Palestine Convoy, è iniziato lo sciopero della fame
Il Palestine Convoy è partito il 24 luglio da Sarajevo. Dopo una tappa al
memoriale di Srebrenica ha intrapreso il cammino, seppur attraverso bus e
macchine, verso la Cisgiordania. Adesso sono bloccati al confine tra Turchia e
Iraq, al valico di Ibrahim Halil e questo nonostante abbiano tutti passaporto e
visto per entrare in Iraq. Solange Pichler, insegnante modenese e partecipante
al Palestine Convoy con cui ho avuto la possibilità di entrare in contatto ci ha
raccontato la situazione attuale.
Solange è determinata: “O ci dicono i motivi per cui non ci fanno passare o ci
fanno passare”. Il viaggio verso la Cisgiordania, continua Solange, è un viaggio
che vuole portare “un messaggio di speranza DA popoli oppressi A popoli oppressi
visto che non riusciamo più a far valere i nostri diritti”.
Da Srebrenica sono entrati in Grecia, poi in Turchia. A Istanbul c’è stata la
massima partecipazione: 500 persone, più di 10 autobus. Qualcuno ha dovuto
desistere. Il viaggio è effettivamente faticoso: la giornata trascorre a bordo
dei mezzi, seduti, le temperature esterne sono proibitive, impossibile stare
fuori. Lungo la strada di accesso al confine iracheno, dove i partecipanti al
convoglio si sono accampati, si raggiungono picchi di 55° gradi. Impossibile
stare all’aperto durante la giornata: è necessario rimanere sugli autobus che a
turni rimangono accesi per poter godere dell’aria condizionata. Condizioni
difficili, a cui si aggiunge anche una certa tensione per la situazione, si può
capire che qualcuno abbia dovuto desistere. Al momento ci sono circa 6/7 pullman
per circa 300 attivisti provenienti da 12/14 paesi diversi.
Nel comunicato stampa di due giorni fa si legge: “Aspettiamo che venga chiarito
su quale base giuridica venga ostacolato o rinviato il proseguimento del viaggio
attraverso l’Iraq di questa iniziativa civile, disarmata, nonviolenta e che non
costituisce alcuna minaccia alla sicurezza. L’applicazione del visto e
l’impedimento dell’ingresso o del transito di una missione civile non
costituiscono la stessa questione giuridica.”
Gli attivisti hanno già organizzato “una marcia pacifica verso la frontiera
irachena con le persone allineate in file da cinque che si sono tenute a
braccetto, segno che siamo uniti e determinati ad avere risposte chiare e
trasparenti e a voler proseguire il nostro viaggio”. Oggi, invece, con il blocco
ancora in atto, sono entrati in sciopero della fame.
Ma se tutti i documenti dei partecipanti al Palestine Convoy sono in regola, se
si tratta di una iniziativa umanitaria e pacifica, a cosa è dovuto questo stop?
Lo spiega il comunicato stampa di questa mattina: “Le informazioni che abbiamo
ottenuto finora indicano che il ritardo nel nostro percorso risulta da un
processo amministrativo interno in corso dal lato israeliano, nonché da
pressioni politiche e diplomatiche esercitate contro il Convoglio per la
Palestina… In questo contesto, riteniamo che il ritardo che il Convoglio per la
Palestina sta affrontando sia indipendente dall’atmosfera politica attuale nella
regione. Pertanto, chiediamo alle autorità competenti di condurre una
valutazione obiettiva e costruttiva al fine di autorizzare il proseguimento
della missione di pace a cui il Convoglio per la Palestina si impegna”.
Come osserva Solange, il valico vede il passasggio di “pullman di turisti,
macchine private ed un numero infinito di Tir, perchè gli unici mezzi bloccati
sono quelli umanitari?”
Sara Panarella