Javier Tomeo / Quando la risata sardonica diventa un dolce sorriso
Cosa succede quando un autore strabordante e sardonico – oltre il barocco,
dunque, e oltre il comico – come Javier Tomeo, attivo in Spagna nella seconda
parte del Novecento e nella prima parte di questo secolo, si mette alla prova
con una narrazione, solo apparentemente più paludata, di ambito ottocentesco?
L’uomo bicolore (uscito in Spagna nel 2014) è la risposta, raccolta con coraggio
dalla casa editrice Occam – già responsabile, con grande merito, della
pubblicazione di quattro titoli di Tomeo – e affidata alle sapienti cure del
traduttore Alberto Bile Spadaccini.
L’uomo bicolore è infatti una narrazione forse più lineare e meno bizzarra – o
meglio, meno imbizzarrita – rispetto ad altri libri di Tomeo, ma presenta in
ogni caso alcune deviazioni dal piano della realtà quotidiana che ne accrescono
il fascino estetico, da un lato, e anche una certa capacità gnomica, dall’altro,
lasciando affiorare il ghigno sardonico di Tomeo, ma anche le sue argute
riflessioni filosofiche di fondo, per mezzo alcuni elementi gotici, che
tuttavia, com’è ormai prevedibile a questo punto, non si lasciano impigliare
nell’ortodossia ottocentesca del genere.
Non si possono forse rivelare questi pochi elementi senza togliere parte del
piacere della lettura a chi vorrà avvicinarsi all’opera di Tomeo a partire da
questo libro. Si può, in ogni caso, far leva già sul titolo per alludere alla
capacità della narrazione di mantenersi sulla soglia tra un resoconto assai
strano, e tuttavia verosimile, e l’ancor più verosimile ipotesi che tutto si
svolga nella psiche divisa a metà – come segnala l’aggettivo “bicolore” del
titolo – del protagonista e narratore. Come già in occasione dello Sguardo della
bambola gonfiabile di Tomeo, la bizzarria della realtà è sempre in stretta
relazione con una discesa nella psiche umana che è, a propria volta, niente meno
che una catabasi, dai tratti ora più pacificati ora più inquietanti.
Come nel libro appena citato, c’è anche spazio per il sospetto della
manipolazione delle coscienze – sospetto veicolato stavolta non dai mass media
novecenteschi e da alcuni ragionamenti politici, o pseudo-tali, ma da
un’interrogazione, ai confini della lucidità, sul tramonto del sole: «E se i
grandi manipolatori delle coscienze ci avessero censurato l’ovest, ritenendo che
gli uomini come noi non meritano di arrivare nello stesso punto cardinale in cui
ogni sera si nasconde niente meno che il Re Sole?».
Tali dilemmi rendono ancor più improbabile la saggezza – a tratti popolare, a
tratti colta, ma più spesso kitsch – cui il protagonista fa ricorso in memoria
della zia Rosamunda, lasciando così trasparire quel basso continuo di
riflessione filosofica che in principio si distanzia dal riferimento puntuale,
ma poi se ne fa contaminare, al punto da originare interrogativi di condensato
lirismo come questo: «[…] l’amore non c’entra niente con la bellezza e la
cultura? È vero, come dicono i cinesi, che l’amore, che è tutto occhi, non
distingue niente?».
Il protagonista e narratore non sa rispondere, e così, con ogni probabilità chi
vorrà leggere, perché è in fondo meglio accontentarsi dell’atmosfera di
accettazione – anzi, di condono – generale che è la nota sulla quale si chiude
questo romanzo breve, assai meno kafkiano di quel che vorrebbe forse sembrare. È
qui che la risata sardonica di Tomeo si stempera e diventa un sorriso più dolce,
pur se con una punta inscalfibile di amarezza.
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