Confini europei in Nord Africa: la lezione di Ceuta
Tra l’ultimo giovedì di luglio e i giorni successivi sono arrivate,
principalmente a Ceuta, decine di migliaia di persone. Tra queste, almeno 142
sono morte nel tentativo di raggiungere l’enclave spagnola, molte delle quali
durante l’attraversamento a nuoto 1.
PH: Raffaello Rossini (agosto 2026)
Le persone migranti hanno raggiunto Ceuta utilizzando gommoni, imbarcazioni di
fortuna e, soprattutto, nuotando. Sono molte le immagini e i video che circolano
sui social dei disordini che hanno interessato la città: le spiagge affollate di
persone che cercano di fuggire dalla polizia, le manifestazioni dei militanti di
estrema destra contro una presunta invasione, le immagini della polizia
marocchina che lancia pietre contro i migranti e quelle di molte associazioni
che distribuiscono cibo.
Le Ong presenti sul posto raccontano una situazione di difficile gestione, in
cui mancano beni di prima necessità e i rimpatri svolti con procedure poco
chiare sono costanti.
Nella narrazione mediatica della vicenda ci scontriamo con un linguaggio
caratterizzato da una forte violenza: si parla di “invasione”, di “assalto” e di
arrivi in massa sulle coste spagnole. Una premessa è doverosa: Ceuta è
geograficamente situata in Marocco.
Notizie/Confini e frontiere
NOTE SU UN PASSAGGIO DI STATO TRA CEUTA E FNIDEQ
Reportage da un confine che trasforma le persone in merce di scambio
Raffaello Rossini
8 Agosto 2026
Sarebbe scorretto non ricordare che le persone in questione non hanno mai,
geograficamente parlando, lasciato l’Africa. Quello che è accaduto è che hanno
superato un confine che risale all’Europa coloniale, la stessa Europa che oggi
si lamenta di essere invasa.
I partiti di destra, spagnoli e non, si sono subito affannati a trovare il capro
espiatorio nel governo di Pedro Sánchez e in particolare nel processo di
regolarizzazione che ha avviato, volto a concedere un permesso di soggiorno, e
non la cittadinanza, alle persone migranti che vivono in Spagna da prima del
2026.
Notizie/Confini e frontiere
LA REGOLARIZZAZIONE IN SPAGNA: NOVECENTOMILA PERSONE MIGRANTI STABILIZZATE
Mentre la Spagna riconosce diritti e alimenta il boom economico, l’Italia
continua ad essere solo fabbrica di marginalità
Chiara Concetta Starita, Avv. Gennaro Santoro (Roma)
29 Giugno 2026
D’altra parte, la sinistra incolpa il Marocco della pressione sulle frontiere e
invoca controlli più ferrei sui confini. Osservando tutto questo vale la pena
chiedersi a che tipo di contraddizioni stiamo assistendo e che dinamiche produce
questo dibattito.
Questo tipo di attraversamento dei confini europei, con molte persone che si
muovono contemporaneamente, si è verificato altre volte nella storia, tuttavia
l’attenzione mediatica riservatagli non è sempre la stessa.
> La scelta di utilizzare i fatti di Ceuta per parlare di assalto e invasione
> strizza l’occhio a un clima politico di avanzata generale delle destre in
> Europa.
Con un meccanismo ormai facilmente prevedibile, il tema delle persone in
movimento viene strumentalizzato per lanciare dichiarazioni da campagna
elettorale. Un processo che si è accentuato a causa dell’avvicinarsi delle
elezioni spagnole, previste per il 2027.
Inoltre, bisogna considerare che la costruzione delle barriere tra Ceuta e il
resto del Marocco è iniziata negli anni ’90. Infatti, la frontiera terrestre tra
Africa e Unione Europea è caratterizzata dalla massiccia presenza di controlli.
Pertanto, sembra che la crisi che sta attraversando Ceuta sia da imputare alla
presenza dei controlli rigidi sui confini e non alla loro assenza.
Notizie/Confini e frontiere
«HO TENTATO DI ARRIVARE A CEUTA. MI HANNO FERMATO, MI HANNO MESSO SU UN BUS E MI
HANNO PORTATO NEL SUD. ORA STO PEGGIO DI PRIMA»
Le testimonianze di due persone migranti nere
7 Agosto 2026
La domanda da porsi è: le politiche europee in tema di controllo dei confini
stanno realmente impattando sui tentati attraversamenti? La risposta sembra
essere negativa: l’aumento dei controlli sulle frontiere europee non ha
eliminato i tentativi di attraversamento. Ad aumentare sono piuttosto le
violenze e le morti.
