La scelta di Iddo ed Ella, che si sono rifiutati di prestare servizio nell’esercito israeliano
di Anna Maria Selini,
Altreconomia, 4 dicembre 2025.
Incontro con Iddo Elam ed Ella Keidar Greenberg, due giovani refusenik
israeliani di 19 e 18 anni, membri della rete Mesarvot che riunisce chi si è
opposto alla leva obbligatoria, che dopo il 7 ottobre 2023 è stata prolungata a
tre anni per i ragazzi e a due per le ragazze. Spiegano il valore e lo scopo
della loro decisione, che cosa abbia implicato, il ruolo delle famiglie e degli
amici. “Dobbiamo fermare gli ingranaggi”
Iddo Elam ed Ella Keidar Greenberg © Anna Maria Selini
Spezzare la catena del sistema dicendo “No”. È questo il senso del rifiutarsi di
prestare servizio nell’esercito israeliano per Iddo Elam ed Ella Keidar
Greenberg, due giovani refusenik israeliani di 19 e 18 anni.
“È il sistema militare che crea l’opportunità dell’occupazione e
dell’oppressione dei palestinesi, fino a permettere il genocidio a Gaza
-spiegano- e se offri la tua manodopera a quel sistema, lo stai aiutando a
funzionare. Se tutti i liberali smettessero di andare negli uffici e lavorare
dietro le quinte, il sistema non funzionerebbe. Dobbiamo fermare gli
ingranaggi”. Entrambi fanno parte di Mesarvot, una rete israeliana di refusenik.
Li abbiamo incontrati al 4Passi Festival di Treviso, organizzato dalla
cooperativa di commercio equo Pace e Sviluppo, dove sono arrivati da Tel Aviv,
dove vivono, per raccontare la loro scelta e che cosa abbia implicato,
specialmente in un momento storico come questo.
La leva in Israele è obbligatoria ma dopo il 7 ottobre 2023 è stata prolungata a
tre anni per i ragazzi e a due per le ragazze. Il servizio militare in Israele è
un modo per entrare nella società e rifiutare di farlo è da sempre un tabù.
“Dopo il 7 ottobre sono aumentati i giovani israeliani che non vogliono prestare
servizio nell’esercito -dice Iddo- e proprio per questo è diventato più
difficile essere esentati”. Il sistema ha bisogno di uomini, specie con un
governo come quello Netanyahu che sembra più interessato ad aprire che a
chiudere fronti di guerra.
Ma come si diventa concretamente un refusenik? Il giorno previsto per
l’arruolamento, contrariamente a quanto si potrebbe credere, ci si presenta in
caserma. “Se non lo fai -spiegano i due ragazzi- la punizione è peggiore, specie
se devono venire a prenderti a casa e perdere più tempo”. E così, sia Iddo sia
Ella si sono presentati e in entrambi i casi hanno organizzato una protesta
all’esterno della base. “C’erano alcune centinaia di persone -raccontano- ogni
volta protestiamo contro il genocidio e l’occupazione e ci sosteniamo a vicenda,
anche se non per tutti i refusenik si fa una protesta”. Dietro c’è la comunità
di Mesarvot, che oltre a fornire supporto legale, prepara anche all’ingresso in
caserma e in carcere. “Ognuno di noi è abbinato a un refusenik anziano, come una
specie di tutor, che ci supporta lungo il percorso -precisa Ella-. Ci spiega che
cosa si può fare o meno in carcere, fino a suggerirci una lista di cose da
portare”.
Dopo la protesta, con la famiglia, quando c’è, il refusenik sale su un autobus
ed entra nella base, dove ci sono migliaia di persone venute per arruolarsi. A
quel punto c’è il taglio dei capelli, la somministrazione dei vaccini, la
consegna della piastrina e tutto il resto, “quella che noi chiamiamo la catena
per diventare un soldato -spiega Iddo-. Ed è allora che rifiutiamo, dicendo che
non vogliamo entrare nella catena. Nel mio caso l’ufficiale era molto confuso,
gli erano passate davanti migliaia di persone che avevano sempre detto ‘Sì,
signore’ e quindi hanno fatto venire un superiore, che invece sapeva che cosa
significa rifiutare. Hanno cercato di convincermi a cambiare idea, poi mi hanno
messo nella cella della base, non in una vera e propria prigione, in attesa del
processo”.
Entrambi raccontano che dopo ore è arrivato l’ufficiale di più alto rango
responsabile degli arruolamenti. “Non è un tribunale militare ufficiale a
giudicarti, sei in piedi di fronte ad alcuni ufficiali, senza un avvocato. Ci
hanno chiesto perché ci rifiutassimo ed entrambi separatamente abbiamo detto di
essere contrari al genocidio, così ci hanno dato 30 giorni di detenzione”. Una
volta tornati liberi, i refusenik rifanno tutto il percorso: convocazione,
rifiuto, giudizio e detenzione, finché non vengono del tutto esonerati.
