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Michigan, due settimane prima del voto: chi decide le regole della definizione?
Due settimane prima del voto del 3 novembre, la campagna per il Senato in Michigan sembra aver compiuto un altro passaggio. Tre settimane prima avevamo posto una domanda: chi riuscirà a definire ciò che Abdul El-Sayed rappresenta? Donald Trump e Mike Rogers cercavano di presentarlo non soltanto come un candidato progressista, ma come un “radicale”, un “simpatizzante dei terroristi”, qualcuno la cui identità musulmana poteva essere trasformata in motivo di sospetto.  Ora quella battaglia sembra essersi spostata di un passo: non si discute più soltanto di come definire El-Sayed, ma anche delle regole con cui quella definizione viene costruita. Una domanda e la domanda nascosta Durante un incontro pubblico in Michigan, un partecipante ha chiesto a El-Sayed se fosse disposto a prendere le distanze dai Fratelli Musulmani. La risposta immediata è stata semplice: sì, assolutamente. Ma El-Sayed non si è fermato lì. Ha chiesto perché l’interlocutore presumesse che un candidato musulmano dovesse dimostrare esplicitamente la propria distanza da un’organizzazione islamista. Ha poi paragonato quel tipo di sospetto alle domande sulla “doppia lealtà” rivolte in passato a John F. Kennedy in quanto cattolico. [1] Il video dello scambio si è diffuso rapidamente online, superando, secondo il Wall Street Journal, i 13 milioni di visualizzazioni.  Il punto interessante, tuttavia, non è la viralità, ma il cambiamento nella struttura della risposta: El-Sayed non si limita più a respingere un’accusa. Mette in discussione la premessa che rende possibile l’accusa. Dalla risposta alla regola La domanda sui Fratelli Musulmani può sembrare, presa isolatamente, una richiesta di chiarimento politico. Ma nel contesto di questa campagna assume un significato diverso. Trump ha continuato a chiamare El-Sayed “Mohammad”, a definirlo “jihadist” e a collegarlo senza prove ai Fratelli Musulmani. Anche in un comizio in Kansas, lontano dal Michigan, il presidente è tornato più volte su El-Sayed, insieme ad altre figure politiche musulmane. [2] Rogers, da parte sua, ha cercato ripetutamente di collegare El-Sayed a persone o organizzazioni descritte come estremiste.  In questo contesto, la domanda non riguarda più soltanto una posizione politica. Contiene anche una domanda implicita: quanto deve dimostrare un candidato musulmano di appartenere pienamente alla comunità politica americana? È qui che la risposta di El-Sayed modifica il terreno del confronto. Non dice soltanto: “Non appartengo ai Fratelli Musulmani”. Dice, in sostanza: perché proprio io devo superare questo test? Un conflitto più ampio La tensione non riguarda soltanto i due candidati. Associated Press ha descritto la corsa del Michigan come un punto di concentrazione delle tensioni che attraversano oggi parte dell’elettorato ebraico, musulmano e arabo-americano: Israele, Gaza, antisemitismo, islamofobia, sicurezza e appartenenza nazionale si sovrappongono in modi difficili da separare. [3]  Questo rende particolarmente delicato qualsiasi tentativo di trasformare identità religiose o culturali in scorciatoie politiche. Essere critici verso il governo israeliano non equivale automaticamente a ostilità verso gli ebrei; essere musulmani non implica alcuna simpatia per movimenti islamisti. Sono distinzioni ovvie in teoria. Durante una campagna elettorale polarizzata, però, possono diventare precisamente il terreno della battaglia. Chi definisce chi? Tre settimane prima del voto, la domanda era: chi riuscirà a definire ciò che El-Sayed rappresenta? Due settimane prima, quella domanda sembra essersi approfondita. El-Sayed non cerca soltanto di proporre una definizione alternativa di sé. Contesta il diritto dei suoi avversari di costruire quella definizione partendo dalla sua religione e di chiedergli prove di appartenenza che difficilmente verrebbero richieste nello stesso modo ad altri candidati.  Il conflitto passa così dalla definizione del candidato alle regole della definizione. Ed è forse qui che la campagna del Michigan supera il caso personale di Abdul El-Sayed. La domanda non riguarda più soltanto chi egli sia. Riguarda anche quali domande una democrazia considera legittimo porre a un candidato — e quali presupposti nascondono quelle domande. Note [1] WSJ, 20 ottobre 2026, “How an Abdul El-Sayed Opponent Handed Him a Campaign Highlight”; Guardian, 19 ottobre 2026, “Man who heckled Abdul El-Sayed is former Josh Hawley aide, records show”. [2] Guardian, 19 ottobre 2026, cronaca del comizio di Donald Trump in Kansas, con nuovi attacchi contro El-Sayed e altre figure politiche musulmane. [3] AP, 17 ottobre 2026, “A bitter Michigan Senate race rattles Jewish and Muslim voters already on edge over the war in Gaza”. Articolo basato su materiali pubblicamente disponibili consultati fino al 20 ottobre 2026. Kazuhiro Imamura
October 22, 2026
Pressenza
Come valutare un politico dal punto di vista della pace, della nonviolenza, dei diritti umani e della democrazia: Caso di Abdul El-Sayed