Ancora una volta, osservando Ceuta possiamo riflettere sul potere dei confini. I
paesi situati alla frontiera dell’Ue rappresentano già da molti anni dei
laboratori per la sperimentazione e il perfezionamento delle politiche in
materia di gestione dei “flussi” e della “lotta all’immigrazione clandestina”.
Ad oggi, i confini non rappresentano più delle semplici linee che dividono un
territorio da un altro, ma funzionano come se fossero filtri: il passaggio della
linea di frontiera determina chi ha il diritto di muoversi e chi no.
È proprio sui confini che si compie quella che diversi antropologi, riprendendo
Foucault, hanno chiamato “biopolitica dell’alterità”: un’operazione politica che
si muove dai confini esterni tra i territori e quelli interni sociali,
attraverso cui gli Stati attribuiscono alle vite valori morali differenti.
L’alterità, cioè la persona migrante che arriva da fuori, viene amministrata
attraverso dispositivi biopolitici che combinano assistenza, controllo e
soprattutto selezione.
In questo clima, risulta del tutto inappropriato invocare un maggior controllo
dei confini perché la politica attuale si basa proprio su questo. Bisogna
ricordare che l’Ue ha recentemente approvato un nuovo Patto su migrazione e
asilo che agevola le procedure di rimpatrio alla frontiera.
Nel concreto, è da almeno 15 anni che l’Europa ha avviato un processo di
esternalizzazione delle frontiere, basato su accordi bilaterali tra Stati:
territori esterni all’Unione, come il Marocco, assumono il ruolo di gendarmi
della Fortezza Europa, a cui viene affidato il controllo dei flussi.
Che cosa ha prodotto questa politica?
La militarizzazione dei confini e l’aumento della violenza esercitata sulle
persone che li attraversano. Il potere generativo del confine si esplica in una
dinamica chiara: attraverso l’attuazione di determinate pratiche e leggi è lo
Stato che produce attivamente categorie di persone “irregolari” e “fuori legge”,
negando loro garanzie.
Per estensione, tutto il territorio di frontiera, l’intera Ceuta, si
caratterizza per la presenza di illegalità. Questo è un espediente narrativo che
giustifica immediatamente la sospensione dei diritti e l’uso della violenza.
PH: Raffaello Rossini (agosto 2026)
Una categoria su cui è necessario riflettere è quella del “migrante illegale”.
Seguendo quanto espresso in Migrant “illegality” and deportability in everyday
life da Nicholas De Genova (2002), l’illegalità non può essere utilizzata come
categoria descrittiva, perché non è una condizione intrinseca dell’essere
migrante. Nessuna persona nasce illegale, ma diventa tale perché uno Stato
stabilisce che la sua presenza non è conforme alle norme vigenti.
Attraverso meccanismi di vario tipo, tra cui procedure burocratiche complesse e
inaccessibili, è lo Stato che produce l’illegalità dei migranti. Infatti,
viaggiare legalmente dal Marocco alla Spagna è molto complesso, se non
addirittura impossibile. Così le persone migranti diventano irregolari: non
hanno commesso un reato, però non rientrano in uno stato giuridico legale.
Pensare che l’irregolarità sia una condizione prodotta dalle istituzioni cambia
la narrazione, perché ci permette di decostruire l’idea secondo cui essere
migranti illegali sia una scelta individuale. Ci troviamo di fronte a un
dibattito in cui l’etichetta di “illegale” ha sostituito del tutto l’identità
delle persone.
Parlare di “invasione” e “assalto” produce un effetto simbolico molto
importante: il migrante è colui che deliberatamente viola la legge, non più un
individuo con una storia e con dei diritti. Quando l’identità giuridica prevale
sull’identità della persona ci troviamo nella sfera della deumanizzazione:
meccanismo per cui l’umanità di alcune categorie viene negata.
Il lessico utilizzato per descrivere quello che accade a Ceuta è caratterizzato
dalla sistematica omissione dei numeri delle persone morte in mare e del fatto
che molti hanno compiuto l’attraversamento a nuoto.
Le categorie utilizzate dalla stampa e dalla politica per descrivere le persone
migranti – “clandestino”, “illegale” o “invasore” – non sono affatto neutre,
perché non descrivono soltanto la realtà ma contribuiscono a produrla. La
classificazione giuridica diventa una forma di potere che incide sulle
possibilità di accedere ai propri diritti e di essere riconosciuti come soggetti
politici attivi.
Al di là della ricerca dei diretti responsabili, quello che è avvenuto a Ceuta
non può essere considerato un episodio isolato, ma una storia tristemente
destinata a ripetersi. Si tratta della manifestazione concreta di un sistema che
continua a produrre sofferenza e violazioni dei diritti come effetti strutturali
delle proprie politiche di gestione delle frontiere.
