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«Siamo tutti deportati»
Per trentacinque anni Luís Valentan ha vissuto negli Stati Uniti come lavoratore migrante senza documenti. Ha fatto il jornalero, si è organizzato con altri lavoratori, è diventato uno dei volti del National Day Laborer Organizing Network (NDLON) e ha dato vita a Radio Jornalera, una radio comunitaria nata per raccontare le esperienze e le lotte delle persone migranti con la loro stessa voce. Oggi vive nuovamente in Messico. Non per scelta, ma perché le politiche dell’amministrazione Trump lo hanno costretto a lasciare il paese in cui aveva costruito la propria vita. PH: Radio Jornalera L’ho conosciuto durante manifestazioni contro il razzismo e le politiche anti-migranti, megafono in mano, e successivamente attraverso Radio Jornalera. In questi anni è stato protagonista dell’organizzazione di numerose mobilitazioni tra Messico e Stati Uniti, come quella del 28 maggio scorso, in solidarietà con le grandi proteste che hanno attraversato contemporaneamente gli Stati Uniti e diverse città europee. Manifestazioni che rivendicavano un mondo senza re, senza genocidi, senza migranticidi e senza politiche di frontiera fondate sulla violenza. Una violenza che oggi non si limita più ai confini, ma entra nelle città, nelle scuole, nelle case e nei luoghi di lavoro. Una persecuzione quotidiana che continua a provocare morti, come quelle di Lorenzo Salgado Araujo 1, Joan Sebastián Durán Guerrero 2 e di Juan Jairo Coronilla Duran 3, cittadino messicano entrato legalmente negli Stati Uniti ed è stato investito da un camion mentre cercava di evitare un incontro con gli agenti dell’ICE. Una spirale di violenza che non colpisce soltanto chi vive senza documenti, ma alimenta un clima di paura capace di travolgere chiunque venga percepito come persona migrante. In questa intervista Luís Valentan racconta il proprio percorso: dall’arrivo negli Stati Uniti a diciassette anni all’impegno nell’organizzazione dei lavoratori migranti, dalla nascita di Radio Jornalera fino al ritorno forzato in Messico. È il racconto di una storia personale che attraversa oltre trent’anni di politiche anti-migranti, ma anche di resistenza collettiva. «PREFERISCO CHE NESSUNO DEBBA EMIGRARE NEGLI STATI UNITI» SEI PARTITO A DICIASSETTE ANNI. OGGI DICI CHE, SE DIPENDESSE DA TE, PREFERIRESTI CHE NESSUNO EMIGRASSE NEGLI STATI UNITI. PERCHÉ? Perché oggi chi arriva trova condizioni terribili. Da una parte ti criminalizzano, dall’altra ti concedono visti stagionali che, di fatto, ti riducono in una condizione di sfruttamento. È una grande ipocrisia. Gli Stati Uniti hanno costruito la loro ricchezza sullo schiavismo e continuano a sfruttare il lavoro migrante. Molti pensano che “dall’altra parte del muro” troveranno una vita facile. In realtà li aspettano precarietà, esclusione e persecuzione. Vivranno in appartamenti sovraffollati, lavoreranno senza tutele e saranno costantemente esposti al rischio di essere arrestati. EPPURE LE PERSONE CONTINUANO A MIGRARE. È SEMPRE STATO COSÌ, ANCHE PER CHI DALL’ITALIA EMIGRAVA NELLE AMERICHE O NEL NORD EUROPA. TU STESSO RIVENDICHI IL DIRITTO DI MIGRARE. Certo. Nessuno può fermare le migrazioni: fanno parte della storia dell’umanità. Per molte comunità impoverite del Messico anche una vita durissima negli Stati Uniti può rappresentare un miglioramento. Quando non hai nulla, anche pochissimo può sembrare molto. PARLI ANCHE DELLA TUA ESPERIENZA PERSONALE. Sì. Anch’io sono partito perché non avevo alternative. MA HAI SCELTO DI NON LIMITARTI A SOPRAVVIVERE. HAI DECISO DI ORGANIZZARTI E DI LOTTARE. Esatto. DALLA