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[Portland, Stati Uniti]: Una lettera d’amore
> Da Rose City Couter Info, 05.05.26 1 maggio 2026 – Abbiamo salutato il Primo Maggio nelle prime ore del mattino, accompagnati dal canto degli allocchi barrati e dai passi svelti dei coyote che si aggiravano nel quartiere intorno all’autonoleggio Enterprise di Portland, all’incrocio tra Sandy Boulevard e la 29ª strada nord-est. Sono bastati meno di cinque minuti per scavalcare il filo spinato e la recinzione metallica ormai arrugginita, squarciare ogni pneumatico del parcheggio e scomparire nella notte. In tutto il Paese e qui a Portland, Enterprise noleggia migliaia di veicoli agli agenti dell’ICE, fornendo consapevolmente i mezzi per rapire, maltrattare e terrorizzare la nostra comunità. Finché Enterprise continuerà a noleggiare all’ICE, continueremo ad attaccarli. E così, con taglierini e coltelli in mano, su ciascuno dei fianchi dei vostri pneumatici, su ogni veicolo che ingombra il vostro parcheggio mal sorvegliato, come mosche che punteggiano la carta moschicida, abbiamo scritto una lettera d’amore: alla terra, che inghiotte gli imperi, agli alberi, che un giorno reclameranno il cadavere del vostro piccolo, merdoso, leccaculo ufficio di autonoleggio alla morte di ogni agente e profittatore che perpetra violenza in nome di “confini” che non separeranno mai la terra da se stessa gli uni agli altri, vagabondi e canaglie, momenti fugaci condivisi in veglia e celebrazione alla gloria dei Martiri di Haymarket, in memoria dei 19 di Negros*, in solidarietà con gli imputati di Prairieland e con tutti coloro che il DHS [Department of Homeland Security, Dipartimento della Sicurezza Interna, NdT] e le potenze colonizzatrici hanno espropriato, brutalizzato, ucciso e rinchiuso dietro le sbarre. E così, ai dannati della terra diciamo: ¡DESOBEDECE! ¡INCENDIA! -------------------------------------------------------------------------------- * Il riferimento è al massacro indiscriminato, a Toboso nel Negros Occidentale, di 19 persone da parte delle Forze Armate filippine, il 19 aprile 2026, in un’operazione contro il New Peopole’s Army, braccio armato del partito comunista filippino. * *Si riferiscono alle persone sotto processo per una vivace manifestazione fuori dal centro di detenzione dell’ICE di Prairieland il 4 luglio 2025, durante la quale uno sbirro ha riportato ferite da arma da fuoco. L’accusa è di terrorismo (relativamente al fantomatico gruppo ‘antifa’) e le prove principali l’abbigliamento da black bloc, l’utilizzo di Signal, l’utilizzo di una tipografia per la stampa di opuscoli anarchici. A marzo 2026 otto persone sono state condannate per ‘sostegno materiale al terrorismo’ e una per tentato omicidio.
Il traguardo di Lelia Doolan, 92enne il 7 maggio prossimo
Dopo aver attraversato a piedi l’Irlanda per dare il suo contributo alla pace nel mondo e in particolare in Medio Oriente, un po’ stanca, ma felice per i tanti compagni di strada, l’ex attrice e produttrice televisiva, appassionata di sport e giardinaggio, festeggerà 92 anni giovedì 7 maggio. La sua marcia, parte dell’iniziativa civile “Walk with Lelia”, è cominciata il mese scorso dall’aeroporto di Shannon, nella contea di Clare, in riva all’Atlantico, e si è conclusa 220 chilometri più a est, al Dáil, il Parlamento di Dublino. Ad accompagnarla c’erano gli attivisti del gruppo Shannonwatch insieme a tanti cittadini. L’obiettivo? Chiedere uno stop agli atterraggi di voli cargo militari degli Stati Uniti, potenzialmente coinvolti in operazioni belliche. “Nessuno sa cosa trasportino, e Shannon è un aeroporto civile – spiega Lelia al telefono all’agenzia Dire – L’Irlanda è un Paese neutrale, che ripudia la guerra: proprio come l’Italia, dove pure c’è il nodo della base aerea di Sigonella e dove mi sembra di capire si sia fatta la scelta giusta, seguendo l’esempio della Spagna o dell’Austria”. Shannon ha peraltro un secondo problema. Le ong Amnesty International e Human Rights First hanno scritto una lettera aperta al governo irlandese denunciando come lo scalo sia utilizzato anche per le deportazioni di migranti coordinate dall’ICE, l’agenzia del presidente Donald Trump accusata di abusi e violenze. Per festeggiare i suoi 90 anni, Lelia si era lanciata con il paracadute. Le chiediamo se ha programmi particolari questa