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Palermo, la Belle Époque non ammette vittime: cronaca dei lavori in via Volturno dell’impresa Utveggio
L’inaugurazione di castello Utveggio dello scorso 24 luglio, alla presenza del Capo dello Stato Sergio Mattarella, è stata l’occasione per rileggere l’opera di Michele Utveggio (1866–1933), imprenditore edile che a partire dalla Belle Époque ha segnato la città di Palermo con la realizzazione di costruzioni destinate a diversi usi, tra cui il «Grande Albergo» merlato sul monte Pellegrino, ultimato negli anni Trenta. Nel 1991 la storia di questa sua ultima, ardita impresa è stata illustrata in modo magistrale, per l’editore Sellerio, da Michele Collura (1920-1987), pronipote di Utveggio e docente di disegno e rilievo nella Facoltà di Architettura dell’Università di Palermo. All’interno del volume ritroviamo anche un puntuale elenco degli altri fabbricati di Utveggio, a cominciare dal «Palazzo in via XX Settembre angolo via Carducci su progetto proprio e per proprio conto» con  decorazioni sul prospetto di Ernesto Basile, realizzato nel 1899. Infatti, a scopi abitativi e per la borghesia cittadina, oltre a erigere villini unifamiliari nelle aree di espansione della città, l’imprenditore costruì palazzi residenziali in quartieri già urbanizzati come quello tra via Roma e via Ingham o in prossimità del Teatro Massimo, dove intorno al 1915 realizzò la propria dimora e i tre «palazzi in via Volturno sull’area ricavata dalla demolizione del Baluardo (Bastione di San Vito) acquistata dal principe di Baucina e demolito dallo stesso Utveggio». In verità l’abbattimento delle Mura di San Vito era avvenuto dodici anni prima, come testimoniano due fotografie datate 1903 all’interno del volume di Collura, tratte «dall’album che l’impresa Utveggio esponeva nella propria sede a documentazione della propria attività edilizia». Le immagini mostrano l’inizio e la fine dei lavori di smantellamento del Bastione  su via Volturno ma è dai giornali dell’epoca che rinveniamo notizie dettagliate in merito a questa iniziativa imprenditoriale e soprattutto relative ai costi in termini di vite umane che i lavori di demolizione comportarono. Il giornale “L’Ora” del 6-7 di maggio 1903 titolava: «La grave disgrazia di stamane. Due operai sepolti sotto una frana», liquidando l’accaduto come una fatalità e facendo leva, invece, sulla necessità di Utveggio «di trasformare in pochi mesi quell’inutile e sinistro rione delle Mura di San Vito, in un nuovo arioso e bel quartiere di palazzine moderne», secondo le politiche urbanistiche della classe dirigente palermitana e dei Florio, proprietari del quotidiano “L’Ora”. Più dettagliata, invece, la vicenda che si snodava nel lungo articolo del “Giornale di Sicilia” dal titolo: «Il disastro al Bastione di S. Vito. Due operai seppelliti sotto una frana». Il baluardo che si dispiegava lungo la via Volturno «dal Teatro Massimo sino a circa cinquanta metri da Porta Carini» non era –  anche secondo questo giornalista  – un monumento storico e artistico di pregio: «ma là nei pressi del nostro maggior Teatro e in una delle vie esterne più spaziose, più linde, più gaie, rappresentava una di quelle stonature estetiche che […] non s’era trovato modo di sopprimere». L’antica costruzione, era stata acquistata dal «capomastro Utveggio» dai principi di Baucina per 70.000 lire, ma in realtà «alla firma dell’atto di compra» il costruttore aveva dato un anticipo di 40.000 lire e «si era impegnato di pagare le rimanenti lire 30.000 nel prossimo agosto».  La prima idea dell’imprenditore era di «costruire un grande albergo con un café chantant, quasi nel centro del Bastione, poiché l’estremità destra doveva essere acquistata dal Municipio» per aprirvi una strada che, «tagliando la via delle Mura di S. Vito», sarebbe dovuta arrivare nella piazza del Mercato degli Aragonesi e «per l’estremità sinistra, prospiciente alla parte posteriore del Teatro Massimo», aveva intrapreso una trattativa con un privato, il signor Gioacchino Basso.  