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Il contributo delle culture originarie alla costruzione della pace
Il contributo delle culture originarie alla costruzione della pace è fondamentale, per quanto, evidentemente, non riconosciuto nel suo valore, nella sua sostanza e nella sua originalità a causa del retaggio duraturo e delle culture profonde legate alle politiche coloniali, imperialistiche e neocoloniali. Il carattere fondamentale di tale contributo non è legato all’esigenza di riconoscerlo “a posteriori” come una sorta di attestato di riparazione, di restituzione e di riconciliazione, che pure rappresentano fattori decisivi ai fini del riconoscimento del carattere costituivo e originario di tali popoli e di tali culture e come fattore chiave di responsabilità, rispetto e convivenza (verità, giustizia e riconciliazione). La natura fondamentale di tale contributo, viceversa, è legata propriamente al contenuto, al contributo in sé, che tali popoli e culture offrono, al fatto cioè che specifici contenuti di tali culture forniscono elementi e chiavi di lettura decisivi nel senso della composizione delle controversie e della soluzione dei conflitti. Sono cioè, a saperle vedere e riconoscere, componenti essenziali, come altre cui, per cultura e tradizione, siamo più abituati, di una teoria-pratica generale di costruzione della pace (peacebuilding) e sono (dovrebbero essere) parte integrante della ricerca sulla pace e sui conflitti. La XII Conferenza internazionale dei musei per la pace, nel contesto delle attività svolte presso il Museo canadese per i diritti umani, Winnipeg, Manitoba, a partire da uno dei suoi temi-guida (la decolonizzazione delle istituzioni museali e della ricerca sul tema della pace, dei conflitti e dei diritti umani), ha aperto uno spazio fondamentale anche in questo senso: interloquire direttamente con personalità e contenuti delle culture originarie e aprire un dialogo collettivo sugli apporti fondamentali che da queste culture provengono nel senso della costruzione della pace, della tutela dei diritti e della lotta per l’autodeterminazione. I tre elementi chiave di tali universi culturali sono allora così riassumibili: interconnessione, olismo, circolarità. Il concetto di “interconnessione” o anche di “sé in relazione” traduce un approccio esistenziale e relazionale di condivisione, coesistenza e rispetto, basato sui valori che custodiscono un atteggiamento di positività, rispetto, fiducia e che mantengono la promessa di condurre un dialogo profondo, pacifico e rispettoso con sé stessi, gli altri, la terra, l’ambiente, la natura. La concezione dell’interconnessione implica che vivente e non-vivente sono in relazione e si instaurano tra i viventi un dialogo e un’interazione profondi legati alla comune convivenza in un ecosistema naturale e alla comune appartenenza al pianeta Terra – madre Terra o ‘Nunarjuaq’ (la totalità terrestre, che esprime un legame vitale e olistico). Si tratta di una relazione di rispetto, condivisione e cura, che allude tanto ai processi di costruzione della fiducia all’interno e tra le comunità umane, quanto a una condotta di rispetto e salvaguardia degli ecosistemi. I valori principali della costruzione di relazione sono qui il consenso, la reciprocità, il rispetto e l’espressione profonda e reciproca di cura. Si tratta, come si vede, di fattori decisivi, comuni alle prassi più avanzate di superamento del conflitto e di costruzione della pace. La “terra” è dunque l’elemento determinante. La terra nella sua totalità, ambiente e natura, è la fonte primaria di apprendimento, un apprendimento basato nello spazio terrestre ed eminentemente attivo, svolto attraverso il costruire, conoscere le piante, gli animali e i rispettivi ecosistemi, la presenza dell’essere umano all’interno di questi stessi ecosistemi, la connessione vitale con la totalità ecologica. Lezioni profonde emergono qui proprio dal significato e dal riconoscimento degli elementi fondamentali: aria, acqua, terra e fuoco sono sacri, l’acqua, in particolare, è sacra perché dall’acqua dipende l’intero ciclo