Nicoletta Dosio, “tra resistenza e repressione: la cronaca del corteo NO TAV raccontata da dentro”
Dopo la grancassa mediatica nei salotti televisivi del panorama italico e la
narrazione mainstream convergente, offerta dal partito unico guerrafondaio della
carta stampata, in fretta e furia si è unito il “coro politicista” di univoca
condanna: dagli scranni della maggioranza ai “centrini oppositori” fino
all’eterogeneo “campo largo” (dove si pensa -in quest’ultimo recinto politico-
di poter trovare la “quadra sostanziale” nella corsa elettoralistica sul fronte
della sicurezza, in concorrenza alla politica governativa, accusata di essere
nei fatti inefficace e inconcludente nonostante l’ondata dei decreti securitari
posti in essere).
Pertanto, per dovere d’informazione e completezza del dibattito, ci sembra
opportuno riprendere la cronaca della giornata dello scorso fine settimana
fatta da Nicoletta Dosio (pubblicata su “L’Indipendente”), salita suo malgrado
sul banco degli imputati e già condannata dal pensiero unico legalista, il quale
si trova oggi ad invocare unitariamente – da destra a sinistra – un’azione
congiunta di forze istituzionali, per fronteggiare la nuova cosiddetta
“emergenza terroristica di piazza”.
La storica attivista No Tav, come ogni anno presente al festival dell’Alta
Felicità, ritornata nella sua a casa in Valle, ha voluto raccontare dal suo
punto di osservazione i fatti della giornata di Venaus vissuti in prima persona.
E come non ricordare il divieto prefettizio di questi giorni che ha impedito,
con un enorme schieramento di polizia e decine di funzionari-Digos, il campeggio
dei giovani notav che come ogni anno a centinaia si sono riversati in Valle? Per
fortuna c’è stato segnalato che non è mancato loro l’ingegno. Infatti hanno
steso per terra una grandissima bandiera palestinese di circa 30-40 metri,
assiepativisi sopra hanno guardato con tranquilità un film su Gaza… sembra poi
che sul bandierone vi abbiano pure trascorso la nottata dormendovi sopra.
Insomma il nostro dovere di cronisti è anche quello di mettere in risalto il
quadro documentale d’ insieme su ciò che accade nel conflitto sociale. Su questo
concordiamo pienamente con quanto evidenziato da Francesco Zevio, nel suo
bell’articolo ripreso ieri sulle pagine di Pressenza, grazie al nostro partner
Comune-info: « I recenti fatti di Val Susa offrono l’occasione per ricordare due
ordini di cose. Il primo è innanzitutto rivolto all’esterno, ovvero a quella
parte di popolazione che “subisce” le notizie riguardanti questi fatti senza
averne una conoscenza personale e di prima mano, senza aver disposto della
possibilità di considerare autonomamente e criticamente la storia (oltre
trentennale) della contestazione al cantiere per la nuova linea ferroviaria
Torino-Lione. Il secondo ordine di cose si rivolge innanzitutto a quanti, per un
motivo o per l’altro, hanno una maggiore cognizione del progetto di cui sopra e,
più in generale, una qualche forma di partecipazione a questo o ad altri
movimenti contestatari. Nulla di originale – scrive Zevio – ma penso valga la
pena ricordare, anche solo fare il punto, circa ovvietà che restano essenziali»_
La cronaca di Nicoletta Dosio
BUSSOLENO, VAL DI SUSA – Sono tornata alla mia casa, ai grandi alberi che mi
accolgono al cancello, agli sguardi amorevoli delle creature che fanno parte
della mia vita. Sono tornata dopo giorni in cui è stato bello ritrovare e
ritrovarsi. L‘Alta Felicità non è solo lo slogan di un Festival: è la porta che
ti riconduce in mezzo alle cose, nel cuore di una collettività attiva e
fraterna. Giorni di assemblee, libri, dibattiti, concerti, ma soprattutto
incontri: vecchie compagne e compagni che fedelmente ritornano, ma soprattutto
giovani, adolescenti che, per la prima volta, sono venuti a vedere, a sentire, a
documentarsi. Alta felicità di quanti, contro le sabbie mobili
dell’interiorizzazione della sconfitta, riscoprono sogni e possibilità nel senso
collettivo della lotta. E puntualmente, contro tutto ciò, Questura e Prefettura
assediano il territorio con blocchi stradali non solo sulle statali, ma sulle
strade comunali, divieti d’accesso, proibizione di vendere bevande e cibi in
vetro e in scatola estesi ai Comuni di mezza Valle.
Il controllo militare parte dalla stazione Torino-Porta Nuova, dove i passeggeri
della linea Torino – Bardonecchia vengono identificati, fotografati e
perquisiti. All’ingresso di Susa c’è folla: sui teli stesi nel piazzale si
svuotano gli zaini: indumenti, libri, casseruole, borselli, tutto l’armamentario
dei campeggiatori vengono attentamente vagliati da occhiuti censori. Ma,
nonostante il clima pesantemente intimidatorio, ormai da dieci anni il Festival
dell’Alta Felicità prende il volo, con il suo fitto programma e la gioiosa
accampata di tende e cucine, sui prati che, in quel 2005 lontano ma mai
dimenticato, furono luogo di lotta e riconquista. Il momento più atteso è come
sempre il sabato. Nelle prime ore del pomeriggio parte la manifestazione verso i
cantieri del TAV. Quest’anno la marcia si divide su più fronti: le mete si sono
moltiplicate perché si sono moltiplicati i cantieri.Il Festival dell’Alta
Felicità a Venaus.
