Harvey Sachs / Il fascismo e la musica, ovvero “restare? combattere? emigrare?”
Nel 1987 uscì lo studio fondamentale sulla musica sotto il fascismo Musica e
regime di Harvey Sachs, proposto in Italia dal Saggiatore nel 1995. Assurto a
classico dell’americanistica musicale, se ne propone ora una riedizione che, su
espressa richiesta dell’autore, riprende il titolo originale, Musica nell’Italia
fascista. Il volume si è arricchito di una prefazione, di una puntuale appendice
bibliografica, di aggiornamenti testuali ed emendamenti di “qualche piccolo
errore”.
Nella nuova prefazione Sachs, nativo di Cleveland (1946) e a lungo residente in
Italia, situa il proprio testo in un rinnovato contesto di urgenza politica:
«Fino ai primi mesi del 2025 criticavo piuttosto duramente quei musicisti che,
come Wilhelm Furtwängler in Germania o Beniamino Gigli in Italia, avevano scelto
di vivere e lavorare sotto sistemi politici antidemocratici e razzisti pur
avendo la possibilità di emigrare e di esercitare il loro mestiere in paesi
democratici. Negli ultimi mesi, però, è toccato a me e a molti altri cittadini
del mio paese natale, gli Stati Uniti d’America, porci la stessa domanda: che
cosa bisogna fare – restare? combattere? emigrare?». Val la pena di citare anche
la chiusa amara: «Ho scritto Music in Fascist Italy quarant’anni dopo quella che
allora sembrava la fine definitiva del fascismo, ma forse, tra altri quaranta o
ottant’anni, qualche giovane storico della musica vorrà scrivere Music in
Fascist America e/o in altri paesi ancora. Spero proprio di no». L’autore
riconfigura dunque il suo studio: da analisi storiografica condotta con metodo
archivistico-documentario a libro intrinsecamente politico – un case study sulla
psicologia della sottomissione che oggi assume particolare rilevanza.
All’introduzione seguono sei capitoli. Nel primo (“Il terreno”) si ricostruisce
l’eredità musicale dell’Italia post-verdiana al momento dell’ascesa di
Mussolini: la generazione di Puccini-Mascagni-Leoncavallo-Giordano-Cilea, la
nascita della “Generazione dell’Ottanta” (Casella, Malipiero, Pizzetti,
Respighi, Alfano, Zandonai), il futurismo musicale di Pratella e Russolo, il
sistema dei conservatori e dei teatri lirici.
Il secondo (“Le istituzioni”) si sofferma sulla fascistizzazione dell’apparato
istituzionale musicale, dai conservatori (con il drammatico episodio del
suicidio di Giuseppe Gallignani, direttore del Conservatorio di Milano
licenziato nel dicembre 1923) ai teatri d’opera autonomi, dalla Corporazione dei
Professionisti e Artisti al Sindacato Nazionale Fascista Musicisti, alle riforme
di Casella ai progetti di Mulè e Lualdi, ai festival (Maggio Musicale
Fiorentino, Festival Internazionale di Musica Contemporanea di Venezia) alla
radio (EIAR). Per Sachs il fascismo musicale si caratterizza non per un
programma estetico definito (come fu per la Reichsmusikkammer nazista) ma per
«un quadro fitto di piccoli intrighi e manovre, di molto opportunismo grottesco,
di occasionali esempi di ingenua buona fede nel governo, e di scarsissima
opposizione politica in senso proprio».
La terza sezione (“I compositori”) si occupa «soltanto di alcuni dei musicisti
più importanti, scelti perché tra loro diversissimi per capacità intellettuali,
tratti caratteriali e origini culturali»: Puccini (morto nel 1924, ma “figlio di
un’Italietta boriosa”, nelle parole del musicologo Tintori), Mascagni, Giordano,
Pizzetti, Respighi, Casella, Malipiero, Petrassi e Dallapiccola. Pur severo nei
giudizi, Sachs evita la facile damnatio: classifica il caso come paradigmatico
di un ceto medio professionale italiano che vide in Mussolini l’uomo
dell’ordine. Analoga lucidità mostra nei casi di Pizzetti, Respighi e
soprattutto di Casella – l’animatore della “Generazione dell’Ottanta”, il
modernista che firmò il Manifesto dei musicisti italiani per la tradizione
dell’arte romantica dell’Ottocento (1932), fascista convinto ma incappato nella
politica discriminatoria che coinvolse anche la sua compagna Yvonne, ebrea,
episodio ricostruito con particolare delicatezza.
