Alba Bonetti, presidente di Amnesty International Italia: “Le nuove normative europee sui migranti rappresentano una grave violazione dei diritti umani”
In un mondo in cui quasi due miliardi di uomini, donne e bambini (un essere
umano su quattro) vivono in situazioni di conflitto e di grave crisi e pericolo,
l’Unione Europea e il governo italiano attraverso nuove normative “dichiarano
guerra” ai migranti con un’inedita stretta che ne riduce drasticamente i diritti
umani e civili, considerati pilastri dei valori condivisi nella Dichiarazione
universale dei diritti umani, redatta dall’Onu all’indomani della fine della
Seconda Guerra Mondiale. Ne parliamo con Alba Bonetti, presidente di Amnesty
International Italia.
Il primo dato che salta agli occhi è il numero di europarlamentari che ha
approvato il “giro di vite” contro i migranti: 389 voti a favore, 206 contrari e
32 astensioni. Un voto che segna un’alleanza tra Popolari e Destra su uno dei
temi più sensibili. Un elemento che non fa ben sperare per la tutela dei diritti
umani, a maggior ragione in una fase storica in cui il moltiplicarsi delle
guerre crea altri milioni di profughi.
Il voto sul cosiddetto “Regolamento rimpatri” è il segnale della crescente
tendenza verso politiche escludenti e spietate in materia d’immigrazione, con
ripercussioni preoccupanti per il giusto processo e per le procedure decisionali
che devono essere basate sulle prove. Altro che ridurre le situazioni
irregolari: queste proposte rischiano d’intrappolare un numero maggiore di
persone in situazioni pericolose.
Il Parlamento Europeo ha dato via libera all’aumento di requisiti
sproporzionati, sanzioni e limitazioni nell’ambito delle decisioni sui ritorni
delle persone e all’espansione del ricorso alla detenzione per periodi ancora
più lunghi e in contrasto con gli standard internazionali sui diritti umani.
Sicuramente l’instabilità politica e le crisi climatiche spingono milioni di
persone nel mondo a spostarsi in cerca di condizioni di vita migliori. E spesso
sono costrette a farlo in condizioni che mettono a rischio la loro vita e quella
dei loro figli. Secondo l’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati (Unhcr)[1]
a metà dal 2025, ultimo periodo di riferimento, 117,3 milioni di persone erano
state costrette ad abbandonare le proprie case in tutto il mondo a causa di
persecuzioni, conflitti, violenze, violazioni dei diritti umani o eventi che
hanno gravemente turbato l’ordine pubblico. Tra queste vi erano quasi 42,5
milioni di rifugiati. Inoltre, vi erano 67,8 milioni di sfollati all’interno dei
confini dei propri Paesi (sfollati interni) e 8,42 milioni di richiedenti asilo.
Vi sono anche 4,4 milioni di apolidi, a cui è stata negata la cittadinanza e che
non hanno accesso a diritti fondamentali quali l’istruzione, l’assistenza
sanitaria, l’occupazione e la libertà di movimento.
Un altro elemento critico riguarda l’aumento dei Paesi definiti “sicuri”. Può
spiegarci cosa comporta per la persona migrante il fatto di provenire da Paesi
considerati sicuri?
Il 10 febbraio 2026 il Parlamento Europeo ha approvato le norme che modificano
il concetto di “Paese terzo sicuro” e introducono una lista comune di “Paesi di
origine sicuri”. Applicando il concetto di “Paese terzo sicuro”, gli Stati
membri possono dichiarare inammissibili richieste di asilo senza esaminarle nel
merito ed eseguire trasferimenti forzati delle persone richiedenti asilo verso
Paesi coi quali non avranno alcun legame o attraverso i quali saranno meramente
transitati. Viene cancellato anche l’effetto sospensivo dei ricorsi: le persone
potranno essere sottoposte a trasferimento forzato ad appello in corso. Nella
lista dei “Paesi di origine sicuri” sono compresi Bangladesh, Colombia, Egitto,
Kosovo, India, Marocco e Tunisia. Le persone che hanno nazionalità di tali Paesi
saranno ritenute non bisognose di protezione e subiranno procedure accelerate di
asilo, venendo private in questo modo dell’esame individuale delle loro
richieste.
