Vorrei che le chiese fossero come un alberoPubblichiamo volentieri questa lettera che Gregorio De Falco ha mandato al
Direttore del Foglio senza ricevere, ad oggi, nessuna risposta o cenno di
ricezione.
Al Direttore de Il Foglio, circa gli articoli pubblicati sul suo quotidiano il
22 ed il 27 agosto, a firma di Camillo Langone. Qualche riflessione è
necessaria.
Vorrei che le chiese fossero come un albero
Camillo Langone si indigna e polemizza per la presentazione, a cura della
Associazione Culturale Cameo che presiedo, di un libro di Sigfrido Ranucci, “Il
ritorno della Casta”.
Innanzitutto, non posso evitare di rimarcare la stranezza di una indignazione
che si manifesta con un ritardo di quasi tre mesi dall’evento tenutosi nel
Complesso di Sant’Antonio a Eboli il 7 giugno 2026.
Sebbene l’evento si fosse svolto a inizio giugno, infatti, la polemica è stata
riesumata solo a fine agosto, un “atto di empietà”, lo definisce Langone,
investendo della medesima critica il sottoscritto per avervi preso parte. Dietro
questa reazione tardiva e strumentale, non vi è tuttavia la difesa di alcuna
posizione, benché conservatrice, ma un concentrato di assoluta superficialità,
volto a coprire un palese opportunismo.
Partiamo d’altronde dal perimetro di civiltà giuridica che gli opportunisti
della polemica preferiscono sempre ignorare per non rovinarsi il copione. In
Italia, la gestione degli edifici di culto è tutelata dall’Articolo 831 del
Codice Civile e dalle norme concordatarie dell’Accordo di Villa Madama, che
sanciscono la piena autonomia della Chiesa nella gestione e nella disposizione
dei propri beni. Se le autorità diocesane e il parroco – legittimi titolari
dello spazio – decidono che una riflessione pubblica sui temi della legalità non
offende la dignità del luogo, la questione giuridica e pastorale è chiusa.
Diciamoci la verità, tra noi: Langone scrive appositamente per creare
controversie con cui farsi notare, ma stavolta il gioco non gli conviene. Chi
conosce la sua produzione sa bene che l’autore ha edificato un personaggio da
fustigatore integralista per pure ragioni di marketing editoriale. Cerca la
provocazione liturgica per alimentare la propria caricatura di “cattolico anni
Cinquanta” in perenne acrimonia con tutto il mondo moderno. Dopotutto, può mai
un conservatore essere di memoria corta? Sì, è possibile se esprime nient’altro
che superficialità estetizzanti. Il conservatore autentico protegge una memoria
storica e i suoi valori (che ammette alla discussione); Langone, al contrario,
non ha nulla da difendere, ma si muove come un residuo pseudo-medievale che usa
la religione come pretesto per il proprio risentimento da palcoscenico. Anche
quando potrebbe meglio brillare per assenza.
Il cortocircuito logico si fa grottesco quando si svela che per questi custodi
del tempio, l’uso extra-liturgico del perimetro parrocchiale cessa di essere
“empio” se serve a promuovere la propria cerchia di amicizie o a raccogliere
voti. Dove era nascosta la loro indignazione quando lo stesso Langone presentava
libri, come avvenuto con il libro “Si Salvi chi vuole” di Costanza Miriano, il
12 dicembre 2017 nella parrocchia di Santa Maria in Vallicella, o quando
collaborava in coedizione con altre storiche basiliche? E soprattutto, dove
erano tutti i novelli Torquemada che oggi si sono auto-nominati difensori della
sacralità, quando a marzo nel complesso parrocchiale di Santa Rita a Tor Bella
Monaca, a Roma, il ministro Carlo Nordio e Fabio Rampelli utilizzavano quegli
spazi per fare apertamente campagna elettorale per il referendum ? In
quest’ultimo caso la finalità direttamente elettorale era del tutto manifesta,
eppure nessuno di loro ha nemmeno storto il naso, figuriamoci scrivere qualcosa.
