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Vivere su linee di confine, un’intervista a Sergio Bologna
Rilanciamo l’anteprima dell’intervista a Sergio Fontegher Bologna – tradotta e pubblicata da “Officina Primo Maggio” – rilasciata dallo storico del movimento operaio al collega Némec, giornalista di un sito sloveno in occasione dell’uscita del suo ultimo libro, ““Vivere su linee di confine. I miei primi vent’anni a Trieste” (edito dalla casa editrice Agenzia X, assai “nota ai punk milanesi”). Scrive l’autore: «A Trieste non hai vie di mezzo: o vedi il confine come un muro di protezione e ti crogioli nel paranoico provincialismo o lo vedi come un segnalibro di un unico grande volume della cultura universale». Interessante è la presentazione editoriale del volume, allorquando si scrive che si tratta di un «memoir ricco di valore storico, i primi vent’anni dell’autore che scorrono sotto i nostri occhi come in un film ambientato sui tanti confini di Trieste. La morte sfiorata pochi giorni dopo la nascita, la casa situata tra il quartiere dei ricchi e quello dei lavoratori, poi la guerra, i bombardamenti, i rifugi trasformati in cimiteri, i nazifascisti che scappano, i partigiani, le truppe di Tito e gli americani…  I confini invisibili dell’adolescenza, le ansie e le passioni, i passaggi cruciali sul cammino verso l’età adulta, a partire dall’osservazione delle diverse fasi di costruzione delle grandi navi che hanno portato Sergio a diventare uno dei massimi esperti di logistica e spostamento merci dei porti. Le rigorose analisi sulle prime frontiere da varcare per dare spazio a un pensiero radicale che pochi anni dopo sarà condiviso con un gruppo di intellettuali durante la gestazione dell’operaismo italiano e nella fondazione di molte riviste teoriche di critica sociale, sulle quali ha scritto e continua a farlo. Un’intera vita a studiare e cercare di capire i significati delle separazioni e delle possibili convergenze tra le classi sociali, quei confini mobili, continuamente riguadagnati e riperduti, quasi un moto perpetuo di salite e discese. Ci vuole coraggio, un po’ di fantasia e un pizzico di beffarda stramberia per non finire vittime del conformismo e “per non restar inchiodati a difendere con le unghie e con i denti la trincea dello status, per non sacrificare tutta la vita al sogno di entrare nel mondo di chi gode il privilegio della narrazione”»[accì] _____________ Némec: Si è deciso a scrivere le Sue memorie, il lettore ritrova molti aspetti del Suo percorso intellettuale e politico già presenti nella Sua adolescenza. S.F.B. Guardi che mi sono tenuto nel cassetto quel testo per più di vent’anni, semmai c’è da chiedersi perché mi sia deciso a pubblicarlo solo ora. Némec: Mi può rispondere solo Lei. S.F.B.: Oggi si parla continuamente di guerra. E se non si parla di guerra si rilancia continuamente il militarismo, in Italia l’esercito fa propaganda nelle scuole, la divisa militare sembra sostituire i modelli di Armani, di Dolce&Gabbana… e allora mi sono detto che forse è utile ricordare cos’è una guerra vera, soprattutto per la popolazione civile, per un ragazzo. Alcuni miei coetanei erano sfollati a quel tempo. Io invece la morte me la son vista in faccia, anzi, i traumi della guerra mi hanno dato la coscienza di me stesso, la mia memoria è nata allora. Némec: In effetti il Suo racconto è una testimonianza storica. Ma non ci sono anche degli intenti letterari nella sua scrittura? S.F.B.: Per tutta la vita ho scritto saggi, articoli, non ho mai scritto poesie o romanzi. Ma anche il saggio è una forma letteraria, anzi, un genere, come ci ricorda il Lukàcs de L’anima e le forme che tradussi in italiano quando avevo vent’anni. Scrivere in un buon italiano, chiaro ed elegante, ho sempre ritenuto mio dovere per rispetto del lettore ma è stato al tempo stesso un piacere enorme, quanto quello, credo, del musicista verso il suo strumento. Che ci sia riuscito non lo so, lo giudicherà il lettore. Némec: Dicevo che il lettore ritrova molti aspetti del Suo percorso intellettuale e politico già presenti nel libro, per esempio l’operaismo. S.F.B.: Beh, qui tocchiamo l’essenza del libro. Chiariamo innanzitutto cosa s’intende per operaismo. È quella teoria, quella metodologia analitica, che consente di capire che cosa è la classe