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“Globalizzazione, fenomeni migratori e diritti umani”, incontro ad Arese (Milano)
Non solo Iran, Libano, Palestina: anche dal Mar Mediterraneo quasi ogni giorno arriva un tragico bollettino di guerra. I naufragi si susseguono a ritmo incalzante, tanto che nei primi tre mesi di quest’anno si calcola che le vittime abbiano superato quota 750 (ma potrebbero essere ancora di più) a fronte di una stima di 1.330 morti registrati nell’intero 2025. Non solo: questa ecatombe è ancora più agghiacciante se si considera che nel primo trimestre 2026 gli arrivi si siano ridotti del 50-60% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Tutto ciò è stato ricordato in apertura dell’incontro “Globalizzazione, fenomeni migratori e diritti umani”, organizzato da Anpi Arese con il sostegno dell’amministrazione comunale e della Rete per la pace. Importanti i relatori: Paolo Pobbiati, ex presidente di Amnesty International Italia, Giorgio Del Zanna, esponente della Comunità di Sant’Egidio e docente di storia contemporanea alla Cattolica e Luca Radaelli, HR manager del progetto Sar di Emergency. Proprio Pobbiati in apertura ha confessato che non avrebbe voluto parlare di cifre, ma non ha potuto evitarlo per dare un’idea delle dimensioni della piaga delle morti in mare. “È importante ricordare sempre che si tratta di uomini, donne e bambini costretti ad affrontare una vera e propria odissea nella speranza di costruire un futuro accettabile per sé e le loro famiglie. Dobbiamo raccontare le loro storie per far comprendere a tutti che sono persone proprio come noi, con il solo ‘torto’ di essere nati dalla parte sbagliata del mondo, in un Paese in guerra o devastato da inondazioni o siccità o governato da un regime che perseguita i dissidenti, gli omosessuali, le donne. Ricordo solo due storie di persone che ho conosciuto: un ragazzo fuggito dall’Eritrea a 18 anni per evitare il ‘servizio militare a vita’ imposto dallo Stato e il padre di quattro figlie, scappato dall’Afghanistan per offrire loro una possibilità di vita e libertà”. Pobbiati ha poi parlato delle pessime novità normative che si concretizzeranno tra due mesi in Unione Europea e in Italia. Il regolamento sui respingimenti che entrerà in vigore prevede infatti la possibilità di deportare i migranti provenienti da Paesi considerati “sicuri” (Tunisia, Egitto e Bangladesh tra questi) negli Stati di provenienza o anche in altri senza neppure esaminare l’eventuale richiesta di asilo. A ciò si aggiunge l’estensione della “detenzione amministrativa” nei Cpr da 18 a 24 mesi e anche per famiglie con bambini e minori non accompagnati (vedi sul tema l’intervista alla presidente di Amnesty Italia Alba Bonetti). In Italia si parla addirittura della possibilità per il governo di attuare il blocco navale. Uno spiraglio di speranza è stato aperto dall’intervento di Giorgio Del Zanna, che ha parlato dei “corridoi umanitari” realizzati negli ultimi dieci anni dalla Comunità di Sant’Egidio in collaborazione con altre realtà della società civile. “Sfruttando una possibilità prevista dall’Unione Europea, dal 2016 a oggi siamo riusciti a portare in Italia circa seimila persone, offrendo loro percorsi di integrazione per trovare lavoro e casa e costruirsi una nuova vita nel nostro Paese. Certo, si tratta di una goccia nell’oceano, ma il nostro scopo è anche dimostrare che il modello funziona per poterlo proporre su una scala molto più ampia. Sarebbe un vantaggio per tutti – italiani e non – se i soldi che oggi vengono usati per respingere o limitare i movimenti dei migranti fossero invece destinati all’accoglienza e alla promozione della convivenza. Dobbiamo sostituire la paura con la conoscenza reciproca: la diffidenza verso gli ‘stranieri’ (presentati come criminali o comunque potenziale minaccia) viene