Il concetto di “Paese sicuro” è un’astrazione priva di qualsiasi base giuridica.
Una richiesta d’asilo va analizzata alla luce della situazione specifica della
persona richiedente, non valutando la sicurezza di un Paese in senso astratto.
Come qualcuno ha fatto notare, con questo criterio la Germania degli anni ’30
avrebbe potuto essere considerata un “Paese sicuro” per i tedeschi “ariani”, ma
non certo per gli ebrei tedeschi. Oggi ci sono Stati che puniscono
l’omosessualità con il carcere o addirittura con la pena di morte: questi non
sono “Paesi sicuri” per le persone omosessuali. Inoltre, sarebbe “sicuro”
l’Egitto di Al Sisi, dove Giulio Regeni è stato sequestrato e ucciso e dove sono
detenuti 60.000 prigionieri politici?
Che fine fa il diritto d’asilo, dal momento che chi proviene da questi Paesi
sarà sottoposto a procedure di rimpatrio accelerate?
L’attacco al diritto d’asilo contenuto nelle norme votate a febbraio ha
preceduto di poco le ulteriori misure punitive votate la settimana scorsa. Il
Parlamento Europeo ha capitolato di fronte a decenni di campagne contrarie ai
diritti umani, a partire da quelli delle persone migranti, richiedenti asilo e
rifugiate. È un attacco al cuore dei principi fondamentali dell’Unione Europea,
un’abdicazione all’impegno di proteggere i rifugiati e un incentivo agli Stati
membri a concludere accordi con Paesi terzi per l’esternalizzazione della
gestione delle domande d’asilo.
La normativa votata nei giorni scorsi introduce pesanti novità per i migranti
che “non collaborano” con gli ordini di espulsione. In particolare, il periodo
di trattenimento passa da 18 a 24 mesi e si estende anche ai minori in genere e
a quelli non accompagnati in particolare. Sarà quindi sovvertita completamente
la tutela oggi garantita a bambini e ragazzi?
Già oggi abbiamo casi di minori non adeguatamente tutelati. Gli adulti si
spostano portando con sé i figli e nelle difficoltà che si incontrano sulle
rotte terrestri e marittime, i minori e le donne sono i più vulnerabili. Molti
sono anche quelli che si mettono in viaggio da soli. C’è il caso di tre persone
detenute a Malta da sette anni, scappate dalla Libia nel 2019 su un gommone
sovraffollato (all’epoca avevano 15, 16 e 19 anni). Quando l’imbarcazione iniziò
a sgonfiarsi, furono soccorse da una nave cargo, intervenuta su richiesta
dell’Unione Europea per assistere l’imbarcazione in difficoltà. Dopo il
salvataggio, il comandante della nave tentò di riportare in Libia le persone
soccorse, in violazione del diritto internazionale che impone di condurre le
persone salvate in un luogo sicuro. Su richiesta disperata delle persone
salvate, il comandante si diresse a Malta, dove le autorità accusarono i tre
giovani di aver preso il controllo della nave con la forza. Sono stati quindi
incriminati per reati gravi punibili con l’ergastolo secondo le leggi maltesi
sul terrorismo e ancora oggi sono coinvolti in un procedimento giudiziario che
non avrebbe mai dovuto essere avviato.
Amnesty International esprime inoltre preoccupazione per le criticità
procedurali e le lacune nelle indagini che hanno inciso sull’equità del
processo, ad esempio la mancata convocazione di testimoni chiave, comprese altre
persone soccorse. Nonostante l’assenza di prove di violenza, le autorità hanno
continuato a sostenere accuse prive di fondamento legate al terrorismo. La
gestione di questo caso da parte di Malta è segnata da una serie di gravi
mancanze: a questi giovani (due dei quali minorenni al momento dell’arresto) è
stato negato un processo equo e sono stati trattati come adulti, trascorrendo
sette anni della loro vita in un limbo giudiziario, un periodo che avrebbero
dovuto dedicare allo studio, al lavoro e semplicemente alla loro crescita,
liberi dal peso di un procedimento penale. Questo è solo un esempio di
violazione dei diritti dei minori migranti; l’inasprimento delle normative non
può che peggiorare le condizioni di chi più dovrebbe essere tutelato.