Un metodo per non partire dalla conclusione. Negli ultimi due mesi Pressenza ha seguito la campagna elettorale di Abdul El-Sayed, candidato democratico al Senato degli Stati Uniti in Michigan.¹ Fin dall’inizio ci è sembrato un politico meritevole di attenzione dal punto di vista della pace e della nonviolenza. Ma su quali criteri si fonda questa impressione? Valutare un politico è più difficile di quanto sembri. Se ci si chiede non soltanto se ne condividiamo le proposte, ma se la sua azione contribuisca alla pace, alla nonviolenza, ai diritti umani e alla democrazia, il programma non basta. Occorre osservare anche come reagisce alla violenza, se applica gli stessi criteri alla propria parte e a quella avversaria, se dialoga con chi lo contesta, riconosce sofferenze contrapposte, corregge i propri errori e mantiene coerenza tra mezzi e fini. Scegliendo opportunamente i fatti, però, dallo stesso politico si possono ricavare immagini quasi opposte. Nel caso di El-Sayed, sul conflitto israelo-palestinese convivono un linguaggio talvolta molto duro, l’ammissione «I made a mistake» dopo le polemiche seguite all’attacco alla sinagoga Temple Israel,² e il successivo sostegno di Sander Levin, storica figura democratica ebraica del Michigan, pur in presenza di un «significant disagreement» sulla questione israelo-palestinese.³ Come mettere insieme fatti di questo genere? Costruire un ritratto scegliendo quelli più congeniali sarebbe facile. Per ridurre l’arbitrarietà, si è scelto il percorso opposto: definire prima che cosa osservare, poi raccogliere i dati e soltanto alla fine tentare una valutazione. La prima versione del quadro comprendeva 14 indicatori. Ma quando si è cercato di disporli in una tabella, è emerso che la sezione «politiche e idee» era troppo concentrata su guerra, Israele e politica estera, mentre quasi scomparivano sanità, costo della vita, lavoro, denaro in politica, casa, istruzione, ambiente e diritti civili — temi centrali anche nel programma di El-Sayed.⁴ Inoltre la «radicalità del linguaggio» appartiene più correttamente allo stile politico. Il quadro è stato quindi ampliato a 20 indicatori di base, distribuiti in tre aree, più un indicatore di esito indipendente sulla capacità di superare le divisioni. È il primo risultato del test dello strumento stesso.   Il cambiamento del quadro non è un difetto. Un criterio può sembrare sufficiente finché non viene applicato a un caso concreto. Il problema non è correggere il metro, ma cambiarlo perché il risultato ottenuto non piace. Prendiamo il «grado di radicalità del linguaggio». Due o tre dichiarazioni forti possono facilmente dipingere un politico come aggressivo o incendiario. Per ridurre questo rischio sono stati raccolti almeno una ventina di esempi, arrivando in una prima fase a ventiquattro dichiarazioni per ciascuno dei due politici messi a confronto, El-Sayed e Zohran Mamdani. Le dichiarazioni sono state classificate provvisoriamente in quattro gruppi: spiegazioni di principi o politiche; critiche politiche forti; espressioni che possono aumentare la contrapposizione; interventi orientati alla riparazione o alla riconciliazione. Il campione non è casuale e non consente precisione statistica, ma sposta la domanda da «Ha mai pronunciato una frase estrema?» a «Con quale frequenza compare questo linguaggio, in quali circostanze e contro quale bersaglio?» Anche un errore diventa così un dato più ricco. Interessa la sequenza: errore → critica → comprensione → correzione → apprendimento. Un semplice «mi scuso» non dimostra ancora che qualcosa sia stato imparato: bisogna vedere se lo stesso tipo di errore si ripete. Un secondo esempio riguarda il sostegno delle organizzazioni. Non basta sapere quali sindacati o associazioni sostengano un candidato: conta quando entrino nella coalizione. Esisteva fin dall’inizio una grande infrastruttura? Il sostegno si è ampliato gradualmente? I nuovi gruppi sono sempre più diversi? Alcuni sono arrivati soltanto dopo una vittoria? La politica va osservata non soltanto come una fotografia, ma come un film. Nel caso di El-Sayed, conta quindi anche il modo in cui organizzazioni di natura diversa sembrano aggiungersi nel tempo. Gli indicatori non servono a dare un’apparenza matematica a un giudizio politico, ma a impedire che si cambino inconsapevolmente le regole davanti a un fatto che piace o disturba. Anche il quadro deve poter cambiare: correggere uno strumento perché non misura bene ciò che intendiamo osservare è ricerca; modificarlo perché il risultato non piace è razionalizzazione. I 20 indicatori di base e l’indicatore di esito non costituiscono un modello universale: sono, per ora, strumenti costruiti per un primo caso, Abdul El-Sayed. Il lavoro suggerisce però una prospettiva più ampia: ricavare da casi concreti un nucleo generale di indicatori per osservare i politici dal punto di vista della democrazia, dei diritti umani, della nonviolenza e della sostenibilità, adattandolo a ruolo, contesto e domanda di ricerca. Per un senatore statunitense pesano guerra e politica estera; per un sindaco, polizia, casa, immigrazione e conflitti urbani; in un’analisi della sostenibilità, clima, energia e responsabilità verso le generazioni future. Ma sarebbe prematuro costruire ora un modello universale: prima bisogna verificare questi strumenti su un caso concreto. Il passo successivo non partirà quindi dalla domanda: «El-Sayed è un buon politico oppure no?» Ma da domande più limitate: che cosa mostrano i dati? Dove sono coerenti? Dove si contraddicono? Che cosa sappiamo con una certa sicurezza, e che cosa resta da verificare? Prima di giudicare una persona, vale la pena mettere alla prova il metro con cui intendiamo misurarla. È da qui che vorrei cominciare. Note 1. Pressenza ha pubblicato finora nove articoli che seguono direttamente o contestualizzano la campagna di El-Sayed: ① ② ③ ④ ⑤ ⑥ ⑦ ⑧ ⑨ 2. Andrew Lapin, “Abdul El-Sayed apologizes for Temple Israel comments in meeting with Michigan Jewish Dems”, Jewish Telegraphic Agency, 29 agosto 2026. Link 3. Andrew Lapin, “Sander Levin, storied Michigan Jewish Democrat, endorses Abdul El-Sayed in Senate race”, Jewish Telegraphic Agency, 16 settembre 2026; cfr. The Washington Post, 16 settembre 2026. JTA / Washington Post 4. La pagina ufficiale delle priorità della campagna pone al centro “Money Out of Politics”, “Money in Your Pocket” e “Medicare for All”, e include inoltre casa, istruzione, ambiente, acqua, immigrazione, diritti civili e politica estera. Priorities Kazuhiro Imamura
October 20, 2026
Pressenza
Michigan, tre settimane prima del voto: chi definisce i confini dell’appartenenza?