volta o se si aspetta regali. “Nuoterò nell’oceano – risponde, senza dare coordinate troppo precise – Abito in un villaggio a nord di Kinvara, sull’Atlantico: non dico il nome perché non voglio dare seccature ai vicini”. Intanto, il primo ministro irlandese Micheál Martin non esclude la possibilità di incontrarla, anche se continua a negare qualsiasi responsabilità nelle guerre americane. “Vedremo, il capo dei laburisti glielo ha chiesto”, minimizza Lelia. Dice di averne viste tante ed è convinta che la questione sia molto più grande: “L’accordo per l’utilizzo di Shannon con gli Stati Uniti fu firmato nel 1974, in un mondo che era molto diverso da quello di oggi. Gli americani e Israele non invadevano la Striscia di Gaza e non bombardavano l’Iran come hanno fatto adesso; e nessuno poi andava a rapire presidenti in Venezuela”. Ma gli Stati Uniti non sono nostri alleati? “Certo, e noi amiamo gli americani – risponde Lelia – Da quelle parti ci sono anche 20 milioni di irlandesi, ma agli amici bisogna dire la verità, che la guerra non è una buona idea”. Tra qualche giorno, il 9 maggio, nell’anniversario della Dichiarazione Schuman del 1950, sarà celebrata la festa dell’Europa. Con Lelia, che ha studiato in Germania e parla sia tedesco che francese, torniamo ai regali e alle speranze. “Mi torna in mente il boicottaggio della frutta del Sudafrica dell’apartheid da parte dei lavoratori irlandesi, quelli della catena Dunnes Stores – ricorda l’attivista – Alla fine vinsero loro: incontrarono Nelson Mandela uscito di prigione dopo che il governo di Dublino era divenuto il primo in Europa a prendere misure contro il regime segregazionista”. Una storia da celebrare in riva all’oceano, da sola e con i parenti. “Non ho figli ma ho una vita piena, come in una grande famiglia italiana di un secolo fa – dice Lelia – Mia madre era l’ultima di 12 bambini, mio padre aveva cinque fratelli, io ho tantissimi nipoti”. Agenzia DIRE
May 5, 2026
Pressenza
«Aspiranti fascisti»
Recensione di Gianmarco Martignoni al vademecum scritto dallo storico argentino Federico Finchelstein per contrastare la più grave minaccia alla democrazia   Oltre che eversivo rispetto ad un diritto internazionale già precario e diseguale nella sua    applicazione, il trumpismo al secondo mandato presidenziale sta sferrando un attacco furibondo ai principi fondamentali della democrazia americana, sulla base delle indicazioni provenienti dal
ICE, da Minneapolis a noi: cronache di guerra e di resistenza [22/04]
(L’iniziativa, già precedentemente anticipata, è stata riprogrammata al 22 aprile) Mercoledì 22 aprile, ore 18Via Ponziana 5/B, Trieste Serata di discussione con una compagna in collegamento dagli USA Gli attacchi degli USA e “Israele” all’Iran, ci riguardano. Siamo consci che non saranno i tiranni di due paesi che si dichiarano democratici (qualunque cosa significhi in […]
Riflessioni e prospettive dopo il NO Kings Day negli Stati Uniti
A distanza di una settimana dalla terza grande protesta del movimento NO Kings, gli attivisti sono all’opera come api operaie. Gli appuntamenti sono numerosi in tutto il Paese: all’evento al Bixby Park di Long Beach si commemorano le migliaia di morti a Gaza e le vittime dell’ICE. Qualcuno dalla bella grafia ha scritto tanti nomi e alcuni punti interrogativi su biglietti bianchi che poi ha conficcato in terra. Silva, eretta dietro un piccolo banchetto ricoperto da una kefiah, chiede un minuto di silenzio per le vittime del genocidio in corso e per i lavoratori immigrati vessati e deportati. L’iniziativa progettata da tempo vuole mettere in luce il legame che intercorre tra i due fenomeni, entrambi risultato del capitalismo imperialista che per mantenersi al potere schiaccia e uccide chiunque non rientri nei suoi schemi. Per gli ideatori dell’evento il messaggio da inviare al pubblico è chiaro: “Non si combatte il sistema che ci opprime guardandolo solo dal lato che ci appare più vicino”. È infatti un errore comune attivarsi solo quando ci si sente direttamente coinvolti, quando l’ingiustizia ci tocca personalmente e il pericolo è vicino. La commemorazione al Bixby Park è sobria e attrae qualche passante; qualcuno ne scriverà sul quotidiano locale. Non è neanche paragonabile al furore mosso dal NO Kings Day III. Eppure, sebbene sia stato un successo di partecipazione, il sabato di festa rivoluzionario è passato e poco o nulla è cambiato: le deportazioni di migranti continuano, le tasse diminuiscono per i ricchi e le aggressioni imperialiste sembrano inarrestabili. Secondo Ash-Lee Woodard Henderson, che modera l’incontro “NO Kings Mass Call: What’s Next”, nel quale ci s’interroga sul perché valga la pena di andare avanti, per prima cosa occorre una struttura che permetta a realtà diverse di partecipare e ottenere così, tutte insieme, il numero a nove zeri necessario per scuotere il potere.  