parte Anche all’interno del Partito democratico, nel frattempo, continuano movimenti in senso contrario. Il governatore Gretchen Whitmer ha fatto la sua prima apparizione pubblica con El-Sayed dopo le primarie, mentre Barack Obama ha ora espresso esplicitamente il proprio sostegno alla sua candidatura e farà campagna con lui in Michigan il 24 ottobre. AP osserva che la leadership democratica nazionale sta sempre più trattando la sua candidatura come parte centrale della battaglia per il controllo del Senato. [3][4] AP News Questo non significa che le divisioni interne siano scomparse. Il rapporto con una parte dell’elettorato ebraico resta delicato, e le differenze su Israele restano profonde. Anche Rogers cerca di presentarsi come candidato pragmatico e, su temi come i dazi con il Canada e la guerra con l’Iran, ha preso le distanze da alcune politiche di Trump. [6] Axios Il quadro, quindi, non è quello di due blocchi immobili. È quello di due candidati che cercano entrambi di attraversare alcuni confini, mentre altri attori cercano contemporaneamente di irrigidirli. Tre settimane prima del voto A tre settimane dalle elezioni, la domanda centrale non è più soltanto quanto El-Sayed possa allargare la propria coalizione. È diventata anche: chi riuscirà a definire ciò che El-Sayed rappresenta? Un candidato progressista che cerca terreni comuni con elettori lontani dal proprio campo? Oppure il simbolo di una presunta radicalizzazione democratica, come sostengono Trump e Rogers? Il risultato di questa battaglia non dipenderà soltanto dai programmi o dalle etichette. Dipenderà anche dalla capacità degli elettori di distinguere fra ciò che un candidato dice e fa, e l’immagine che altri cercano di costruire attorno a lui. Tre settimane prima del voto, la corsa del Michigan è diventata anche una battaglia sui confini dell’appartenenza politica — e su chi abbia il diritto di tracciarli. Note [1] Reuters, 9 ottobre 2026, Trump online: A burst of anti-Somali and anti-Muslim rhetoric; Fox News, 9 ottobre 2026, sulle dichiarazioni di Trump dopo il dibattito. [2] PolitiFact, 8 ottobre 2026, Fact-check: El-Sayed and Rogers level personal attacks in first Michigan Senate race debate. [3] Associated Press, 8 ottobre 2026, Rogers and El-Sayed trade attacks in combative first Michigan Senate debate. [4] Associated Press, 11 ottobre 2026, Republicans want Abdul El-Sayed to be the main character of the midterms. He’s happy to oblige. [5] Axios, 8 ottobre 2026, Inside Trump’s blow-up at Fox News over El-Sayed coverage. [6] Axios, 7 ottobre 2026, Michigan Senate hopeful Rogers distances himself from Trump. *Articolo basato su materiali pubblicamente disponibili consultati fino al 14 ottobre 2026.* Kazuhiro Imamura
October 16, 2026
Pressenza
Michigan, due settimane dopo: che cosa dice davvero la vittoria di Abdul El-Sayed
Denaro alla politica, Gaza, identità e una domanda aperta sulle elezioni di novembre. Pressenza ha già seguito la vittoria di Abdul El-Sayed alle primarie democratiche per il Senato in Michigan, così come altre affermazioni di candidati progressisti negli Stati Uniti. A due settimane dal voto, però, vale la pena tornare su quel risultato. Non tanto per ripetere la cronaca, quanto per osservare che cosa è accaduto dopo e quali domande il caso Michigan sta aprendo sulla democrazia statunitense. La cronaca, in breve Il 5 agosto AP ha assegnato la vittoria a El-Sayed, medico ed ex responsabile della sanità pubblica di Detroit. Ha sconfitto la deputata Haley Stevens, sostenuta dall’establishment democratico, con circa il 48,5% contro il 47,5%: meno di un punto percentuale e 14.893 voti di differenza. La sua campagna aveva puntato su Medicare for All, limiti al peso del denaro delle imprese in politica e fine degli aiuti militari statunitensi a Israele. Il dato che ha attirato maggiore attenzione è stato però quello finanziario. I gruppi esterni che sostenevano Stevens hanno speso oltre 60 milioni di dollari; più di 30 milioni provenivano da AIPAC e organizzazioni collegate. Sarebbe eccessivo concludere che «il denaro non conta»: nelle elezioni generali i super PAC repubblicani stanno già investendo decine di milioni di dollari contro El-Sayed. Ma la domanda ormai è inevitabile: fino a che punto il denaro può determinare chi viene ascoltato? E quali voci rischiano invece di essere sommerse dalla capacità di spesa delle grandi organizzazioni? La vittoria non ha inoltre chiuso il conflitto interno al Partito Democratico. El-Sayed ha cercato di ricomporre l’elettorato moderato e ha parlato con Barack Obama. Il repubblicano Mike Rogers, al contrario, ha cercato immediatamente di presentarlo come «estremista», arrivando ad attribuirgli l’idea che gli Stati Uniti «meritassero l’11 settembre». FactCheck.org ha verificato che non esistono prove che El-Sayed abbia mai sostenuto una simile posizione, e lo stesso candidato l’ha respinta esplicitamente. Quando identità e appartenenza diventano terreno elettorale El-Sayed è il primo musulmano candidato