A tre settimane dalle elezioni generali del 3 novembre, la corsa al Senato in Michigan è entrata in una fase diversa. Nelle settimane precedenti avevamo seguito soprattutto un esperimento di allargamento della coalizione: Abdul El-Sayed cercava punti di contatto con elettori lontani dal proprio campo, senza modificare le proprie posizioni. Prima l’anti-interventismo, poi alcuni temi condivisi con il mondo MAHA. Ora il conflitto sembra spostarsi su una domanda più fondamentale: chi ha il potere di definire a quale comunità politica appartiene un candidato? Da “radicale” a “estraneo” Il 7 ottobre Donald Trump è intervenuto direttamente nella campagna del Michigan, definendo El-Sayed un “RADICAL Extremist” e un “Terrorist Sympathizer”. Nei giorni successivi ha continuato gli attacchi, arrivando a chiamarlo “Mohammad” invece che Abdul e a usare espressioni come “Jihadist lunatic”. Reuters ha inserito queste dichiarazioni in un più ampio aumento della retorica anti-musulmana del presidente. [1] Reuters Non è la prima volta che El-Sayed viene presentato dai repubblicani come un candidato troppo a sinistra. Ma qui il terreno è diverso. La critica non riguarda più soltanto Medicare for All, Israele, Gaza, il rapporto con Hasan Piker o le sue posizioni economiche. Attraverso parole come “terrorist sympathizer”, “jihadist” e il richiamo esplicito alla sua identità musulmana, l’attacco arriva a suggerire qualcosa di più profondo: che il candidato non sia pienamente parte della comunità nazionale che vorrebbe rappresentare. È il passaggio dalla contestazione delle idee alla contestazione dell’appartenenza. Il dibattito porta questo conflitto sul palco Il giorno successivo al primo attacco di Trump, El-Sayed e Mike Rogers si sono affrontati nel loro primo dibattito televisivo. Il confronto è stato duro e personale. Rogers, mentre difendeva il proprio passato sostegno ai programmi federali di sorveglianza, ha evocato legami familiari e finanziari di El-Sayed con persone o organizzazioni associate all’estremismo islamista. PolitiFact ha verificato alcune di queste affermazioni, osservando che i documenti citati non dimostrano finanziamenti al terrorismo e che varie accuse collegavano selettivamente singoli donatori o sostenitori a organizzazioni controverse. [2] PolitiFact El-Sayed, da parte sua, ha sostenuto che Trump stesse usando la sua fede e le sue origini per distogliere l’attenzione dai problemi concreti degli elettori. AP ha descritto il dibattito come un confronto particolarmente aggressivo, in cui politica estera, Iran, Israele, costo della vita e identità personale si sono continuamente sovrapposti. [3] AP News Il punto non è stabilire chi abbia “vinto” quel dibattito. È osservare che il conflitto sulla definizione del candidato — radicale, musulmano, americano, progressista, pericoloso o semplicemente avversario politico — è ormai diventato parte esplicita della campagna. Una battaglia nazionale sull’immagine di El-Sayed L’intervento di Trump produce anche un’altra conseguenza: la corsa del Michigan viene sempre meno trattata come una competizione locale. AP ha osservato che i repubblicani stanno cercando di trasformare El-Sayed in uno dei personaggi centrali delle elezioni di medio termine del 2026. La sua candidatura viene usata come simbolo di ciò che la destra presenta come radicalizzazione del Partito democratico. [4] AP News Ma questo tentativo può produrre anche un effetto paradossale: più El-Sayed diventa un simbolo nazionale, più ottiene occasioni per presentarsi direttamente a elettori che altrimenti conoscerebbero soltanto l’immagine costruita dai suoi avversari. Nelle ultime settimane è apparso ripetutamente anche su Fox News e in altri spazi mediatici conservatori. Trump stesso ha attaccato Fox per aver, a suo giudizio, presentato El-Sayed in modo troppo favorevole. [5] La battaglia non riguarda quindi più soltanto ciò che El-Sayed pensa. Riguarda chi riuscirà a definirlo agli occhi degli elettori. Due movimenti opposti sui confini Qui emerge un collegamento diretto con quanto osservato otto settimane dopo le primarie. Allora El-Sayed cercava di rendere più permeabili i confini della propria coalizione: parlare a elettori MAHA senza adottare lo scetticismo sui vaccini, trovare un terreno comune con conservatori anti-interventisti senza spostarsi semplicemente verso destra. Ora Trump e Rogers sembrano compiere il movimento opposto. El-Sayed prova ad attraversare i confini politici. I suoi avversari cercano di renderli nuovamente rigidi, definendolo come qualcuno che si trova al di fuori non soltanto del mainstream politico, ma — implicitamente o esplicitamente — della stessa comunità nazionale. È questa tensione a rendere qualitativamente diversa la fase attuale. Ma il confine non viene definito da una sola parte Anche all’interno del Partito democratico, nel frattempo, continuano movimenti in senso contrario. Il governatore Gretchen Whitmer ha fatto la sua prima apparizione pubblica con El-Sayed dopo le primarie, mentre Barack Obama ha ora espresso esplicitamente il proprio sostegno alla sua candidatura e farà campagna con lui in Michigan il 24 ottobre. AP osserva che la leadership democratica nazionale sta sempre più trattando la sua candidatura come parte centrale della battaglia per il controllo del Senato. [3][4] AP News Questo non significa che le divisioni interne siano scomparse. Il rapporto con una parte dell’elettorato ebraico resta delicato, e le differenze su Israele restano profonde. Anche Rogers cerca di presentarsi come candidato pragmatico e, su temi come i dazi con il Canada e la guerra con l’Iran, ha preso le distanze da alcune politiche di Trump. [6] Axios Il quadro, quindi, non è quello di due blocchi immobili. È quello di due candidati che cercano entrambi di attraversare alcuni confini, mentre altri attori cercano contemporaneamente di irrigidirli. Tre settimane prima del voto A tre settimane dalle elezioni, la domanda centrale non è più soltanto quanto El-Sayed possa allargare la propria coalizione. È diventata anche: chi riuscirà a definire ciò che El-Sayed rappresenta? Un candidato progressista che cerca terreni comuni con elettori lontani dal proprio campo? Oppure il simbolo di una presunta radicalizzazione democratica, come sostengono Trump e Rogers? Il risultato di questa battaglia non dipenderà soltanto dai programmi o dalle etichette. Dipenderà anche dalla capacità degli elettori di distinguere fra ciò che un candidato dice e fa, e l’immagine che altri cercano di costruire attorno a lui. Tre settimane prima del voto, la corsa del Michigan è diventata anche una battaglia sui confini dell’appartenenza politica — e su chi abbia il diritto di tracciarli. Note [1] Reuters, 9 ottobre 2026, Trump online: A burst of anti-Somali and anti-Muslim rhetoric; Fox News, 9 ottobre 2026, sulle dichiarazioni di Trump dopo il dibattito. [2] PolitiFact, 8 ottobre 2026, Fact-check: El-Sayed and Rogers level personal attacks in first Michigan Senate race debate. [3] Associated Press, 8 ottobre 2026, Rogers and El-Sayed trade attacks in combative first Michigan Senate debate. [4] Associated Press, 11 ottobre 2026, Republicans want Abdul El-Sayed to be the main character of the midterms. He’s happy to oblige. [5] Axios, 8 ottobre 2026, Inside Trump’s blow-up at Fox News over El-Sayed coverage. [6] Axios, 7 ottobre 2026, Michigan Senate hopeful Rogers distances himself from Trump. *Articolo basato su materiali pubblicamente disponibili consultati fino al 14 ottobre 2026.* Kazuhiro Imamura