vitale, come vedremo, in questo processo in cui tutto si tiene, la circolarità della vita. È un apprendimento attivo che si conferma quando ci si connette e si ascolta profondamente e che riconosce gli elementi fondamentali come beni comuni decisivi dell’umanità intorno ai quali si definiscono diritti della collettività. Anche questo è un costrutto culturale profondo, nel senso del bene comune, pubblico, e della sua salvaguardia come diritto fondamentale. Esprime cioè, anche in questo caso, un elemento tipico del peacebuilding, di costruzione della pace positiva, basata nella collettività umana, animata dalle relazioni umane, caratterizzata dalla vigenza dei diritti. Lo sviluppo di tale processo è eminentemente “circolare”. Presso molti popoli originari, il cerchio è simbolo della vita, ma anche della interrelazione che esiste nel mondo del vivente, e tra vivente e non vivente. Molti popoli o gruppi indigeni utilizzano cerchi di condivisione, di dialogo o di guarigione come mezzo per sostenere la famiglia e la comunità. Nel cerchio tutti sono pari, a tutti viene data voce, a tutti viene data l’opportunità di parlare ed essere ascoltati. Il cerchio bilancia il potere all’interno dello spazio e della gerarchia dei partecipanti, e il concetto stesso di “gerarchia” viene di fatto annullato, poiché tutti sono uguali nelle loro capacità di insegnare e di apprendere al tempo stesso. Il cerchio è anche lo strumento della condivisione della parola, del racconto, del mito, della narrazione, del dialogo, della comunicazione e dell’ascolto. La cultura dei popoli originari, non solo dei popoli del Nord, è profondamente radicata nella narrazione. La conoscenza viene tramandata, di generazione in generazione, attraverso le tradizioni orali, condividendo credenze, storie, valori, pratiche, costumi, leggende, miti, rituali, e, in definitiva, una pratica di vita e un contenuto di senso, insieme con gli insegnamenti degli antenati, a loro volta preservati attraverso le parole degli anziani, punti di riferimento delle comunità. Il patrimonio di culture intangibili espresso in queste narrazioni è parte integrante di una identità comunitaria come popoli, nazioni, comunità, famiglie e individui. La gran parte di queste storie e narrazioni è incentrata sulla terra perché tali identità comunitarie sono intrinsecamente legate ad essa e alle lingue parlate. Come è stato richiamato anche nel contesto della conferenza di Winnipeg, infatti, la cultura non è monolitica, non può essere autoritaria o gerarchica, non ammette primati o supremazie culturali, e non è mai statica, lasciando spazio alla crescita e all’evoluzione. E soprattutto la cultura è patrimonio condiviso, fattore identitario, narrazione e pratica che consentono la trasmissione intergenerazionale; queste storie catturano l’autenticità e l’integrità degli insegnamenti, dei rituali e delle cerimonie, e veicolano il riconoscimento che la vita umana è radicata nelle storie che viviamo. È una pratica rituale di guarigione, e la guarigione, per le Prime Nazioni del Canada, che, insieme con gli Inuit e i Métis, rappresentano i popoli originari del Paese, si concentra proprio sulla pratica cerimoniale, radicata negli insegnamenti, nei racconti e nelle storie. Essendo una pratica di guarigione, è anche uno strumento di composizione dei conflitti all’interno delle comunità, e anche in tal senso dunque un fattore di peacebuilding. L’apporto delle culture originarie al peacebuilding, come si vede, è dunque vasto, significativo e rilevante. Dà sostanza a quanto stabilito nella Convenzione Unesco sulla protezione e la promozione della diversità delle espressioni culturali (2005), circa “l’importanza del sapere tradizionale, quale fonte di ricchezza immateriale e materiale e, segnatamente, dei sistemi di conoscenza dei popoli indigeni, il loro contributo positivo a favore di uno sviluppo sostenibile nonché la necessità di garantire loro protezione e promozione in modo adeguato”. Immagine: Abraham Anghik Ruben, Passage of Spirits 2006, foto di Ian Abbott CC BY-NC-SA 2.0. Gianmarco Pisa
August 17, 2026
Pressenza