L’ex Ospedale Marino e il lungomare di Cagliari: da bene pubblico a resort extra lusso
La recente e definitiva approvazione del progetto per trasformare l’ex Ospedale
Marino di Cagliari in un hotel extra lusso a 5 stelle segna l’ennesima vittoria
della logica del profitto privato a scapito del patrimonio collettivo.
L’immobile, un gioiello di architettura razionalista originariamente nato come
Colonia Dux su progetto di Ubaldo Badas, sorge in una posizione cruciale sul
lungomare del Poetto. Il via libera alla società Colonia Hotel per un
investimento di circa 12 milioni di euro viene spacciato come “rinascita civile
e ambientale”, ma occulta una realtà ben più amara: la privatizzazione e la
frammentazione del litorale.
Quando una struttura pubblica e identitaria viene convertita in un resort
d’élite, l’impatto sociale è immediato. La spiaggia antistante cessa nei fatti
di essere un bene comune, trasformandosi in una concessione esclusiva per pochi
privilegiati e privando i cittadini dell’uso libero del territorio.
La narrazione ufficiale insiste su criteri di “minimo impatto” e ingegneria
naturalistica. Tuttavia, un albergo a 5 stelle posizionato direttamente sulla
sabbia porta con sé un’inevitabile impronta ecologica pesante.
Le strutture di lusso richiedono standard di climatizzazione, lavanderia e
servizi idrici infinitamente superiori alla media residenziale. Le attività
serali e le illuminazioni costanti disturbano la fauna notturna, minacciando il
delicato ecosistema costiero a ridosso dell’area protetta di Molentargius.
Il calpestio concentrato e la costante manutenzione artificiale alterano la
dinamica dancoramento delle dune costiere, accelerando i fenomeni di erosione
anziché mitigarli.
Esisteva una strada alternativa, capace di ricucire la profonda ferita storica
tra Cagliari e la sua costa. L’ex Ospedale Marino si sarebbe potuto connettere a
un piano di rilancio integrale delle Saline di Cagliari, trasformandosi in un ex
ospedale marino come hub della comunità.
Uno spazio dedicato alla scienza del mare con laboratori didattici per scuole e
università, sede di un Museo del Mare e della Civiltà del Sale, che potesse
anche ospitare delle Officine dell’Estetica, con corsi di cosmesi con fango e
sale locale ed annesso spazio commerciale etico (punti vendita dei prodotti
delle Saline), Un centro di questo tipo avrebbe generato posti di lavoro stabili
e de-stagionalizzati legati alla ricerca scientifica, all’artigianato e alla
cultura, dimostrando che la tutela ecologica può tradursi in valore economico
concreto.
Questo connubio profondo tra risorsa naturale, fatica e identità locale era già
stato profetizzato dalla compagnia teatrale cagliaritana Il crogiuolo. Lo
spettacolo S’acqua fatta (Una storia di sale, lavoro e dignità) – l’espressione
usata storicamente dai salinieri per indicare il momento in cui l’acqua marina
iniziava finalmente a cristallizzare in sale – metteva in luce proprio il valore
immenso di quel lavoro e l’esigenza di salvaguardare il territorio.
Il testo lanciava chiare prospettive di sviluppo sostenibile basate sulla
riattivazione delle saline, intese non come un fossile industriale da cartolina,
ma come un ecosistema produttivo vivo. La vera rigenerazione urbana del Poetto
non passa per le suite extralusso, ma per la restituzione di spazi significativi
al lavoro dignitoso e alla memoria collettiva dei cagliaritani. Vendere le mura
dell’ex Marino significa svendere l’anima di un intero litorale.
Redazione Cagliari