Comunque, al di là di queste contraddizioni, sostanzialmente problemi personali
o di coerenza politica, resta che la cultura in sé non è mai profana. Lo è,
invece e sempre, colui il quale per superficialità, ignoranza o dabbenaggine ha
paura di sé stesso e della vita, arrivando a odiare il grembo femminile — odio
di cui Langone non fa mistero — ed ogni altra apertura al mondo.
Per quanto riguarda le miserande accuse di mercantilismo, è la stessa realtà
materiale ad occuparsi di smentirle, poiché l’attività, eventuale, di vendita e
il firmacopie erano stati delocalizzati nel laico museo MoA, all’esterno del
perimetro del luogo di culto: nessun commercio ha violato la sacralità del
tempio.
L’attacco contro Ranucci si inserisce nel sistematico logoramento, nello
svuotamento, della trasmissione Report. Una determinazione di governo sulla Rai
che, pur essendo un bene pubblico, è oramai divenuta strumento, non già della
politica, ma del governo in carica. Un meccanismo di controllo assoluto che
evoca i metodi di gestione radiotelevisiva tipici delle dittature di stampo
sudamericano, dove il servizio pubblico viene ridotto a portavoce del potere
esecutivo. In questo clima, lasciando in piedi solo il debole simulacro della
trasmissione Report, è stato esautorato il giornalista ritenuto non
controllabile e troppo scomodo nell’anno della campagna elettorale. A tal fine è
stato usato, pretestuosamente e tardivamente, anche l’evento di Eboli, come arma
impropria per colpire la libertà d’informazione e quindi la democrazia.
A rifiutare sistematicamente la visione asettica e chiusa del luogo di culto
contribuisce la vitalità culturale di cui i nostri territori sono per fortuna
portatori. E così, mentre il sedicente cattolico Langone vorrebbe addirittura
privare la donna del diritto alla sua evoluzione culturale, Cameo —
l’associazione culturale che mi pregio di presiedere — riconosce nella donna il
ventre di tutta l’umanità e talvolta ne mette in scena il cammino e
l’evoluzione, appunto. Ad esempio, attraverso lo spettacolo itinerante “Rime e
Pizzi, spose di ieri e di oggi”, in cui rappresentiamo la parabola storica
dell’intera umanità che si manifesta nella donna, mettendo in scena personaggi
conosciuti, misconosciuti, o ingiustamente negletti dalla storia. Questa
iniziativa dimostra come la riflessione sociale sappia abitare gli spazi storici
non come profanazione, ma come celebrazione profonda della vita e della sua
continuità generatrice. Gli adoratori dei simulacri, invece, evirano l’anima
stessa della fede di cui si fanno assertori, ma che in realtà contribuiscono a
mortificare.
Ridurre una chiesa a un feticcio significa, infatti, tradire lo spirito
cristiano ed il Concilio Vaticano II. La Chiesa è sempre stata un centro
propulsore di cultura, giustizia e pensiero. Il sacer antico portava l’idea di
una separazione escludente, ma la storia e l’evoluzione del cristianesimo ha
vissuto di accoglienza e fecondità spirituale.
Viene in mente la splendida immagine di don Angelo Casati: “Vorrei che le chiese
fossero come un albero. L’albero non chiede agli uccelli da dove vieni o dove
vai, quanto tempo resti. Dà ombra, dà cibo e poi sì, è bene che gli uccelli
volino via. Non devono stare alla sua ombra”. Il Complesso di Sant’Antonio, che
è luogo di fede, ha dimostrato di saper essere anche questo: un grande albero
capace di farsi presidio di cultura viva e vitale. Un merito che nessuna farsa
pseudo-medievale e nessun polemista a tassametro, potrà mai scalfire.
La bassa politica e la propaganda si sconfessano da sé, essendo
irrimediabilmente solo una contraddittoria estetica connotata da opportunismo.
Dio è democratico perché è bellezza. La strumentalizzazione è solo violenza e
violentatrice.
Cordialmente,
il Presidente della Associazione culturale Cameo, Gregorio de Falco e la
poetessa Filomena Domini
Redazione Italia