operaia, la forza lavoro in tutte le sue segmentazioni, dal sottoproletariato al lavoro intellettuale. Di capire quale è il ruolo sociale, la posizione che occupa nella società, di chi presta le sue energie materiali e immateriali a terzi, a coloro che se ne appropriano e in cambio gli danno una parte risibile del valore prodotto. Io ho avuto la fortuna di stare negli strati più alti, docente universitario per un certo tempo, ma mio padre era invece un tecnico, doveva timbrare il cartellino, e mio zio Giaci un manovale, un uomo di fatica che ha dovuto andare a guadagnarsi il pane a 11 anni. Noi abitavamo in una dignitosa dimora piccolo borghese, zio Giaci per molto tempo in una casa senza servizi e mia nonna lo stesso. Queste differenze hanno marcato la mia visione del mondo, differenze di comportamento, di linguaggio, di abitudini. È un tema ricorrente nel libro. Ma hanno inciso anche nella mia formazione. Io ho fatto un ottimo liceo, ho fatto l’università, ma mio padre non è mai riuscito a laurearsi, ad avere quel maledetto “pezzo di carta”, e mio zio è arrivato solo alla terza o alla quinta elementare. Perché? Perché non avevano voglia di studiare? Perché dovevano portare soldi a casa. E quando all’oratorio io, liceale, davo lezioni private a ragazzi degli istituti tecnici, il problema delle differenze di classe si ripresentava. Io potevo permettemi lezioni private di tedesco, di pianoforte, oltre a un ottimo liceo. Insomma, è diventato per me un istinto avvertire le differenze di classe. Sin da ragazzo. San Giacomo ha fatto il resto. Chi viveva a San Giacomo allora, quando c’era l’industria, i cantieri, capiva subito di trovarsi in un quartiere diverso dal centro città e che lì c’era la classe operaia. Una classe operaia multietnica, una parte della quale entrò nelle file della resistenza yugoslava, l’Osvobodilna Fronta. Némec: Il tema dei rapporti tra italiani e slavi è presente in maniera massiccia. S.F.B.: Lei è sloveno e ha colto al volo, ma a molti lettori questa centralità è sfuggita. Penso che la mia testimonianza mandi all’aria molti luoghi comuni che su quel tema si sono costruiti e sedimentati. Tutto nasce ancora una volta dalle condizioni di classe. Mio nonno, padre di mia madre, se l’era svignata lasciando la moglie con quattro figli. Mia madre, la maggiore, va a vivere con la nonna paterna nei sobborghi di Trieste a maggioranza slovena. Con la tubercolosi frequenta tanti sanatori, dove la percentuale di pazienti slovene è molto alta. E queste cose le restano dentro anche quando aderisce all’andazzo nazionalista. Ma un ruolo fondamentale nei miei rapporti con la comunità slovena lo gioca zio Giacinto, che è un ammiratore di Tito. Tuttavia al liceo mi lascio intruppare nei cortei antititini e per il ritorno di Trieste all’Italia, ma della patria non me ne frega niente, ci vado per far casino. Quanti miei amici erano figli di famiglie miste, all’oratorio per esempio! Qui però quello che scrivo è pesantemente influenzato dalla mia scelta di fare lo storico e in particolare lo storico della Germania nazista. Il mio maestro è stato Enzo Collotti, che ha insegnato a Trieste ed è quello che ha messo a nudo, assieme agli storici dell’Istituto della Resistenza, la vicenda del forno crematorio della Risiera di San Sabba. Una vergogna che Trieste si porterà dietro per sempre. Io comincio a scrivere queste memorie proprio nell’anno in cui viene istituita la sciagurata “giornata del ricordo”, che permette di cambiar le carte in tavola della storia di quelle terre e trasforma le vittime in carnefici. Quello che più m’indigna è che accusa gli storici italiani di aver occultato la storia dell’esodo degli istriani e di aver taciuto sulle foibe. Menzogna! Basta leggere i lavori degli anni ’80 dell’Istituto di storia dell’Università di Trieste diretto da Giovanni Miccoli. Sono tuttora membro del ristretto comitato scientifico di un’importante Fondazione tedesca per la storia del nazismo, nota in tutto il mondo. Trieste dal settembre del ‘43 all’aprile del ‘45 è stata un pezzo di Terzo Reich, non era più Italia, né repubblica di Salò. Era Terzo Reich. Come si spiega altrimenti il forno crematorio? Quindi chi conosce bene la storia degli orrori nazisti capisce meglio alcuni risvolti della storia di Trieste di quel periodo. E capisce quanti meriti