Incendi, una “normalità” estiva
Incendi devastanti in buona parte dell’Europa, in particolare Francia e Spagna,
ma anche in Sicilia. Eppure, la rabbia e l’indignazione iniziali, non si
traducono quasi mai in una ricerca profonda delle cause e dei conseguenti
rimedi, perché spesso si cerca un colpevole immediato e, paradossalmente,
rassicurante.
Affrontare il dramma degli incendi richiede, invece, un ragionamento complesso,
che deve tenere conto delle vulnerabilità dei territori, dei cambiamenti
climatici, degli appetiti economici, compresi quelli delle ecomafie. È un
problema che viene affrontato, in genere, solo al momento dell’emergenza, quando
cioè la devastazione è in atto e i mezzi per intervenire possono solo ridurre il
danno, sempre che siano efficienti.
Con questo primo intervento vogliamo provare a riflettere insieme per capire
come sviluppare una vera cultura della prevenzione, che deve necessariamente
passare da una nuova visione del territorio. Ci piacerebbe ospitare interventi
sul tema, sia di carattere generale sia di denuncia di casi particolari, per
capire meglio, proporre risposte concrete ed evitare di ripetere sempre gli
stessi errori.
Iniziamo questo percorso di approfondimento partendo da un contributo di Aurelio
Angelini, già ordinario di Sociologia dell’Ambiente e Coordinatore Nazionale di
Movimento Ecologista, che, su Italia libera – Giornale digitale di informazione
e partecipazione attiva – prova a connettere insieme la crisi climatica globale
con le inadempienze dei governi regionali siciliani.
Angelini ci ricorda, innanzi tutto, che nel solo 2023 gli incendi hanno
devastato oltre 100.000 ettari di territorio siciliano e che “negli ultimi
vent’anni la Sicilia ha registrato una riduzione significativa delle
precipitazioni medie annuali, mentre le temperature sono aumentate di circa 2°C
rispetto all’epoca preindustriale, con punte estive che superano ormai
frequentemente i 45-48 °C”.
Se l’Italia è tra i paesi più colpiti dagli incendi boschivi, con la Sicilia ai
primissimi posti di questa classifica dell’emergenza, questo avviene non
soltanto perché nel bacino del Mediterraneo (dati Ipcc, Intergovernmental Panel
on Climate Change) il riscaldamento procede più rapidamente della media globale.
E’ determinante che il nostro territorio sia stato “reso più vulnerabile da
decenni di cattiva pianificazione, ritardi amministrativi, gestione emergenziale
delle risorse e, in molti casi, dalla pressione di interessi economici e
criminali”.
A questo punto, “il cambiamento climatico rappresenta il moltiplicatore del
rischio; la debolezza della governance ne amplifica gli effetti. È questa
combinazione a trasformare ogni estate in una tragedia largamente prevedibile
[…] Si innesca così un circolo vizioso nel quale incendi, perdita di fertilità,
dissesto idrogeologico e desertificazione si alimentano reciprocamente,
riducendo anno dopo anno la resilienza del territorio”.
La scarsità delle precipitazioni in Sicilia costituisce sicuramente un fattore
determinante, ma Angelini ci ricorda che “le reti acquedottistiche dell’isola
disperdono mediamente oltre la metà dell’acqua immessa, con punte superiori al
60% in diversi comuni. In altre parole, più di un litro d’acqua su due viene
perso prima di raggiungere cittadini, imprese e aziende agricole. A questo si
aggiunge il progressivo interramento di numerosi invasi artificiali, che negli
anni hanno visto ridursi sensibilmente la loro capacità di accumulo a causa del
mancato dragaggio e dell’insufficiente manutenzione”.
Inoltre, il fatto che la Sicilia continui a perdere superfici agricole e
naturali riduce la capacità del territorio di assorbire l’acqua piovana,
immagazzinare carbonio, mitigare le temperature estreme e conservare la
biodiversità. Sempre secondo Angelini, “Particolarmente delicata è la diffusione
di grandi impianti fotovoltaici realizzati direttamente su terreni agricoli
fertili. La decarbonizzazione rappresenta una priorità assoluta, ma non può
essere perseguita sacrificando una risorsa non rinnovabile come il suolo. Una
vera transizione ecologica richiede coerenza tra gli obiettivi climatici e la
tutela del territorio. La disponibilità di aree industriali dismesse, cave
abbandonate, ex discariche, parcheggi, coperture di edifici e altre superfici
già artificializzate offre alternative ampiamente sufficienti per una
significativa espansione delle energie rinnovabili senza compromettere
ulteriormente il patrimonio agricolo e paesaggistico dell’isola”.
Infine, in Sicilia non può essere ignorata la connessione fra la criminalità
organizzata (le cosiddette ecomafie) e la devastazione del territorio. Gli
incendi possono avere finalità diverse, ma è certa la centralità dei reati
ambientali all’interno delle economie criminali.
“In uno stato efficiente – conclude Angelini – gli incendi si combattono
soprattutto nei mesi invernali, quando si pianificano gli interventi di
manutenzione forestale, si realizzano fasce tagliafuoco, si ripristina la
viabilità forestale, si rimuove il materiale combustibile accumulato, si
monitorano le aree più vulnerabili e si rafforzano gli organici destinati alla
prevenzione”. Si combattono costruendo un territorio meno vulnerabile.
Proviamo a discutere insieme di come questo possa concretamente avvenire.
Leggi il contributo di Aurelio Angelini a questi due link: 1/Sicilia in fiamme:
mafia, politica, “sgovernance”. Un’isola che brucia due volte.
E ancora: /Sicilia in fiamme e assetata. I dati scientifici smentiscono la
propaganda di Schifani
Redazione Sicilia