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2/ Sicilia in fiamme e assetata: mafia, politica, “sgovernance”. I dati scientifici smentiscono la propaganda di Schifani
Attribuire ogni responsabilità degli incendi al cambiamento climatico rischia di trasformarsi in un comodo alibi. Il riscaldamento globale costituisce il contesto nel quale gli incendi diventano più devastanti, ma non può giustificare l’assenza di manutenzione dei boschi, le inefficienze delle reti idriche, il degrado degli invasi, il consumo indiscriminato di suolo o la cronica carenza di pianificazione territoriale. La crisi climatica impone un salto di qualità nelle politiche pubbliche. Richiede una pubblica amministrazione capace di integrare adattamento climatico, tutela della biodiversità, gestione sostenibile delle risorse idriche, pianificazione forestale e contrasto all’illegalità ambientale. Significa passare da una cultura dell’emergenza a una cultura della prevenzione, nella quale ogni euro investito prima del disastro evita costi economici, ambientali e sociali molto più elevati dopo il suo verificarsi. La vera sfida non consiste semplicemente nello spegnere gli incendi, ma nel costruire una Sicilia meno vulnerabile. Perché il cambiamento climatico non può più essere evitato nelle sue manifestazioni già in atto, mentre la vulnerabilità del territorio dipende ancora, in larga misura, dalle scelte della politica e dalla qualità delle istituzioni. Nessun territorio può impedire l’arrivo di un’ondata di calore. Ogni territorio, però, può decidere quanto essere preparato ad affrontarla. Ed è proprio in questa scelta che si misura la responsabilità di una classe dirigente. I NUMERI DELLA CRISI: UN CLIMA SEMPRE PIÙ ESTREMO Ogni dibattito pubblico sulla crisi ambientale dovrebbe partire dai fatti. I dati scientifici, infatti, consentono di distinguere ciò che dipende da processi globali da ciò che è riconducibile alle responsabilità delle istituzioni. Nel caso della Sicilia il quadro è particolarmente eloquente: la crisi climatica costituisce il contesto entro il quale si sviluppano gli incendi, ma la loro intensità e le loro conseguenze sono amplificate da criticità strutturali che riguardano la gestione del territorio. Il Mediterraneo è riconosciuto dall’Ipcc come uno dei principali climate hotspot del pianeta. L’aumento della temperatura media nell’area è superiore alla media globale e la Sicilia rappresenta uno dei territori europei maggiormente esposti agli effetti del riscaldamento climatico. Negli ultimi vent’anni le ondate di calore sono diventate progressivamente più frequenti, più intense e più durature. Nell’estate del 2023, in provincia di Siracusa, sono stati registrati valori prossimi ai 49 °C, tra i più elevati mai rilevati in Europa. Parallelamente, le precipitazioni tendono a concentrarsi in episodi brevi e violenti, alternati a periodi di siccità sempre più lunghi. Questa nuova dinamica climatica riduce la disponibilità idrica, aumenta lo stress della vegetazione e crea condizioni ideali per la propagazione degli incendi. GLI INCENDI NON SONO PIÙ UN’EMERGENZA OCCASIONALE I dati del sistema europeo “Effis” (European Forest Fire Information System) mostrano come l’Italia sia ormai stabilmente uno dei Paesi mediterranei più colpiti dagli incendi boschivi e la Sicilia rappresenti uno degli epicentri di questa emergenza. Negli ultimi anni decine di migliaia di ettari di boschi, macchia mediterranea, aree agricole e siti appartenenti alla rete Natura 2000 sono stati interessati dal fuoco. Non si tratta più di eventi eccezionali ma della manifestazione ricorrente di una vulnerabilità strutturale. Ogni ettaro percorso dal fuoco produce effetti che durano decenni: perdita di biodiversità, erosione del suolo, diminuzione della capacità di assorbire anidride carbonica, riduzione della disponibilità idrica, maggiore rischio di frane e impoverimento del paesaggio. L’incendio, dunque, non rappresenta soltanto una catastrofe ambientale, ma anche un enorme costo economico e sociale. LA CRISI DELL’ACQUA L’acqua costituisce l’indicatore più evidente della distanza tra gli effetti del cambiamento climatico e la capacità delle istituzioni di adattarsi. Secondo i dati Istat e Ispra, le reti acquedottistiche siciliane disperdono mediamente oltre il 50% dell’acqua immessa, con valori che in numerosi comuni superano il 60%. Ciò significa che oltre metà della risorsa