abbia la giustizia partigiana ad aver eliminato personaggi come Christian Wirth. Némec: Però Suo padre era fascista e pare che abbia rischiato la pelle all’arrivo dei partigiani. S.F.B.: Sì, ma anche nel suo caso clichés e luoghi comuni saltano. Non ha mai avuto nei miei confronti atteggiamenti autoritari, mi ha lasciato libero sempre, mi ha insegnato la dignità del lavoro e il rispetto per la donna. Ha dedicato l’intera sua vita ad assistere mia madre. Lavorava ai cantieri ed ha preso la tessera del fascio quando sono stati nazionalizzati. Lo hanno messo fuori i comitati di epurazione un mese e mezzo dopo che le truppe di Tito si erano ritirate da Trieste e le autorità yugoslave non contavano più nulla. Ma meritava davvero restare fuori per 14 mesi, con un piccolo sussidio – non riesco a immaginare come abbia sopravissuto la mia famiglia – per aver dato dei ”disfattisti” ai colleghi? Gli hanno offerto il patteggiamento, non ha accettato. Ricordo quando, agli inizi degli anni Settanta, i miei genitori erano venuti a vivere a Montegrotto per stare vicino a me che insegnavo a Padova. Un giorno promisi loro di presentarli a Toni Negri. Erano emozionatissimi, mia madre si provò davanti allo specchio l’abito più adatto che avrebbe indossato. Toni, come al suo solito, dando la mano batté i tacchi e s’inchinò leggermente. Loro ne furono estasiati. Mi chiedo, se fossero vissuti qualche anno di più (morirono uno nel ‘76 e l’altra nel ’77) cosa avrebbero detto quando il nome di Toni Negri apparve sulle prime pagine dei quotidiani nell’aprile del ’79 come quello di un efferato criminale. Sono certo che avrebbero capito, così come zio Giaci capì subito che si trattava di una montatura e che il sistema aveva bisogno di un capro espiatorio. Némec: La figura di questo zio Giacinto sembra sia stata importante per Lei. S.F.B.: Moltissimo, la sua esperienza di vita mi ha insegnato cosa è stato veramente il fascismo, cosa è stata la guerra e l’infamia di Mussolini che ha portato alla distruzione del paese e alla morte di centinaia di migliaia di italiani. Per difendere la patria? No, per spalleggiare Hitler nell’aggressione a tanti paesi che non ci avevano fatto nulla. Oggi invece, con il successo del libro di Scurati, ci vogliono convincere che tutto sommato quella del delitto Matteotti è l’unica cattiva azione che Mussolini avrebbe commesso. Némec: L’altra figura importante è quella di Sua madre, le avete dedicato la copertina. S.F.B.: L’amore che mia madre ha avuto per me potrei definirlo sconfinato. Non ebbe mai un amore morboso, di quelli che opprimono, mi ha lasciato libero in tutto e per tutto, ha rispettato la mia indipendenza in maniera assoluta. Potevo andare e fare quello che volevo, senza chiedere il permesso ai genitori. Ma io ero un ragazzo disciplinato, con un forte “senso del dovere”. La vicenda dell’oratorio lo fa capire molto bene. Némec: Vorrei chiudere questa intervista sul tema del confine. Un tema con moltissime valenze, dal suo punto di vista. S.F.B.: È un tema centrale, forse “il” tema centrale. Perché porta al problema dell’identità. La mia identità è quella di non averne avuta nessuna e questo mi ha dato una libertà di pensiero straordinaria. Nemmeno l’operaismo mi ha dato un’identità. Quando fui espulso dall’Università e dovetti trovare il modo per sopravvivere, scelsi il lavoro autonomo del consulente a partita Iva. La mia nuova identità non era più quella del lavoratore subordinato, figura sulla quale l’operaismo e lo stesso marxismo avevano costruito le loro teorie. Ma a me non interessava portare la divisa dell’operaismo tutta la vita. L’importante era ribadire la necessità per il lavoro, qualunque esso sia, di organizzarsi collettivamente per farsi sfruttare di meno. E da qui è nata la mia adesione a ACTA, il sindacato dei freelance, che poi si è gemellata con l’analogo sindacato americano (che oggi fornisce assessori alla giunta Mamdani). Némec: Grazie per aver accettato questa intervista. Redazione Italia
August 15, 2026
Pressenza
Voci fuori dal coro massmediatico
