Il dual use è morto… Lunga vita al dual use!
Come le governance degli Atenei si pongono rispetto alla ricerca bellica nel
delicato equilibrio fra libertà accademica, etica e compliance
Ai tempi della monarchia francese, alla morte di un sovrano, si usava dire: “Il
Re è morto! Lunga vita al Re!”, indicando così la continuità
nell’avvicendamento. E forse quella locuzione potrebbe essere utilizzata anche
nel peculiare caso del dual use, cioè quell’ambito che riguarda prodotti, beni e
tecnologie che possono avere sia un uso civile che un uso militare.
Nel periodo fra il 2024 e il 2025 sembrava quasi che in maniera più o meno
diffusa, negli Atenei statali del nostro Paese, si fosse disposti a mettere una
croce sopra agli accordi dual use, almeno in linea di principio.
Dopo la stagione delle acampadas per Gaza e le proteste studentesche sembrava
che almeno su questo punto si potesse trovare la quadra, d’accordo con le
governance degli Atenei o almeno in qualche delibera del Senato Accademico. In
realtà, ci si è accorti poi che in più di un caso si trattava solo di
dichiarazioni d’intenti con scarse applicazioni nella pratica o che magari si
poneva fine a un accordo quadro siglato a livello di amministrazione centrale e
poi magari le collaborazioni continuavano a livello di singoli dipartimenti.
L’Università di Pisa aveva addirittura modificato lo statuto dell’Ateneo per
ribadire il NO al dual use. L’Università di Bologna aveva inserito nel merito un
punto specifico nel Codice etico e tanti Atenei avevano messo uno stop agli
accordi più evidenti, ad esempio quelli con Leonardo, Thales e Rheinmetall.
E invece no! Questo apparente giro di vite ha avuto vita breve, perché nel
frattempo la Commissione Europea si era lanciata in un triplo salto carpiato
accogliendo un parere di un comitato di esperti chiamati ad esprimersi su come
trattare il dual use nell’ambito della ricerca, soprattutto in vista del Piano
Strategico Horizon Europe 2025-2027. Ebbene, tali esperti avevano praticamente
sdoganato il dual use nel principale programma di ricerca europeo con una sorta
di “tana libera tutti”, sostenendo che l’innovazione procede in modo così veloce
da rendere indistinguibile i confini fra ciò che è per uso civile e ciò che è
per uso militare. E quindi, contrariamente agli anni precedenti, si è concessa
un’apertura per la prima volta anche ai progetti dual use dentro Horizon, il
principale programma di ricerca in Europa.
Insomma, nel 2025 dall’UE alle università del continente europeo si è proclamato
a gran voce: “Il dual use è morto! Lunga vita al dual use!“
E nel 2026 questo input è stato trasmesso a cascata lungo tutta la filiera della
ricerca accademica e quella degli Enti pubblici di ricerca, che non volevano di
certo mancare un simile appuntamento coi finanziamenti europei nella ricerca.
Prima però di affrontare lo stato dell’arte del dual use negli Atenei italiani,
è importante e opportuno sottolineare come esistano diversi piani sui quali
questo tema può essere affrontato e quindi risulta fondamentale comprendere su
quale di questi piani avviene l’interazione di volta in volta, per evitare di
cadere in trappole interpretative.
1) approccio etico: si può adottare un piano più ampio e onnicomprensivo nel
quale per dual use si intendono tutte quelle attività che possono potenzialmente
essere utilizzate, oltre che per finalità civili, anche per finalità militari di
qualsiasi tipo, non solo prodotti, beni e tecnologie, ma anche attività a
carattere strategico o propagandistico.
Si privilegia quindi un’interpretazione estensiva delle implicazioni allargando
il campo di applicazione a tutto ciò che è in qualche modo riconducibile al
sistema della guerra ed al complesso militare industriale: da una parte si
amplia quindi l’ambito disciplinare (non solo STEM) e dall’altra si estende la
casistica delle ricadute che alcuni accordi possono comportare in relazione al
più generale sistema della guerra, incluse quelle situazioni nelle quali la
cooperazione accademica rischia di legittimare il Paese dei partner e quindi
esserne complice in relazione a conflitti e occupazione illegale di territori,
fuori dalle regole del diritto internazionale. É ad esempio il caso del
boicottaggio accademico e culturale contro Israele per le sue gravissime
responsabilità nel genocidio ancora in corso a Gaza e per l’occupazione in
Cisgiordania.
I principi etici alla base sono fondamentalmente quello di non nuocere
direttamente o anche indirettamente a singoli individui o collettività, ma anche
quello di avere cura dei diritti delle generazioni presenti e future rispetto ai
possibili impieghi e sviluppi in prospettiva che potrebbero minacciare anche in
futuro gruppi e popolazioni anche di altri Paesi, al di là delle intenzioni
delle finalità progettate in origine.
Pertanto, oltre agli sviluppi materiali e fisici connessi agli armamenti, si
includono anche quelle attività che possono essere utilizzate impropriamente e
in modo malevolo da terzi e che possono essere manipolate ad arte per
raggiungere fini strategico militari, anche solo di pura legittimazione di un
attore militare o di propaganda bellica.
Di conseguenza, in tale accezione risultano sensibili non solo le collaborazioni
con l’industria bellica, ma anche quelle con le Forze Armate, con la NATO e con
gli enti e le istituzioni di Paesi che perpetrano una sistematica violazione dei
diritti umani, che sono incriminati per genocidio, crimini di guerra, pulizia
etnica e apartheid: in tale ottica, anche un semplice accordo di mobilità con un
Ateneo che ha sede legale, che tanto legale non è, in territori occupati o un
progetto di ricerca sulla gestione del suolo e dell’acqua può avere risvolti
etici in termini di complicità e ricadute in termini di legittimazione e
consolidamento dell’occupazione militare di territori fuori dalle regole ONU.