Salbertrand, Traduerivi-San Giuliano, San Didero, la Clarea…A San Didero la
statale è bloccata, ma il corteo arriva in treno, scendendo alla stazione di
Bruzolo. Pochi passi sull’asfalto, poi si imbocca un viottolo tra i campi verso
il nuovo autoporto in fase di ultimazione, opera congiunta di SITAF (la società
autostradale) e TELT (la società del TAV).
I lacrimogeni partono immediatamente. Il cordone dei poliziotti avanza a
tenaglia, calpestando spietatamente il campo di granoturco che i manifestanti
hanno rispettato.
Reti, lacrimogeni a volontà, qualche fuoco d’artificio che si perde nella vampa
incandescente del solleone.
Si ritorna alla stazione di Bruzolo. Tutto sembra ormai concluso, non resta che
aspettare il treno del rientro. Ma ecco spuntare DIGOS e poliziotti che
occupano la stazione e circondano i presenti.
I treni pendolari sono bloccati per ore, mentre circolano i treni ad Alta
Velocità: il TGV francese all’andata e al ritorno da Torino, nonché la Freccia
Rossa diretta in Francia. Nei pressi della stazione rallentano; attraverso i
finestrini si può scorgere l’interno quasi completamente vuoto.
La situazione si sblocca dopo ore, con l’identificazione fotografica di tutti i
presenti.
Sui sentieri della Clarea le persone sono migliaia. Il cantiere – il primo, il
più devastante – si raggiunge attraverso le vie dei boschi.
È sempre un colpo al cuore arrivare in vista della voragine che un tempo fu il
grande castagneto di alberi centenari e l’abitato dei Mulini di Clarea e che ora
è un ammasso di soprelevate, reti, rottami.
Ma barriere, cancelli, mezzi militari posti a blindare la “Grande Opera ad
interesse strategico” questa volta non servono a fermare la rabbia composta e
lucida di un popolo stanco di subire.
Oggi in quel fortino intasato di mezzi militari e presidiato da truppe in
assetto antisommossa, in quel coacervo di ferro, cemento, prefabbricati, ruspe,
trivelle, telecamere, torri-faro spiccano gli scheletri anneriti e le grandi
scritte della rivolta liberatrice.
Un particolare tra tutti, il più simbolico: quello che fu il salone
pubblicitario, voluto e intitolato al defunto architetto Mario Virano, il
maggior sostenitore del TAV e del modello di vita ad esso sotteso, nonché
commissario straordinario per la costruzione della linea ad Alta Velocità
Torino-Lyon e direttore generale di TELT, la società italo-francese per la
realizzazione del tunnel transfrontaliero.
Una costruzione di metallo e vetro che si apre su una grande balconata
panoramica, sorta nel punto finale e più alto, dal quale il cantiere è visibile
in tutta la sua estensione. La struttura, progettata per diventare il centro
nevralgico di un presunto “turismo di cantiere”, sala conferenze, punto
informativo di accoglienza per scolaresche e comitive, è diventato per noi
il simbolo transgenico del futuro innaturale e disumano che minaccia non solo la
nostra Valle, ma l’intero Pianeta.
Ora l’edificio scintillante di vetrate e cromature è diventato uno scheletro
annerito e non può se non gioirne chi ricorda il paesaggio di un tempo, i prati
di narcisi, le piccole vigne di Avanà, la “via dei pellegrini” fiorita di
biancospino, che attraversava la foresta popolata di abitazioni mesolitiche
sottoroccia per proseguire verso la Francia, sulla strada dei luoghi sacri,
verso Santiago di Compostela.
Intorno alla Valle che continua a resistere ed al Movimento che rivendica,
“senza se e senza ma”, l’azione liberatrice contro il cantiere, è partita ora la
“caccia alle streghe”, l’indignazione dei sepolcri imbiancati di sempre.
Gli esponenti del Governo, più che mai sordo ai bisogni dei territori ed ostile
alle ragioni della lotta, si precipitano in cantiere per dare solidarietà al
sistema devastatore ed ai suoi servi schiocchi, promettendo l’inferno ai NO TAV
ribelli.
Quanto al Parlamento italiano ed alle istituzioni ad ogni livello, il “partito
trasversale degli affari” ha ritrovato la propria compattezza nella condanna ad
un popolo che resiste e che ha deciso di difendersi concretamente.
Ma se i potenti ci sono nemici, la solidarietà degli oppressi è un grande
abbraccio che ci giunge da ogni parte. Con noi sono le vittime delle “fabbriche
della morte”, i malati che non riescono a curarsi per i tagli alla sanità
pubblica, gli sfrattati, i pendolari vittime dello smantellamento dei trasporti
pubblici, chi per non morire di fame deve ricorrere alle mense per poveri, i
popoli che resistono contro guerre e genocidi.
E ci sorride la madre terra con tutte le sue forme di vita. Il nostro abbraccio
solidale va ai giovani compagni fermati e incarcerati che sentiamo parte viva
di noi.
È più che mai per amore che la nostra lotta continua.
Toni Casano