“Noi siamo stati fortunati, perché siamo stati in carcere solo un mese”, dicono
entrambi, anche se non è stato semplice, soprattutto per Ella. “La seconda volta
-racconta- l’alto ufficiale, che era una donna, mi ha detto di sederci per un
attimo prima del processo e mi ha offerto una posizione nella sezione
dell’esercito responsabile del coordinamento con l’Autorità Palestinese. ‘Visto
che ti piacciono i palestinesi, perché non ci entri?’ mi ha detto, ma ho
rifiutato e mi hanno messo in cella, da sola”. A differenza di Iddo, che stava
con altri sei uomini.
Ella Keidar Greenberg (abbiamo già raccontato la sua storia) è transgender e in
questi casi l’esercito israeliano prevede una detenzione solitaria. “Stavo da
sola per 20 ore al giorno, uscivo solo per i pasti e quindi non avevo amici in
prigione. È stato molto pesante da un punto di vista psicologico, anche per
questo al secondo tentativo mi hanno dato un’esenzione psichiatrica”.
Entrambi hanno chiesto quel tipo di esenzione e all’inizio gli è stata
rifiutata, per Iddo poi c’è voluto più tempo. “Non vieni esonerato in
quanto refusenik o per motivi politici -spiega- ma solo per inabilità fisiche o
mentali e il rilascio delle esenzioni psichiatriche dopo il 7 ottobre è
diventato più difficile, anche perché non ci sono abbastanza psichiatri e si
devono già occupare dei soldati in servizio. Stanno cercando di renderlo più
difficile, in modo che le persone si scoraggino”.
Ma quanti sono i refusenik? “Ogni anno l’avvocato di Mesarvot presenta
un’istanza alle forze armate (IDF) per sapere quante persone non prestano
servizio e quante ufficialmente, secondo l’esercito, rifiutano, ma non
forniscono quei dati, solo l’IDF li conosce. Dal 7 ottobre i refusenik passati
attraverso Mesarvot sono stati circa 20, ma questi sono solo quelli che l’hanno
fatto pubblicamente”.
Anche i dati sui soldati suicidi restano oscuri. Secondo il Times of Israel dal
7 ottobre 2023 all’inizio del 2025, sono stati 28 i soldati israeliani che si
sono tolti la vita, il numero più alto di ogni operazione militare israeliana
(ne abbiamo parlato nel podcast “Bambini senza pace”). “L’IDF non fornisce quei
dati e i media ne parlano a seconda dell’orientamento politico: c’è un dibattito
all’interno della società israeliana se dirlo, rischiando di far sembrare le IDF
e Israele deboli, o se parlarne, perché stanno morendo. Ci sono molte campagne,
ma il governo non aiuta davvero gli ex soldati con disturbo da stress post
traumatico, né da un punto di vista psichiatrico né finanziario. Conosco molti
di loro che sono andati alla Knesset (il Parlamento israeliano, ndr) per
parlarne -dice Iddo- ma poi non sono stati aiutati e si sono uccisi. E questa è
una depravazione dello stato e della società israeliana, perché diamo miliardi
agli insediamenti, affinché terrorizzino i palestinesi, mentre le persone che
mandiamo a combattere per il paese stanno soffrendo e si uccidono”.
Ma anche dire “No” alla leva può essere estremamente difficile. Ella e Iddo
provengono da due famiglie che li hanno supportati, ma non è stata comunque una
scelta priva di conseguenze. “La mia famiglia è stata molto solidale -racconta
Ella- mia madre mi appoggiava, ma non voleva che rifiutassi, perché era molto
preoccupata. Mio padre non era d’accordo, ma non mi ha bandito. E i miei amici
sono persone che ho incontrato attraverso l’attivismo, la maggior parte di loro
sono refusenik”. Ella ha ricevuto minacce, soprattutto dopo che la sua storia è
diventata pubblica e internazionale.
“La mia famiglia è molto di sinistra e mi ha sempre sostenuto -aggiunge Iddo-. I
miei amici sono da un lato attivisti e dall’altro compagni di scuola che, anche
se non sono d’accordo, hanno accettato la mia scelta, ma c’è anche chi mi odia.
Avere qualcuno da poter chiamare dalla prigione quando hai bisogno o che quando
esci ti venga a prendere, aiuta tantissimo. Conosciamo persone che hanno
interrotto i contatti con la famiglia o gli amici, perché la loro scelta era
troppo radicale per la loro comunità. In questi casi facciamo del nostro meglio
per fare rete e convincere i genitori, c’è un gruppo di genitori di refusenik,
ma ovviamente se vieni da una famiglia di destra e decidi di rifiutare, quasi
sempre non vieni accettato”. E, come molti refusenik, vieni considerato un
traditore.
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