October 16, 2026
Pressenza
Michigan, otto settimane dopo: dalla permeabilità alla strategia di attraversamento
Otto settimane dopo le primarie democratiche del Michigan, la novità più interessante non è un nuovo sondaggio né un nuovo endorsement. È un cambiamento di metodo. Sette settimane dopo avevamo osservato che i confini delle coalizioni cominciavano a diventare più permeabili: alcuni elettori e alcuni temi si spostavano da un campo all’altro. Ora Abdul El-Sayed sembra tentare qualcosa di più consapevole. Non si limita a beneficiare di aperture nate altrove. Prova a costruire direttamente un ponte verso un gruppo di elettori che, almeno in parte, si è formato attorno a Robert F. Kennedy Jr. e al movimento MAHA (Make America Healthy Again). Un passo oltre i confini Il 29 settembre El-Sayed ha presentato una nuova agenda sanitaria, Building a Healthier America. Il piano propone di ridurre l’esposizione ai pesticidi, rafforzare la sicurezza dell’acqua potabile, intervenire su PFAS e piombo, ampliare l’accesso a cibo sano e limitare l’influenza delle grandi aziende alimentari, agricole e chimiche. Sono temi che in parte si sovrappongono alle preoccupazioni del movimento MAHA. [1] Il punto politico, però, sta anche nel pubblico a cui questa proposta può parlare. El-Sayed afferma apertamente che Trump e RFK Jr. avevano promesso di “Make America Healthy Again”, ma sostiene che l’amministrazione abbia poi protetto interessi aziendali incompatibili con alcune delle preoccupazioni che avevano alimentato quel movimento. Non respinge quindi in blocco quelle preoccupazioni. Cerca piuttosto di separarle dai leader che oggi le rappresentano. Il Washington Post e CBS hanno letto esplicitamente la mossa come un tentativo di parlare agli elettori MAHA. [2]  MAHA, ma non fino in fondo Qui sta la differenza rispetto a una semplice corsa verso destra. El-Sayed condivide con una parte del mondo MAHA alcune di queste preoccupazioni. Ma non assume l’intero pacchetto politico. Sul tema più delicato, quello dei vaccini, mantiene una distanza netta dalla componente scettica del movimento e ribadisce la propria fiducia nella vaccinazione.  È un particolare importante. La strategia non sembra essere: adottare le posizioni dell’altro campo per conquistarne gli elettori. Sembra piuttosto: individuare un problema riconosciuto da entrambi, proporre una risposta coerente con la propria storia politica e professionale e lasciare aperta la porta a chi arriva da un’altra tradizione. Per un medico di sanità pubblica come El-Sayed, salute, ambiente e potere delle imprese non sono temi importati artificialmente dalla destra populista. Fanno parte del terreno sul quale ha costruito da tempo la propria identità politica. Ed è proprio questo a rendere l’operazione interessante: cercare un terreno comune senza cancellare le differenze. Non spostarsi a destra, ma creare un terreno comune Nelle settimane precedenti avevamo visto altri segnali di attraversamento. Tucker Carlson aveva trovato punti di contatto con El-Sayed sull’opposizione all’interventismo. Mike Rogers, a sua volta, aveva iniziato a prendere le distanze dalla guerra con l’Iran, collegandola al costo dell’energia e alle difficoltà economiche delle famiglie. Ma quei movimenti provenivano soprattutto dall’esterno. Questa volta è El-Sayed stesso a trasformare la permeabilità dei confini in una scelta strategica. Non chiede agli elettori MAHA di diventare progressisti. Dice, in sostanza, che su alcuni problemi concreti — pesticidi, acqua, cibo, concentrazione del potere economico — può esistere uno spazio di interesse comune. Naturalmente, non sappiamo ancora se questo ponte verrà attraversato. MAHA Action non ha appoggiato alcun candidato e non esistono ancora dati che mostrino uno spostamento significativo di questi elettori verso El-Sayed.  Per ora, dunque, è una strategia. Non ancora un risultato. Il resto del quadro non scompare Nel frattempo, le tensioni osservate nelle settimane precedenti restano. Una nuova estensione della petizione “Nonnegotiables” mostra che una parte degli elettori ebrei del Michigan continua a chiedere a El-Sayed cambiamenti più netti sulla politica verso Israele. Altri ebrei democratici, però, continuano a sostenerlo. La divisione interna resta quindi visibile e organizzata. [3]  Anche la battaglia sul terreno si intensifica. Reuters ha rilevato che il messaggio repubblicano che presenta El-Sayed come estremista incontra reazioni miste, mentre i democratici segnalano un aumento del 267% dei volontari dopo le primarie e insistono sui problemi quotidiani delle famiglie. [4]  I sondaggi continuano inoltre a mostrare un piccolo vantaggio medio per El-Sayed, senza trasformare la corsa in qualcosa di diverso da una competizione ancora aperta. Il 29 settembre Cygnal lo dava avanti 45 a 40; Siena, il 24 settembre, 49 a 44; ma un sondaggio del 23 settembre mostrava una parità 45 a 45. La media degli ultimi cinque rilevamenti di 270toWin è 46,6% contro 42,8%. [5]  Dalla permeabilità alla strategia Sette settimane dopo, il dato nuovo era che i confini delle coalizioni cominciavano a muoversi. Otto settimane dopo, vediamo un passo ulteriore: El-Sayed prova a muoverli intenzionalmente. Non sappiamo ancora se funzionerà. Ma la domanda sta diventando più precisa: può costruire punti di contatto con elettori lontani senza diluire le proprie posizioni fondamentali? Se riuscisse a farlo, non sarebbe semplicemente un candidato che si sposta verso il centro. Sarebbe un tentativo di allargare una coalizione creando terreni comuni senza cancellare le differenze. Note [1] Abdul El-Sayed for Senate, 29 settembre 2026, Dr. Abdul El-Sayed Announces Policy Agenda to Build a Healthier America; Building a Healthier America. Abdul El-Sayed for Senate [2] The Washington Post, 29 settembre 2026, This Senate Democratic candidate is making a play for RFK Jr.’s MAHA supporters; CBS News, 29 settembre 2026, Democrat Abdul El-Sayed courts RFK Jr.’s MAHA voters with new health policy platform. The Washington Post [3] Jewish Telegraphic Agency, 29 settembre 2026, More Michigan Jews sign a petition pressuring El-Sayed on Israel. Will it matter? JTA [4] Reuters, 26 settembre 2026, On Michigan doorsteps, Republicans sell Democrats-as-extremists message with mixed success. Reuters [5] 270toWin, 2026 Polls: Michigan Senate, aggiornato al 29 settembre 2026.    Kazuhiro Imamura