STRADA ALL’ORGANIZZAZIONE DEI LAVORATORI Il percorso di Luís nell’attivismo prende forma negli anni trascorsi in Arizona, dove entra in contatto con alcune delle principali organizzazioni di base impegnate nella difesa dei diritti delle persone migranti. Luís Valentan: Ho iniziato con i jornaleros, i lavoratori a giornata, partecipando alle attività di Puente Arizona Human Rights Movement e Tonatierra. Successivamente ho continuato questo lavoro in California. Organizzavamo percorsi di formazione perché le persone migranti conoscessero i propri diritti: diritti del lavoro, diritti civili, diritti costituzionali e diritti umani. Allo stesso tempo partecipavamo alle campagne contro le leggi razziste e contro le politiche che criminalizzavano chi viveva senza documenti. Ogni giorno i nostri centri accoglievano lavoratori e lavoratrici in cerca di occupazione. Li aiutavamo a ottenere salari dignitosi, ma soprattutto cercavamo di trasformare quei luoghi in spazi di organizzazione collettiva. Non semplici uffici dove trovare lavoro, ma comunità capaci di difendere i propri diritti e costruire forza politica. DALLE LEGGI RAZZISTE ALL’ERA TRUMP NEL CORSO DELL’INTERVISTA DEFINISCI GLI STATI UNITI UN SISTEMA FONDATO SULLO SFRUTTAMENTO. GUARDANDO AGLI ULTIMI DECENNI, VEDI UNA CONTINUITÀ NELLE POLITICHE MIGRATORIE? Luís Valentan: Sì. L’offensiva contro le persone migranti non è iniziata con Trump. Già durante le amministrazioni Bush abbiamo assistito a un progressivo irrigidimento delle politiche migratorie. Negli anni Novanta il capitalismo statunitense ha rafforzato un modello fondato sul razzismo e su forme di schiavismo moderno. In California, nel 1994, la Proposition 187 cercò di escludere completamente le persone migranti dai servizi pubblici: sanità, istruzione, welfare. Contemporaneamente cresceva una narrazione sempre più aggressiva. Dicevano: “Qui si parla solo inglese“, ma nello stesso tempo chiudevano i corsi gratuiti di inglese destinati alle nostre comunità. Poi arrivò la sezione 287(g), che consente alle forze di polizia locali di collaborare con l’ICE, consegnando le persone migranti alle autorità federali. Infine, nel 2010, la legge SB1070 dell’Arizona legalizzò di fatto la profilazione razziale e aprì la strada agli arresti arbitrari. Con Trump quella strategia è diventata ancora più violenta. Ha costruito il consenso presentando continuamente le persone migranti come criminali, terroristi o membri dei cartelli della droga. Trasmettevano immagini di estrema violenza per alimentare paura e odio. La pandemia ha rallentato solo temporaneamente questo processo. Per noi era chiaro che la SB1070 fosse stata un laboratorio di sperimentazione delle politiche che oggi vediamo applicate su scala nazionale. Allo stesso tempo abbiamo sempre saputo che, pur con linguaggi diversi, repubblicani e democratici hanno condiviso la stessa impostazione di fondo. I primi ci criminalizzano apertamente; i secondi ci guardano con compassione. Ma nessuno dei due ha realmente trasformato la condizione delle nostre comunità. Per questo non abbiamo mai smesso di organizzarci. COSTRUIRE COMUNITÀ PER RESISTERE COME È CAMBIATA LA VOSTRA ORGANIZZAZIONE IN QUESTI ANNI? La SB1070 ci ha costretto a ripensare completamente il nostro modo di lavorare. Abbiamo iniziato a costruire comitati di quartiere, gruppi di base, reti comunitarie presenti ovunque: nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei mezzi pubblici, nelle strade. L’esperienza delle pattuglie comunitarie create da Unión del Barrio a San Diego ci ha mostrato che era possibile organizzare forme di autodifesa collettiva