Dalla rassegna curata dalla redazione di NOTAV.Info riprendiamo le prese di posizioni – nettamente collocate fuori dal coro massmedistico – espresse da  tre autorevoli opinion maker, in ordine al dibattito seguito ai fatti  accaduti in Val di Susa nel quadro del recente Festival sull’Alta Felicità. Si tratta di Alessandro Di Battista, Pierluigi Sullo e Diego Bianchi:  interventi che sono sicuramente utili al confronto che sta attraversando tutti i movimenti antagonisti del nostro paese. Insomma, il Movimento NoTav torna al centro del dibattito politico nazionale, così come ha evidenziato lo stesso Osservatorio Repressione, uno dei partner più pregiati di Pressenza: «Tra repressione, retorica sicuritaria e criminalizzazione del dissenso, la mobilitazione in Val di Susa – scrive l’OR – riapre la questione dell’opera e mette in difficoltà un governo che risponde con nuove invocazioni punitive»[accì]     Considerazioni di Alessandro Di Battista  Chi condanna le violenze in Val di Susa (sono spesso gli stessi ai quali 30.000 bambini palestinesi fatti a pezzi dai terroristi sionisti evidentemente non fanno né caldo né freddo, ma questo è un altro discorso) dovrebbe sapere che la violenza infinitamente più grande, la madre di tutte le violenze è sventrare una valle intera per imporre ai suoi abitanti un’opera inutile, costosissima, stupida e profondamente vecchia. Un’opera pensata quando non esistevano i voli low cost, un’opera che quando (nel 2040, forse) sarà finita, farà risparmiare pochi minuti ai treni rispetto a quel che impiegano oggi usando la ferrovia già esistente. Se oggi si tornasse davvero a parlare del TAV – un’opera offensiva in primis per i valsusini ma per tutti gli italiani che getteranno nel cesso dell’inutilità non si sa quanti miliardi di euro – ebbene si scoprirebbe che sul lato italiano non è stato scavato ancora un centimetro di tunnel. Nemmeno un centimetro! Lo sapevate? Neppure è arrivata la macchina scavatrice. La stanno smontando in Germania per poi mandarla a pezzi in Italia dove verrà rimontata ed entrerà in funzione presumibilmente nel 2027. Eppure chi pensò quest’opera sul finire degli anni ‘80 (era un’altra era ripeto, c’era chi prendeva il treno per Parigi oggi quanti lo fanno?), ovvero gli Agnelli e l’allora presidente di Confindustria Sergio Pininfarina, sosteneva che il TAV dovesse esser realizzato immediatamente. “L’attuale Torino-Lione è quasi satura. Treni ad alta velocità subito o sarà tardi” dichiarò Pininfarina il 15 ottobre del 1991. Sono passati 35 anni da allora e ne passeranno altri 15 prima che l’opera (se lo sarà) sarà realizzata. Essere NO-TAV non è di sinistra. Io non sono di sinistra. E’ semplicemente giusto. Chi difende il TAV difende sprechi di soldi, una valle sventrata e sopratutto, ripeto, una roba vecchia! P.S. PER LA CRONACA IL PARTITO CHE PIÙ HA VOLUTO E DIFESO QUESTA FOLLIA È IL PD. IL PD È IL MASSIMO RESPONSABILE DI QUESTA PORCHERIA E DUNQUE DI TUTTE LE VIOLENZE FATTE PER IMPORLA AI CITTADINI ITALIANI   CONSIDERAZIONI DI PIERLUIGI SULLO Io sto con i valsusini, e da un bel pezzo. Circa vent’anni fa ero a Venaus, il giorno dopo la grande ondata umana che cacciò via le truppe dello Stato, era successo che una grande manifestazione, più o meno come l’altro giorno, si era trovata su una strada che passava sopra le schiere di poiiziotti e carabinieri, le valli sono fatte così, sali e scendi, e di colpo la massa si precipitò giù per la scarpata e mise in fuga gli armati. Il cantiere che volevano fare a Venaus fu ritardato sine die. E mentre ero lì, a chiacchierare con vari No Tav, vidi una signora anziana, molto anziana, magra e curva e minuscola, come dice Arundhati Roy di se stessa, passare davanti a un carabinere, che stava lì per figura, e sputargli sulle scarpe. Un gesto poco elegante, ma diceva di come i valsusini percepivano la faccenda, come una occupazione militare, una mattina mi son svegliato. L’opposizione della valle al mega-tunnel è cominciata trentacinque anni fa. Significa che “le diverse generazioni” che il comunicato dei No Tav dopo i fatti dell’altro giorno cita sono una verità: diverse generazioni hanno studiato, discusso, lottato, votato perché il tunnel non si faccia. Hanno creato in tanti anni un fenomeno, ossia il luogo fisico e la cultura che ha aperto una faglia, un abisso, tra l’idea di benessere e progresso del Novecento e quel che viene dopo, che ancora non sappiamo bene cosa sia ma che sta crescendo ovunque. Perciò mi sono innamorato dei valsusini, oltre al garbo e la schiettezza e la politica fatta al livello