Approfondimenti/Confini e frontiere
CEUTA E MELILLA: COSA STA REALMENTE ACCADENDO
Per comprendere davvero dobbiamo guardare oltre l'emergenza e interrogarci sul
modello di gestione delle frontiere europee
3 Agosto 2026
Fino a quando la gestione europea delle migrazioni continuerà a privilegiare i
confini, a basarsi sulla deterrenza e sui controlli violenti, casi come quello
di Ceuta saranno sempre più inevitabili. Per comprendere i fenomeni migratori è
spesso necessario andare oltre la cronaca e interrogarsi sulle rappresentazioni
e sul linguaggio con cui le vicende vengono raccontate.
La deumanizzazione non si manifesta solo attraverso l’uso della violenza sui
confini, ma affonda le sue radici nella progressiva riduzione delle persone a
“invasori” o “assaltatori”. Inoltre, parlare di “emergenza” occulta spesso il
fatto che la violenza è strutturale e costante, sia nelle cause della
migrazione, sia nella gestione del fenomeno.
Ci troviamo all’interno di un dibattito che da anni sostituisce le persone con i
numeri e con le statistiche, in cui l’indignazione iniziale è diventata totale
assuefazione.
È un concreto effetto della deumanizzazione normalizzare e accettare
l’inaccettabile: il fatto che da un lato abbiamo una destra che parla di
“prioridad nacional” e una sinistra che invoca controlli più ferrei sui confini,
ma che nessuno parli delle persone che decidono di migrare a nuoto o su barche
di fortuna ne è la rappresentazione concreta.
Ogni società costruisce la propria politica della vita, decidendo quali vite
sono considerate degne di essere protette e soccorse e quali possono essere
esposte al rischio. Le frontiere europee e gli spazi come quello di Ceuta
riflettono una gerarchia morale in cui il diritto al movimento è distribuito in
maniera totalmente diseguale.
> Le città di frontiera sono diventate aree in cui i diritti diventano pedine di
> scambio geopolitiche.
Ceuta rappresenta il fallimento di una precisa idea di Europa: quella che ha
preferito investire progressivamente nella militarizzazione delle frontiere e
non nella costruzione di vie di accesso sicure e legali, nel rispetto dei
diritti fondamentali della persona; un’Europa che ha affidato a paesi terzi il
controllo dei movimenti migratori, chiudendo prima un occhio poi l’altro di
fronte alle sistematiche violazioni dei diritti umani e che ha trasformato la
solidarietà tra gli Stati membri in un principio evocato solo nei documenti
ufficiali e inesistente, o ridotto a un compenso economico, nella pratica.
I fatti di Ceuta mostrano che l’Unione sta alimentando politiche che non
difendono le persone, ma i confini. Di fronte a queste dinamiche è necessario
riumanizzare la narrazione, restituendo alle persone in movimento quello che le
politiche securitarie tendono a togliere: un nome, una storia e delle ragioni.
Va ribadito chiaramente che nessuno affronta il mare o il deserto per invadere
l’Europa. Le cause principali dei movimenti di persone vanno ricercate nella
violenza strutturale, nella povertà estrema, nei processi di sviluppo diseguali
tra Stati e nella totale mancanza di opportunità future, che sta segnando intere
generazioni di giovani in Nord Africa e in Africa subsahariana. Inoltre, la
situazione è aggravata dall’accelerazione di un forte processo di
desertificazione che distrugge i mezzi di sussistenza e costringe ad abbandonare
la propria terra. Questo dato dovrebbe essere preso particolarmente in
considerazione oggi, in un’Europa che brucia per le temperature da bollino
rosso.
Se il nostro obiettivo è la comprensione dei fenomeni migratori, non possiamo
ridurre Ceuta a una sterile individuazione delle responsabilità. Questi fatti di
cronaca mostrano la necessità di un cambio di paradigma. Il dibattito dovrebbe
concentrarsi sulla necessità di una politica che rimetta al centro la difesa
della vita, con vie di accesso all’Europa che siano sicure.
Cosa vuole difendere la nostra Fortezza Europa che si chiude sempre più su se
stessa? Continuare a misurare il successo delle politiche migratorie sulla base
del numero dei respingimenti o sulla riduzione degli arrivi significa accettare
che la tutela dei confini prevalga sulla tutela delle persone.
Invertire questa prospettiva è necessario, perché nessuna frontiera è sicura se
il prezzo della sua sicurezza è la perdita di vite umane.
1. Una ONG marroquí eleva a 141 los fallecidos en Ceuta y Melilla, Diario de
Sevilla (7 agosto 2026): Recuperado el cuerpo de otro migrante en Ceuta, los
muertos suman 142, Ansa Latina (9 agosto 2026) ↩︎