contro gli abusi. Durante la pandemia la situazione è stata drammatica. Migliaia di lavoratori migranti sono morti perché non potevano permettersi di restare a casa. Chi non aveva documenti non riceveva alcun sostegno economico. Abbiamo lottato perché anche i lavoratori migranti fossero riconosciuti come lavoratori essenziali. Alla fine quella battaglia l’abbiamo vinta. Abbiamo partecipato anche alle mobilitazioni di Black Lives Matter dopo l’assassinio di George Floyd, così come abbiamo difeso i Dreamers e le altre comunità a cui Trump voleva revocare le protezioni legali. Molte battaglie le abbiamo vinte nei tribunali. Ma era evidente che Trump si considerasse al di sopra della legge. Per questo abbiamo continuato a rafforzare le nostre reti territoriali. UNA RESISTENZA SEMPRE PIÙ AMPIA COSA È CAMBIATO CON IL RITORNO DI TRUMP ALLA CASA BIANCA? La paura è cresciuta enormemente. Le persone senza documenti hanno paura perfino di uscire di casa. Ma, allo stesso tempo, abbiamo visto qualcosa di nuovo. Molti cittadini statunitensi bianchi hanno iniziato a mobilitarsi contro la violenza delle deportazioni e contro gli abusi della polizia. Abbiamo condiviso con loro un patrimonio di pratiche costruito in decenni di lotta. Oggi sanno come documentare un arresto, come proteggere un quartiere, come organizzare una rete di solidarietà, come raccogliere prove utili nei procedimenti giudiziari. Sono nati gruppi di autodifesa comunitaria composti da trenta, quaranta, a volte ottanta persone, collegati tra loro in una rete sempre più capillare: nei condomini, agli angoli delle strade, nei posti di lavoro, nelle scuole e nei tribunali. Per la prima volta abbiamo visto partecipare alle manifestazioni persone che fino a poco tempo fa restavano completamente estranee a queste lotte. LE ALLEANZE CHE CAMBIANO IL MOVIMENTO Il secondo mandato di Trump ha favorito alleanze che fino a pochi anni fa sembravano impensabili. Oggi lavoriamo insieme a realtà come Indivisible e partecipiamo alle manifestazioni del movimento No Kings, nato per difendere la democrazia e denunciare le violazioni dei diritti umani commesse dall’amministrazione Trump. Non chiediamo solidarietà fondata sulla pietà. Costruiamo alleanze tra persone che comprendono come la difesa dei diritti delle comunità migranti riguardi la qualità della democrazia di tutti. «SOLO IL POPOLO SALVA IL POPOLO» QUAL È L’ASPETTO PIÙ INNOVATIVO DI QUESTO PERCORSO? Luís Valentan: Abbiamo creato spazi comunitari che prima non esistevano. Per organizzare un semplice incontro sui diritti dei lavoratori ci ritroviamo nelle case, condividiamo un pranzo, una grigliata, discutiamo di come proteggerci e di come costruire solidarietà. Così molte persone statunitensi scoprono cosa significa vivere ogni giorno sotto la minaccia dell’ICE. Diventano nostre alleate non per carità, ma perché comprendono che la nostra è una battaglia comune. È questo che vogliamo: costruire un movimento capace di trasformare la società. Per questo diciamo che solo il popolo salva il popolo. Per noi la lotta non significa soltanto resistere. Significa anche cantare, fare musica, dipingere murales, celebrare la vita. Dentro NDLON l’arte e la cultura sono strumenti di organizzazione politica. Come dice Pablo Alvarado: «La lotta non è solo lottare, è anche cantare e celebrare.» Vogliamo costruire un movimento che non si esaurisca nella fatica della resistenza, ma che continui a generare forza, relazioni e speranza. DARE VOCE AI LAVORATORI: LA NASCITA DI RADIO JORNALERA IL TUO PERCORSO DI ATTIVISTA TI HA PORTATO ANCHE A DIVENTARE COMUNICATORE. COME NASCE RADIO JORNALERA? Luís