Si punta dunque a una struttura aperta in cui, sotto la bandiera del NO Kings si possa riconoscere ogni anima libertaria e antifascista; ognuno è il benvenuto e non c’è bisogno di specificare altro. Di fronte a questo polpettone intinto in mille salse però si sono levate molte voci dissonanti e anche a me sono sorti dei dubbi. Una delle prime cose che balzano all’occhio è la mancanza di rivendicazione per una Palestina libera. Negli ultimi anni questo è stato il comune denominatore sotto cui declinare ogni forma di oppressione perpetrata dal sistema capitalista; oggi, nel gigantesco movimento di massa NO Kings sembra sostituito dal rifiuto categorico della figura del Presidente-Re che, schernito in ogni modo, è per paradosso onnipresente. All’appello però non mancano solo la Palestina, ma un po’ tutti i Paesi sotto attacco dell’imperialismo a stelle e strisce, da Cuba al Venezuela. E qui si tratta di capirsi. Sotto la grande tenda del movimento No Kings sabato 28 marzo si sono ritrovate anche le associazioni a sostegno della Palestina libera, quelle che chiedono la fine dell’embargo a Cuba e rispetto legale e militare per il Venezuela, ma ciò è successo solo nelle grandi città; nei centri più piccoli sono rimaste assenti. E soprattutto la loro rivendicazione, nei video e media ufficiali, è passata decisamente in secondo piano. L’altro dubbio riguarda il pericolo di ricadere nello status quo. Una possibilità per nulla campata per aria, visto che il Partito Democratico, pur non comparendo tra gli organizzatori, ha fornito sostegno mediatico e logistico all’evento, cosa che non è sfuggita all’attenzione di molti, i quali vedono in ciò nient’altro che un cavalcare l’onda per vederla disperdersi. E soprattutto aleggia la domanda: se cadesse il governo autoritario di Trump, chi lo sostituirebbe? Avremmo bannato l’arrogante re auto-investitosi per ritornare a un sistema che esiste da ben prima di Trump e che a ben vedere è quello che ne ha permesso la nascita. Dove sono visibili i segni di un cambiamento di sistema? Sotto la grande tenda ci stiamo tutti oggi perché uniti contro un tiranno e per salvare la democrazia, ma cosa succederà domani, quando le richieste dei tanti cominceranno a divergere? Se i tiranti che tengono su la grande tenda del capitalismo imperialista non verranno cambiati, ripiomberemo in un’ipocrita democrazia di facciata. La mia domanda dunque è: per quale democrazia lotta il movimento NO Kings? Mettere in secondo piano i grandi temi di politica estera per concentrarsi sui problemi che affliggono in casa il popolo americano potrebbe essere pericoloso e portare a una vittoria di Pirro, o forse nemmeno a quella. Gli attivisti come quelli del Bixby Park, che s’impegnano giorno dopo giorno, pur non avendo grandi numeri sembrano possedere una vista più lunga e aver capito che tra le responsabilità del cittadino statunitense c’è il farsi carico d’un cambiamento a 180 gradi del sistema imperialista, che come impoverisce l’americano medio, ugualmente strangola il palestinese, il venezuelano, il libanese, il filippino, l’iraniano e qualunque cosa inceppi la sua ingordigia. Con tale animo svolgono quello che ritengono il proprio dovere morale di verità, che il pubblico li acclami o li ignori. Hanno accettato di svolgere un lavoro lungo che richiede pazienza, cura e amore e dove non bisogna mai né abbattersi né esaltarsi.             Marina Serina
April 9, 2026
Pressenza
Mondiali 2026: notti magiche? Un appello di…
… di Amnesty a proposito degli Usa trumpizzati. A seguire, una (vecchia) storia di calcio e solidarietà tra Bosnia e Italia. Per la terza volta di fila la Nazionale italiana non si è qualificata ai Mondiali di calcio in programma la prossima estate. Tuttavia, è fortemente consigliato firmare l’appello di Amnesty contro le politiche di Trump negli Usa, uno dei