del suolo, un po’ come gli zapatisti, perché lì io, come tanti altri, abbiamo intravisto il futuro. Tra l’altro, ho anche messo insieme un libro intitolato “No Tav d’Italia”, in cui gli stessi che le organizzavano, hanno raccontato, forse una dozzina di anni fa, le lotte contro il presunto progresso vandalico, dalle grandi navi a Venezia al ponte sullo Stretto. E’ questo un mito nato nel 1945, quando si trattava id ricostruire un paese distrutto, ma nuove ferrovie e autostrade, nuovi quartieri in periferia, cemento dappertutto e così via, sono diventati una ideologia, quella del Prodotto interno lordo, la sola religione di stato che non ammette eresie e scismi. Perciò i valsusini sono così fastidiosi, e sono così repressi. Questa estate abbiamo avuto, fin qui, il peggior caldo della storia, i peggiori incendi di foreste (350 mila in fuga tra Francia e Spagna), la siccità più preoccupante, e però tutti noi viviamo in una “fiction”, in cui tutti, dai politici ai media ai cosiddetti intellettuali dicono che si tratta di “anomalie climatiche” (è il titolo che usa SkyTg) e che presto si tornerà alla normalità. Ma la normalità è morta, viviamo in un altra era, a cui nessuno vuole adattarsi, perciò i vigili del fuoco, eroi del secolo, vengono lasciati soli di fronte alle fiamme, perciò gli acquedotti sono colabrodi e nessuno studia unm regime delle acque, e dell’agricoltura, molto diverso d quello passato (e le fonti sono regalate per due soldi alla Coca Cola e alle sue sorelle), e così via all’infinito. E i politici, poi: mentono, sono ignoranti, cercano solo di sfruttare quel che acade a loro vantaggio nella propaganda, e fanno i galletti: lo stato c’è, come dice Meloni andando a Venaus, e cioè: o’ stato so’ io (già sentita, ma in francese). E la violenza? I quasi terroristi incappucciati? Quelli che secondo il tartufo Fratoianni danneggiano la lotta No Tav (non ha letto i comunicati che non fanno distinzioni)? Qualche giorno fa era l’anniversario, il venticinquesimo, di Genova 2001. E’ lì che, come in molti denunciammo, la violenza ha fatto il suo balzo in avanti, e i giovani e giovanissimi del movimento di quegli anni furono picchiati, imprigionati, torturati, massacrati in una scuola di notte e molestati in una caserma di periferia. E un ragazzo fu ucciso. Le “forze dell’ordine” erano fuori controllo, le gabbie spalancate, l’impunità qualunque porcheria facessero. E la polizia e i carabinieri non hanno mai recuperato: scarso addestramento e violenza libera, come dimostra, dopo molltissimi altri, il caso di Fakir a Bologna. Ma questa volta i tutori dell’ordine altrui sono stati fregati, è bastato un minimo di organizzazione per violare il recinto del cantiere e dar fuoco a tutto, e non affrontare le truppe di occupazione a mani nude, come facemmo noi a Genova, ma scompaginando le schiere con petardi e sassi. Non farò alcun appello “alla sinistra”, in questi trent’anni destra e sinistra, comune e regione, i partiti e il sindacato (tranne la Fiom e Rifondazione) hanno attaccato in ogni modo i No Tav, senza che nessuno si chiedesse seriamente a cosa serva un tunnel come quello, in nome di quale progresso (a cose fatte, il supertreno per Lione risparmierebbe la bellezza di un quarto d’ora), perché questa roba si fa per farla, perché sono affari su cui guadagnano costruttori e politici, tutti tranne chi ci vive, in Val Susa, e la ama. Siamo in un’epoca di emergenze mortali, a causa della crisi climatica, ma tutto deve restare com’è, e quindi chi si oppone viene aggredito. E’ la premessa per una dittatura. ASCOLTARE LE MONTAGNE DI DIEGO BIANCHI La violenza è un errore, ma la lotta dei No Tav non è solo questo. La sinistra dovrebbe riflettere “Crediamo sia superfluo dire che nulla di tutto quello che tentano di fare qui sia accettato, ben di meno normalizzato. Ogni colata di cemento, ogni albero sradicato, ogni Jersey che impedisce il passaggio, ogni centimetro di filo spinato, sono per noi una provocazione inaccettabile, un’offesa a queste montagne che abbiamo promesso di proteggere oramai 30 anni fa”. Leggo il comunicato ufficiale del Movimento No Tav, scritto a margine della giornata di manifestazioni e scontri con le forze dell’ordine del 25 luglio, e mi sento pure oggi un po’ più vecchio di quanto dovrei. Nel sentirmi tale, quasi compiacendomi