Uwe Johnson / Tentativo di biografia
“C’è stato un momento determinato che ha distrutto la mia infanzia: l’ingresso
delle truppe di Hitler a Klagenfurt”, ebbe a dichiarare Ingeborg Bachmann in una
intervista pubblicata nel 1971. Dopo la sua morte, avvenuta in tragiche
circostanze nel 1973, l’amico Uwe Johnson sente il bisogno di parlare di lei
confezionando un libro, Un viaggio a Klagenfurt, che partendo dalla mera
registrazione dei luoghi e dei fatti fa presentire il mistero che si cela dietro
le apparenze, l’altra realtà annidata nel visibile, seguendo in parte le linee
stilistiche adottate dalla scrittrice in Malina, fra le sue opere più riuscite.
Siamo di fronte a un libro dalla forma peculiare e dalle dimensioni contenute se
paragonato alla colossale tetralogia dello stesso Johnson, I giorni e gli anni,
anch’essa meritoriamente pubblicata da L’Orma. Lo scrittore traccia le
coordinate oggettive di un’esistenza, a volte lasciando la parola alla stessa
Bachmann; citazioni che costituiscono i pezzi di un intricato puzzle impossibile
da terminare, frasi che, per il loro isolamento e la loro iterazione, assumono
inusitata valenza.
Considerando che confezionare una biografia è compito improbo e irrealizzabile,
l’autore elabora un genere originale nelle sue coordinate formali e
contenutistiche. Dal punto di vista stilistico è orientato alla frantumazione,
all’uso dei materiali più disparati, come gli opuscoli turistici o i ritagli di
giornale. Ogni vita, del resto, è un enigma. Johnson vaga per la città in una
erratica rielaborazione del lutto, scrive un libro complesso quanto oscura è
l’esistenza stessa. Recuperare la memoria è operazione ardua. Fuggita da
Klagenfurt per vivere in Italia e in particolare a Roma, una scelta giusta,
anche se neppure lei sa esprimere il perché di tale decisione, dopo la sua morte
la scrittrice viene sepolta in quella stessa Klagenfurt dove non avrebbe mai
voluto fare ritorno. Ironia della sorte. Secondo Thomas Bernhard è vano
arrovellarsi sulle effettive cause del decesso, forse accidentali, oppure legate
a un possibile suicidio.
Nella peculiare visione dello scrittore, Bachmann è stata distrutta dal mondo
che la circondava, dalla meschinità del suo Paese d’origine. Per questo ha
deciso di abbandonare l’Austria per la penisola italica. Nella sua dimora romana
viene disturbata dai carabinieri, ma solo perché il rumore notturno dei tasti
della macchina da scrivere tiene sveglia la sua vicina. Furore creativo, che la
coglie in particolare di notte. Johnson orchestra una partitura complessa, fatta
di immagini, di topografie ma anche di suoni, come quelli che penetrano
attraverso le finestre dell’appartamento romano. Voci spettrali a comporre un
affresco della memoria che trascende le semplici dimensioni terrene della
scrittrice. “Ogni necrologio non può che essere un’indiscrezione”, una
violazione della dimensione privata. Con questa citazione della stessa Bachmann,
Johnson apre il libro. Una narrazione che si muove all’interno delle macerie di
un mondo, fra bombardamenti e ricostruzioni, un percorso di recupero della
patria perduta e mai ritrovata, un viaggio che si conclude nelle prospettive di
un cimitero, ad additare la morte individuale ma anche l’eclissi di un’intera
civiltà.
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