Ivan Crico / La vita ritrovata della lingua italiana
Pieris, foci dell’Isonzo, terre di frontiere d’ogni generazione, borghi dove le
relazioni geografiche danno vita a tradizioni letterarie che da locali diventano
universali. È la storia geografica della lingua che attraversa molti poeti e
nutre una fede popolare in quei metri alimentati dalla vita e il suo resto –
destino e contributi rendono liberi spazi alla realtà. Il significato del lavoro
poetico, in questi luoghi, è approfondito a ogni svolta, è dentro una vocazione
che parla di Pasolini, Zanzotto, Baldini, Benedetti, Cappello, impossibile che
venga meno alla forza della lingua – radice stessa della poesia. Quel che c’è
nei poeti si appoggia alla virtuosa idea che il lavoro mentale stia ben aderente
al lavoro manuale. Ivan Crico lo sa nel suo intimo, perché lo costruisce
perennemente durante la sua esistenza. Lo studio della pittura iniziato a
Venezia (e dove, se no?), l’ideazione e costruzione di una collana di poesia
(“La barca di Babele”) destinata a riconoscere lavori poetici significativi,
dove l’associazione con la terra e gli spazi genera ricchezze sonore di gran
conto – in primis i segni sonori del bisiàc, “sermo rustico arcaico veneto” che
Crico fa proprio dagli esordi in poi. Con certi vocaboli i suoi avi hanno avuto
strumenti che non sono stati accolti nella lingua italiana, e il poeta di Pieris
approfondisce questo percorso libro dopo libro, passando anche per la splendida
versione integrale in bisiàc del Cantico dei cantici.
Ora siamo a Seráie – nato originariamente in italiano a fine 2016 e poi
riscritto nell’idioma materno per dargli respiro più profondo. E si capisce
perché. Ma la comunicazione poetica cerca e trova strade che si biforcano o
contigue, l’italiano continua a risuonare e l’impegno civile – in questo caso
insito naturalmente nell’opera – fa sì che torni alla luce con varianti e
aggiunte al testo. Con gli approfondimenti del caso, note distintive e grazia da
non sottovalutare, Seràie esce in versione definitiva e con un sentimento
dominante d’indignazione rielaborata a ogni pagina verso il brutale disordine
dell’attuale mondo. Contro spazi imperiali la cui grammatica genera il kaos, la
poesia dispone le parole che ancora possiede, e le “serraglie” dei pescatori
monfalconesi – reti di pesca settoriale – suggeriscono modi di resistenza di chi
oggi nel mondo vede sacrificata la propria vita. Crico con la sua scrittura
fronteggia la probabile o già avvenuta sparizione di bambini e famiglie nei
luoghi dove missili e droni attuano gli scopi disumani più devastanti
all’insegna di quotidiane “porcate”. Storie di morte e storie di coraggio non
hanno bisogno di convenzionalità linguistiche, Crico lo sa benissimo e non si
sottrae alla natura discorde delle parole quando è necessario. Ogni poesia di
Seràie illustra il congedo dalla civiltà, una sequenza di luoghi dove lo spazio
è sofferto, e non c’è sovrapposizione estetica alla crudezza quotidiana.
Massimo Cacciari ha dichiarato: a chi se non ai poeti bisogna al più presto
rivolgere la domanda “che fare”? Non all’intelligenza artificiale, ma
all’intelligenza umana come amica a cui già Leopardi, al netto di urti e
disperanza, rivolgeva il suo drammatico e profondissimo anelito. Ecco perché un
libro come questo realizza una svolta di respiro da riceversi come atto di
stampo antico, atto che Fortini avrebbe guardato con interesse, contrario alla
tragedia e capace di rendere visibili spie e persone a cui non stringere la
mano. Ma quanti errori di lettura della realtà oggi occorrerebbe affrontare, e
chi mai potrebbe farlo? Seguendo Fortini, potremmo dare agio a chi passeggia fra
certezza e precarietà – almeno una parte, e di questa alcuni poeti, potrebbe
opporsi alla presente notte della civiltà. Crico, se vogliamo dirla tutta,
difende l’insostituibilità del discorso poetico e letterario.
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