Si trattava di un ottimo affare, tenuto conto che delle 70.000 lire che si era impegnato a pagare, ne pretendeva 30.000 per gli oltre 800 metri quadrati che interessavano il signor  Basso e 30.000 per l’area richiesta dal Municipio, sia per la nuova strada che per rendere più grande lo spiazzale dietro al Massimo. Mentre le trattative con il Comune si erano arenate per le esagerate richieste economiche di Utveggio,  i  lavori di demolizione erano stati avviati e «il terreno, dai tre lati interni del Bastione, era stato tagliato a picco, anziché a piano inclinato, come la più elementare prudenza consigliava». Addirittura, riportava il cronista, uno dei carrettieri assoldati per il trasporto del materiale di risulta del cantiere «osservando il terrapieno posteriore» aveva previsto «il pericolo e dato l’allarme» già il giorno prima della tragedia «ma la sua voce non fu ascoltata, e il disastro […] avvenne, troncando nel fior degli anni la vita di un giovane vigoroso come un toro e privando dell’unico sostegno la famiglia di un altro disgraziato operaio». Ai lavori di scavo da mesi partecipavano giornalmente «una ventina di operai, quasi tutti semplici terrazzieri». Tuttavia la fatica era tanta e il salario così basso che «spesso molti» di loro «dopo pochi giorni, si assentavano rinunciando al lavoro». In merito alla direzione del cantiere, nell’articolo veniva spiegato che «per forma, era stata assunta dal comm. Ernesto Basile; ma di fatto era esercitata dal proprietario del terreno» e dal suo «soprastante», il muratore Nunzio Brusca che abitava proprio in via Volturno. Quella mattina le due vittime – Giovanni Sammarco di anni 20, abitante a Palermo, e Giovanni Lauricella, di 45 anni, di S. Giuseppe Iato –  erano giunti tra i primi: Lauricella, dopo diversi mesi di disoccupazione era stato arruolato quello stesso stesso giorno; il giovane Sammarco era stato assunto il giorno prima.  Avevano appena preso avvio i lavori quando «il garzone carrettiere Andrea Gargano di anni 14» emetteva un grido mentre «parecchie tonnellate di terra cadute dalla sommità del terrapieno, dal centro sino all’estremità sinistra» seppellivano i due operai. Nessuno accorreva «in aiuto dei due disgraziati che soffocavano sotto l’enorme ammasso di terra»,, anzi Utveggio e Brusca «non pensavano che a salvarsi, allontanandosi rapidamente e rendendosi irreperibili»; solo il fratello del soprastante si recava dai pompieri per comunicare la disgrazia. Dopo aver accertato «le cause del disastro, il delegato Capizzi e il maresciallo Delle Foglie», erano andati a cercare Utveggio e Brusca nelle rispettive abitazioni che avevano faticato a trovare «giacché tutti gli operai addetti ai lavori rifiutarono di dare qualsiasi informazione» e così entrambi i responsabili del cantiere «avevano già preso il largo». L’indomani della tragedia, il “Giornale di Sicilia” riportava la dichiarazione del «prof. comm. Ernesto Basile» che teneva a precisare di aver «soltanto disegnato per il signor Utveggio il prospetto d’una casa da pigione» che avrebbe dovuto sorgere nel sito del Bastione Baucina mentre non aveva «assunto né la direzione di questo lavoro di là da venire» e tanto meno le demolizioni, di cui disconosceva «ogni procedimento». Infine dichiarava di non essersi recato «sul sito, né mai alcuna disposizione» in tal senso aveva ricevuto dal titolare dell’impresa.  «Chi (era) dunque l’ingegnere?» Chiedeva Giuseppe Paternostro dalle pagine de “La Battaglia” del 10 maggio 1903, denunciando «una vera e propria infrazione della Legge da parte dell’Ufficio dei Lavori Pubblici per negligenza o per compiacenza». E infatti «nella pratica» i disegni a firma dell’ingegnere sarebbero dovuti passare «all’approvazione della Commissione Edile» e una volta acquisita  l’autorizzazione «il capomastro o impresario o assuntore» avrebbe dovuto chiedere «la licenza di iniziare i lavori», rilasciando all’Ufficio dei Lavori Pubblici «una dichiarazione dell’ingegnere responsabile dell’opera». Utveggio cosa aveva fatto nel merito? Tenuto conto che Basile aveva fornito solo i disegni «della erigenda casa» e che non vi fossero stati altri ingegneri ingaggiati dall’impresa? Il giornalista era portato a pensare che l’appaltatore o non avesse pagato il disegno oppure avesse dato al professore Basile solo «un modesto Fiore»; quindi, confidando sulle proprie capacità e per risparmiare, Utveggio aveva presentato alla Commissione Edile solo «quel tale disegno del Basile». La Commissione Edile dinanzi alla firma prestigiosa non aveva esaminato la pratica, approvando; anche l’Ufficio dei Lavori