Joyce Carol Oates / Diversi accorgimenti per la misura del male
I mostri sono vieppiù visibili oggi. E i buoni spiriti non sanno cosa fare, a
tratti nelle loro reazioni (scomposte, tremebonde) risultano psichedelici più
nel vero che nei loro sogni di rivalsa. Nemmeno sanno di essere esploratori di
metamorfosi cerebrali di cui sono esemplari certi tipi dal fascino affilato e
dunque demoniaci. Questa incoscienza abitante la realtà deforme della
“superbolla” americana ancora una volta viene trattata da Joyce Carol Oates,
infaticabile scrittrice (a cui il secolo deve molto) capace di dare alle stampe
opere di grande volume e complessità – in grado di filmare e scardinare essenza
e struttura di chi è messo al mondo per generare atrocità e svuotamenti morali
ai confini del possibile. In Fox accade, e la bravura di Oates trasporta il
lettore in labirinti, purtroppo reali, in cui le mistiche adolescenziali vengono
fatte a pezzi dal professore di inglese Francis Fox che giunge alla Langhorne
Academy, prestigiosa scuola privata del South Jersey. Come un angelo nero,
dispiega le sue ali di predatore nel distretto dove riserva naturale e discarica
convivono così come convivono famiglie e insegnanti – esseri dissociati che
vagano in un patrimonio pubblico dove cacciatori e cacciati (cacciate, a dire il
vero) sono mischiati tra loro penetrando in una specie di mondo perduto, e dove
crimine e giustizia si sbirciano e talvolta si alleano.
Oates inquadra le ali rapaci che progettano abomini, camuffate dal fascinoso
insegnante che sembra mietere vittime sentimentali in tutti, studentesse,
genitori e colleghi. La lente indagatrice della scrittrice è multifocale,
scoperchia azioni reali e molteplicità psicotiche appartenenti a Fox e che
incantano ragazze sull’orlo della pubertà – attraverso poesie, diari,
ricevimenti inadeguati in ufficio. Nel labirinto vengono inghiottiti tutti,
anche chi indaga sulla sparizione dell’insegnante e sul ritrovamento di resti
umani accanto a un’auto fracassata nella fanghiglia paludosa e maleodorante.
Ma i nervi scoperti del libro (bisogna applaudire Chiara Spaziani, traduttrice)
portano alle azioni lascive e narcotizzanti che il mostro mette in atto sui
corpi adolescenziali, è lì che l’orrore invade oltre la pagina, al lettore non
frega nulla delle diatribe fra detective – come nel migliore Stephen King gli
strumenti per intendersi sull’epoca scattano perché si oltrepassi la simbologia
e la letteratura non faccia sopravvivere il reale del male. È indubbio che a
Oates non sfugga che gli ordigni della minaccia abbiano svariati siti dove
sostare ed elaborare ermetiche strategie nelle anse psichiche delle “vittime”.
Anzi espande la responsabilità etica della letteratura proprio in questa materia
dove gelo e fuoco agiscono al contempo. Più la scrittrice allarga l’attenzione
verso l’instabilità, più ogni creatura nel teatro della storia s’investe di
parole e azioni oscure – qui anche gli scomparsi continuano ad agire. Fox è
questo, viene spedito verso di noi attraverso gli spazi che soltanto la
letteratura può valicare con un racconto che non risparmia nessuno, poiché
nessuno – in giustizia, in poesia, in cronaca, in amore – può ritenersi
innocente.
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