del poter dire amaramente che sempre meno cose mi sorprendono davvero, mi chiedo come sia possibile che non risulti a ognuno altrettanto evidente che chi in questo Paese potrebbe e dovrebbe invertire l’inerzia delle cose, al netto dei proclami, di fatto non ne sia in grado mai. Vuoi per incapacità, vuoi per rendita di posizione e convenienza, si invecchia tutti insieme ipocritamente, senza significativi mutamenti, in un senso o nell’altro. Quel comunicato orgogliosamente uguale a mille comunicati del passato, visto che ormai parliamo di una battaglia lunga più di trent’anni, dice tanto, se non tutto, del movimento e di chi in tutto questo tempo ha cercato di osteggiarlo dipingendolo come un’accolita di terroristi più o meno mancati e come tale cercando di reprimerlo. Premesso l’ovvio (che di questi tempi disonesti va comunque premesso, vale a dire che personalmente rifuggo e condanno ogni forma di violenza, vero punto di forza della propaganda sul tema di ogni governo o forza pro Tav, come strategia per raggiungere il fine e creare consenso alla causa) è difficile negare l’evidenza di una drammatica storia immobile troppo facile da circoscrivere nei confini della guerriglia armata se in Val di Susa non ci si è andati mai. Ogni volta che mi sono trovato su quelle montagne, a chiacchierare con chi non riusciva a spiegarsi quanto filo spinato e quanta forza militare fosse impiegata a protezione di cantieri senza vita che non fosse armata, realizzavo che se da destra era facile banalizzare il tema, lo stava diventando sempre più anche a sinistra, dove pure un minimo di complessità sarebbe richiesto. Un popolo vessato da vari tipi di abusi che attraversando i decenni lotta, invecchia, muore e si rigenera, passando il testimone di generazione in generazione, andrebbe rispettato e ascoltato di più, a prescindere dalle violenze per cui pagherà e ha già pagato, a prescindere dalla propaganda che sulla loro pelle e sulla loro terra è stata fatta e si continuerà a fare. Redazione Italia
August 11, 2026
Pressenza
I Cattolici per la Vita della Valle: “non trasformiamo il dissenso in un problema di ordine pubblico”
Riprendiamo il testo del Gruppo Cattolici per la Vita della Valle, riportato dalla redazione NOTAV.Info nella loro rassegna dei contributi al dibattito – alcuni dei quali ripresi sulle nostre pagine – che si sta sviluppando attorno ai fatti dello scorso 25 luglio e al futuro del movimento: discussioni e testimonianze che raccolgono anche punti di vista di note personalità pubbliche – come quello di Alessandro Di Battista [«Chi condanna le violenze in Val di Susa (sono spesso gli stessi ai quali 30.000 bambini palestinesi fatti a pezzi dai terroristi sionisti evidentemente non fanno né caldo né freddo, ma questo è un altro discorso) dovrebbe sapere che la violenza infinitamente più grande, la madre di tutte le violenze è sventrare una valle intera per imporre ai suoi abitanti un’opera inutile, costosissima, stupida e profondamente vecchia»] e quello di Diego Bianchi [«è difficile negare l’evidenza di una drammatica storia immobile troppo facile da circoscrivere nei confini della guerriglia armata se in Val di Susa non ci si è andati mai. Ogni volta che mi sono trovato su quelle montagne, a chiacchierare con chi non riusciva a spiegarsi quanto filo spinato e quanta forza militare fosse impiegata a protezione di cantieri senza vita che non fosse armata, realizzavo che se da destra era facile banalizzare il tema, lo stava diventando sempre più anche a sinistra, dove pure un minimo di complessità sarebbe richiesto»]. Il pezzo che proponiamo è particolarmente significativo, giacché proviene da un movimento che per sua natura è portato a porgere l’altra guancia e che – però – non intende rinunciare al pensiero critico di cui è armato, seguendo la tensione ispiratrice ereditata – a cui espressamente si richiaama – da Papa Francesco ed oggi segnata nello stesso solco da Papa Leone[accì]   Rispetto ai fatti avvenuti in Valle di Susa sabato 25 luglio, che meritano una riflessione profonda e non dettata dall’urgenza giornalistica né dalla necessità di un superficiale schieramento, proponiamo alcune considerazioni. Ogni atto di violenza va perseguito secondo la legge. Ma una democrazia commette un errore quando, a partire da singoli episodi, sceglie