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Aeroporti italiani per la Palestina: flash mob e proteste contro la guerra e contro il sostegno a Israele
Un “Muro di Coscienza” lungo circa 30 metri ha attraversato simbolicamente gli aeroporti italiani per portare la denuncia sulla guerra a Gaza e sulla situazione nei territori palestinesi direttamente nei luoghi della mobilità internazionale. La mobilitazione, promossa da gruppi, associazioni e attivisti attraverso la piattaforma Giovedì Bianco, ha coinvolto contemporaneamente gli scali di Roma Fiumicino, Cagliari-Elmas, Milano Linate, Venezia e Verona. A Fiumicino i manifestanti si sono disposti nell’area Partenze del Terminal 3 tra bandiere palestinesi, cori e slogan, attirando l’attenzione di viaggiatori e lavoratori aeroportuali. Analoghe iniziative si sono svolte a Cagliari, dove circa trenta persone hanno manifestato davanti ai gate in concomitanza con il collegamento per Tel Aviv. Gli organizzatori hanno sottolineato il carattere simbolico e non ostruzionistico delle azioni, rivolte in particolare contro la politica del governo italiano nei confronti di Israele, il mantenimento dei collegamenti aerei e i programmi di “Decompressione” destinati, secondo la loro denuncia, a militari israeliani. Nel panorama contemporaneo dei movimenti di protesta sociale, la riappropriazione degli spazi pubblici ha assunto forme sempre più mirate e simboliche, orientandosi verso i luoghi strategici della globalizzazione. Le recenti manifestazioni e i flash mob coordinati che hanno interessato diversi snodi aeroportuali italiani, tra cui lo scalo di Cagliari-Elmas e le aerostazioni di Milano Linate, Roma Fiumicino, Venezia e Verona Villafranca, rappresentano un caso emblematico di come la contestazione geopolitica scelga di intervenire direttamente sull’infrastruttura materiale della connettività globale per amplificare il proprio messaggio. Non si tratta soltanto di una scelta logistica dettata dall’elevata visibilità e dall’afflusso di persone, ma di un atto politico volto a evidenziare il legame profondo tra la quotidianità delle infrastrutture di trasporto e le dinamiche dei conflitti internazionali. L’aeroporto, luogo per eccellenza di transito, mobilità e connessione tra Paesi, diventa così uno spazio attraverso il quale rendere visibile una protesta che oltrepassa i confini nazionali. L’elemento centrale della mobilitazione risiede nella denuncia della presunta complicità politica, diplomatica ed economica del governo italiano nei confronti delle politiche di Israele nel contesto della crisi mediorientale. Scegliere l’aeroporto come teatro del dissenso risponde a una precisa strategia comunicativa: rendere evidente la contraddizione tra la continuità dei collegamenti aerei e commerciali e una crisi umanitaria di proporzioni drammatiche. La richiesta di interrompere o boicottare i collegamenti diretti si inserisce, dunque, in una strategia più ampia che punta a mettere in discussione quella che i manifestanti considerano una “normalità diplomatico-commerciale”. Secondo questa prospettiva, la prosecuzione dei flussi ordinari rischierebbe di contribuire alla normalizzazione degli eventi in corso nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. La sospensione dei voli viene pertanto interpretata non soltanto come un gesto simbolico, ma come uno strumento di pressione politica finalizzato a sollecitare una maggiore assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni. Un ulteriore nodo analitico sollevato dai collettivi riguarda l’esportazione di armi e il supporto logistico alle operazioni militari. Richiamando l’applicazione rigorosa della normativa italiana ed europea, e in particolare della legge 185 del 1990, che disciplina l’esportazione di materiali di armamento, i manifestanti pongono l’attenzione sulle infrastrutture di trasporto come possibile anello della catena logistica legata ai conflitti. L’attenzione si sposta così dall’indignazione etica alla contestazione sul piano giuridico, attraverso il richiamo alle risoluzioni, ai rapporti degli organismi internazionali e alle posizioni espresse da diverse istanze delle Nazioni Unite in relazione alle violazioni del diritto internazionale umanitario e al rischio di genocidio. In questa chiave di lettura, i presidi negli scali aeroportuali cercano di trasformare la mobilitazione di piazza in una richiesta di rispetto della legalità costituzionale e del diritto internazionale. L’estensione coordinata dei flash mob su scala nazionale evidenzia inoltre la crescita di una rete di mobilitazione composita, capace di mettere in relazione sindacati di base, movimenti studenteschi e comitati territoriali. Questa convergenza mostra come le questioni di politica estera e di diritto internazionale siano percepite con crescente urgenza dalle organizzazioni sociali, che individuano nella pressione sulle infrastrutture strategiche uno degli strumenti attraverso cui rendere visibile il dissenso e incidere sul dibattito pubblico. Gli aeroporti diventano così luoghi politici oltre che infrastrutture della mobilità. La loro centralità nella circolazione di