Pubblici vedendo «la notissima firma dell’illustre architetto» non aveva richiesto «per non incomodarlo – la solita dichiarazione»; così la licenza era stata concessa e Utveggio «applicando i criteri empirici di capomastro» aveva avviato i lavori. Tuttavia non si trattava «delle solite escavazioni di fondamenta o delle solite elevazioni di mura in pietra d’Aspra», questa volta era «un lavoro tutto nuovo per il signor Utveggio» e la sua esperienza non lo aveva assistito: si era verificata una frana in cui avevano perso la vita due operai. Chi era, dunque, «il responsabile voluto dalla legge?» Nessuno! Esclamava Paternostro, che giudicava lo svolgersi dei fatti «mostruoso» e «delittuoso», concludendo con un’ulteriore riflessione che riportiamo per intero: «Se poi noi volessimo anche sentimentalizzare potrei vedere in questo casuale connubio di illustri disegnatori, di capimastri economi e di uffici municipali compiacenti, un monopolio che condanna alla inezia, alla mancanza di lavoro, alla fame, tanti giovani ingegneri che escono dalle Università pieni di ingegno, di buona volontà e di attitudine e poi vanno a finire (come ne ho conosciuto uno io a Roma) conduttori di tram elettrico! Io posso infine comprendere che l’avidità del lucro e la presunzione di sé possa condurre uno speculatore privato a frodare la legge, ma che gli uffici Municipali che sono creati a tutela degli interessi collettivi si prestino al gioco per compiacenza o per negligenza è enorme, è roba da galera!» Un anno dopo, l’8 maggio 1904, sempre “La Battaglia” riportava la notizia che «la Corte di appello di Palermo, presieduta dal Cav. Sofia e su appello del P.M.» aveva condannato Michele Utveggio e Nunzio Brusca a dieci mesi di detenzione e 1600 lire di multa ciascuno, oltre che ai danni alle parti lese, quali responsabili di doppio omicidio colposo, in seguito al disastro del Bastione di Santo Vito, nel quale erano rimaste vittime i due poveri operai Sammarco Giovanni e Napoli Giovanni inteso Lauricella, per una frana verificatasi in un terrapieno ai piedi del quale i due operai lavoravano alle escavazioni dei fossi, che dovevano servire per buttarvi le fondamenta di una casa che il detto Utveggio per suo conto doveva costruirvi». In prima istanza il Tribunale li aveva assolti «per non provata reità, non ostante che fosse rimasto accertato che lo stesso Utveggio ed il Brusca non soltanto avevano fatto a meno dell’opera dell’ingegnere come i regolamenti municipali» prescrivevano ma «neppure avevano partecipato all’autorità comunale il cominciamento dei lavori per la sorveglianza che questa era tenuta ad esercitare». Inoltre «il disastro era avvenuto per imperizia ed imprudenza dei detti Utveggio e Brusca in quanto al terrapieno non era stata data la necessaria scarpata, e si era pure mancato di provvedere alle opere necessarie di puntellamento e cautele per assicurare il terreno soprastante ai fossi».  Grazie agli avvocati Vittorio Palmeri, Ernesto Savagnone e Luigi Barba, i familiari delle vittime, infine, avevano avuto giustizia e pubblicamente, tramite “La Battaglia – giornale socialista”, ringraziavano i tre giuristi «per l’opera amorosa e disinteressata da loro prestata»; ma la cronaca dell’impresa di Utveggio in via Volturno è, sin qui, rimasta sepolta sotto la polvere dorata della Belle Époque come le due vittime sotto i cumuli di terra del Bastione di San Vito.   Ketty Giannilivigni
August 2, 2026
Pressenza
La Forza della polizia… e il mancato processo di democratizzazione
In versione parzialmente ridotta, pubblichiamo per Pressenza questo importante contributo di Carlo Caprioglio (docente di Clinica legale all’Università di Roma), dal quale si rileva – in ordine all’applicazione delle misure securitare varate dal governo in carica (tematica-principe della propaganda postfascista) –  «come la morte di Fakir rappresenti anche un test sugli effetti delle novità legislative di recente introdotte in materia di responsabilità degli agenti di polizia. I decreti sicurezza approvati dal Governo negli ultimi due anni hanno, infatti, escluso l’iscrizione nel registro degli indagati in presenza di un’apparente causa di giustificazione e previsto l’anticipazione delle spese, in ogni grado di giudizio, per la tutela legale agli operatori di polizia imputati». Come si sottolinea