di leggere un conflitto politico e sociale esclusivamente attraverso la lente della sicurezza, per screditare oltre trent’anni di mobilitazione e per delegittimare chi continua a contestare quell’opera. E questo accade sempre nel dibattito sulla TAV. Da anni, ogni episodio di tensione diventa l’occasione per riportare al centro il tema dell’ordine pubblico, mentre finiscono sullo sfondo le domande che il movimento No TAV continua a porre: quale modello di sviluppo vogliamo? Quali infrastrutture sono davvero utili alla transizione ecologica? Come si valutano i costi ambientali e sociali di una Grande Opera? Quale spazio viene riconosciuto alle comunità locali nelle decisioni che incidono sul loro futuro, sul loro territorio, sulla salute, sull’economia? È un meccanismo ormai consolidato. Il conflitto ambientale viene progressivamente svuotato del suo contenuto politico e ricondotto a un problema di sicurezza. Il dissenso viene osservato più attraverso i dispositivi di controllo che attraverso le ragioni che lo alimentano. Così il dibattito pubblico si restringe: non si discute più dell’opera, ma della gestione dell’ordine pubblico; non delle alternative, ma delle misure di sicurezza; non della qualità delle decisioni democratiche, ma dell’intensità della repressione. Questa impostazione non riguarda solo la Valle di Susa. Negli ultimi anni molti conflitti ambientali hanno conosciuto una dinamica analoga. Chi contesta opere considerate impattanti o scelte ritenute incompatibili con la tutela degli ecosistemi viene raccontato come un problema da gestire delegittimando chi continua a contestare, non riconoscendolo come interlocutore con cui confrontarsi. È una deriva che impoverisce la democrazia, riduce gli spazi della partecipazione e alimenta l’idea che il dissenso sia una patologia anziché una componente fisiologica della vita democratica. La democrazia vive del conflitto, in forme di partecipazione, di confronto, di mobilitazione sociale. È in questo spazio che si collocano le manifestazioni, i presìdi, le iniziative dei comitati e di migliaia di cittadini che hanno scelto di opporsi a un’infrastruttura ritenuta inutile, devastante, economicamente insostenibile, fuori tempo e sproporzionata rispetto ai benefici attesi. Confondere questo patrimonio di partecipazione con gli episodi di sabotaggio significa fare un favore a chi vorrebbe liquidare ogni dissenso come un problema di sicurezza. Naturalmente esiste un confine che non può essere superato: le azioni violente non possono diventare uno strumento di lotta politica. Da sempre tra i NO TAV convivono molte anime, come giusto e inevitabile in un movimento che è espressione di un intero territorio e che è composto da migliaia di persone di età, posizioni religiose e politiche, storie e sensibilità diverse. Ma per noi cristiani questo confine è chiaro, e il fatto che ci sia stato assalto dei cantieri non può essere utilizzato per cancellare trent’anni di mobilitazione civile, di studi indipendenti, di amministratori locali, associazioni, tecnici e cittadini che hanno costruito un’opposizione fondata su argomentazioni, partecipazione e presenza nei territori. La strategia dell’invasione dei cantieri, su cui peraltro non tutti i NO TAV concordano, è il frutto di decenni di sopraffazione ed è una risposta (chi dice giusta, chi dice sbagliata) prevedibile in un conflitto gestito male fin dai suoi inizi. La questione di fondo resta aperta. In un tempo segnato dalla crisi climatica e dalla necessità di trasformare il modello di sviluppo, è legittimo chiedersi quali infrastrutture siano davvero prioritarie, quale sia il loro impatto ambientale e sociale, come vengano impiegate le risorse pubbliche e quale ruolo abbiano le comunità interessate nelle decisioni che le riguardano. Sono domande che non possono essere archiviate perché si sono verificati episodi violenti. Alla politica – intesa come gestione della polis e partecipazione democratica dei cittadini alle decisioni comuni – chiediamo una ben diversa risposta. Non per ridurre gli spazi del conflitto, ma per ampliarli; non per temere il confronto con le comunità, ma perché contribuisce alla qualità delle decisioni pubbliche. La tutela dell’ambiente non è un ostacolo allo sviluppo: è il criterio con cui misurare la qualità dello sviluppo