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Michele Kettmajer / Il tempo ha cambiato consistenza
Come suggerisce Luca De Biase nell’introduzione, «l’intelligenza artificiale oggi mostra tante prospettive quanti sono i punti di vista di quel miliardo e 200 milioni di persone che vi si addentrano in cerca di risposte» con specifico riguardo a «intellettuali, economisti, imprenditori, politici che non cessano di dibatterne». Michele Kettmajer, autore, consulente, e docente universitario per i processi di innovazione digitale, nel panorama italiano si inserisce in questa conversazione, affidando le sue riflessioni a questo agile volumetto per Sossella. Il saggio focalizza come altrettante stazioni di un percorso intellettuale necessariamente provvisorio e non lineare, i nuclei tematici che in questa fase associamo all’automazione cognitiva e alla sua introduzione nelle filiere delle società industriali. Il primo di questi, avvolto in una nebbia di ansie e di paure, riguarda il futuro del lavoro. Quattro, secondo l’autore, le faglie problematiche: la concentrazione del potere e delle infrastrutture; la questione del reddito, come pilastro di stabilità sistemica non premiale o retributivo; terzo, gli adattamenti che sul territorio accompagneranno una transizione per fasi conflittuale per necessità. Infine, la questione forse più scomoda, e non solo per l’orizzonte politico delle nostre post democrazie: immaginare una società dove la premessa della cittadinanza non coincide più con la partecipazione all’attività economica. Kettmajer, che nello spettro della conversazione sulle AI collocherei decisamente agli estremi della fazione umanista, ma non certo tra i conservatori, prova a mettere a fuoco la missione degli umani dentro al nuovo paradigma cognitivo. Il rischio, per la specie, non  è l’estinzione né la sottomissione a una nuova megamacchina – per usare la celebre definizione di Lewis Mumford – che ci sovrasta per rapidità ed estensione in tutte le connessioni del sapere. Il vero rischio è finire invece alla mercé di quattro oligarchi lasciati a decidere il futuro del mondo. L’AI ci costringe infatti «a guardare ciò che altrimenti rimarrebbe opaco: la concentrazione del potere, le infrastrutture invisibili che ci governano, la dipendenza cognitiva che abbiamo costruito e che ora ci attraversa». Il capitalismo delle piattaforme, emerso nella fase social, nella fase “cognitiva” ha sfondato la sfera psichica per presentarsi nella sua dimensione ontologica e performativa: se esiste una leva per sollevare questo macigno, sicuramente non sono oggi le grandi narrazioni riguardo all’etica della AI «un’operazione di marketing regolamentare», un messaggio rassicurante che non disturba il manovratore e assegna a Big Tech il ruolo di garante “responsabile” di sé stesso. L’orizzonte dell’intelligenza artificiale non coincide infatti con la “nuova Genesi” reclamizzata dai suoi investitori ma – per restare sul piano delle metafore bibliche – dovrebbe semmai adottare la visione dell’Apocalisse e ripensare radicalmente un nuovo inizio. In uno dei passaggi più suggestivi del libro, l’autore rispolvera anche la teoria della mente bicamerale di Julian Jaynes per suggerire che se la coscienza non è una prerogativa innata ma il prodotto storico di un adattamento, qualcosa di analogo potrebbe verificarsi anche con l’affermazione dell’intelligenza artificiale che possiamo immaginare come un rischio o un’opportunità evolutiva a seconda delle configurazioni e degli equilibri destinati a emergere nel prossimo futuro. L’AI non è infatti un’estensione delle nostre capacità né un premuroso servo onnisciente e va vista invece come “un’architettura operativa per una trasformazione più profonda”, al termine della quale la coscienza come oggi la conosciamo potrebbe, nel caso peggiore, finire svuotata o diventare ridondante. Se i modelli linguistici (LLM) hanno fornito a milioni di persone una conoscenza sintetica prima inaccessibile, hanno d’altro canto favorito interrogazioni e risposte oracolari, perpetuando l’equivoco di una coscienza artificiale antropomorfa.  Se non vogliamo arrenderci alla logica senza ritorno dell’ottimizzazione, nei prossimi anni dovrà emergere una diversa ecologia cognitiva che, con rituali propri, alimenti una pratica di senso comunitaria, decentrata e condivisa, che non privilegi esclusivamente il valore predittivo e le metriche dell’automazione. Se per Peter Thiel, che con la sua infrastruttura globale aggira ogni giorno le vetuste barriere nazionali, la minaccia dell’Anticristo coincide con l’affermazione di un ordine politico mondiale, sarebbe un errore negare a nostra volta la crisi delle democrazie per contrapporre il loro vuoto simulacro al disegno tecnocratico. Il profitto del capitale e la burocrazia dello Stato esprimono del resto perimetri e oligarchie oggi del tutto inadeguate a gestire una rivoluzione come quella dell’AI, per quanto il paragone con l’elettricità o le ferrovie dei secoli passati possa risultare suggestivo. Dietro al gran parlare di sovranità tecnologica, il digitale è sceso infatti dalle nuvole riacquistando la sua visibilità materiale, in primo luogo energetica, in un “equilibrio del terrore” industriale dove la politica è solo l’improbabile scenografia di processi economici molto concreti. Il potere dell’intelligenza artificiale e di Big Tech nasce oggi dal vuoto della politica. Negli Stati Uniti e in Occidente, un trentennio di amministrazioni progressiste o bipartisan ha reso la tecnologia digitale abitabile, e quindi pervasiva, fraintendendo tuttavia la sua natura di infrastruttura politica. Il valore dell’AI, al contrario, «non nasce dalla semplice competizione tra modelli ma da un dialogo reale tra tecniche e forme di vita». La seconda parte del volume esplora questa dimensione, attraverso una panoramica di realtà e territori – dalla Rift Valley keniota a Taiwan, dal warfare israeliano nella macelleria di Gaza alle trasformazioni del paesaggio – che nelle geografie emergenti del calcolo e dell’intelligenza artificiale prova a catturare nel concreto alcune strategie economiche, civili, militari, ecc. già oggi operative. In conclusione, un libro che, con un suo carico di idee, spunti e suggestioni, stimola una riflessione a 360° sulla portata e la complessità di una trasformazione oggi soltanto agli inizi. Una partita che l’autore intende ancora aperta, malgrado «la sensazione che il tempo abbia cambiato consistenza (…) con il risultato che molte decisioni vengono prese prima ancora che esiste una narrazione condivisa di ciò che sta accadendo».           L'articolo Michele Kettmajer / Il tempo ha cambiato consistenza proviene da Pulp Magazine.
August 20, 2026
Pulp Magazine