Guido Barbujani / Reliquie, DNA & affini
Nella postfazione al volume Guido Barbujani rivendica per il proprio libro
l’etichetta di Wu Ming 1: UNO, oggetto narrativo non identificato. È una mossa
insieme furba e onesta. Furba perché lo sottrae a critiche di genere (“non
funziona come saggio”, “non funziona come romanzo” diventano obiezioni fuori
bersaglio se il libro dichiara di non voler essere né l’uno né l’altro); onesta
perché descrive con precisione ciò che si trova tra le pagine: un ircocervo che
mescola memoria scientifica, saggistica di genetica delle popolazioni, romanzo
autobiografico, relazione di viaggio e ricostruzione storica.
Vale ricordare cosa sia, per Wu Ming 1, un UNO: non un libro genericamente
ibrido, ma uno che radicalizza l’ibridazione tra tipi di testo eterogenei — dati
hard tecnici e dati soft aneddotici — tenuti insieme da un io narrante-cerniera.
Nel 2024 lo stesso Wu Ming 1 ha fatto autocritica sull’uso disinvolto
dell’etichetta, diventata passe-partout per qualunque libro sfuggente.
Barbujani, va detto a suo merito, è tra i pochi casi in cui l’etichetta non è un
vezzo: la disinvoltura con cui passa dal protocollo di laboratorio all’aneddoto
umano, senza mai far scricchiolare la struttura, è precisamente il mestiere di
chi sa scrivere, non solo di chi sa fare ricerca.
Il nucleo fattuale è reale: il 17 settembre 1998 un’équipe interdisciplinare
apre a Padova, nella basilica di Santa Giustina, l’urna che tradizione vuole
custodisca le reliquie dell’evangelista Luca. Dentro, tra vertebre di serpente,
uno scheletro acefalo. Il vescovo commissiona un’indagine multidisciplinare;
Barbujani, genetista delle popolazioni, deve confrontare il DNA antico estratto
da due denti con quello di popolazioni siriane, greche e turche, per verificare
la compatibilità con le origini siriane tramandate del santo. Sulla data della
traslazione delle reliquie da Costantinopoli a Padova, la tradizione agiografica
è tutt’altro che unanime: oltre all’ipotesi più accreditata, quella del 361-363
d.C. sotto Giuliano l’Apostata, per sottrarle al rischio di distruzione pagana,
altre fonti collocano l’arrivo delle spoglie molto più tardi, nell’VIII secolo,
per opera del prete Urio, che le avrebbe portate via da Costantinopoli insieme a
quelle di san Mattia per salvarle dalla furia iconoclasta. È qui che l’indagine
multidisciplinare fornisce uno dei suoi risultati più eleganti, ed è un
dettaglio che il libro valorizza con gusto: l’analisi delle vertebre di serpente
trovate nella sepoltura, appartenenti a specie italiane e non mediorientali,
indica che il corpo si trovava già a Padova attorno al V secolo — un dato che,
da solo, basta a smentire l’ipotesi tardiva dell’VIII secolo e a rendere più
solida la tradizione legata a Giuliano l’Apostata. È un piccolo esempio, tra i
tanti disseminati nel libro, di come la scienza qui non serva a “provare” nulla
in senso assoluto, ma a restringere, per esclusione, il campo delle ipotesi
plausibili — esattamente il metodo per falsificazione che Barbujani rivendica
come cifra del proprio lavoro.
