Chi difende chi?
“La guerra è una condizione permanente dell’umanità? Verità scomoda, purtroppo
innegabile”. Con questa domanda a risposta preconfezionata (La Stampa 22.07),
poi “precisata”, cioè ribadita, in forme sempre più banali in successive
risposte alle critiche ricevute, il teologo Vito Mancuso si è autocandidato, a
beneficio di tutti i guerrafondai della Terra, al ruolo di antipapa. Il
bersaglio della sua filippica a favore di una “pace armata” è infatti la formula
della “pace disarmata e disarmante” con cui Leone XIV ha voluto caratterizzare
sia la sua prima enciclica che il suo primo anno di pontificato.
Quell’asserzione apodittica intanto è falsa: l’umanità ha conosciuto la guerra
in modo saltuario, ora qua ora là, ora per periodi lunghi, ora per brevi blitz,
sempre alternati a periodi di pace anch’essi più o meno lunghi. Per alcuni
popoli e intere civiltà o culture la guerra è poi stata una eccezione.
In secondo luogo, il termine guerra è sviante: che cosa hanno in comune gli
scontri con pietre e bastoni, se mai ci sono stati, tra clan del paleolitico,
dove i corpi si incontravano e i combattenti si potevano persino guardare negli
occhi, con i conflitti condotti con bombe, cannoni, razzi, aerei e droni dal
costo di miliardi di dollari dei giorni nostri? Per non parlare del fatto che
oggi ogni guerra, per “limitata” che sia al momento del suo innesco, si svolge
sempre sull’orlo del baratro nucleare che può portare alla scomparsa della vita
su tutto il pianeta.
Persino l’aggressività, bagaglio indispensabile delle guerre condotte attraverso
un confronto diretto o a distanza ravvicinata tra uomini (maschi) e con armi
personali, ha ceduto il passo alla fredda determinazione di chi – il vero
protagonista delle guerre odierne – svolge la sua missione di morte davanti a
una consolle. Come sono cambiate, nel corso degli anni e dei secoli, le virtù
guerriere! Applicarvi le categorie del repertorio bellico tradizionale, come
forza (fisica), coraggio, spavalderia, eroismo, sacrificio, valore, onore,
gloria, ecc. è uno sproposito. Ma insieme a questa mutazione antropologica del
guerriero interviene anche una mutazione concettuale dei mezzi con cui si fa la
guerra. Anche le armi non sono più armi ma “sistemi d’arma”. Gli strumenti in
mano a chi è “in prima linea” (una “linea” che a volte è a chilometri di
distanza dal fronte, ma a volte è ancora a suo ridosso, magari nel fango di una
trincea) non sono che terminali di una macchina governata altrove, che senza
connessioni in tempo reale, ricognitori, satelliti, elaboratori e, sempre più,
intelligenza artificiale, non potrebbe funzionare. Il concetto di difesa – se di
difesa si tratta – cambia campo: non è più difesa degli “uomini al fronte”, né
della “popolazione civile” trasformata in bersaglio per “demoralizzare” il
nemico, ma la macchina che assegna a ciascuno ruolo e compiti: un ruolo passivo
di bersaglio e i compiti parcellizzati di una catena di produzione della morte
di cui è sempre più difficile ricomporre sia l’insieme che le finalità. E’
quella la catena che va difesa, salvaguardata, potenziata: la resistenza non è
più quella di un popolo in armi – non può esserla – ma quella di una macchina
bellica complessiva e molto complicata.
Per questo l’entusiasmo iniziale che aveva animato la prima risposta vincente
all’invasione russa dell’Ucraina è andato scemando mano a mano che la guerra si
prolungava senza obiettivi chiari (“la vittoria”, ma quale?) e senza essere
affiancata da un’iniziativa diplomatica seria per fermarla. Così in Ucraina,
oltre alle manifestazioni contro il governo, si moltiplicano i renitenti, i
disertori, gli imboscati e gli espatriati che non vogliono né morire né
combattere, ma a cui le autorità che conducono il gioco danno la caccia in forme
sempre più odiose per arruolarli. Lo stesso succede verosimilmente – tranne
forse le manifestazioni; ma ne sappiamo poco – dall’altra parte del fronte,
quello dell’”aggressore”.
“Putin ha continuato a sbranare. Lo farebbe anche con Kiev se non ci fossero
armi e soldati” sentenzia Mancuso. Ma non la sta forse sbranando nonostante
quelle armi e quei soldati? Anzi, proprio perché ci sono, e perché anche loro
cercano di farlo? Non si stanno forse sbranando a vicenda, Mosca e Kiev, con le
rispettive “difese”, quelle che ora impongono loro di devastare non solo il
territorio conteso, ma anche e soprattutto quello del nemico, anche a migliaia
di chilometri di distanza? Dunque, quella difesa non serve a evitare di essere
“sbranati”. Caso mai, lo impone.
“L’unica vera pace a cui noi possiamo e dobbiamo concretamente tendere è un pace
‘armata’”, conclude Mancuso. Un ossimoro, ovviamente. Per difendersi e
perseguire la pace con le armi occorre una superiorità nei confronti di ogni
potenziale nemico. Ma il potenziale nemico (vero o finto che sia), sempre per
difendersi e perseguire la pace, cercherà anch’esso di raggiungere una propria
superiorità armata. In questo modo la “deterrenza” alimenta una corsa senza fine
alle armi, mettendo sempre più il governo di ogni cosa nelle mani di chi quelle
armi le produce, le governa, le usa o intende usarle, trasformando i relativi
popoli, cioè noi, in carne da cannone. E’ quello a cui stiamo assistendo,
soprattutto da quando la guerra in Ucraina e quelle seguenti hanno azzerato
mezzi e ragioni dell’unica vera guerra da combattere insieme; la guerra alla
catastrofe climatica e ambientale – e a chi la promuove, ci trae un guadagno o
la ignora – che sta già devastando molti territori e vite, umane e non, quanto
una guerra guerreggiata. Ma che per essere combattuta ha bisogno di un
cambiamento radicale, innanzitutto di ciò che va inteso per difesa.
Guido Viale