stesso. E il bene comune non coincide con la realizzazione di qualsiasi infrastruttura, ma con la capacità di valutare se essa risponda davvero all’interesse collettivo, nel lungo periodo. La difesa dell’ambiente e del bene comune non appartiene a una parte politica. È un interesse generale, riconosciuto dalla Costituzione, che richiede valutazioni trasparenti, partecipazione democratica e la capacità di misurare le opere pubbliche non soltanto sulla loro fattibilità tecnica, ma anche sulla loro sostenibilità ecologica, economica e sociale. Quando il dissenso viene tradotto in una questione di ordine pubblico, la politica rinuncia al proprio compito. Smette di discutere, di convincere, di costruire consenso e delega la gestione dei conflitti agli apparati della sicurezza. È una scorciatoia che può apparire efficace nell’immediato, ma che alla lunga accresce la distanza tra istituzioni e cittadini. Come cristiani avvertiamo la responsabilità di difendere la terra come bene comune, di dare voce e gambe al Magistero della Chiesa, a partire dalla Dottrina sociale fino ad arrivare ai continui appelli di Papa Francesco e di Papa Leone di non considerare il creato “una proprietà di cui possiamo disporre a nostro piacere; e ancor meno una proprietà solo di alcuni, di pochi. Il creato è un dono, è un regalo, è un dono meraviglioso che Dio ci ha dato perché ce ne prendiamo cura e lo utilizziamo per il bene di tutti, sempre con rispetto e gratitudine”. Da trent’anni abbiamo cercato – e non solo noi – il confronto con i proponenti l’opera ma la risposta è sempre stata la mancanza di dialogo con la popolazione, l’imposizione con la forza dei cantieri, la militarizzazione della valle, la repressione del dissenso. Questi ultimi anni, caratterizzati da guerre devastanti, dal genocidio, dalla corsa al riarmo, da eventi climatici estremi, da migrazioni forzate, hanno contribuito a rafforzare le ragioni della contrarietà alla ‘Grande Opera Inutile’, ma anche a tutte le altre Grandi Opere Inutili che hanno devastato e potranno ancora devastare il nostro Paese, solo per inseguire una cieca logica di progresso, di crescita, di profitti, senza alcun ripensamento sul rischio concreto e sempre più attuale della rovina al quale l’intero nostro pianeta va incontro. Diventa indispensabile ripensare il concetto di Grandi Opere, di consumo di suolo, in questo tempo che sta correndo verso il disastro ambientale, e rivedere l’ideologia dello sviluppo a tutti i costi.  Come credenti che vedono il nostro territorio e le persone che lo abitano sempre più distrutte e calpestate avvertiamo che qui il bene comune è stato invocato come paravento, mentre gli interessi economici e geopolitici hanno avuto il sopravvento sulla giustizia sociale. Da oltre trent’anni le ragioni di critica e di opposizione sono sempre le stesse: la Torino-Lione è inutile, è costosissima, è devastante per l’ambiente, è un’opera vecchia, superata dai tempi e dalla storia, la cantierizzazione produrrà polveri sottili e movimenterà sostanze inquinanti e insalubri. Ed è certificata la sottrazione di enormi quantità di acqua dalla montagna e all’ambiente naturale, spreco dimostrato fin dal 2008 dalle decine di litri al secondo drenate ogni giorno dalle gallerie di servizio già realizzate. Cos’altro dobbiamo inventarci per far comprendere queste ingiustizie trasportistiche, economiche, climatiche, ambientali e sociali e far sì che l’enorme inutile investimento economico sia dirottato verso settori più necessari, a partire dalla messa in sicurezza dei territori? Difendere la legalità significa perseguire chi commette reati. Difendere la democrazia significa non usare quei reati per delegittimare un’intera comunità che protesta e ascoltare chi denuncia queste ingiustizie trasportistiche, economiche, climatiche, ambientali e sociali e far sì che l’enorme inutile investimento economico sia dirottato verso settori più necessari, a partire dalla messa in sicurezza dei territori, da investimenti sulla sanità e sulla scuola. E difendere l’ambiente significa continuare a discutere, anche quando il confronto è duro, del modello di sviluppo che vogliamo consegnare alle prossime generazioni. GRUPPO CATTOLICI PER LA VITA DELLA VALLE (ESTRATTO DALLA RASSEGNA DI CUI SOTTO) Redazione Italia
August 10, 2026
Pressenza