nel sommario di Jacobin.Italia: «L’omicidio di Abderrahim Fakir a Bologna non evidenzia solo il clima repressivo e autoritario del governo Meloni e la razzializzazione dei soggetti colpiti, ma anche il mancato processo di democratizzazione delle forze dell’ordine che riguarda anche la sinistra»[accì] Abderrahim Fakir, 42 anni, nato in Marocco ma da 35 anni residente in Italia, dove era arrivato a soli sette anni, è stato ucciso il 19 luglio scorso durante un’operazione di polizia nel rione Pilastro, a Bologna. Schiacciato sull’asfalto per un tempo infinito da due agenti della Polizia di Stato e da un residente, sotto lo sguardo impassibile degli operatori del 118. Un video, ripreso da una finestra di un palazzo adiacente, ha immortalato la scena. Fatto circolare immediatamente sui social, è stato poi ripreso da giornali e televisioni: chiunque ha così visto l’assurda morte in diretta di Fakir. La Procura di Bologna ha aperto un fascicolo mentre gli agenti, come spesso accade, sono stati confermati in servizio in attesa degli sviluppi dell’inchiesta. Un comunicato della Procura ha quindi confermato l’applicazione del cosiddetto «scudo penale», introdotto dal decreto sicurezza del 2026, per cui gli operatori coinvolti non sono stati, almeno per il momento, iscritti nel registro degli indagati. Questi in breve i fatti come riportati dalle cronache. In attesa che l’inchiesta faccia auspicabilmente luce sui diversi aspetti ancora non chiari, come chiesto anche dai parenti di Fakir, la vicenda deve essere l’occasione per aprire una riflessione seria sulle cause strutturali dell’ennesima morte nel corso di un’operazione di polizia. Mentre imperversa un violento dibattito pubblico sulla legittima difesa, animato da chi vorrebbe instaurare un regime legale di difesa della proprietà privata senza limiti, l’omicidio di Fakir non può, infatti, essere ridotto a «eccezione», a un mero eccesso nell’uso della forza o all’incompetenza dei singoli agenti coinvolti. Un intero sistema, fatto di norme e costumi sociali produce, legittima e protegge l’esercizio della violenza di polizia. PERCHÉ CHIAMIAMO LA POLIZIA  Nel libro Come sono diventata abolizionista, a partire dalla propria esperienza di ragazza cresciuta nei sobborghi di Saint Louis (Missouri), l’avvocata e attivista Derecka Purnell racconta che nelle comunità nere marginalizzate delle grandi metropoli statunitensi è abitudine chiamare la polizia di fronte a qualunque situazione che devii dalla normalità quotidiana: una porta di casa lasciata aperta apparentemente senza motivo, un bambino per strada da solo, degli schiamazzi che disturbano la quiete notturna, una lite in famiglia, sono tutte «valide» ragioni per alzare il telefono e comporre il 911, delegando alla polizia il compito di «risolvere» la questione. Purnell riflette su come questa abitudine, alimentata dalla condizione di abbandono in cui vivono le comunità povere e razzializzate negli Stati Uniti, favorisca il contatto tra persone nere e polizia e, di conseguenza, il rischio di abusi e violenze. L’argomento è semplice: più si coinvolge la polizia nella gestione della vita quotidiana delle comunità marginalizzate, più è probabile che si verifichino casi come quelli di Micheal Brown e Breonna Taylor. Il contesto sociale dell’omicidio di Fakir è certamente diverso da quello in cui si situa la riflessione di Purnell e le proposte che l’autrice avanza, incentrate su organizzazioni dal basso di comunità capaci di prevenire, quando possibile, l’intervento della polizia e minimizzare le occasioni di contatto e i rischi che ne derivano. Nonostante ciò, non ci si può non interrogare sul perché, davanti a una persona in probabile stato di alterazione psicofisica, che non sta minacciando nessuno e i cui parenti abitano a poche centinaia di metri di distanza, non vi siano alternative a chiamare la polizia. E, più in generale, se la polizia sia davvero l’agenzia pubblica più indicata per rispondere alla comprensibile richiesta di rassicurazione di chi sente un uomo gridare in un garage condominiale in un pomeriggio di una domenica d’estate. D’altronde, è pur vero che se la risposta pubblica al disagio sociale è la militarizzazione delle periferie e l’esclusione degli abitanti da qualunque processo decisionale, secondo il «modello» imposto dal decreto