September 30, 2026
Pressenza
Michigan, sei settimane dopo: la coalizione entra nella fase della prova
Sei settimane dopo le primarie democratiche del Michigan, la domanda centrale non è più soltanto se Abdul El-Sayed possa allargare la coalizione che lo ha portato alla nomination. Sta diventando più precisa: può farlo mentre crescono, nello stesso momento, le pressioni che rischiano di dividerla? Cinque settimane dopo il voto, non c’erano ancora sviluppi sufficienti per parlare di una nuova fase. Ora, invece, alcuni segnali cominciano a comporsi in un quadro diverso. Gli elettori ebrei non sono un blocco unico Il rapporto di El-Sayed con una parte della comunità ebraica del Michigan rimane uno dei punti più delicati della campagna. L’8 settembre un gruppo di rabbini e leader ebrei ha presentato una serie di principi definiti “non negoziabili”, fra cui la sicurezza degli ebrei e il riconoscimento della sovranità ebraica in Israele. È un segnale chiaro: il tentativo di ricostruire fiducia, avviato da El-Sayed nelle settimane precedenti, incontra ancora forti resistenze. [1] Ma pochi giorni dopo è emerso anche il movimento opposto. L’ex senatore Al Franken e più di venti altri ebrei americani hanno espresso pubblicamente il loro sostegno a El-Sayed. Alcuni di loro non condividono la sua opposizione agli aiuti militari statunitensi a Israele, ma sostengono che le sue posizioni siano meno lontane dal mainstream di quanto spesso venga rappresentato. [2] La novità, quindi, non è che El-Sayed abbia “riconquistato” l’elettorato ebraico. È piuttosto che questo elettorato appare sempre meno come un blocco unico. Rifiuto, condizioni, apertura e sostegno convivono ormai nello stesso spazio politico. Dalla politica alla lealtà Anche l’attacco repubblicano sta cambiando natura. Mike Rogers continua a presentare El-Sayed come espressione dell’ala radicale del Partito democratico, ma il terreno dello scontro si è spostato sempre più verso l’11 settembre, il terrorismo, la sicurezza nazionale e, indirettamente, l’identità musulmana del candidato. Alla convention repubblicana Rogers ha collegato El-Sayed al commentatore politico online di sinistra Hasan Piker, ricordando una vecchia frase di Piker sull’11 settembre. Nello stesso periodo, esponenti repubblicani nazionali hanno intensificato una retorica che associa candidati musulmani a estremismo e minaccia per la sicurezza. [3] Il passaggio è importante. Non si discute più soltanto se le politiche di El-Sayed siano giuste o sbagliate. Viene messa in discussione, almeno implicitamente, la sua appartenenza piena alla comunità politica americana. Questa strategia, tuttavia, può produrre reazioni impreviste. È riemerso, per esempio, che Rogers in passato votò contro misure destinate a fornire assistenza sanitaria e benefici ai soccorritori e ai sopravvissuti dell’11 settembre. L’uso politico di quella memoria può quindi ritorcersi contro chi lo promuove. [4] Non spostarsi al centro, ma spostare il centro della campagna La risposta di El-Sayed non sembra consistere in un rapido spostamento verso posizioni più moderate. Sta invece cercando di riportare il centro della campagna sui problemi quotidiani del Michigan. Negli ultimi comizi ha insistito sul costo della vita, sui prezzi della benzina, sulle tensioni commerciali con il Canada, sull’industria automobilistica, sulla sanità e sul peso del denaro nella politica. Una nuova pubblicità elettorale, in cui compaiono anche i suoi nonni bianchi, sembra voler rispondere agli attacchi identitari senza trasformare l’identità stessa nel principale terreno della campagna. [5] È una distinzione importante. La strategia non sembra essere: spostarsi al centro per allargare la coalizione. Potrebbe essere piuttosto: spostare il centro della discussione, dai conflitti identitari alle condizioni materiali della vita degli elettori. Nel frattempo, l’investimento repubblicano aumenta. Un super PAC legato a Donald Trump ha riservato 15,7 milioni di dollari per il Michigan contro El-Sayed. Anche questo indica quanto la sua candidatura sia ormai considerata una battaglia nazionale, non soltanto statale. [6] Il segnale Carlson resta, per ora, un segnale All’inizio di settembre il commentatore politico conservatore Tucker Carlson aveva sorpreso molti osservatori elogiando alcuni aspetti della campagna di El-Sayed e arrivando a definirla, insieme a Saagar Enjeti, “letteralmente trumpiana” per l’accento posto sull’America First e sulla critica agli aiuti militari all’estero. Carlson aveva anche espresso un giudizio durissimo su Rogers. [7] Era un segnale potenzialmente importante: la possibilità che una parte dell’elettorato conservatore anti-interventista possa trovare punti di contatto con un candidato progressista senza che quest’ultimo si sposti a destra. Ma, sei settimane dopo le primarie, non abbiamo ancora prove sufficienti che questo fenomeno si stia estendendo. Carlson rimane quindi un indizio, non ancora una tendenza. I sondaggi: un vantaggio possibile, non consolidato Anche i sondaggi invitano alla prudenza. La media degli ultimi cinque rilevamenti raccolti da 270toWin dà El-Sayed al 46,8% e Rogers al 44,6%. CNN/SSRS lo vede avanti 47 a 44 e Trafalgar 46 a 45; Glengariff, al contrario, dà Rogers avanti 46 a 44. [8] Non possiamo quindi parlare di un vantaggio consolidato. Ma neppure vediamo, almeno per ora, il crollo che alcuni avversari sembravano attendersi dopo l’intensificazione degli attacchi. Una coalizione entra nella fase della prova Quattro settimane dopo le primarie, la domanda era se El-Sayed potesse allargare la propria coalizione senza disfare quella che lo aveva portato fin lì. Sei settimane dopo, la domanda è diventata più difficile. La ricerca di nuovi elettori sta producendo contemporaneamente aperture e reazioni: alcuni ebrei americani si avvicinano, altri pongono condizioni o sostengono Rogers; una figura della destra anti-interventista come Carlson mostra interesse, ma senza che si possa ancora parlare di un movimento più ampio; i repubblicani trasformano sempre più la campagna in una battaglia sull’identità, sulla lealtà e sulla sicurezza nazionale, mentre El-Sayed cerca di riportarla sui problemi economici quotidiani. Non sappiamo ancora se stia nascendo una nuova coalizione elettorale. Ma cominciamo a vedere con maggiore chiarezza la prova che dovrà superare per costruirla. La domanda, sei settimane dopo, non è più soltanto se El-Sayed possa allargare la propria coalizione. È se possa farlo mentre aumentano, contemporaneamente, le pressioni che potrebbero dividerla. Riferimenti essenziali [1] Jewish Telegraphic Agency, 8 settembre 2026, “Michigan rabbis lay out demands for El-Sayed and state Democrats to earn their votes”. [2] The Washington Post, 11 settembre 2026, “Al Franken, other Jewish Americans endorse El-Sayed in Michigan Senate race”. [3] The Wall Street Journal, 10 settembre 2026, intervento di Mike Rogers alla convention repubblicana e attacco a El-Sayed sul tema dell’11 settembre. [4] The Guardian, 10 settembre 2026, sui precedenti voti di Rogers relativi ai soccorritori dell’11 settembre. [5] Associated Press, 12 settembre 2026, sulla strategia di El-Sayed di riportare la campagna sui problemi quotidiani del Michigan. [6] Reuters, 11 settembre 2026, sugli investimenti dei super PAC repubblicani nelle competizioni decisive, incluso il Michigan. [7] Mediaite, 2 settembre 2026, sulle dichiarazioni di Tucker Carlson e Saagar Enjeti a proposito di El-Sayed. [8] 270toWin, media dei sondaggi per il Senato in Michigan, aggiornata a settembre 2026. Kazuhiro Imamura