disponibile viene perduta prima ancora di raggiungere famiglie, imprese e aziende agricole. Parallelamente, numerosi invasi artificiali hanno progressivamente perso parte della loro capacità di accumulo a causa del mancato dragaggio e dell’insufficiente manutenzione. Il risultato è paradossale: mentre il cambiamento climatico riduce la disponibilità della risorsa idrica, una quota enorme dell’acqua già disponibile continua a essere dispersa o non può essere immagazzinata. La crisi climatica, quindi, non crea soltanto nuovi problemi: rende molto più gravi quelli che esistevano già. IL SUOLO: UNA RISORSA CHE CONTINUA A SCOMPARIRE Il suolo rappresenta una delle principali infrastrutture naturali di adattamento al cambiamento climatico. È il suolo che assorbe l’acqua piovana, immagazzina carbonio, sostiene la biodiversità, regola il microclima e garantisce la fertilità agricola. Secondo il Rapporto Ispra 2024, l’Italia continua però a consumare territorio a un ritmo superiore rispetto al decennio precedente, impermeabilizzando circa 78 km² in un solo anno. Anche la Sicilia registra una continua riduzione delle superfici agricole e naturali. La diffusione delle energie rinnovabili costituisce una priorità assoluta, ma richiede una pianificazione coerente con gli obiettivi della tutela del territorio. L’utilizzo prioritario di aree industriali dismesse, ex cave, ex discariche, parcheggi, coperture di edifici e altre superfici già artificializzate consentirebbe di accelerare la transizione energetica senza compromettere ulteriormente il patrimonio agricolo e paesaggistico. La lotta contro il cambiamento climatico non può trasformarsi in un nuovo fattore di consumo di suolo. UNA QUESTIONE DEMOCRATICA, NON SOLTANTO AMBIENTALE La crisi degli incendi boschivi non riguarda esclusivamente la protezione dell’ambiente. Essa interroga la qualità della democrazia, l’efficienza delle istituzioni e la capacità dello Stato di garantire diritti fondamentali. La Costituzione italiana, dopo la riforma del 2022, riconosce all’articolo 9 la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi come principio fondamentale della Repubblica, anche nell’interesse delle future generazioni. L’articolo 32 tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività; l’articolo 41 subordina l’iniziativa economica privata all’utilità sociale e vieta che possa arrecare danno alla salute e all’ambiente; l’articolo 44 attribuisce alla Repubblica il compito di assicurare il razionale sfruttamento del suolo e di promuovere la sua conservazione. Ne deriva che la prevenzione degli incendi, la gestione sostenibile delle risorse idriche, la tutela del patrimonio forestale e il contrasto alla desertificazione non costituiscono semplici opzioni amministrative, ma rappresentano obblighi derivanti dai principi costituzionali e dagli impegni assunti dall’Italia nell’ambito dell’Unione europea e degli accordi internazionali sul clima. LA SICILIA PUÒ ANCORA SCEGLIERE La Sicilia non è condannata a bruciare. La crisi climatica è ormai una realtà con cui sarà necessario convivere per molti decenni, ma la vulnerabilità del territorio non è un destino inevitabile. Essa dipende, in larga misura, dalla qualità delle decisioni pubbliche, dalla capacità di pianificare il lungo periodo e dalla volontà politica di investire nella prevenzione anziché limitarsi a gestire l’emergenza. Ogni estate che passa senza una profonda riforma delle politiche forestali, della gestione delle risorse idriche, della tutela del suolo e della pianificazione territoriale rende l’isola più fragile e aumenta il costo umano, economico ed ecologico dei disastri futuri. Per questo la vera sfida non consiste nel disporre di qualche mezzo aereo in più o nell’annunciare l’ennesimo piano straordinario. La sfida consiste nel ricostruire una cultura del governo del territorio fondata sulla conoscenza scientifica, sulla trasparenza amministrativa, sulla legalità e sulla responsabilità istituzionale. Il cambiamento climatico continuerà a mettere alla prova la Sicilia. Ma sarà la qualità della sua governance a determinare se gli incendi resteranno una tragedia ricorrente o diventeranno, finalmente, un rischio governabile. Perché il fuoco che ogni estate attraversa l’isola non consuma soltanto boschi, coltivazioni e paesaggi. Brucia la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, mette in discussione la credibilità della politica e rivela, con crudezza, la distanza tra ciò che la scienza raccomanda e ciò che le amministrazioni realizzano. Una società matura non misura la propria capacità di governo dal numero di incendi che riesce a spegnere, ma da quelli che è stata capace di prevenire. È su questo terreno che si giocherà il futuro della Sicilia: non soltanto come territorio esposto alla crisi climatica, ma come comunità chiamata a scegliere se continuare a vivere nell’emergenza permanente o costruire, finalmente, una politica della prevenzione, della legalità e della responsabilità verso le generazioni future. LEGGI LA PRIMA PARTE QUÌ Aurelio Angelini