In un’accezione più ampia, si potrebbero così includere, oltre alla ricerca,
anche le attività di didattica, orientamento e Terza missione. Tale approccio
etico è quello adottato nelle proteste studentesche e soprattutto negli
orientamenti di chi porta avanti il boicottaggio accademico nelle Università
(vedi la PACBI).
2) approccio tecnologico: stringendo il cerchio, si può adottare una definizione
più meramente tecnica e concentrata nell’ambito della ricerca, che però pone
l’accento anche sulla potenzialità dell’utilizzo dei risultati dei progetti, e
in tal caso si considerano dual use tutti quei beni, prodotti e tecnologie che,
pur avendo finalità civili possono implicare sviluppi possibili anche in ambito
militare o essere utilizzate in modo improprio rispetto alle finalità previste
in origine. Tale approccio è quello di una parte della componente dei docenti e
dei ricercatori, che intende limitare il tema del dual use quasi esclusivamente
alle “scienze dure”, che sono più soggette ai vincoli connessi alla produzione
di armamenti o prodotti dual use e a controlli sulle esportazioni, ignorando
quasi tutte le implicazioni immateriali e cognitive;
3) approccio normativo: il nucleo più ristretto del dual use fa riferimento ad
una terza definizione di carattere più normativo e segue un approccio più
restrittivo, arrivando a considerare dual use solo ed esclusivamente quei casi
definiti come tali dal relativo Regolamento europeo sull’esportazione di
armamenti, oltre che dalla normativa nazionale, per cui ci si limita soltanto
alle esportazioni di materiali e risultati della ricerca non inclusi negli
elenchi dei prodotti vietati, salvo eventuali licenze o autorizzazioni.
Ed è proprio quest’ultima definizione, cioè il semplice limitarsi a rispettare i
vincoli normativi alla lettera, a rappresentare l’orizzonte verso il quale le
governance di alcuni grandi Atenei si stanno orientando rispetto al tema del
dual use.
Per comprendere quale sia l’orientamento attuale è possibile osservare cosa
succede in uno degli Atenei nei quali il dibattito interno sul tema è stato più
vivace negli ultimi anni: l’Università di Bologna, che fra l’altro ha di recente
dichiarato, in occasione di un intervento formativo interno sul dual use, che
diversi altri grandi Atenei coi quali si sono confrontati, sono allineati sulla
stessa posizione. Ma quale sarebbe questa posizione?
La posizione è quella che UNIBO ha deciso di abbracciare un approccio
restrittivo rispetto alla nozione di dual use (che diventa l’eccezione e non la
regola) nell’applicazione della normativa europea, nella fattispecie il
Regolamento UE n. 821 del 2001, cioè in sintesi guardare i contenuti degli
elenchi di prodotti, beni e tecnologie riportate negli Allegati 1 e 4 del
Regolamento, addirittura con un orientamento ancor più minimalista seguendo la
Raccomandazione 2001/1700 (quest’ultima attraverso la sua funzione
interpretativa restringe ancor di più il campo di applicazione dei vincoli sul
dual use). […]
Il problema è sistemico, per cui per quanto possa essere preziosa la lotta in
ogni singolo Ateneo, che dovrà in ogni caso essere portata avanti, siamo
arrivati al punto in cui è sempre più urgente puntare ad una soluzione che sia
altrettanto sistemica per affrontare in modo più compiuto ed omogeneo il tema
delle collaborazioni sensibili su tutto il territorio nazionale. E
come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università abbiamo intravisto questa possibilità nella campagna LA CONOSCENZA
NON MARCIA, che lo scorso 18 luglio ha lanciato pubblicamente a Paestum, insieme
alle tante altre realtà che hanno aderito, l’idea di una petizione popolare (ex
art. 50 della Costituzione) per stimolare sul tema il Parlamento attraverso i
lavori legislativi delle Commissioni competenti.
Nelle prossime settimane vi terremo aggiornate/i e pubblicheremo sul sito il
link alla piattaforma ufficiale sulla quale si raccoglieranno le firme online.
In questa lotta, non si può contare sulla UE, che ha sdoganato per prima il dual
use, non si può contare sul Governo, che sta cercando di allentare i vincoli
sulle esportazioni di armi previsti dalla Legge 185 del 1990 e tende a
legittimare il ricorso alla ricerca universitaria sull’uso duale, attraverso
Linee guida nazionali per gli Atenei, come annunciato dalla Ministra Bernini,
che propone anche di ribattezzare “common use” le collaborazioni nella ricerca
fra Università e Difesa.
In un’epoca nella quale domina la guerra ibrida e le sorti dei conflitti si
determinano anche sul piano cognitivo, sarebbe un errore di miopia madornale
ignorare tutte quelle dinamiche di collaborazione che sono formalmente fuori
dal dual use in senso stretto, ma che hanno profonde implicazioni sulla
costruzione dei conflitti e sulla loro estensione nella società: dalla
legittimazione più o meno implicita di sistemi militari e strategici alla
classica propaganda militarista più o meno diretta o addirittura
all’israelizzazione dei luoghi di istruzione e di ricerca.
E quindi anche un corso di laurea in filosofia (Bologna docet nel caso
dell’Accademia militare di Modena) può avere implicazioni dual use, così come un
accordo di mobilità con università che hanno sede legale in territori occupati
in Palestina, tramite il quale magari soldati e i riservisti israeliani dell’IDF
vengono a studiare nelle aule universitarie italiane seduti con naturalezza
accanto agli altri studenti dopo aver fatto la spola fra il genocidio e gli
impegni accademici.
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università