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Il caso Fauci riguarda anche noi e Burioni lo sa. Prima parte
Proponiamo di seguito l’articolo pubblicato dal Dottor Eugenio Serravalle su ASSIS in merito al caso Fauci negli USA. Interessante è anche l’introduzione all’articolo che il dottore ha scritto sulla sua pagina Facebook: “Roberto Burioni scrive che «se si mette male per Fauci, si mette male per tutti noi». Credo che abbia ragione, anche se probabilmente per ragioni diverse dalle sue. Quello che sta accadendo negli Stati Uniti non dovrebbe interessarci perché qualcuno desidera vedere Anthony Fauci sul banco degli imputati. Non è questo il punto, e sarebbe altrettanto sbagliato trasformare un’indagine in una condanna anticipata. Mi interessa invece un’altra questione: possiamo davvero difendere l’autonomia della scienza sostenendo, contemporaneamente, che chi ha esercitato un enorme potere in suo nome debba essere protetto dal controllo pubblico? Durante la pandemia abbiamo assistito a una pericolosa sovrapposizione tra persone, istituzioni e “Scienza”. Contestare una decisione diventava facilmente un attacco alla scienza; chiedere documenti poteva essere interpretato come diffidenza; discutere un’ipotesi scientifica poteva trasformarsi in una questione di appartenenza. Oggi abbiamo l’occasione di fare qualcosa di molto più utile: ricostruire. Servono documenti, comunicazioni, registri dei finanziamenti, protocolli, verbali. Serve confrontare quello che si sapeva nelle stanze delle istituzioni con quello che veniva comunicato ai cittadini. Se le accuse rivolte a Fauci si riveleranno infondate, dovremo riconoscerlo. Se emergeranno omissioni, contraddizioni o errori nella supervisione, il prestigio scientifico non potrà sostituire le risposte. La scienza ha bisogno di libertà. La democrazia ha bisogno di responsabilità. Le due cose non sono nemiche.” La vicenda che si sta sviluppando negli Stati Uniti intorno ad Anthony Fauci va molto oltre il destino personale dell’ex direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases. Riguarda il rapporto tra scienza e potere, il modo in cui furono gestite informazioni e incertezze durante la pandemia e la responsabilità di chi, in quegli anni, occupava posizioni dalle quali poteva orientare decisioni destinate a incidere sulla vita di milioni di persone. Il 6 agosto la Commissione per la Sicurezza Interna e gli Affari Governativi del Senato americano ha votato, con una netta divisione tra repubblicani e democratici, per contestare a Fauci l’oltraggio al Congresso. Pochi giorni prima, convocato formalmente nell’ambito dell’indagine sulle origini del Covid-19, Fauci aveva invocato il Quinto Emendamento più di cento volte, rifiutandosi di rispondere alle domande sui finanziamenti americani alla ricerca sui coronavirus, sui rapporti con EcoHealth Alliance e con l’Istituto di Virologia di Wuhan e sulla gestione delle comunicazioni e dei documenti governativi. Il Quinto Emendamento protegge dal dover fornire dichiarazioni che possano contribuire alla propria incriminazione. Fauci aveva quindi il diritto di invocarlo se riteneva che le sue risposte potessero esporlo a conseguenze penali. Rand Paul, presidente repubblicano della commissione, sostiene invece che l’ampio provvedimento preventivo di clemenza concessogli da Joe Biden prima di lasciare la Casa Bianca abbia sostanzialmente eliminato questo rischio. La questione è controversa e potrebbe finire davanti a un giudice: Fauci non è stato incriminato per i fatti sui quali è stato interrogato e appellarsi al Quinto Emendamento non equivale a confessare un reato. Anche la procedura utilizzata da Paul per trasmettere il caso direttamente al Dipartimento di Giustizia potrebbe essere contestata. Tutto vero, ma insufficiente a spiegare l’importanza di ciò che sta accadendo.  