alimentata a scopo elettorale. Ma la stragrande maggioranza di queste persone lavora nelle nostre case, nei campi e nei cantieri, paga le tasse e vuole solo vivere in pace e in armonia con i suoi vicini. È importante quindi creare occasioni di incontro in un clima di festa e serenità: è così che si crea comunità e si superano i pregiudizi, e lo dico per esperienza”. Non meno coinvolgenti le parole di Luca Radaelli. “Mercoledì la Life Support di Emergency ha salvato 71 migranti che viaggiavano a bordo di un gommone sovraffollato, che non avrebbe potuto affrontare la traversata del Mediterraneo, e che è stato avvistato direttamente dal ponte di comando della nostra nave: a bordo dell’imbarcazione in pericolo c’erano anche 17 minori, di cui 11 non accompagnati. I migranti, che hanno riferito di essere partiti dalle coste libiche di Garabulli, sono originari di Mali, Costa d’Avorio, Burkina Faso, Guinea Conakry, Camerun e Ciad, Paesi colpiti da violenze, povertà, violazioni di diritti e insicurezza alimentare. Ebbene, il governo italiano ci ha assegnato La Spezia come porto di sbarco. Questo significa tre giorni di navigazione, l’allontanamento forzato della nostra nave dalla zona del Mediterraneo – dove in questo periodo c’è estremo bisogno di vigilanza – e altre sofferenze inutili per decine di persone già provate da un viaggio che spesso dura anni. Per non parlare del fatto che ci viene imposto di avvisare la cosiddetta Guardia Costiera libica, con il rischio che le sue motovedette ci sparino addosso e riportino i naufraghi in Libia, dove vengono sottoposti alle peggiori torture, stupri ed estorsioni con il beneplacito del nostro governo, interessato solo a dichiarare che grazie a lui meno ‘stranieri’ sono arrivati sulle nostre coste. Non importa se il motivo è che sono morti ammazzati o annegati”. Ai tre interventi è seguito un vivace dibattito e la serata si è conclusa con l’impegno comune a riflettere e sensibilizzare le persone su questo tema sempre di drammatica attualità.   Claudia Cangemi
April 11, 2026
Pressenza
5 domande sul naufragio costato la vita a 19 persone. Si poteva evitare?
Mercoledì 1° aprile a Lampedusa sono arrivate 58 persone sopravvissute a un viaggio che per altre 19 è finito in tragedia. Diciannove morti che non possono essere liquidati come fatalità: sono il prodotto diretto delle politiche di contenimento dei flussi migratori orgogliosamente adottate da Italia e Unione Europea e delle omissioni di soccorso che queste politiche continuano a generare. Nella notte di lunedì 30 marzo, la nave Aurora di Sea-Watch ha intercettato via radio un Mayday Relay lanciato dall’aereo Eagle 2 di Frontex, che segnalava un’imbarcazione in pericolo. L’equipaggio di Aurora ha raggiunto la posizione indicata, ma non ha trovato nulla. Era notte fonda, la visibilità quasi nulla e non c’erano altre coordinate o indicazioni operative da parte di Frontex: l’unica possibilità era fare ritorno a Lampedusa. «Le vittime e i sopravvissuti arrivati ieri a Lampedusa meritano che sia fatta chiarezza e giustizia rispetto alle azioni intraprese o meno dalle autorità dal momento della ricezione della notizia del caso. La guardia costiera è intervenuta da Lampedusa sfidando condizioni meteo avverse, ma Roma avrebbe potuto attivare i soccorsi prima e con assetti più idonei? A questa e altre domande si deve una risposta» dichiara Giorgia Linardi, portavoce di Sea-Watch. Le domande si inseriscono in una situazione che è ormai completamente opposta alla logica della ricerca e soccorso. Non ci sarebbe stato bisogno di una motovedetta che corre a tutta velocità da Lampedusa se in mare ci fossero stati assetti più adatti, che il nostro governo tiene sistematicamente lontani dal Mediterraneo Centrale, invece di dargli l’unico compito cha avrebbe senso: essere in mare, pattugliare