Un’altra novità importante riguarda la possibilità per i migranti di essere
deportati in Paesi terzi anziché rimpatriati, anche in nazioni con cui la
persona non ha mai avuto alcun legame. Cosa ne pensa?
Con questo concetto di “Paese terzo sicuro” sarà più facile per gli Stati membri
dichiarare inammissibili le domande di asilo, senza procedere a esami
nel merito. Consentirà inoltre il trasferimento forzato di persone in cerca di
protezione verso Paesi con cui non hanno alcun legame. È un modo vergognoso di
aggirare gli obblighi previsti dal diritto internazionale, sposta ulteriormente
la responsabilità della protezione dei rifugiati verso Paesi al di fuori
dell’Europa ed è lontanissimo da una politica migratoria umana, in grado di
assicurare il rispetto della dignità delle persone. Rappresenta una
gravissima rinuncia agli impegni dell’Unione Europea in materia di protezione
dei rifugiati e apre la strada a intese tra Stati membri e Paesi terzi per
l’esternalizzazione dell’esame delle domande di asilo.
Viste le ultime novità sulle politiche migratorie c’è chi paragona l’Unione
Europea agli Stati Uniti: rischiamo di vedere “cacce al migrante” in stile ICE
nelle nostre strade?
Mi auguro di no! Sicuramente la retorica che equipara “migrante” a “minaccia”
esaspera la contrapposizione “noi contro loro”, ignorando strumentalmente la
realtà. Le persone migranti sono presenti e integrate in Italia, anche se il
mancato riconoscimento dei loro diritti ne fa degli “Invisibili” [2] che con
questo nome hanno sfilato nella manifestazione No Kings del 28 marzo scorso.
Particolarmente preoccupante è il fatto che questa ideologia divisiva e violenta
attecchisca nei giovanissimi, come mostra l’arresto avvenuto il 30 marzo di un
17enne di Pescara accusato di istigazione a delinquere per motivi di
discriminazione razziale, etnica e religiosa, in procinto di organizzare un
massacro nella sua scuola. Il ragazzo era in contatto tramite social media con
gruppi che esaltano la superiorità “ariana” e autori di stragi di massa. Altri
sette minorenni risultano indagati per gli stessi motivi[3]. Non abbiamo le
“cacce al migrante”, ma ci sono segnali allarmanti sulla pervasività della
propaganda razzista. Per Amnesty International è più mai necessario promuovere
l’educazione ai diritti umani in ogni ordine di scuola.
Come se non bastasse la stretta UE, in Italia la maggioranza sta proponendo un
disegno di legge che prevede il “blocco navale” e l’interdizione alle acque
territoriali in caso di “rischio concreto di atti di terrorismo o di
infiltrazione di terroristi sul territorio nazionale, pressione migratoria
eccezionale, tale da compromettere la gestione sicura dei confini”. Pare fatto
apposta per respingere le navi delle Ong che salvano i migranti in mare. Che
fine fanno le convenzioni internazionali che prevedono l’obbligo di soccorso in
mare?
Il Consiglio dei Ministri ha approvato l’11 febbraio scorso il disegno di legge
in materia di immigrazione e protezione internazionale inasprendo prassi e
normative nazionali, introducendo una stretta ulteriore e ancora una volta
securitaria, sul piano delle politiche migratorie: blocco navale, restrizioni
sull’accoglienza e sui ricongiungimenti familiari, procedure di rimpatrio
accelerate che permettono l’allontanamento immediato di persone proveniente
dai “Paesi sicuri”. Un impianto punitivo in cui l’immigrazione è ancora
considerata una minaccia alla sicurezza nazionale, non un fenomeno da
gestire. Il tutto in contrasto con gli obblighi di diritto internazionale, come
quelli sul soccorso in mare o sull’accesso a un esame individuale delle domande
d’asilo. Inoltre, in continuità con i governi precedenti, nel novembre 2025, il
governo Meloni ha scelto di proseguire la cooperazione in materia di migrazione
con la Libia, rinnovando il Memorandum d’intesa automaticamente fino al 2029. Il
sostegno tecnico, logistico e finanziario alle istituzioni libiche incentiva il
perpetuarsi di gravi violazioni dei diritti umani e di crimini contro
l’umanità.[4]
Ci sono anche altri modi per fermare o disincentivare i soccorsi in mare:
l’equipaggio della nave Iuventa, accusato di “favoreggiamento dell’immigrazione
irregolare” per i salvataggi effettuati in mare, ha subito un processo lungo
sette anni ed è stato sollevato dall’accusa perché “il fatto non sussiste”.