Caivano, o dalle «zone rosse» e dai blindanti fuori dalle stazioni, non può sorprendere se la polizia sia vista sempre più come l’attore preposto a gestire qualunque forma di devianza che turbi la tranquillità sociale. LE MODALITÀ DELL’INTERVENTO  Come emerso subito dal video circolato online, la scorsa domenica al Pilastro, insieme alla polizia, era presente sul posto anche il personale del 118. Nonostante quindi l’alternativa all’uso della forza di polizia fosse immediatamente disponibile, l’intervento muscolare degli agenti ha avuto priorità. È una decisione che si spiega anche con l’assenza di protocolli di intervento per la gestione di quelli che in gergo sono definiti «soggetti non collaborativi», ovvero persone in stato di alterazione psicofisica o con problemi di salute mentale, e che prevedano il coinvolgimento di professionalità altre, diverse da quelle di polizia, nonché tecniche di descalation volte a minimizzare il ricorso alla forza. Il coinvolgimento del personale sanitario appare, infatti, affidato al caso piuttosto che a regole definite, e la gestione della situazione concreta resta affidata alla discrezionalità degli agenti di polizia. D’altronde, non solo mancano protocolli di intervento di questo genere, ma la stessa formazione degli operatori non include chiare strategie di interazione con i «soggetti non collaborativi» finalizzate a evitare il ricorso alla coazione. Una carenza che va di pari passo con un orientamento istituzionale del tutto sbilanciato sul risultato operativo, in cui gli agenti di polizia si sentono legittimati a fare tutto ciò che serve per portare a termine l’intervento. Anche l’inserimento delle cosiddette armi meno letali – come il Taser e gli spray urticanti – nella dotazione delle forze di polizia italiane non ha in alcun modo migliorato il quadro, anzi. I dati raccolti da Altreconomia mostrano che, dalla sua introduzione nel 2022 al febbraio di quest’anno, la pistola elettrica è stata utilizzata dalla sola Polizia di Stato in più di mille occasioni, e le morti da Taser sono state almeno sette. La disinvoltura con cui gli agenti ricorrono alla pistola elettrica conferma il profondo malinteso rispetto ai presupposti e alle condizioni legali che dovrebbero presiederne l’utilizzo. Piuttosto che come alternativa all’arma da fuoco, la cui pericolosità induce gli operatori a un uso prudente e moderato, il Taser è considerato uno strumento intrinsecamente proporzionato e per questo utilizzabile anche in scenari in cui, non essendovi un pericolo attuale per l’incolumità dell’operatore o di terzi, altre strategie sarebbero invece praticabili. Il ricorso alla pistola elettrica finisce per costituire una sorta di «scorciatoia operativa» che consente di «risolvere» situazioni operative complesse, aggirando il ricorso a strategie di intervento ritenute più pericolose per l’operatore o semplicemente più lunghe, che richiedono per esempio di instaurare un dialogo con il soggetto destinatario dell’azione di polizia, o ancora di attendere l’arrivo di persone vicine a quest’ultimo che possano aiutare a tranquillizzarlo. L’uso disinvolto e preventivo delle armi meno letali, quando non causa direttamente conseguenze irreparabili, tende così a generare un’escalation di per sé evitabile. La scorsa domenica al Pilastro, secondo la ricostruzione diffusa sui media, di fronte alla condizione di alterazione di Abderrahim Fakir, la prima reazione degli agenti è stata quella di colpirlo in volto con lo spray urticante, per poi bloccarlo a terra e legarlo con le fascette ai polsi e alle caviglie. Nessun serio tentativo di mediazione e de-escalation, ovvero di gestione della situazione senza ricorrere alla forza, ma la scelta «naturale» di neutralizzare il soggetto per poi imporre con la forza l’atto di polizia. LE IMMAGINI E L’IMPUNITÀ Le immagini di Fakir, immobilizzato a terra dagli agenti di polizia mentre invoca aiuto, richiamano con impressionante vividezza la scena di un’altra morte avvenuta nel corso di un intervento delle forze dell’ordine: quella di Riccardo Magherini, ucciso a Firenze nel 2014, dopo essere stato immobilizzato a terra, in posizione prona, per diversi minuti da quattro carabinieri, che lo avevano fermato mentre si trovava in uno stato di evidente agitazione. Anche per Magherini, l’intervento dei