July 28, 2026
Pressenza
1/ Sicilia in fiamme: mafia, politica, “sgovernance”. Nel pianeta che brucia, un’isola che brucia due volte
Dalla California al Canada, dalla Grecia alla Spagna, dal Portogallo alla Francia, gli incendi boschivi sono ormai uno dei simboli più evidenti della crisi climatica. Quella che fino a pochi anni fa veniva considerata un’emergenza straordinaria è diventata la nuova normalità del XXI secolo. L’aumento delle temperature medie, le ondate di calore sempre più intense e prolungate, la riduzione delle precipitazioni e la crescente aridità dei suoli stanno trasformando vaste aree del pianeta in ecosistemi sempre più vulnerabili al fuoco. Il bacino del Mediterraneo rappresenta uno dei principali climate hotspot del pianeta, come documentato dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc). Qui il riscaldamento procede più rapidamente della media globale e gli effetti si manifestano con particolare intensità: siccità ricorrenti, incendi di enorme estensione, eventi meteorologici estremi e progressiva desertificazione stanno modificando il paesaggio e mettendo sotto pressione ecosistemi, economie e comunità. In questo scenario la Sicilia occupa una posizione emblematica. È una delle regioni europee maggiormente esposte agli effetti del cambiamento climatico, ma è anche il luogo in cui tali effetti si intrecciano con una fragilità istituzionale sedimentata nel tempo. L’isola, infatti, non brucia soltanto per l’aumento delle temperature: brucia perché la crisi climatica incontra un territorio reso più vulnerabile da decenni di cattiva pianificazione, ritardi amministrativi, gestione emergenziale delle risorse e, in molti casi, dalla pressione di interessi economici e criminali. Il cambiamento climatico rappresenta il moltiplicatore del rischio; la debolezza della governance ne amplifica gli effetti. È questa combinazione a trasformare ogni estate in una tragedia largamente prevedibile. LA DESERTIFICAZIONE AVANZA NEL SILENZIO La desertificazione non è un fenomeno futuro, ma una realtà già in atto. Secondo Ispra e il ministero dell’Ambiente, oltre il 70% del territorio siciliano è classificato come vulnerabile o altamente vulnerabile ai processi di degradazione del suolo. Negli ultimi decenni le precipitazioni si sono progressivamente ridotte, mentre le temperature medie sono aumentate di circa due gradi rispetto al periodo preindustriale, con picchi estivi che superano ormai frequentemente i 45 °C. Il fuoco accelera ulteriormente questa trasformazione. Ogni incendio distrugge la sostanza organica del terreno, riduce la capacità del suolo di trattenere l’acqua e favorisce l’erosione. Quando, dopo lunghi periodi di siccità, arrivano precipitazioni intense, il terreno impoverito non riesce più ad assorbirle: l’acqua defluisce rapidamente in superficie, trascinando con sé lo strato fertile e aumentando il rischio di frane e alluvioni. Si innesca così un circolo vizioso nel quale incendi, perdita di fertilità, dissesto idrogeologico e desertificazione si alimentano reciprocamente, riducendo anno dopo anno la resilienza del territorio. DIGA SICILIANA AL 50% DI CAPACITÀ DI STOCCAGGIO IDRICO NELL’INVASO LA GRANDE SETE DELL’ISOLA Attribuire la crisi idrica siciliana esclusivamente al cambiamento climatico significa ignorarne le cause strutturali. La scarsità delle precipitazioni costituisce certamente un fattore determinante, ma non spiega da sola una situazione che è anche il risultato di decenni di insufficiente manutenzione delle infrastrutture e di una cronica incapacità di programmare gli interventi. Le reti acquedottistiche dell’isola disperdono mediamente oltre la metà dell’acqua immessa, con punte superiori al 60% in diversi comuni. In altre parole, più di un litro d’acqua