Negli anni il processo Iuventa era diventato un simbolo della tendenza a
criminalizzare i difensori dei diritti umani che si occupano di assistere
persone rifugiate e migranti in pericolo in mare; nonostante l’assoluzione
dell’equipaggio di Iuventa, purtroppo è proseguita la prassi governativa di
assegnazione di porti di sbarco distanti dai luoghi dei soccorsi, in violazione
del diritto marittimo e internazionale, così come il fermo amministrativo delle
navi – misure strumentali volte a bloccare legittime e indispensabili attività
di salvataggio in mare, associate a una più generica criminalizzazione delle
persone impegnate in operazioni di ricerca e soccorso su imbarcazioni delle ONG.
Amnesty International Italia ribadisce la richiesta al governo di porre
urgentemente fine alla pratica dei “porti lontani” e di astenersi dall’adottare
altre misure che ostacolino il lavoro delle ONG impegnate nei soccorsi in mare.
Inoltre, chiede alle istituzioni italiane di attivarsi per garantire alle ONG
Sar di poter operare senza timore di rappresaglie, in conformità con gli
obblighi di diritto internazionale dell’Italia.
Si parla molto di inverno demografico in Europa e i conti tra popolazione attiva
e pensionati non tornano, ma invece di favorire l’arrivo e l’integrazione di
giovani futuri genitori, prevale la volontà di arroccarsi nei nostri Paesi
sempre più vecchi. Cosa ne pensa?
Amnesty International ritiene che i diritti umani vadano difesi a prescindere
dalle convenienze economiche e da qualsiasi altra valutazione geopolitica, come
affermato dall’articolo 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani:
Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti.
Cosa si può fare per opporsi a questa deriva?
Sul tema migrazione è difficile individuare motivi di speranza (dall’ICE di
Trump alla remigrazione di Vannacci) se non l’investimento nella cultura, nella
contro-narrazione e nell’educazione ai diritti umani. Le nostre battaglie,
proprio perché innervate su trasformazioni culturali, richiedono tempi lunghi.
Adesso siamo in una fase di pericoloso ripiegamento, o addirittura inversione
rispetto alla traiettoria seguita nei decenni precedenti, almeno per quanto
riguarda le politiche governative. È responsabilità di tuttə contrastare le
correnti ispirate a teoria suprematiste e razziste.
Però qualche spiraglio c’è: le manifestazioni “No kings” di sabato 28 marzo
hanno portato in piazza milioni di persone in tutto il mondo e le nostre
battaglie per la giustizia possono fare la differenza: il 16 gennaio, dopo otto
anni di limbo, la Corte d’Appello di Lesbo, in Grecia, ha emesso un verdetto di
assoluzione [5] al termine del procedimento a carico di Seán Binder [6],
volontario impegnato nelle operazioni di soccorso, e di altre 23 persone. Tra
loro Sarah Mardini, la giovane siriana campionessa di nuoto che insieme alla
sorella salvò decine di migranti trascinando a nuoto il barcone in avaria: la
sua storia è raccontata nel film “Le nuotatrici”. Rischiavano 20 anni di carcere
per accuse assurde. Amnesty è sempre rimasta al loro fianco.
[1] https://www.unhcr.org/about-unhcr/overview/figures-glance
[2]
https://www.romatoday.it/attualita/marcia-invisibili-colosseo-cgil-flai-lavoratori-migranti-video.html
[3]
https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/30/strage-neonazista-17enne-arrestato-news/8339696/
[4] https://www.amnesty.it/tre-anni-di-governo-meloni-diritti-in-caduta-libera/
[5] Grecia: Seán Binder assolto da tutte le accuse – Amnesty International
Italia
[6] https://www.youtube.com/watch?v=BLGiEBdMffY
Claudia Cangemi