Valentan: È stato un percorso naturale. Dopo l’esperienza in Arizona ho lavorato con diverse organizzazioni popolari e, nel 2017, sono entrato a far parte di NDLON. Nel frattempo avevo frequentato un laboratorio di conduzione radiofonica con Rubén Tapia, giornalista della radio comunitaria KPFK di Los Angeles. Lì ho capito che la comunicazione poteva diventare uno strumento fondamentale di organizzazione. Proposi a NDLON di creare una radio comunitaria, ma all’inizio nessuno era convinto. Così organizzai un corso di comunicazione per un piccolo gruppo di jornaleros. Alla fine del laboratorio realizzammo una trasmissione pilota. Quando i responsabili di NDLON la ascoltarono rimasero sorpresi: non immaginavano che quei programmi fossero stati prodotti da lavoratori migranti senza alcuna esperienza professionale. Fu allora che decisero di investire davvero nel progetto. Cominciammo in una piccola stanza, con pochissimi mezzi, ma con una convinzione molto forte: i lavoratori migranti dovevano poter raccontare la propria realtà senza intermediari. Per me il risultato più importante non è stato creare una radio. È stato vedere persone che non avevano mai preso la parola in pubblico scoprire di essere capaci di parlare, raccontare, condurre una trasmissione, informare altre persone. La radio ha restituito fiducia a molti lavoratori. Ci siamo appropriati di strumenti da cui eravamo sempre stati esclusi: internet, il linguaggio digitale, i microfoni. Soprattutto abbiamo conquistato qualcosa di essenziale: il diritto di rappresentarci da soli. QUINDI SEI STATO L’IDEATORE DI RADIO JORNALERA? L’idea iniziale è stata mia, ma Radio Jornalera è il risultato di uno sforzo collettivo. Senza i lavoratori e le lavoratrici che hanno creduto nel progetto non sarebbe mai esistita. Oggi la rete conta ripetitori in diversi Stati degli USA e anche in Guatemala, El Salvador e Costa Rica. È diventata uno spazio di informazione e formazione sui diritti delle persone migranti, costruito direttamente dalle comunità. IL RITORNO FORZATO IN MESSICO Dopo oltre trent’anni negli Stati Uniti, Luís si è trovato dall’altra parte della frontiera. Come migliaia di altre persone deportate o costrette a lasciare il paese, ha dovuto ricominciare da zero. CHE COSA ACCADE OGGI A CHI VIENE DEPORTATO? Le persone arrivano spesso senza documenti, senza soldi e senza telefono. Il governo messicano ha creato un programma di accoglienza che dovrebbe facilitare il rilascio dei documenti, l’accesso alla sanità e ad alcuni sostegni economici. Ma nella pratica le cose funzionano molto peggio. Molti uffici sono impreparati, prevalgono burocrazia, disorganizzazione e scarsa comprensione dei traumi vissuti da chi è stato deportato. Per questo NDLON ha costruito una rete di accompagnamento. Diffondiamo informazioni, aiutiamo le persone a orientarsi tra le pratiche amministrative e, quando necessario, mettiamo a disposizione volontari che le seguono nei rapporti con gli uffici pubblici. Molti deportati parlano ormai più inglese che spagnolo. Altri parlano solo lingue indigene. Molte procedure sono esclusivamente online, ma tante persone non possiedono né un computer né una connessione internet. Anche questo diventa un ostacolo. Il nostro obiettivo è creare in Messico Centri per il Lavoro simili a quelli costruiti negli Stati Uniti: luoghi di formazione, organizzazione e sostegno per chi è stato costretto a tornare. E saranno aperti non solo ai cittadini messicani, ma anche alle persone migranti che oggi rimangono bloccate in Messico. «SIAMO TUTTI DEPORTATI» TU HAI SCELTO DI LASCIARE GLI STATI UNITI PRIMA DI ESSERE