September 16, 2026
Pressenza
Michigan, quattro settimane dopo: Gaza non è scomparsa, ma la campagna sta cambiando
Quattro settimane dopo le primarie democratiche del Michigan, il quadro della corsa di Abdul El-Sayed è cambiato. Nel rapporto pubblicato due settimane dopo il voto avevamo posto una domanda: un progressista contrario agli aiuti militari statunitensi a Israele può vincere a novembre in uno degli Stati più contesi degli Stati Uniti? Quel primo rapporto concludeva che non si poteva ancora parlare di una vittoria dei progressisti, ma dell’inizio di un esperimento politico. Una risposta non c’è ancora. Ma oggi emergono elementi nuovi. L’effetto AIPAC: un possibile boomerang Nelle primarie, AIPAC e gruppi collegati avevano speso più di 30 milioni di dollari contro El-Sayed. Il 22 agosto Axios ha rivelato che alleati del repubblicano Mike Rogers hanno chiesto all’AIPAC di non fare pubblicità pubblica a suo favore. Dopo un colloquio fra Rogers e il presidente dell’AIPAC Michael Tuchin, il gruppo ha accantonato uno spot già preparato contro El-Sayed.[3] Rogers non ha cambiato posizione su Israele. Il problema è elettorale: una presenza troppo visibile dell’AIPAC potrebbe rafforzare proprio il messaggio di El-Sayed contro il peso del grande denaro. La forza finanziaria di un’organizzazione può dunque, oltre una certa soglia, diventare anche un handicap politico. Dai primi segnali a una strategia più riconoscibile Tre settimane dopo le primarie avevamo intravisto un tentativo di ricomporre il rapporto con gli ebrei democratici. Ora quel tentativo è diventato concreto. Il 29 agosto El-Sayed ha chiesto scusa al Jewish Democratic Caucus del Michigan per le parole pronunciate dopo l’attacco di marzo alla sinagoga Temple Israel, riconoscendo che non era quello il momento per inserire l’attacco nel contesto della violenza in Medio Oriente.[4] Il giorno seguente, davanti a circa 300 democratici ebrei al “Summer Simcha”, ha ripetuto le scuse. La campagna sta inoltre cercando una persona incaricata stabilmente dei rapporti con la comunità ebraica. El-Sayed, tuttavia, non ha abbandonato le proprie posizioni di fondo su Gaza e sui diritti dei palestinesi.[5] Non è ancora una riconciliazione compiuta. Restano forti diffidenze. Ma il tentativo appare più chiaro: separare la critica al governo israeliano dalla sicurezza e dall’appartenenza degli ebrei americani, mantenendo allo stesso tempo la propria posizione su Gaza. La base del consenso e i voti che possono decidere Parallelamente El-Sayed cerca di riportare la campagna su costo della vita, sanità, scuole e condizioni economiche. Di fronte alle polemiche sullo streamer Hasan Piker, ha insistito che la corsa riguarda l’“affordability” nel Michigan e l’accesso alle cure.[6] Questi temi costituiscono una parte importante e relativamente stabile della sua base politica. Gaza, Israele, AIPAC e il rapporto con gli elettori ebrei possono invece incidere soprattutto sul margine. Non sappiamo se siano i temi più importanti per la maggioranza degli elettori; ma in una corsa così serrata anche piccoli spostamenti possono decidere il risultato. Alcuni elettori allontanatisi dai democratici nel 2024 possono tornare per la posizione su Gaza; alcuni ebrei democratici possono attenuare la loro diffidenza; altri possono allontanarsi se le rassicurazioni sembrano insufficienti. I sondaggi: un movimento, non ancora una tendenza EPIC-MRA, su 600 likely voters intervistati dal 22 al 28 agosto, dà El-Sayed al 47% e Rogers al 43%, contro il 43%-46% dello stesso istituto a fine luglio. Con un margine d’errore di ±4 punti, sarebbe però prematuro parlare di vantaggio consolidato.[7] La prova più difficile: allargare senza perdere Quattro settimane dopo le primarie, la novità non è dunque un cambiamento di linea, ma un cambiamento di metodo. El-Sayed cerca di mantenere le proprie posizioni di fondo e, nello stesso tempo, di ridurre le fratture che possono impedirgli di costruire una maggioranza. È un equilibrio difficile. Se arretra troppo su Gaza, rischia di perdere una parte degli elettori che proprio su questo tema sono tornati verso i democratici. Se non riesce a ricostruire fiducia con una parte degli elettori ebrei e moderati, può perdere dall’altra parte quei pochi punti che in Michigan potrebbero decidere l’elezione. La prova dei prossimi mesi sarà quindi non soltanto quanto consenso saprà raccogliere, ma se riuscirà ad allargare la coalizione senza disfare quella che lo ha portato fin qui. Fonti e note [1] Kazuhiro Imamura, «Michigan, due settimane dopo: che cosa dice davvero la vittoria di Abdul El-Sayed», Pressenza, 21 agosto 2026. [2] Kazuhiro Imamura, «Michigan, tre settimane dopo le primarie: due sviluppi che cambiano il quadro», Pressenza, 27 agosto 2026. [3] Alex Isenstadt, «Scoop: Mike Rogers-AIPAC rupture roils Michigan Senate race», Axios, 22 agosto 2026. [4] Joey Cappelletti, «El-Sayed apologizes for comments he made responding to an attack on a Michigan synagogue», Associated Press, 30 agosto 2026. [5] Andrew Lapin, «‘All of us have to bring down violence wherever we see it,’ El-Sayed says following address to Jewish Democrats», Jewish Telegraphic Agency, 31 agosto 2026. [6] «From Hasan Piker to Jesse Watters, El-Sayed seeks to focus on affordability amid scrutiny from both sides», The Guardian, 25 agosto 2026. [7] «2026 Polls: Michigan Senate», 270toWin, dati aggiornati al 29 agosto 2026 (EPIC-MRA: 600 likely voters, El-Sayed 47%, Rogers 43%, ±4%). Kazuhiro Imamura
September 2, 2026
Pressenza
Michigan, tre settimane dopo le primarie:  due sviluppi che cambiano il quadro
