Curare non è un reato. La salute dei migranti e la resistenza dei medici
Ne parliamo con il dott. Nicola Cocco,[1] infettivologo della società di
medicina delle migrazioni e della Rete No ai CPR, accusato insieme ad altri 23
medici di aver creato una associazione a delinquere volta a evitare attraverso
certificati medici l’invio delle persone migranti nei Centri di detenzione ed
espulsione.
Per parafrasare Bertold Brecht potremmo dire povero il Paese che indaga i propri
medici che assistono le persone in difficoltà. Tu sei indagato insieme ad altri
23 dalla Procura di Ravenna. Ci puoi dire cosa è successo? Come è partita questa
indagine?
Allora Manfredo, ti rispondo raccontandovi che il 16 di settembre a livello
nazionale è partita una perquisizione di 23 medici. Per il sottoscritto la
perquisizione era anche accompagnata da un avviso di denuncia per associazione a
delinquere volta alla creazione di un sistema per diffondere certificati falsi
per non mandare persone all’interno dei CPR (Centro di permanenza per il
rimpatrio), in vista di un eventuale rimpatrio forzato. Si tratta di una costola
di un’inchiesta partita a febbraio del 2026 sempre dalla Procura di Ravenna, che
ha indagato all’epoca 8 persone per falso ideologico; l’accusa è quella che
esista un sistema di medici che producono certificati falsi per non mandare le
persone nei CPR.
Questa è una accusa anche infamante, parliamo di associazione a delinquere; in
realtà è la torsione giudiziario-propagandistica di una campagna partita più di
due anni fa e promossa dalla SIMM ASGI e dalla rete Mai più Lager-no CPR, volta
a contattare medici, studenti di medicina e operatori della salute per discutere
delle criticità di salute all’interno dei centri, per diffondere la questione di
patogenicità di questi centri e per chiedere che venga presa in considerazione
questa patogenicità per il rilascio delle idoneità che sono richieste ai medici
del Sistema Sanitario Nazionale per l’invio delle persone all’interno dei CPR.
Possiamo dire che nell’assurdità di questa inchiesta un merito è stato quello di
far parlare dei CPR e delle condizioni che i migranti vivono al loro interno. Ci
puoi spiegare qual è l’aspetto più drammatico per le persone rinchiuse?
Di fatto questa inchiesta sta portando alle cronache i CPR, ma mi sgomenta
perché se c’è bisogno di denunciare i medici per parlare dei CPR… Questi medici
non sono eroi, ma professionisti che ritengono che il Giuramento di Ippocrate e
il codice deontologico abbiano ancora un valore.
Perché sottolineo questo? Perché oramai da diversi anni abbiamo le evidenze
scientifiche della patogenicità degli Immigration Detenter Center a livello
internazionale; c’è un corpus di studi, articoli e inchieste che sono arrivate
non solo a livello giornalistico o istituzionale, ma anche a livello di
letteratura scientifica, quella basata sulle evidenze, quella su cui prendono le
decisioni i medici e ci dicono che questi centri hanno caratteristiche di
patogenicità, fanno ammalare le persone e peggiorano le condizioni di chi è già
ammalato. In particolare hanno effetti gravissimi sulla salute mentale che
proseguono a lungo anche dopo il rilascio dai centri stessi e che si correlano
con l’abuso di psicofarmaci volti proprio al trattenimento.
Questa è una realtà che riguarda anche i CPR italiani, caratterizzati da un
livello di degrado degli ambienti che sono patogeni e lesivi della dignità degli
esseri umani; questi ambienti non sarebbero accettabili neanche nell’istituzione
peggiore che esiste nel nostro Paese, cioè il carcere. Se in carcere avessimo le
condizioni strutturali che esistono nei CPR, credo che avremmo rivolte
quotidiane.
Questi centri sono caratterizzati da grande sofferenza e violenza perché la
violenza è l’unico linguaggio messo in atto sia da chi li gestisce, dalla
polizia, dai gestori privati, dal personale sanitario. Una violenza che è
giustificata dalla totale normalizzazione e disumanizzazione, perché queste
persone sono disumanizzate, non sono visti come esseri umani, ma sono
identificati con un numero e spesso si riconoscono loro stessi con il numero
identificativo quando gli chiedi: “Chi sei? Come ti chiami?” Spesso mi hanno
risposto con il loro numero. Questo evidenzia la disumanizzazione che poi porta
alla normalizzazione della violenza.
Infine c’è il discorso del regime di abbandono di questi luoghi; come diceva
Basaglia, questi sono luoghi dove le persone sono abbandonate in vista di un
rimpatrio forzato che come sappiamo avviene in meno della metà dei casi dei
provvedimenti di espulsione e del tutto avulso dall’art 27 della Costituzione
sull’importanza del reinserimento sociale. Queste persone vengono detenute
perché ritenute ontologicamente dei corpi da espellere in base alla normativa e
alla propaganda politica del momento.