dal Partito Democratico al Senato, e AP ha documentato l’aumento di retorica islamofoba dopo la sua vittoria. Quando l’identità religiosa di un candidato viene trasformata in uno strumento per metterne in dubbio l’appartenenza, la lealtà o perfino la legittimità politica, la questione non riguarda più soltanto quel candidato. Riguarda il modo in cui una democrazia decide chi può essere considerato pienamente parte della comunità politica. Gaza entra nella politica interna In una lunga intervista alla radio pubblica di Detroit WDET, El-Sayed ha ribadito che non avrebbe smesso di definire «genocidio» la guerra a Gaza neppure per convenienza elettorale, distinguendo al tempo stesso gli ebrei e l’ebraismo da AIPAC e dal governo israeliano. Un sondaggio Fox News pubblicato il 13 agosto ha mostrato un dato significativo: il 55% degli intervistati in Michigan era contrario alla prosecuzione degli aiuti militari statunitensi al governo israeliano, contro il 44% favorevole. Tra gli oppositori agli aiuti, El-Sayed era avanti di 29 punti. Questo non significa che Gaza deciderà da sola le elezioni di novembre. Significa però che la politica estera è entrata direttamente nella politica interna. Dietro questi dati ci sono comunità, famiglie e cittadini che vedono questioni di guerra, pace e identità entrare direttamente nella loro vita politica quotidiana. Due sondaggi opposti, una corsa ancora aperta Una rilevazione Fox News dava Rogers avanti 51% a 47%; un successivo sondaggio TIPP Insights ha invece indicato El-Sayed al 45% e Rogers al 42% tra gli elettori più propensi a votare. Campioni e metodi sono diversi, quindi non è possibile trasformare questa oscillazione in una tendenza. RealClearPolitics continuava al 19 agosto a classificare la sfida come «Toss Up», sostanzialmente in equilibrio. Non una marcia uniforme verso sinistra Anche il quadro nazionale invita alla cautela. In Minnesota la progressista Peggy Flanagan ha vinto le primarie democratiche per il Senato, mentre in Wisconsin il moderato David Crowley ha sconfitto la socialista democratica Francesca Hong nella corsa a governatore. Pressenza ha inoltre seguito le vittorie di candidati progressisti a New York e quella di William Lawrence nel 7° distretto del Michigan. Non siamo quindi davanti a uno spostamento uniforme «a sinistra» del Partito Democratico. Piuttosto, Stato dopo Stato, vengono messi alla prova modelli diversi: cercare il centro per conquistare gli indecisi oppure mobilitare nuovi elettori attraverso programmi più netti, campagne porta a porta e piccole donazioni. Leggere criticamente l’informazione Anche il modo in cui questa vicenda viene raccontata cambia il suo significato. Le grandi agenzie come AP e Reuters forniscono l’ossatura dei fatti; una radio pubblica locale come WDET fa emergere più chiaramente la voce del candidato e le tensioni della società del Michigan; testate come Pressenza mettono invece in primo piano il rapporto fra guerra, pace, denaro politico e partecipazione dal basso. Nessuno di questi punti di osservazione, preso da solo, esaurisce la realtà. Sovrapporli aiuta però a distinguere i fatti dalle cornici interpretative e a vedere come anche la scelta delle parole contribuisca a costruire l’immagine di un candidato e di un conflitto politico. La domanda che resta Per questo la vittoria di El-Sayed merita di essere osservata anche fuori dagli Stati Uniti. Non perché dimostri già che una nuova sinistra possa vincere a livello nazionale, ma perché concentra in una sola elezione alcune delle domande più difficili della democrazia contemporanea: quanto pesa il denaro, chi riesce a far sentire la propria voce, quanto la guerra modifica le appartenenze politiche, e che cosa accade quando religione e origine vengono usate per trasformare un avversario in qualcuno di «estraneo». Il risultato delle primarie è stato di misura. Le elezioni generali saranno molto più difficili. La conclusione più prudente, al 19 agosto, non è dunque «i progressisti hanno vinto». È un’altra: in uno degli Stati decisivi degli Stati Uniti è cominciato un esperimento politico. Nei prossimi mesi vedremo se una coalizione progressista, costruita attorno a sanità universale, critica del grande denaro, opposizione agli aiuti militari a Israele e mobilitazione dal basso, saprà reggere anche quando l’avversario non sarà un altro democratico, ma il Partito Repubblicano. Coordinamento Giapponese per la Pace · Rapporto intermedio al 19 agosto 2026 Fonti essenziali * AP, 5 e 13 agosto 2026; FactCheck.org, 10 agosto (agg. 11 agosto); WDET / The Metro, 11 agosto 2026. * Fox News Poll, 13 agosto 2026; TIPP Insights / Newsweek, 19 agosto 2026; RealClearPolitics, 19 agosto 2026. * Pressenza Italia, «Giovane, musulmano, progressista: Abdul El-Sayed vince le primarie democratiche per il Senato nel Michigan», 5 agosto 2026; «Giovane, attivista, ambientalista: William Lawrence vince le primarie democratiche nel 7° distretto del Michigan», 6 agosto 2026. Pressenza IPA
August 21, 2026
Pressenza