Il quarto capitolo (“Gli esecutori”) è dedicato ai direttori d’orchestra (Gui,
Serafin, Molinari, Marinuzzi, e poi Cantelli, Ferrara, Gavazzeni, Giulini,
Previtali) e ai cantanti (Gigli, Cobelli, Cigna, Caniglia, Pertile, Lauri Volpi,
Tagliavini, Stignani).
Nel quinto (“Stranieri, alleanze, razzismo e guerra”) si analizzano le leggi
razziali del 1938 e gli effetti sulla vita musicale italiana, la circolazione
dei musicisti tedeschi in Italia, l’alleanza con il regime nazista.
La sezione conclusiva (“Il caso Toscanini”) dedica ampio spazio al direttore
d’orchestra che era stato il primum movens dell’opposizione al fascismo:
dall’iniziale candidatura nelle liste mussoliniane del 1919 al rifiuto di
dirigere “Giovinezza” nel 1922-1926, al celebre schiaffo di Bologna del 14
maggio 1931, alla rinuncia a Bayreuth e Salisburgo, all’esilio newyorkese. Il
Maestro emerge quale figura di intransigenza assoluta, l’ethos puritano del
lavoro musicale come unico “faro” della propria coscienza politica.
A coronamento del lavoro l’utile apparato bibliografico della musicologa
Benedetta Zucconi, che organizza in sezioni tematiche (Generale; Jazz, canzone,
musica popolare; Colonialismo; Estetica musicale; Compositori; Esecutori;
Istituzioni; Propaganda; Radio; Questione ebraica, ecc.) la fioritura di studi
musicologici italiani e stranieri dal 1995 a oggi. Una guida critica e un
aggiornamento anche inteso a coprire gli inevitabili vuoti del volume: la
popular music, la canzonetta, il jazz, che pure godettero di una circolazione
massiccia in Italia durante il regime fino alle soglie della guerra, sono
assenti dalla trattazione, che si concentra sulla musica colta (opera,
sinfonica, da camera).
Il metodo d’indagine è tipico di un giornalista-storico anglosassone: alla
formazione da musicista (Sachs è stato direttore d’orchestra e violinista)
l’autore unisce il rigoroso studio delle fonti (materiale d’archivio, stampa
periodica musicale, testimonianze orali raccolte in prima persona), evitando
però il taglio specialistico-musicologico in favore di una saggistica di
andamento narrativo, ben reso dalla puntuale traduzione di Luca Fontana.
Preziose le tre lunghe interviste: al critico musicale Massimo Mila, che pagò
col carcere il proprio antifascismo; al compositore Goffredo Petrassi, che fu
attivo «sia pure in modo limitato, nella burocrazia musicale» del regime; a
Gianandrea Gavazzeni, direttore d’orchestra che si era opposto al fascismo «pur
seguendone le forme esteriori, ma «senza assumere atteggiamenti eroici», come
afferma egli stesso. Scelta filologicamente corretta e non scontata, le
interviste sono integrali: «ciò che ciascuno di essi aveva da dire appariva
degno di essere ripetuto per intero».
Il libro si distanzia dal coevo studio Musica e musicisti nel ventennio fascista
di Fiamma Nicolodi (Discanto, 1984), con la quale Sachs ha intessuto un rapporto
di leale dialogo: i due, infatti, si erano incontrati prima della pubblicazione
per chiarire la diversa traiettoria dei rispettivi lavori. Laddove Nicolodi
focalizza l’attenzione sulla musica composta nel periodo (analisi delle correnti
compositive, dei linguaggi, delle estetiche), Sachs si sofferma sui protagonisti
e sulle istituzioni, privilegiando l’aspetto storico-istituzionale, con lo scopo
precipuo di «esaminare e interpretare documenti, non accusare o sedere in
giudizio». Ma l’autore non si nasconde dietro un dito, consapevole che «l’atto
stesso della selezione, per non dire le decisioni sul modo in cui trattarlo,
comporta inevitabilmente un certo grado di tendenziosità e manipolazione».In
conclusione, il volume si presenta come un testo imperdibile per chi voglia
approfondire un tema delicato e ben ampio, che, considerata la deriva
autoritaria delle nostre società, assume oggi un particolare significato.
L'articolo Harvey Sachs / Il fascismo e la musica, ovvero “restare? combattere?
emigrare?” proviene da Pulp Magazine.