e soccorrere. L’assenza di un dispositivo per il soccorso adeguato produce morti: non è accettabile che oltre dieci persone muoiano una dopo l’altra sul ponte di una motovedetta. E dunque chiediamo a Roma: era possibile intervenire diversamente? «Il sistema attuale porta allo stremo gli equipaggi della Guardia Costiera a Lampedusa con interventi altamente rischiosi, quando si potrebbe spesso intervenire prima e con mezzi più adatti. Su questo esigiamo chiarezza.» Sea-Watch, sulla base delle informazioni disponibili e delle testimonianze raccolte, ha ricostruito la sequenza dei fatti; rimangono domande cruciali, alle quali solo le autorità competenti possono dare risposta e da cui dipende la verità su ciò che è accaduto in quelle ore nel Mediterraneo centrale. Ricostruzione 30 marzo: * Ore 21:24 UTC: l’aereo Frontex Eagle 2 lancia due Mayday Relay per un gommone in difficoltà con a bordo circa 70 persone, in lenta navigazione. Posizione: 34°01’N, 12°08’E. * Ore 21:47 UTC: l’aereo Eagle 2 ripete il Mayday Relay con le medesime informazioni * Ore 23:25 UTC: la motovedetta Aurora della ONG Sea-Watch prova a contattare via radio Eagle-2 per ottenere maggiori informazioni. Non riceve risposta. * Ore 23:32 UTC: Aurora riprova a contattare Eagle 2. Nessuna risposta. * Ore 23:55 UTC: Aurora riprova a contattare Eagle 2. Nessuna risposta.  31 marzo: * Ore 00:06 UTC: Aurora riprova a contattare Eagle 2. Nessuna risposta. * Ore 00:17 UTC: Aurora riprova a contattare Eagle 2. Nessuna risposta. * Ore 00:39 UTC: Aurora comunica via mail alle autorità che sta per raggiungere la posizione del Mayday Relay pronta a prestare assistenza. * Ore 00:43 UTC: Aurora riprova a contattare Eagle 2. Nessuna risposta. * Ore 00:48 UTC: Aurora arriva nella posizione indicata, ma non avvista alcuna imbarcazione. Vista la poca visibilità, la mancanza di supporto aereo, le condizioni meteo e i livelli di carburante, Aurora si dirige verso Nord seguendo la rotta che l’imbarcazione avrebbe potuto seguire verso Lampedusa. * Ore 00:50 UTC: Aurora riprova a contattare Eagle 2. Nessuna risposta. * Ore 00:55 UTC: Aurora riprova a contattare Eagle 2. Nessuna risposta. * Ore 01:16 UTC: Aurora riprova a contattare Eagle 2. Nessuna risposta. * Ore 01:40 UTC: una motovedetta della cosiddetta Guardia Costiera libica raggiunge la posizione di Aurora in 34°13’N, 12°12’E e chiede via radio se Aurora ha avvistato imbarcazioni di migranti. * Ore 19:45 UTC circa: la motovedetta CP306 della Guardia Costiera italiana lascia il porto di Lampedusa a tutta velocità verso sud–sud-est. * Ore 20:40-00:50 UTC circa: l’aereo Manta 10-01 (MM62170) della Guardia Costiera, con call sign RESCIMB che implica coordinamento da parte del Centro del Coordinamento dei Soccorsi di Roma, viene tracciato mentre compie un volo che indica una ricerca e l’individuazione di un’imbarcazione in difficoltà. Le orbite si concentrano in posizione 34°09’N, 12°51’E. 1° aprile * Ore 00:23 UTC: la motovedetta CP306 è giunta sulla posizione dell’orbita di Manta 10-01 * Ore 01:55 UTC: la motovedetta CP306 viene tracciata lasciare la posizione e navigare verso Lampedusa * Ore 09:50 UTC: Alarm Phone allerta le autorità rispetto a un’imbarcazione con 75 persone a bordo, corrispondente a quella soccorsa dalla motovedetta CP306 * Ore 11:01 UTC: la motovedetta CP306 entra in porto a Lampedusa e attracca al molo Favaloro. A bordo 58 sopravvissuti e 19 salme. * Ore 14:30 UTC: ANSA informa che i sopravvissuti hanno raccontato di essere partiti all’alba di lunedì 30 marzo da Abu Kammash in Libia, di essere stati in 80 su un gommone di 10 metri. Raccontano che tre uomini sono caduti in mare e risultano dispersi. Le nostre domande Dalle testimonianze raccolte emergono tre elementi centrali: * Il gommone su cui viaggiavano i 58 sopravvissuti e le 19 vittime coincide con il tipo di imbarcazione segnalato nel Mayday Relay dell’aereo Eagle 2; * La stima iniziale di Eagle 2 (circa 70 persone a bordo) è compatibile con le 80 persone risultate poi dal soccorso: 58 sopravvissuti, 19 salme, 3 dispersi; * La posizione indicata da Eagle 2 nella notte del 30 marzo è coerente con una partenza dal porto libico di Abu Kammash. Alla luce di queste corrispondenze, chiediamo: 1. L’imbarcazione avvistata da Eagle 2 e segnalata nel Mayday Relay è la stessa raggiunta dalla motovedetta CP306? 