Franz Bartelt / Nell’antro del rigattiere, muffe e amabili truffe
Majésu Monroe è rigattiere e non è un uomo qualunque: solitario, ma socievole;
taciturno, ma bravo con le parole. Soprattutto, un raffinato collezionista di
antichità da cabinet de curiosité: un osso della mano di Napoleone, una provetta
(sigillata) della sifilide di Alfred de Musset, un barattolo (sigillato) pieno
di piattole inglesi vecchie di tre secoli, in buono stato di conservazione, il
tubo digerente di Pantagruel e un calzino di Arthur Rimbaud, con un buco
sull’alluce (il buco era di Arthur, il calzino della madre). Tutte chicche che
Majésu rivende nei mercatini di provincia, a cominciare da quello della sua
città, Larcheville – anagramma di Charleville, città natale di Rimbaud, nelle
Ardenne (nonché teatro delle avventure dei romanzi di Bartelt).
Un sabato pomeriggio, un’avventrice si ferma alla bancarella dell’antiquario,
sedotta dall’anello appartenuto alla sorella (minore) di Rasputin: è Noème
Parker, figlia di padre ricchissimo e madre depressa. Idealista e sognatrice,
Noème ha deciso di rompere ogni rapporto con il suo mondo di origine e vive
un’esistenza votata alla distruzione dell’opulenta classe dirigente. Quando
Majésu le rivela di essere l’assassino del facoltoso Dourdine, Noème soccombe al
facondo charme dell’antiquario e tra i due nasce un idillio cementato
dall’alcool e dalla lascivia, ben presto suggellato dal matrimonio. Come regalo
di nozze, Noème esige dallo sposo la testa dei genitori. Il banchetto nuziale ha
la sontuosità della scena finale di Viridiana: un’orgia di poveracci, e la
sublime scrittura di Bartelt (egregiamente tradotta dal tandem
Laverda-Santuccio) suona come il Messia di Haendel nella pellicola di Buñuel.
Majésu tuttavia nicchia, si lascia adottare dal suocero e sente di innalzarsi
non solo spiritualmente verso la materna figura della suocera. In breve, omette
di accopparli e si intasca i centomila dollari che i Parker desiderano offrire
agli sposi – omettendo anche di dirlo a Noème, che comincia a dubitare della
supposta ferocia anticapitalista del coniuge. Il giorno dopo giunge la notizia
della morte dei genitori, tra le vittime di un attentato all’aeroporto di
Madrid. Noème si trasforma: vuole divorziare, scopre che mancano dei soldi dal
conto del padre, cerca i centomila dollari e cerca soprattutto di incastrare
Majésu. Entra in scena l’ispettore Bradouate e i colpi di teatro si susseguono
fino all’ultima pagina.
Come sempre con Franz Bartelt, si riesce a ridere non tanto delle ma nelle
tragedie umane: avidità, ricatti, criminalità organizzata, bassezze di tutti i
tipi. Richiudendo il libro ci si accorge di tenere in mano la più preziosa delle
reliquie: che cos’è, infatti, questo Femore di Rimbaud? Certo un’allusione
all’amputazione che il poeta subì alcuni mesi prima di morire, realizzata dal
dottor Edouard Pluyette (ricordate questo nome quando leggerete il libro). Ma è
anche ciò che resta dopo aver spolpato la prosa crassa e cesellata di Bartelt:
l’osso della letteratura, che porta in sé testimonianza della corruzione di una
società malata, in cui le parole sono sprecate per dar valore a oggetti
spregevoli (come ricorda Majésu, “sono le parole a dar valore agli oggetti”).
Non è inutile, dunque, ricordare che l’intera storia è portata dalla voce
fanfarona di Majésu, sotto forma di testimonianza (“Lascio una testimonianza.
L’essenziale. Nessun peso superfluo”). Vien da chiedersi, allora: da quale
tribunale verrà raccolta la testimonianza di un imputato così inattendibile? Al
giudizio del lettore l’ardua sentenza.
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