Il 19 agosto, due settimane dopo le primarie democratiche del Michigan, scrivevamo che la vittoria di Abdul El-Sayed non dimostrava ancora che «i progressisti hanno vinto», ma che «in uno degli Stati decisivi degli Stati Uniti è cominciato un esperimento politico». Il quadro restava aperto: El-Sayed aveva vinto di misura, la sfida con il repubblicano Mike Rogers era ancora classificata come “Toss Up” e Gaza era ormai entrata direttamente nella politica interna. Il suo richiamo elettorale, tuttavia, non si esaurisce su Gaza: la campagna ha raccolto consenso anche su questioni quotidiane come sanità, costo della vita e influenza del grande denaro sulla politica. Pochi giorni dopo, due nuovi sviluppi rendono quell’esperimento ancora più interessante.1 AIPAC: da forza finanziaria a possibile costo elettorale Il primo riguarda AIPAC. Secondo Axios, alleati di Mike Rogers — pur essendo il candidato repubblicano noto per le sue posizioni filo-israeliane — hanno chiesto ad AIPAC di non fare pubblicità a suo sostegno nella campagna per novembre. Rogers ha parlato con il presidente di AIPAC, Michael Tuchin; il giorno successivo l’organizzazione ha accantonato un video pubblicitario già preparato contro El-Sayed.  È un passaggio notevole: nelle primarie AIPAC e gruppi collegati avevano speso più di 30 milioni di dollari contro El-Sayed. Ora gli alleati di Rogers temono che un sostegno troppo visibile dell’organizzazione possa diventare elettoralmente controproducente. Non significa che AIPAC abbia perso il proprio peso, ma suggerisce che il suo nome, almeno in Michigan, possa ormai rappresentare anche un costo politico.2 Da Gaza al ritorno di alcuni elettori Il secondo sviluppo viene da un reportage del Guardian a Dearborn e in altre comunità del Michigan. Il giornale ha incontrato elettori che nel 2024 avevano abbandonato i democratici per Gaza — votando “uncommitted”, Jill Stein o perfino Donald Trump — e che oggi stanno tornando, almeno in parte, nell’orbita democratica per sostenere El-Sayed. Un’elettrice che nel 2024 aveva votato “uncommitted” e poi Stein ora fa volontariato per lui; un’altra, che aveva votato Trump, dice che a novembre tornerà ai democratici per El-Sayed.3 Sono ancora testimonianze, non la prova di un riallineamento generale. Ma insieme alla frattura Rogers-AIPAC indicano qualcosa di nuovo: Gaza e il denaro politico non sono più soltanto temi della campagna di El-Sayed. Stanno iniziando a modificare concretamente i comportamenti degli avversari e di una parte dell’elettorato. È questo, a tre settimane dalle primarie, il cambiamento più importante da osservare. Aggiornamento al 26 agosto 2026 Note e fonti 1. Kazuhiro Imamura, «Michigan, due settimane dopo: che cosa dice davvero la vittoria di Abdul El-Sayed», Pressenza, 21 agosto 2026 (situazione aggiornata al 19 agosto). 2. Alex Isenstadt, «Scoop: Mike Rogers-AIPAC rupture roils Michigan Senate race», Axios, 22 agosto 2026. 3. Minnah Arshad, «I hate Democrats, but I love Abdul’: voters who left over Gaza return for progressive push», The Guardian, 23 agosto 2026. Kazuhiro Imamura
August 27, 2026
Pressenza
Michigan, due settimane dopo: che cosa dice davvero la vittoria di Abdul El-Sayed
Denaro alla politica, Gaza, identità e una domanda aperta sulle elezioni di novembre. Pressenza ha già seguito la vittoria di Abdul El-Sayed alle primarie democratiche per il Senato in Michigan, così come altre affermazioni di candidati progressisti negli Stati Uniti. A due settimane dal voto, però, vale la pena tornare su quel risultato. Non tanto per ripetere la cronaca, quanto per osservare che cosa è accaduto dopo e quali domande il caso Michigan sta aprendo sulla democrazia statunitense. La cronaca, in breve Il 5 agosto AP ha assegnato la vittoria a El-Sayed, medico ed ex responsabile della sanità pubblica di Detroit. Ha sconfitto la deputata Haley Stevens, sostenuta dall’establishment democratico, con circa il 48,5% contro il 47,5%: meno di un punto percentuale e 14.893 voti di differenza. La sua campagna aveva puntato su Medicare for All, limiti al peso del denaro delle imprese in politica e fine degli aiuti militari statunitensi a Israele. Il dato che ha attirato maggiore attenzione è stato però quello finanziario. I gruppi esterni che sostenevano Stevens hanno speso oltre 60 milioni di dollari; più di 30 milioni provenivano da AIPAC e organizzazioni collegate. Sarebbe eccessivo concludere che «il denaro non conta»: nelle elezioni generali i super PAC repubblicani stanno già investendo decine di milioni di dollari contro El-Sayed. Ma la domanda ormai è inevitabile: fino a che punto il denaro può determinare chi viene ascoltato? E quali voci rischiano invece di essere sommerse dalla capacità di spesa delle grandi organizzazioni? La vittoria non ha inoltre chiuso il conflitto interno al Partito Democratico. El-Sayed ha cercato di ricomporre l’elettorato moderato e ha parlato con Barack Obama. Il repubblicano Mike Rogers, al contrario, ha cercato immediatamente di presentarlo come «estremista», arrivando ad attribuirgli l’idea che gli Stati Uniti «meritassero l’11 settembre». FactCheck.org ha verificato che non esistono prove che El-Sayed abbia mai sostenuto una simile posizione, e lo stesso candidato l’ha respinta esplicitamente. Quando identità e appartenenza diventano terreno elettorale El-Sayed è il primo musulmano candidato dal Partito Democratico al Senato, e AP ha documentato l’aumento di retorica islamofoba dopo la sua vittoria. Quando l’identità religiosa di un candidato viene trasformata in uno strumento per metterne in dubbio l’appartenenza, la lealtà o perfino la legittimità politica, la questione non riguarda più soltanto quel candidato. Riguarda il modo in cui una democrazia decide chi può essere considerato pienamente parte della comunità politica. Gaza entra nella politica interna In una lunga intervista alla radio pubblica di Detroit WDET, El-Sayed ha ribadito che non avrebbe smesso di definire «genocidio» la guerra a Gaza neppure per convenienza elettorale, distinguendo al tempo stesso gli ebrei e l’ebraismo da AIPAC e dal governo israeliano. Un sondaggio Fox News pubblicato il 13 agosto ha mostrato un dato significativo: il 55% degli intervistati in Michigan era contrario alla prosecuzione degli aiuti militari statunitensi al governo israeliano, contro il 44% favorevole. Tra gli oppositori agli aiuti, El-Sayed era avanti di 29 punti. Questo non significa che Gaza deciderà da sola le elezioni di novembre. Significa però che la politica estera è entrata direttamente nella politica interna. Dietro questi dati ci sono comunità, famiglie e cittadini che vedono questioni di guerra, pace e identità entrare direttamente nella loro vita politica quotidiana. Due sondaggi opposti, una corsa ancora aperta Una rilevazione Fox News dava Rogers avanti 51% a 47%; un successivo sondaggio TIPP Insights ha invece indicato El-Sayed al 45% e Rogers al 42% tra gli elettori più propensi a votare. Campioni e metodi sono diversi, quindi non è possibile trasformare questa oscillazione in una tendenza. RealClearPolitics continuava al 19 agosto a classificare la sfida come «Toss Up», sostanzialmente in equilibrio. Non una marcia uniforme verso sinistra Anche il quadro nazionale invita alla cautela. In Minnesota la progressista Peggy Flanagan ha vinto le primarie democratiche per il Senato, mentre in Wisconsin il moderato David Crowley ha sconfitto la socialista democratica Francesca Hong nella corsa a governatore. Pressenza ha inoltre seguito le vittorie di candidati progressisti a New York e quella di William Lawrence nel 7° distretto del Michigan. Non siamo