2. Se si tratta dello stesso gommone, quali attività di ricerca, coordinamento e monitoraggio sono state messe in campo dalle autorità italiane, maltesi ed europee tra la notte del 30 marzo e quella del 31 marzo? 3. Sempre nell’ipotesi di coincidenza, l’imbarcazione è stata nuovamente individuata da assetti aerei nel corso del 31 marzo e, in tal caso, perché non è stato disposto un intervento immediato? 4. Se invece si trattasse di due imbarcazioni diverse, quale seguito ha avuto la segnalazione di Eagle 2 e quali informazioni esistono oggi sul destino del gommone avvistato la notte del 30 marzo? 5. E nel caso di imbarcazioni distinte, il gommone soccorso dalla CP306 era già stato segnalato o avvistato da altri mezzi prima dell’intervento? Da chi e in quali circostanze?     Sea Watch
April 2, 2026
Pressenza
Il Mediterraneo continua a inghiottire persone invisibili
Il copione si ripete, ma non fa notizia. Al largo di Lampedusa, presumibilmente giunte dalla Libia, sono arrivate vive 58 persone, ma alcune in pessime condizioni, fra cui un bambino piccolissimo. Una motovedetta della Guardia Costiera aveva adempiuto al proprio dovere, a circa 85 miglia dall’isola, nella zona SAR che dovrebbe essere vigilata dal governo di Tripoli. Alcuni morti erano a bordo, deceduti per ipotermia o per le inalazioni del carburante, altri non hanno resistito per il tempo necessario ad arrivare al porto di attracco. Quasi contemporaneamente, nell’Egeo, al largo di Bodrum, nel sud ovest della Turchia, sono stati tratte in salvo 21 persone, ma almeno altre 18 invece hanno perso la vita. Discordanti le ricostruzioni: secondo alcuni c’è stato un inseguimento della Guardia Costiera turca al gommone carico e non è ancora chiaro se questo si sia ribaltato o sia stato speronato. Il bilancio non cambia. Perché non chiamarli vittime delle guerre che dall’Afghanistan al Medio Oriente fino all’Africa Sub Sahariana continuano a imperversare? Già loro non contano per i governi della Fortezza Europa che da giugno, con il nuovo patto, blinderanno ancora di più i propri confini e saranno responsabili di ulteriori tragedie. I morti, ma anche i sopravvissuti di questa notte come tante sono gli invisibili. Sono quelli per cui si è levata la voce sabato 28 marzo nella manifestazione No Kings, sono le vittime dei Re e delle Regine, ultimi fra gli ultimi. Continueremo per loro a chiedere giustizia e diritti, senza rassegnarci al suprematismo occidentale Stefano Galieni, responsabile immigrazione Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
April 1, 2026
Pressenza
SOS Mediterranee a Cutro: oggi come tre anni fa, stragi insensate nell’indifferenza della politica
SOS Mediterranee parteciperà da oggi al 26 febbraio alle diverse iniziative organizzate dalla Rete 26 febbraio con i familiari delle vittime e dei sopravvissuti e con le altre associazioni per ricordare la strage di Cutro: esattamente tre anni fa 94 persone persero la vita a un passo dalle nostre coste. Lo scorso 14 gennaio si è aperto il processo per i fatti di quella notte, oggi la quarta udienza: SOS Mediterranee, insieme ad altre ONG, si è costituita parte civile.   “Quella strage – spiega Valeria Taurino direttrice generale di SOS Mediterranee Italia – non ha spostato nessun equilibrio. Sono morte 94 persone sulle nostre coste: se normalmente chi vuol fingere di non vedere si può rifugiare dietro la distanza fisica, in quell’occasione è stato necessario aprire gli occhi. Nonostante ciò, la questione migrazioni non ha mai smesso di essere strumentalizzata e trattata come un problema di numeri o “risorse”: si tratta di vite umane, che andrebbero protette e rispettate. Invece il governo in questi giorni ha varato un DDL che colpisce e blocca ancora di più chi salva vite in mare, accettando tacitamente il rischio di altre “Cutro”: forse dovrebbero essere onesti e ammettere che le vittime di questa e di tutte le altre stragi che quotidianamente avvengono nel Mediterraneo non sono un fatto che merita attenzione e soluzioni reali. Il mare continua a restituire cadaveri delle persone morte durante i giorni del ciclone Harry: siamo qui per dire che oggi come tre anni fa la colpa non è del mare né del meteo, ma di chi su queste morti costruisce campagne d’odio e posizionamenti politici anziché trovare soluzioni.”    Redazione Italia
February 24, 2026
Pressenza
A Legnano emozionante incontro sui migranti e chi li salva
Una mattinata che lascerà il segno nella memoria e nel cuore di tanti dei quasi 600 studenti di medie e superiori che hanno stipato il teatro Tirinnanzi. “Isola-ti. Protect people, not borders” ha raccontato la vita e la morte dei migranti usando diversi linguaggi: quello del Mago di Oz reinterpretato in chiave sociale nello spettacolo teatrale “Oz, storia di un’emigrazione”, ottima produzione della compagnia Eco di fondo e quello commovente nella sua brutalità delle testimonianze di Pietro Bartolo, medico a Lampedusa ed ex eurodeputato  e di Tareke Brahne, presidente del Comitato 3 ottobre, nato all’indomani della strage del 2013. Alla tavola rotonda ha partecipato anche la professoressa Alessandra Gallina, docente dell’istituto Bernocchi e referente per il Progetto Lampedusa, che porta nell’isola diversi studenti proprio in occasione del ricordo della strage. A introdurre l’appuntamento il sindaco Lorenzo Radice e Rosetta Penna, attivista di Amnesty International Italia, da sempre in prima linea per i diritti dei migranti. In queste prime settimane del 2026 si calcola che siano morte in mare almeno tra le 450 e le mille persone a fronte di un calo degli arrivi del 60%. Tareke Brhane ha raccontato alcuni momenti della sua odissea: a 16 anni è fuggito dall’Eritrea per evitare la coscrizione a vita e la guerra con l’Etiopia. Il suo viaggio attraverso il deserto e il Mediterraneo è durato 4 anni, tra abusi e violenze. Anche una volta arrivato in Italia ha vissuto momenti drammatici: “Ho sofferto la fame e il freddo, accettavo di lavorare gratis in cambio di un pasto e un posto per dormire. Ancora adesso, dopo più di 20 anni, mi sento spesso addosso sguardi sprezzanti e intimoriti, ho paura di essere aggredito, come se per il colore della pelle fossi automaticamente una minaccia o un bersaglio. Questa è la conseguenza della criminalizzazione dei migranti e di chi tenta di aiutarli portata avanti da certi partiti e organi di stampa”. Tareke ha poi ricordato la battaglia del Comitato per prelevare il Dna e dare un nome alle vittime: “Il 90% non viene identificato, lasciando nell’angoscia e nell’incertezza familiari e amici rimasti in patria”. Ma a raccontare con parole e immagini sconvolgenti la realtà quotidiana di Lampedusa è stato soprattutto il dottor Bartolo: “Il naufragio del 3 ottobre 2013, avvenuto a mezzo miglio dalla spiaggia di Lampedusa, ha provocato 386 vittime e un’ondata d’indignazione e dolore. Eppure già il successivo, avvenuto una settimana dopo al largo di Malta e ancora più cruento, è passato quasi sotto silenzio. Nel mio lavoro di medico ho visitato oltre 350.000 persone sbarcate o salvate. Ho dovuto constatare ferite di proiettili sparati dai trafficanti per costringere le persone