persone, merci e capitali li trasforma in spazi emblematici della globalizzazione contemporanea e, proprio per questo, in luoghi privilegiati per una protesta che vuole mettere in discussione le responsabilità degli Stati e delle istituzioni internazionali. In definitiva, le azioni di protesta negli aeroporti italiani riflettono una trasformazione significativa delle forme contemporanee del dissenso. Lo spazio infrastrutturale cessa di essere un semplice luogo di transito per diventare un’arena di confronto politico e di dibattito globale. La solidarietà con il popolo palestinese, la denuncia della guerra e la critica alle scelte di politica estera trovano così un linguaggio immediato, visibile e fortemente interconnesso con le dinamiche del mondo contemporaneo. La mobilitazione negli aeroporti assume quindi un valore che va oltre il singolo presidio o flash mob: mette in discussione l’idea stessa che le infrastrutture della globalizzazione siano spazi neutrali. In esse si intrecciano interessi economici, rapporti internazionali, responsabilità politiche e dinamiche di potere. È proprio su questo terreno che la protesta per la Palestina cerca oggi di costruire una nuova dimensione transnazionale della solidarietà, trasformando i luoghi della mobilità globale in spazi di consapevolezza, denuncia e partecipazione.     Laura Tussi
August 22, 2026
Pressenza
“Un muro di coscienza” per contrastare il silenzio sul genocidio in Palestina: flashmob all’aeroporto di Cagliari-Elmas
Giovedì scorso, 23 luglio 2026, una trentina di attivistƏ e un pianista hanno manifestato all’aeroporto di Cagliari-Elmas, durante la partenza del volo Cagliari-Tel Aviv.  Maria Elisabetta Pini è un’ttivista del “Comitato sardo di solidarietà per la Palestina” e fa parte del gruppo variegato di persone che dal 31 ottobre 2025, ogni giorno, animano il presidio per la Palestina, in piazza Yenne a Cagliari, denominata da allora “Piazza dell’Indignazione”. Si è resa disponibile per questa breve intervista e la ringraziamo vivamente. Maria Elisabetta Pini Da quando si è saputo degli arrivi di turisti israeliani in Sardegna, ci sono state diverse manifestazioni per denunciare la presenza di eventuali militari che hanno partecipato alla guerra genocidiaria contro la popolazione di Gaza.Com’è nata l’idea del flashmob in aeroporto? I flashmob sono uno strumento molto efficace per attrarre l’attenzione. L’idea è nata dal nostro compagno, l’importante pianista Peter Waters, che da mesi diceva di voler suonare in aeroporto per denunciare prima il genocidio, sempre in atto, e ora la nostra ulteriore complicità con l’apertura del collegamento diretto tra Tel Aviv e Cagliari. Questo collegamento porta soprattutto cittadini israeliani in Sardegna per le vacanze. Molti di loro possono essere complici o addirittura esecutori di omicidi, torture, stupri. Non è banale riempire l’Isola di potenziali criminali per dare loro sostegno e riposo, in modo che poi possano ricominciare a trucidare persone che hanno la sola colpa di essere nate in una terra che qualcun altro vuole. Come si è svolto il flashmob e come hanno reagito le persone in partenza? Il flashmob è stato realizzato da circa 30 persone. Peter Waters suonava il pianoforte, pezzi classici e improvvisazioni, davvero meravigliose. Raggiunto il culmine, intonava a voce: Palestina Libera! a cui tuttƏ, schieratƏ, rispondevamo a tono Free free Palestine!. Noi eravamo schieratƏ davanti alle partenze, uno a fianco dell’altra, a distanza di circa un metro e mezzo, ognunƏ con una bandiera e dei volantini, fermi e ferme, decisi e coordinate. Un muro, ma un muro permeabile attraverso cui le persone potevano passare, entrando in contatto con la nostra voce, con la nostra protesta, ricordando la Palestina e le responsabilità dei nostri governi.   Il silenzio è stato interrotto soltanto dalla musica del maestro Peter Waters al pianoforte e dai cori concordati o anche da approvazioni e contestazioni? La musica, la voce di Peter, i nostri cori di risposta, eravamo un organismo che funzionava e dava a tuttƏ molta energia. Siamo statƏ in realtà aggreditƏ da alcune persone, sionisti e sioniste, aggressioni verbali, minacce, sputi. Ma la nostra reazione è stata davvero non solo corretta ma anche energica: rimanere fermi e alzare la nostra voce per dire solo Free free Palestine!; queste persone sono state prontamente allontanate dalla polizia tra la riprovazione generale. C’è un legame tra il flashmob attuato, il presidio per la Palestna di Cagliari e l’iniziativa del “Giovedì Bianco”? Certamente, il “Giovedì Bianco” è uno strumento per unire le lotte, nato perché i diversi gruppi e le diverse sensibilità possano, attraverso le azioni fatte di giovedì, moltiplicare l’effetto delle azioni fatte. Sono previsti altri flashmob all’aeroporto nelle prossime settimane? L’iniziativa di giovedì ci ha davvero entusiasmato: molte delle persone in viaggio ci hanno ringraziato, hanno fatta propria l’azione e sono partite intenzionate ad agire. Sicuramente sarà rifatta, un giovedì delle prossime settimane, a sorpresa. WhatsApp Video 2026-07-24 at 23.10.30 Pierpaolo Loi
July 25, 2026
Pressenza