ARRESTATO. TI RICONOSCI NELLA DEFINIZIONE DI “AUTO-DEPORTATO”? Luís Valentan: Io preferisco dire che siamo tutti deportati. Certo, sono partito con le mie gambe. Ma quando vivi sotto una minaccia permanente, quando sai che puoi essere arrestato in qualsiasi momento, rinchiuso per mesi, trasferito in catene da un centro di detenzione all’altro o mandato in un paese qualsiasi, quella non è una scelta libera. È una deportazione. Con questa amministrazione nessuno può sentirsi al sicuro. Io stesso temevo che il lavoro di controinformazione svolto con Radio Jornalera potesse trasformarmi in un bersaglio. Ho cinque figli. I tre più grandi sono cittadini statunitensi. Le due più piccole vivevano con me. Non volevo che la mia famiglia attraversasse il trauma di un arresto violento o di una lunga detenzione. Dopo trentatré anni di contributi sapevo comunque che non avrei mai avuto diritto alla pensione. A quel punto mi sono detto che non avrei regalato altro tempo della mia vita a quel sistema. Così ho deciso di tornare in Messico. LO SHOCK DEL RITORNO COM’È STATO RICOMINCIARE? È molto più difficile di quanto immaginassi. Dopo trentacinque anni il mio paese era quasi diventato uno sconosciuto. Certo, ho ritrovato la mia comunità, la mia famiglia, luoghi che non vedevo da decenni. Ma un ritorno è sempre anche uno shock culturale. Ci sono giorni in cui ti chiedi se hai fatto la scelta giusta. Poi guardi quello che continua ad accadere negli Stati Uniti e pensi che, nonostante tutto, qui stai meglio. La parte più dolorosa riguarda la mia famiglia. Mia moglie e le mie due figlie più piccole non sono riuscite ad adattarsi al Messico e sono tornate negli Stati Uniti. Quando ero emigrato ero partito da solo. Pensavo che almeno il ritorno lo avrei affrontato insieme alla mia famiglia. Invece oggi vivo qui da solo. Accompagno ogni giorno altre persone deportate, ascolto le loro storie e, nello stesso tempo, continuo a fare i conti con la mia. Non ho avuto nemmeno il tempo di reinserirmi davvero. «TRASFORMARE LA REALTÀ» IN QUESTO NUOVO CONTESTO PUÒ NASCERE UN’ALTRA STAGIONE DI ORGANIZZAZIONE? Luís Valentan: È quello che stiamo cercando di fare. L’esperienza accumulata negli Stati Uniti non deve andare perduta. Può diventare uno strumento per rafforzare le comunità che oggi vivono in Messico, siano esse persone deportate o migranti in transito. Dobbiamo continuare a organizzarci. Dobbiamo trasformare la realtà dei nostri quartieri, delle nostre comunità, dei nostri paesi. Non possiamo limitarci a sopravvivere. 1. Lavoratore edile messicano di 52 anni, residente da circa 35 anni a Houston. È stato ucciso il 7 luglio 2026 da un agente dell’ICE durante un’operazione di controllo. Le autorità sostengono che abbia tentato di investire un agente con il proprio veicolo; la famiglia, i testimoni e i legali contestano questa ricostruzione. La sua morte è oggetto di indagini federali ed è diventata uno dei simboli delle proteste contro le politiche migratorie dell’amministrazione Trump ↩︎ 2. Cittadino colombiano di 25 anni, residente nel Maine con la compagna e la figlia. È stato ucciso il 13 luglio 2026 durante un’operazione dell’ICE a Biddeford, pur non essendo il principale obiettivo del blitz. Anche in questo caso la dinamica è controversa e sono in corso indagini federali ↩︎ 3. Cittadino messicano di 28 anni, originario dello Stato di Guanajuato. È morto il 14 luglio 2026 a St. Augustine (Florida), investito da un camion mentre fuggiva da un’operazione dell’ICE. Secondo la famiglia si trovava negli Stati Uniti con un visto regolare e sarebbe dovuto rientrare in Messico pochi giorni dopo ↩︎