a imbarcarsi anche col mare grosso dopo averle torturate per ottenere sempre più denaro; donne divorate vive da quella che chiamo ‘malattia del gommone’, ustioni profondissime provocate dalla benzina mista all’acqua che si forma sul fondo del canotto, ragazze sottoposte a tortura ormonale, per farle abortire o non farle rimanere incinte in seguito agli stupri. Il motivo è uno solo: una volta arrivate in Italia, devono diventare schiave del sesso. Salendo su un barcone (per assicurarmi che non ci fossero malati contagiosi, come prevede la legge) sono sceso nella stiva e senza volerlo nel buio ho camminato su decine di corpi: erano tutti ragazzi morti soffocati dopo essere stati prima bastonati e poi sigillati dentro dagli scafisti: la loro colpa? Voler uscire a turno per respirare. Il 13 ottobre i morti furono 368, ma le bare erano 367: una donna fu trovata morta con il bambino appena partorito ancora legato a lei dal cordone ombelicale e fu sepolta con lui” ha proseguito Pietro Bartolo, con la voce tremante. “In un’altra occasione sono riuscito a salvare una madre e la sua bambina partorita sulla barca in condizioni disumane. Con un’iniezione di adrenalina nel cuore ho strappato alla morte una ragazza in coma e in ipotermia che avevano giù infilato in un sacco per cadaveri. Ho portato a braccia 50 ragazze che pesavano 25 o 30 chili dopo essere state torturate e stuprate in una delle prigioni gestite da Al Masri, che in Italia è stato arrestato e poi subito riaccompagnato in Libia con un volo di Stato. A tormentarmi ogni notte è l’immagine del primo dei tantissimi bimbi morti che ho dovuto ‘ispezionare’: torna nei miei incubi a rimproverarmi di non averlo salvato. Per questo ho lavorato per 5 anni al Parlamento Europeo, per questo ho scritto due libri e interpretato il film Fuocoammare, candidato all’Oscar e premiato al Festival di Berlino. Per questo ora vado nelle scuole a raccontare le atrocità commesse sui migranti dai libici che l’Italia paga profumatamente con i nostri soldi.” Tanti occhi rossi e un silenzio sgomento seguito da applausi scroscianti hanno accolto le parole del “medico di Lampedusa”.   Claudia Cangemi
February 19, 2026
Pressenza
La nave Humanity 1 bloccata per 60 giorni, mentre aumentano i morti in mare
Mentre centinaia di persone risultano ancora disperse nel Mediterraneo centrale, il 13 febbraio le autorità italiane hanno fermato per 60 giorni la nave di soccorso Humanity 1 a Trapani e imposto una multa di 10.000 euro, secondo quanto riferito oggi dall’organizzazione tedesca di ricerca e soccorso SOS Humanity. Secondo l’equipaggio, in precedenza avevano soccorso 33 persone in pericolo in mare e avvistato due cadaveri in acqua. Le autorità accusano l’equipaggio di non aver comunicato con il Centro di coordinamento dei soccorsi libico. L’ordine di fermo è arrivato poco dopo che il governo italiano ha presentato un disegno di legge che consentirebbe un “blocco navale”, una nuova misura contro le navi di soccorso delle ONG. “Il nostro equipaggio ha informato tutti i centri di coordinamento dei soccorsi competenti in conformità con il diritto marittimo internazionale”, ha sottolineato Viviana di Bartolo, coordinatrice delle operazioni di ricerca e soccorso di Humanity 1. “Abbiamo deliberatamente deciso di non comunicare con gli attori libici, poiché non possono essere considerati autorità di ricerca e soccorso legittime: sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani nei confronti delle persone in cerca di protezione”. Secondo SOS Humanity, questa è la terza detenzione di una nave di soccorso dell’alleanza “Justice Fleet” in tre mesi. L’alleanza di ONG critica il sostegno europeo agli attori libici in mare, che accusa di violenza contro le persone in cerca di protezione e contro gli equipaggi di soccorso. Nell’agosto 2025, la cosiddetta