Hermann Broch / Una Eneide incompiuta
Quando Th. S. Eliot nell’ottobre 1944 celebrava Virgilio, presso la Virgil
Society di Londra, collocandolo al centro della civiltà europea, “in una
posizione che nessun altro poeta può condividere o usurpare”, sull’altra sponda
dell’Atlantico il profugo austriaco Hermann Broch (1886-1951), uno spirito
peraltro affine a Eliot, attendeva alla quinta versione de La morte di Virgilio
(che sarebbe uscita nel 1945 in tedesco e in traduzione inglese). Opera ibrida,
difficilmente ascrivibile a un genere letterario, il “romanzo” di Broch era il
frutto di otto anni di continue rielaborazioni, a partire dalla novella Il
ritorno di Virgilio del 1937. Non aduso a studi classici, Broch trasse
ispirazione per il suo lavoro dalla lettura del saggio del filosofo cattolico
Theodor Haecker, Virgilio. Padre dell’Occidente (1931), che enfatizzava il
sostrato precristiano di Virgilio: il ruolo di Virgilio come “pagano avventista”
è sicuramente importante nella visione redentrice e utopica di Broch, tuttavia
ciò che attrasse in particolare Broch nella biografia virgiliana fu l’analogia
da lui rinvenuta tra la fase di transizione vissuta da Virgilio (tra guerra
civile e dittatura, decadenza del paganesimo e nuove forme religiose) e l’età
moderna, contrassegnata dalla guerra e dal consolidamento del fascismo in Europa
e da una crisi di valori etici e culturali che Broch non si stancava di indagare
da anni in sede saggistica e romanzesca.
La morte di Virgilio narra le ultime diciotto ore di vita del poeta, tra il 21 e
il 22 settembre del 19 a.c., e riporta, perlopiù nella forma del flusso di
coscienza reso con il discorso indiretto libero, impressioni, ricordi,
meditazioni sull’arte, sulla morte, sul tempo, nonché sogni e allucinazioni del
Virgilio morente, dall’approdo nel porto di Brindisi al trasferimento in lettiga
attraverso i suburbi della città sino all’arrivo nel palazzo imperiale. Fulcro
ideologico del romanzo è il dialogo con Augusto, in cui Virgilio esprime la sua
volontà di bruciare l’Eneide, peraltro non terminata.
Il fascino della rivisitazione dell’antico operata da Broch risiede, oltre che
nella straordinaria potenza suggestiva del monologo virgiliano, anche nella
natura intrinsecamente moderna delle inquietudini che attanagliano il poeta:
Virgilio rifiuta un’arte che ha abdicato a un orizzonte di senso trascendente e
si esaurisce nel culto di una bellezza che è ornamento, vanità, gioco, ricerca
del plauso dei potenti, ma non “conoscenza” e creazione di un linguaggio
comunitario. La letteratura ha allontanato Virgilio dal popolo e dalle sue
sofferenze, ne ha fatto un individuo asociale e solitario: in ciò Broch denuncia
la natura parassitaria dell’arte rispetto alla vita e approfondisce quella
dicotomia tra arte e vita che costituisce un tema centrale della cultura tedesca
del Novecento, da Kafka a Mann, da Benn a Thomas Bernhard.
Al termine del colloquio Virgilio cede alle pressioni di Augusto e accetta che
l’Eneide sopravviva, a condizione che i suoi schiavi vengano liberati. Il
destino delle plebi oppresse e delle masse ingovernabili è oggetto di svariate
riflessioni nel romanzo e riflette i timori di Broch dinanzi alla politica
populista dei fascismi europei in cui le masse incolte divengono facili prede
per falsi profeti: evidente dunque è il riferimento alla contemporaneità quando
Augusto lamenta la difficoltà di governare “quattro milioni di cittadini romani
(…) che seguono senza un’opinione chiunque sappia giocare con l’abbagliante e
seducente abito della libertà”.
Nel lungo finale Broch evoca con un linguaggio superbamente mistico e arcano il
“ritorno a casa” di Virgilio, che suggella la chiusura dell’“anello del tempo”,
ricongiungendo la fine con l’inizio. Molto bella è la nuova traduzione del
romanzo, approntata da Vito Punzi (la precedente era quella einaudiana di
Aurelio Ciacchi del 1962), che domina valorosamente la debordante sintassi
brochiana e rende con precisione e finezza la musicalità del testo originale.
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