Da questo nucleo il libro si allarga in tre direzioni, e in ciascuna Barbujani
dimostra un controllo della materia che pochi scienziati-scrittori italiani
possiedono. C’è la relazione di viaggio (la spedizione ad Aleppo nel 1999, il
“contrabbando” di sangue in aeroporto, i colonnelli da blandire, la puntata a
Palmira), scritta con un understatement ironico che non è mai vezzo letterario
fine a sé stesso, ma strumento per rendere leggibile — senza mai impoverirla —
una materia tecnicamente ostica. C’è la ricostruzione storica (traslazioni,
furti, rivalità tra sedi che si contendono la stessa spoglia — Padova, Venezia,
Praga, il Vaticano — fino ad arrivare, attraverso le “convulsioni del Medio
Oriente contemporaneo” a un’eco di Lawrence d’Arabia), dosata con una parsimonia
funzionale che è indice di mestiere editoriale, non di improvvisazione. E c’è la
dimensione epistemologica, dove Barbujani intreccia la propria autobiografia
scientifica con una teoria della conoscenza per falsificazione: la scienza “non
può dimostrare la verità, ma solo smentire le ipotesi sbagliate”. È la
frase-chiave del libro, di impianto rigorosamente popperiano, ed è coerente con
l’esito reale dell’indagine (pubblicata su PNAS nel 2001): i dati non dimostrano
l’autenticità della reliquia, ma non la escludono. Non un colpo di scena, ma un
anticlimax che pochissimi divulgatori avrebbero saputo trasformare in argomento
portante senza deludere il lettore — e invece Barbujani ci riesce, con la
formula “aprire l’arca di san Luca è stata l’occasione per studiare il suo
contenuto, ma la fede segue altri percorsi”, un aforisma che tiene insieme
rigore scientifico e rispetto laico senza mai scivolare nella polemica
scientista. È esattamente il tipo di equilibrio che rende Barbujani, da
vent’anni, uno dei pochissimi scienziati italiani capaci di scrivere per il
grande pubblico senza tradire né la scienza né la lingua.
Il libro esce dodici anni dopo la sua prima versione, integralmente riscritta
secondo la dichiarazione dell’autore in postfazione — non un semplice
repackaging, ma un nuovo testo che condivide l’ossatura fattuale rielaborandone
il tessuto, alla luce di una decennale rivoluzione dell’archeogenetica
(sequenziamento ad alta processività, Nobel a Pääbo nel 2022) e di un Medio
Oriente non più sovrapponibile a quello del 1999 — la Siria di Hafez al-Asad
raccontata nel libro non è la Siria del dopo guerra civile. Che un autore già
affermato scelga di rimettere mano integralmente al proprio testo piuttosto che
limitarsi a un repackaging è di per sé un segno di serietà artigianale non
scontato nel panorama della saggistica di consumo.
Il libro si colloca bene nella traiettoria di un autore che da sempre intreccia
due filoni con uguale autorevolezza: la battaglia scientifica contro l’idea
biologica di razza — Questione di razza, L’invenzione delle razze, Contro il
razzismo, Sono razzista, ma sto cercando di smettere — e la vena più
squisitamente narrativa e memorialistica, Soggetti smarriti. Storie di incontri
e spaesamenti per Einaudi, che raccoglie ritratti e incontri in forma di
racconto breve. Qui i due filoni convergono al meglio: la genetica applicata a
un problema storico-identitario, raccontata attraverso un io che si espone con
le proprie incertezze e goffaggini, senza mai perdere di vista il lettore non
specialista. È un pregio raro, quello di Barbujani: rendere accessibile, senza
banalizzarla, la tecnica dell’estrazione di DNA antico, i suoi margini di
contaminazione e di incertezza statistica, mantenendo al tempo stesso un ritmo
narrativo che si legge con il gusto di un romanzo di viaggio.
Resta sotto-esplorato — e nessuna delle recensioni italiane finora uscite lo
affronta fino in fondo — il nodo più delicato: uno scienziato che lavora su
commissione di un vescovo, per una comunità che venera quelle reliquie da
secoli. Barbujani mantiene qui un equilibrio di vera classe intellettuale, senza
apologetica né polemica anticlericale, restando nel proprio perimetro
professionale con un rigore che è insieme scientifico ed etico. Infine,
sull’etichetta stessa di UNO applicata a questo testo: il criterio più rigoroso
di Wu Ming 1 — ibridazione tra tipi di testo radicalmente eterogenei — è
soddisfatto in modo convincente proprio perché Barbujani non forza mai la
sperimentazione formale a scapito della leggibilità. È, se si vuole, la
dimostrazione che un vero UNO non ha bisogno di essere criptico o respingente
per essere radicale nella propria ibridazione: basta, come fa lui, saper tenere
insieme il dato hard e l’aneddoto soft con la mano di chi ha imparato, libro
dopo libro, il mestiere di raccontare la scienza senza tradirla. È un libro che
fa egregiamente ciò che si propone, e lo fa con una scrittura che confermerebbe,
se ancora ce ne fosse bisogno, il posto di Barbujani tra i migliori divulgatori
scientifici italiani in attività.
L'articolo Guido Barbujani / Reliquie, DNA & affini proviene da Pulp Magazine.