Guardia Costiera libica ha aperto il fuoco contro una nave di soccorso non governativa. “Questo ribalta pericolosamente la realtà. Mentre noi salviamo vite umane e veniamo puniti per questo, la cosiddetta Guardia Costiera libica viene sostenuta, le stesse forze che abusano e uccidono le persone in fuga”, ha affermato Marie Michel, esperta di politiche presso SOS Humanity. “Chiediamo il rilascio immediato della nostra nave di soccorso Humanity 1”. Secondo SOS Humanity, si tratta del secondo fermo della sua nave in tre mesi. In precedenza era stata fermata anche la nave di soccorso Sea-Watch 5. A due delle più grandi navi di soccorso delle ONG nel Mediterraneo viene quindi impedito di effettuare ulteriori salvataggi, ha aggiunto l’organizzazione. Nel frattempo, il governo italiano sta intensificando ulteriormente l’ostruzione delle operazioni umanitarie di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. Con una nuova bozza di legge, il governo Meloni sta pianificando un “blocco navale” per le navi delle ONG:  queste potrebbero ricevere la proibizione di entrare nelle acque territoriali italiane per un periodo fino a sei mesi, se le autorità italiane valutano un “rischio per la sicurezza”. “Il nuovo fermo della nostra nave di soccorso Humanity 1 avviene nel contesto di un’ulteriore escalation dell’intralcio alle operazioni di ricerca e soccorso drammaticamente urgenti nel Mediterraneo”, afferma Marie Michel. “Con questo disegno di legge, che prevede un ‘blocco navale’, il governo italiano sta compiendo un passo drammatico nella sua politica contro le operazioni civili di ricerca e soccorso. Ciò aggrava ulteriormente la catastrofe umanitaria in mare e viola palesemente il diritto internazionale”. Dati dell’OIM mostrano che dall’inizio dell’anno ad oggi almeno 484 persone migranti sono state dichiarate morte o disperse in seguito a diversi naufragi nel Mediterraneo centrale causati da condizioni meteorologiche estreme, mentre si ritiene che centinaia di altri decessi non siano stati registrati.   Redazione Italia
February 14, 2026
Pressenza
Mediterraneo rotta letale: due bambini morti e una persona dispersa
Lunedì abbiamo individuato un’imbarcazione in difficoltà e allertato le autorità. Ieri il natante si è capovolto durante un’operazione di soccorso da parte di un mercantile. Lunedì il nostro aereo Seabird ha individuato un’imbarcazione in difficoltà con oltre 90 persone a bordo che era in mare da tre giorni. Due persone erano in acqua. Abbiamo immediatamente chiesto aiuto. Frontex è arrivata sei ore dopo, ha visto il natante e se n’è andata. Ieri mattina, le persone erano ancora abbandonate al loro destino. Le navi di soccorso europee avrebbero potuto raggiungerle in circa tre ore, ma hanno scelto di non intervenire. Quando la nave mercantile Port Fukuka, che si trovava nelle vicinanze, ha cercato di soccorrerle, l’imbarcazione si è capovolta. Tutte le persone a bordo sono finite in mare. Una volta soccorse, due bambini erano deceduti e una persona risultava dispersa. Oggi i naufraghi sono ancora sul mercantile e le autorità italiane stanno facendo di tutto per impedire loro di raggiungere l’Italia. C’è il pericolo imminente che la cosiddetta Guardia Costiera libica li rapisca e li porti in Libia, verso tortura e morte. È inaccettabile. La nostra nave veloce Aurora avrebbe potuto intervenire in soccorso di queste persone. Si trova a sole quattro ore e mezza di distanza, ma è bloccata dalle autorità italiane nel porto di Lampedusa con motivazioni prive di fondamento. Questo “spettacolo” vergognoso non si è ancora concluso, ma le autorità italiane ed europee non sono intervenute. È un sistema che sta facendo ciò per cui è stato progettato: lasciare che le persone anneghino ai confini dell’Europa. Silenziosamente, sistematicamente. Sea Watch
July 30, 2025
Pressenza