Fauci non è un ricercatore qualunque trascinato davanti alla politica per avere espresso un’opinione sgradita. Ha diretto per quasi quarant’anni una delle più importanti istituzioni sanitarie americane, amministrando e orientando enormi programmi di ricerca, e durante la pandemia ha acquisito un’influenza che pochi funzionari pubblici hanno avuto nella storia recente. Per milioni di persone è diventato il volto della risposta scientifica al Covid. Le sue parole venivano riprese in tutto il mondo e le sue valutazioni contribuivano a stabilire non soltanto quali politiche sanitarie adottare, ma anche quali posizioni dovessero essere considerate scientificamente accettabili. Per questo ha ricevuto onorificenze in molti paesi, compreso il nostro. Questa identificazione tra un uomo e “la scienza” è stata uno degli errori degli anni della pandemia. La scienza non è Fauci, non è un ministero e non è un’agenzia governativa. È un metodo fondato sul dubbio, sul confronto tra ipotesi, sulla verifica e sulla possibilità di correggersi. Le istituzioni scientifiche sono invece organizzazioni umane, con gerarchie, interessi professionali, finanziamenti, reputazioni da difendere e gli stessi meccanismi di autoprotezione che possiamo trovare in qualunque altra struttura di potere. Criticare chi dirige queste istituzioni non significa quindi attaccare la scienza. Può significare esattamente il contrario. I diari di Fauci Tra i documenti che stanno contribuendo a ricostruire i primi mesi della pandemia ci sono oltre mille pagine di annotazioni di Fauci, conservate sui computer governativi e successivamente recuperate dal Dipartimento della Salute americano. I diari non dimostrano che Fauci conoscesse l’origine di laboratorio del SARS-CoV-2 e non dimostrano che abbia mentito al pubblico. Sono interessanti perché permettono di seguire quasi in tempo reale ciò che pensava e discuteva mentre le informazioni sul nuovo virus cominciavano ad arrivare dalla Cina. Già il 26 gennaio 2020 Fauci annotava che i dati epidemiologici e genetici suggerivano che le prime infezioni fossero precedenti al focolaio del mercato di Wuhan e che quel mercato potesse essere stato soprattutto un luogo di amplificazione della diffusione. Nella stessa annotazione continuava a considerare probabile un’origine animale e poche settimane dopo espresse pubblicamente valutazioni simili. Altri documenti mostrano però che, nelle primissime settimane del 2020, la possibilità di un collegamento con un laboratorio veniva discussa seriamente tra scienziati e funzionari di alto livello. È un elemento che merita attenzione perché l’immagine pubblica che si consolidò successivamente fu assai diversa. L’ipotesi di una fuoriuscita accidentale da un laboratorio venne rapidamente associata, soprattutto nel dibattito mediatico e sui social, alle teorie complottiste. Ancora oggi non sappiamo con certezza quale sia stata l’origine del SARS-CoV-2 e non esiste una prova definitiva che smentisca la fuoriuscita dal laboratorio di Wuhan. Proprio per questo colpisce la rapidità con cui una possibilità discussa privatamente da scienziati autorevoli venne considerata pubblicamente quasi impronunciabile. Non si può rimproverare a Fauci di avere avuto dubbi nel gennaio 2020. Sarebbe assurdo. Si può invece chiedere se l’incertezza presente nelle discussioni interne sia stata rappresentata con la stessa chiarezza ai cittadini. L’articolo che contribuì a chiudere il dibattito Una vicenda collegata riguarda The Proximal Origin of SARS-CoV-2, l’articolo pubblicato nel marzo 2020 su Nature Medicine che ebbe un’enorme influenza sulla discussione internazionale. Gli autori concludevano che le caratteristiche del virus non sostenevano l’ipotesi di una sua costruzione o manipolazione deliberata in laboratorio. Quel lavoro venne presto utilizzato anche per ridimensionare più in generale la possibilità di un incidente di laboratorio. Le comunicazioni private successivamente acquisite dal Congresso mostrano che, durante la preparazione dell’articolo, alcuni degli autori avevano dubbi e prendevano in considerazione scenari più articolati. Nuovi messaggi resi pubblici dalla commissione di Rand Paul hanno riacceso la discussione sui rapporti tra gli autori, i National Institutes of Health e altri apparati governativi. Bisogna essere prudenti nell’interpretarli: sono documenti pubblicati all’interno di un’indagine fortemente politicizzata e le conclusioni dei repubblicani non possono essere assunte automaticamente come fatti. Resta però legittimo ricostruire come si passò dai dubbi iniziali alle conclusioni pubblicate e verificare quanto pesarono le prove scientifiche e quanto, eventualmente, considerazioni istituzionali e reputazionali. Uno scienziato può cambiare idea, naturalmente, ma quando un articolo scientifico contribuisce a orientare il dibattito mondiale sull’origine di una pandemia, conoscere il percorso attraverso il quale si è arrivati alle sue conclusioni non è curiosità politica ma è parte della storia scientifica della pandemia. AsSIS
August 16, 2026
Pressenza