su due viene perso prima di raggiungere cittadini, imprese e aziende agricole. A questo si aggiunge il progressivo interrimento di numerosi invasi artificiali, che negli anni hanno visto ridursi sensibilmente la loro capacità di accumulo a causa del mancato dragaggio e dell’insufficiente manutenzione. Si tratta di opere realizzate con ingenti risorse pubbliche che oggi funzionano ben al di sotto delle loro potenzialità. Il risultato è un paradosso che sintetizza efficacemente la crisi della governance siciliana: mentre famiglie, agricoltori e imprese subiscono razionamenti sempre più frequenti, una quota enorme della risorsa idrica continua a essere dispersa lungo le reti o non può essere immagazzinata nei bacini esistenti. L’acqua che manca ai cittadini è la stessa che manca agli ecosistemi forestali, all’agricoltura e alle attività di prevenzione e spegnimento degli incendi. In un contesto climatico sempre più estremo, la cattiva gestione delle risorse idriche diventa essa stessa un fattore di amplificazione del rischio ambientale. IL SUOLO CONSUMATO, UNA CONTRADDIZIONE DELLA TRANSIZIONE ECOLOGICA  Alla crisi climatica e alla scarsità idrica si aggiunge un’altra emergenza spesso sottovalutata: il consumo di suolo. L’ultimo Rapporto Ispra documenta come nel 2024 l’Italia abbia impermeabilizzato circa 78 km² di nuovo territorio, il valore più elevato dell’ultimo decennio. Anche la Sicilia continua a perdere superfici agricole e naturali proprio mentre il cambiamento climatico rende il suolo una risorsa strategica. Ogni ettaro sottratto all’agricoltura o agli ecosistemi naturali riduce la capacità del territorio di assorbire l’acqua piovana, immagazzinare carbonio, mitigare le temperature estreme e conservare la biodiversità. Particolarmente delicata è la diffusione di grandi impianti fotovoltaici realizzati direttamente su terreni agricoli fertili. La decarbonizzazione rappresenta una priorità assoluta, ma non può essere perseguita sacrificando una risorsa non rinnovabile come il suolo. Una vera transizione ecologica richiede coerenza tra gli obiettivi climatici e la tutela del territorio. La disponibilità di aree industriali dismesse, cave abbandonate, ex discariche, parcheggi, coperture di edifici e altre superfici già artificializzate offre alternative ampiamente sufficienti per una significativa espansione delle energie rinnovabili senza compromettere ulteriormente il patrimonio agricolo e paesaggistico dell’isola. Consumare nuovo suolo nel nome della sostenibilità significherebbe sostituire un problema con un altro, aggravando proprio quella fragilità ambientale che la transizione energetica dovrebbe contribuire a ridurre. GLI INCENDI: UNA GUERRA CONTRO IL TERRITORIO Ogni estate la Sicilia si trasforma nel principale fronte italiano degli incendi boschivi. Migliaia di ettari di boschi, macchia mediterranea, aree agricole e habitat naturali vengono distrutti, mentre il fumo invade città e paesi, compromettendo la salute dei cittadini, l’economia locale e un patrimonio naturale costruito in secoli di evoluzione ecologica. Sarebbe però un errore interpretare questa tragedia come una semplice conseguenza delle temperature elevate. Il caldo estremo, la siccità e il vento rappresentano il contesto nel quale gli incendi si propagano con maggiore violenza, ma nella maggior parte dei casi non ne costituiscono la causa iniziale. Il fuoco nasce quasi sempre dall’azione dell’uomo: per negligenza, imprudenza o deliberata volontà criminale. I dati raccolti negli ultimi anni confermano che una quota significativa dei roghi ha origine dolosa o colposa. Il cambiamento climatico rende gli incendi più rapidi, intensi e difficili da spegnere; non sostituisce però le responsabilità umane. Al contrario, ne aumenta il peso e le conseguenze. La domanda, allora, non è soltanto perché la Sicilia bruci, ma perché continui a bruciare nello stesso modo, negli stessi luoghi e con la stessa drammatica regolarità. La risposta conduce inevitabilmente al tema della prevenzione e della qualità del governo del territorio. L’EMERGENZA PERMANENTE COME MODELLO DI GOVERNO In uno Stato efficiente gli incendi si combattono soprattutto nei mesi invernali, quando si pianificano gli interventi di manutenzione forestale, si realizzano fasce tagliafuoco, si ripristina la viabilità forestale, si rimuove il materiale combustibile accumulato, si monitorano le aree più vulnerabili