quindi davanti a uno spostamento uniforme «a sinistra» del Partito Democratico. Piuttosto, Stato dopo Stato, vengono messi alla prova modelli diversi: cercare il centro per conquistare gli indecisi oppure mobilitare nuovi elettori attraverso programmi più netti, campagne porta a porta e piccole donazioni. Leggere criticamente l’informazione Anche il modo in cui questa vicenda viene raccontata cambia il suo significato. Le grandi agenzie come AP e Reuters forniscono l’ossatura dei fatti; una radio pubblica locale come WDET fa emergere più chiaramente la voce del candidato e le tensioni della società del Michigan; testate come Pressenza mettono invece in primo piano il rapporto fra guerra, pace, denaro politico e partecipazione dal basso. Nessuno di questi punti di osservazione, preso da solo, esaurisce la realtà. Sovrapporli aiuta però a distinguere i fatti dalle cornici interpretative e a vedere come anche la scelta delle parole contribuisca a costruire l’immagine di un candidato e di un conflitto politico. La domanda che resta Per questo la vittoria di El-Sayed merita di essere osservata anche fuori dagli Stati Uniti. Non perché dimostri già che una nuova sinistra possa vincere a livello nazionale, ma perché concentra in una sola elezione alcune delle domande più difficili della democrazia contemporanea: quanto pesa il denaro, chi riesce a far sentire la propria voce, quanto la guerra modifica le appartenenze politiche, e che cosa accade quando religione e origine vengono usate per trasformare un avversario in qualcuno di «estraneo». Il risultato delle primarie è stato di misura. Le elezioni generali saranno molto più difficili. La conclusione più prudente, al 19 agosto, non è dunque «i progressisti hanno vinto». È un’altra: in uno degli Stati decisivi degli Stati Uniti è cominciato un esperimento politico. Nei prossimi mesi vedremo se una coalizione progressista, costruita attorno a sanità universale, critica del grande denaro, opposizione agli aiuti militari a Israele e mobilitazione dal basso, saprà reggere anche quando l’avversario non sarà un altro democratico, ma il Partito Repubblicano. Coordinamento Giapponese per la Pace · Rapporto intermedio al 19 agosto 2026 Fonti essenziali * AP, 5 e 13 agosto 2026; FactCheck.org, 10 agosto (agg. 11 agosto); WDET / The Metro, 11 agosto 2026. * Fox News Poll, 13 agosto 2026; TIPP Insights / Newsweek, 19 agosto 2026; RealClearPolitics, 19 agosto 2026. * Pressenza Italia, «Giovane, musulmano, progressista: Abdul El-Sayed vince le primarie democratiche per il Senato nel Michigan», 5 agosto 2026; «Giovane, attivista, ambientalista: William Lawrence vince le primarie democratiche nel 7° distretto del Michigan», 6 agosto 2026. Pressenza IPA
August 21, 2026
Pressenza
Giovane, attivista, ambientalista: William Lawrence vince le primarie democratiche nel 7° distretto del Michigan
Continuano le vittorie progressiste nelle primarie del Partito Democratico per definire i candidati che sfideranno i repubblicani alla Camera e al Senato nelle elezioni di metà mandato a novembre: in Michigan Abdul El-Sayed si è aggiudicato la nomination per il Senato e William Lawrence, cofondatore del movimento ambientalista Sunrise Movement e attivista di sinistra, ha vinto le primarie per il 7° Distretto del Michigan per la Camera dei Rappresentanti. Lawrence ha sconfitto i candidati più moderati Bridget Brink, ex ambasciatrice USA in Ucraina e Slovacchia e Matt Maasdam, ex membro dei Navy SEAL e assistente militare di Barack Obama, sostenuti dall’establishment del partito e da enormi donazioni. Lawrence, 36 anni, ha ricevuto l’appoggio di El-Sayed, del senatore Bernie Sanders e della deputata Rashida Tlaib e ha concentrato la sua campagna sulla sanità pubblica universale, le tasse ai miliardari e la fine della guerra in Iran e delle vendite di armi a Israele, ma soprattutto sull’opposizione all’espansione incontrollata dei data centers dell’Intelligenza Artificiale. Come Zohran Mamdani e Abdul El-Sayed, anche William Lawrence ha condotto una campagna elettorale di base, con volontari che hanno bussato a oltre 100.000 porte – 80.000 in giugno e luglio e 20.000 negli ultimi giorni in agosto. “Grazie a ogni singolo volontario, a ogni singolo donatore, a ogni singolo sostenitore, a tutti coloro che mi sono stati vicini con i loro consigli e la loro disponibilità ad ascoltarmi», ha detto Lawrence nel suo discorso della vittoria. “Questa è la vittoria di tutti noi e spero che siate tutti molto orgogliosi di voi stessi. Stasera gli elettori del 7° distretto del Michigan hanno lanciato un messaggio chiaro: sono stanchi che siano i miliardari della Silicon Valley e i funzionari di Washington a decidere il futuro delle nostre città e del nostro Paese. Vogliono un rappresentante che non sia corrotto e che non abbia paura di opporsi ai leader di entrambi i partiti e di lottare per i lavoratori.” Nelle elezioni di novembre Lawrence affronterà il deputato repubblicano uscente Tom Barrett.   Anna Polo
August 6, 2026
Pressenza
Giovane, musulmano, progressista: Abdul El-Sayed vince le primarie democratiche per il Senato nel Michigan
Dopo le vittorie alle primarie democratiche di New York di tre candidati socialisti alla Camera dei Rappresentanti sostenuti dal sindaco di New York Zohran Mamdani, arriva un’altra vittoria progressista: questa volta si tratta delle primarie per scegliere il candidato al Senato per il Michigan alle elezioni di metà mandato previste a novembre. Figlio di immigrati egiziani, ex funzionario della sanità pubblica, Abdul El-Sayed ha battuto la deputata moderata e sostenuta dall’establishment del Partito Democratico Haley Stevens con una campagna porta a porta che ha coinvolto migliaia di volontari, molto simile a quella che ha portato all’elezione di Mamdani a sindaco di New York nel novembre 2025. E le somiglianze non si fermano qui: pur non definendosi socialista, anche Abdul El-Sayed, come Mamdani, ha ricevuto l’appoggio di Alexandria Ocasio Cortez e Bernie Sanders, è giovane, musulmano e molto critico sul sostegno americano a Israele, tanto che non si fa problemi a denunciare il genocidio a Gaza. Ha incentrato la sua campagna sulla proposta di una sanità pubblica universale (Medicare for All), sull’introduzione di una tassa del 7 % sul patrimonio dei miliardari, sull’abolizione dell’ICE e sulla riforma del sistema di finanziamento delle campagne elettorali. Uno dei suoi slogan è infatti “Fuori i soldi dalla politica”, tanto più significativo se si pensa che la sua avversaria alle primarie ha ricevuto finanziamenti per 65 milioni di dollari e ha goduto del sostegno dell’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee), la più potente lobby filoisraeliana negli Stati Uniti. Alle elezioni di metà mandato a novembre Abdul El-Sayed dovrà vedersela con il candidato repubblicano Mike Rogers, in una sfida che potrebbe determinare quale partito controllerà il Senato.     Anna Polo
August 5, 2026
Pressenza