Questo ovviamente è inaccettabile dal punto di vista medico e deontologico ed è
quello che ha informato in coscienza la campagna dei medici, che in scienza si
basa sull’evidenza della patogenicità e in coscienza chiede di utilizzare queste
evidenze nella valutazione di una idoneità al trattenimento in questi centri.
Su cosa si basa l’accusa di aver fondato una organizzazione a delinquere? E’
ovvio che i medici nella loro autonomia hanno come priorità la salvaguardia
della salute delle persone, e questo è previsto dal dettato costituzionale e
quindi quei medici che hanno salvaguardato la salute dei migranti già
traumatizzati dal viaggio dalle torture subite in Libia, semmai hanno svolto una
funzione suppletiva, cioè quella di rispettare lo spirito della Costituzione e
il diritto universale alla salute. La vostra difesa si baserà anche su questi
principi?
L’accusa di associazione a delinquere si basa sul fatto di aver scoperto che
esiste un gruppo di medici che discute e dibatte in modo pubblico e aperto negli
ospedali, all’università, a congressi medici su una questione politicamente
sensibile.
Noi abbiamo sempre fatto tutto alla luce del sole; è singolare che
un’associazione a delinquere agisca alla luce del sole e lascia alquanto basiti
su quale sarebbe l’intento criminoso.
Si tratta di un’accusa strumentale per poter dire che questi certificati sono
stati falsificati, per ottenere un risultato ideologicamente fondato. Almeno
così viene presentata questa inchiesta a livello mediatico.
L’accusa di associazione a delinquere è una cosa seria, pesante, gravissima e a
differenza di quelli che dicono che le persone indagate hanno piena fiducia
nella magistratura, io sono molto preoccupato perché tutto l’impianto di questo
momento storico si basa sul fatto di voler trovare dei capri espiatori da
utilizzare propagandisticamente in chiave elettorale e quindi utilizzare
l’espulsione degli immigrati più come strumento politico che come strumento
amministrativo; su questo punto, ogni figura professionale che osa essere di
intralcio a questo tipo di gestione che non rispetta la dignità delle persone
migranti va bloccata con ogni mezzo.
Quello che si è verificato negli ultimi anni è che lo Stato non vuole più vedere
i corpi, le vite e le storie delle persone migranti, riflettendo quello che è la
pancia dell’opinione pubblica e lo si vede dalla classe dirigente di questo
governo. Ma è un problema antico che dura almeno da 30 anni, cioè l’aver letto
l’immigrazione solo come un problema di sicurezza ed emergenziale e non come la
realtà strutturale e dinamica di esseri umani che dovrebbero avere quello che
Papa Francesco ha definito Jus Migrandi. E cito Papa Francesco, non teorici
marxisti sul diritto alla migrazione.
Quindi lo Stato ha completamente delegato la presa in carico della salute delle
persone migranti a realtà terze. Le persone irregolari, ad esempio, non possono
neanche iscriversi al sistema sanitario e per loro viene emesso un codice (STP
che significa straniero temporaneamente presente), per poter accedere ai servizi
sanitari.
Le persone migranti che attraversano il Mediterraneo e seguono la rotta
balcanica sono state completamente abbandonate dallo Stato. Non c’è più la
missione Mare Nostrum e tutto è stato delegato alle ONG di soccorso, che
oltretutto vengono criminalizzate.
Molti migranti che accedono alle questure per asilo politico o per rinnovo dei
permessi di soggiorno devono aver paura, perché molti vengono prelevati e
portati direttamente nei CPR per aumentare le espulsioni e l’invio nei Paesi
terzi.
Si tratta di un vero e proprio migranticidio messo in atto dalle classi
dirigenti europee negli ultimi 20-30 anni, cancellando la presenza dei corpi, le
storie, le vite delle persone migranti nei nostri Paesi. Questo lo si fa
ignorando da dove arrivano queste persone, le condizioni di transito dei lager
libici, dei posti di traffico tunisini o nei luoghi di detenzione terrificanti
lungo la rotta balcanica. Questo accade con l’omissione di soccorso in mare, e
la criminalizzazione delle ONG, con l’esternalizzazione delle frontiere, con la
marginalizzazione quotidiana dei migranti nei nostri Paesi, per cui
difficilmente riescono a uscire dalle risacche di povertà ed entrano in contatto
con gli ambienti criminali.
Infine questo accade negli Immigration Detention Center, che sono una vera e
propria frontiera interna dei nostri Paesi ermeticamente chiusa, che funge da
capro espiatorio di una politica razzista e che riflette un razzismo sistemico
che è in ognuno di noi e che purtroppo è diventato istituzionale.
[1] Nicola Cocco sarà presente il 30 ottobre all’ARCI Stranamore di Pinerolo per
raccontare la sua esperienza insieme agli avvocati dell’ASGI
Manfredo Pavoni Gay