e si rafforzano gli organici destinati alla prevenzione. In Sicilia, troppo spesso, accade l’opposto. L’attenzione pubblica si concentra quasi esclusivamente durante l’estate, quando l’emergenza è ormai esplosa. Ogni anno vengono annunciati nuovi piani straordinari, cabine di regia, centrali operative, droni, satelliti, sistemi di intelligenza artificiale, campagne di comunicazione e investimenti eccezionali. L’impressione è quella di una macchina organizzativa in continua trasformazione. Eppure, il risultato rimane sostanzialmente immutato. Gli incendi continuano a devastare il territorio con la stessa intensità, mentre le istituzioni ripropongono, estate dopo estate, un copione ormai prevedibile: dichiarazione dello stato di emergenza, richiesta di ulteriori mezzi aerei, ricerca di nuove risorse finanziarie, promesse di riforme strutturali rinviate all’anno successivo. L’emergenza finisce così per diventare una modalità ordinaria di governo. È un modello amministrativo che interviene quando il danno è già avvenuto, anziché investire sistematicamente nella prevenzione. Una politica che privilegia la gestione della crisi rispetto alla riduzione del rischio è destinata a rincorrere gli eventi senza riuscire a governarli. La prevenzione, al contrario, produce risultati poco visibili dal punto di vista mediatico. Un bosco che non brucia non genera immagini spettacolari, non alimenta conferenze stampa né inaugurazioni. Eppure, rappresenta il più importante indicatore dell’efficacia delle politiche pubbliche. MAFIA, INCENDI ED ECOMAFIE Ridurre gli incendi boschivi a un fenomeno esclusivamente climatico significherebbe ignorare un elemento che accompagna da decenni la storia del territorio siciliano: l’intreccio tra criminalità organizzata, interessi economici illegali e controllo del territorio. Le relazioni della Direzione Investigativa Antimafia, della Commissione parlamentare antimafia e i rapporti annuali di Legambiente sulle ecomafie documentano da anni come i reati ambientali costituiscano uno dei settori più redditizi dell’economia criminale. Gli incendi possono rispondere a finalità diverse: liberare aree per attività agricole o edilizie, modificare l’uso del suolo, alimentare interessi connessi al pascolo abusivo, favorire attività speculative o esercitare forme di intimidazione e controllo territoriale. Ogni episodio richiede naturalmente un accertamento giudiziario, ma sarebbe altrettanto irresponsabile negare l’esistenza di un fenomeno ampiamente documentato dalle indagini delle autorità competenti. Un territorio privo di manutenzione, caratterizzato da controlli insufficienti, procedure amministrative lente e pianificazione debole, offre maggiori opportunità alle organizzazioni criminali. L’illegalità ambientale non nasce dal nulla: cresce negli spazi lasciati liberi dall’inefficienza delle istituzioni. Per questa ragione la lotta agli incendi non può essere considerata esclusivamente una questione di protezione civile o di gestione forestale. È anche una politica di legalità, di trasparenza amministrativa e di presidio democratico del territorio. LA CRISI DELLA GOVERNANCE Il cambiamento climatico costituisce un fenomeno globale. Le responsabilità amministrative, invece, sono inevitabilmente locali. Quando oltre metà dell’acqua potabile si disperde nelle reti di distribuzione; quando gli invasi non vengono periodicamente dragati; quando la manutenzione forestale resta insufficiente; quando il consumo di suolo continua a ridurre la capacità del territorio di trattenere acqua e mitigare gli effetti delle ondate di calore; quando la prevenzione viene sistematicamente subordinata alla gestione dell’emergenza, gli incendi cessano di essere soltanto calamità naturali. Diventano l’esito prevedibile di una crisi della governance. Il termine-concetto s-governance non vuole essere uno slogan polemico, ma la descrizione di un sistema nel quale le istituzioni faticano a svolgere la propria funzione fondamentale: ridurre la vulnerabilità del territorio prima che il rischio si trasformi in disastro. La differenza tra una buona amministrazione e una cattiva amministrazione non si misura dalla capacità di spegnere gli incendi, ma dalla capacità di impedirne la propagazione e di limitarne gli effetti. È questa la distinzione tra governo e semplice gestione dell’emergenza. LEGGI LA SECONDA PARTE QUÌ Aurelio Angelini
July 27, 2026
Pressenza