sanitari non servì a evitare il peggio: i carabinieri, infatti, non attesero l’arrivo dell’ambulanza, che giunse in tempo solo per accertare l’avvenuto decesso. Le indagini, segnate da tentativi di depistaggio e pressioni sui testimoni, si chiusero con la contestazione dell’accusa di omicidio colposo per i carabinieri e, in concorso, anche per gli operatori del 118. Dopo due condanne nei gradi di merito, a pene tra l’altro estremamente contenute, per tre dei quattro militari, nel 2018 è arrivata l’assoluzione in Cassazione. La motivazione avrebbe dovuto sollevare scandalo nell’opinione pubblica: secondo i giudici, infatti, i carabinieri non avrebbero avuto all’epoca le competenze richieste per condurre l’arresto di una persona che si trovava nelle condizioni di alterazione psicofisica di Magherini. Una decisione agevolata, tra l’altro, da un vero e proprio cambiamento delle regole in corso di processo da parte dell’Arma dei Carabinieri. Durante il processo di primo grado, infatti, il Comando Generale dell’Arma ha revocato la circolare, in vigore all’epoca dei fatti, che, nel dettare regole operative per gli interventi nei confronti di soggetti in stato di agitazione psicofisica, vietava proprio l’uso di quella tecnica di immobilizzazione a terra impiegata contro Magherini, a causa dell’elevato rischio di asfissia per la persona. Prescrizioni evidentemente violate dai carabinieri, tanto che il pubblico ministero aveva espressamente richiamato la circolare, poi revocata, tra gli standard di condotta su cui era costruito il capo di imputazione. Sul caso di Magherini si è recentemente espressa la Corte europea dei diritti dell’uomo che ha condannato l’Italia per una serie di violazioni, tra cui l’obbligo di condurre indagini efficaci e imparziali e di formare adeguatamente gli operatori di polizia a prevenire danni gravi alle persone fermate. La sentenza si inserisce nel solco di una serie di decisioni della Corte europea che, dal 2011 a oggi, confermano le gravi carenze del sistema giuridico italiano nel prevenire e sanzionare la violenza e l’uso eccessivo della forza da parte delle forze di polizia (vale la pena qui richiamare, in particolare, la sentenza Cestaro del 2015, relativa ai fatti della scuola Diaz di Genova). Se, come dimostrano anche i casi recenti di Ramy Elgaml a Milano e Abderrahim Mansouri a Rogoredo, il coinvolgimento nelle indagini degli stessi agenti implicati nei fatti, o di colleghi a questi molto vicini, alimenta il rischio di depistaggi e condotte illecite, che complicano – e spesso vanificano – l’accertamento delle responsabilità, è soprattutto il quadro legale in materia di uso della forza a favorire il ricorso all’uso della forza in assenza di reali necessità operative. L’ordinamento italiano è privo di una regolazione dettagliata delle condizioni e delle modalità di impiego della coercizione, che resta affidata in via esclusiva alla disciplina codicistica delle cause di giustificazione, e in particolare a una norma sull’uso legittimo delle armi dalla matrice autoritaria, eredità del regime fascista, solo parzialmente adeguata al quadro costituzionale dalla giurisprudenza successiva. Basti pensare che, dopo una prima fase in cui l’interpretazione dei margini dell’uso legittimo della forza era stata segnatamente restrittiva, la stessa giurisprudenza ha da tempo adottato un’interpretazione sostanzialmente estensiva, che tende a bilanciare beni tra loro incommensurabili: per esempio, l’integrità fisica del (presunto) autore del reato con l’interesse dell’autorità pubblica al compimento dell’atto di polizia. È il caso per esempio della cosiddetta fuga «attiva», per cui è, quantomeno in linea di principio, ammesso l’uso delle armi contro il rapinatore che, in un centro abitato, fugge a elevata velocità dal luogo del reato. Alla luce della storia giudiziaria recente, ci si può aspettare che, nel caso di Bologna, la violenza esercitata degli agenti sarà giustificata dalla necessità di superare la resistenza di Fakir all’arresto. Nella vaghezza normativa che avvolge il ricorso alla forza da parte della polizia, secondo uno schema argomentativo circolare ricorrente, la resistenza diviene, infatti, la «naturale» giustificazione dell’intervento coattivo. Nonostante nessuna norma autorizzi ad arrestare una persona per il solo fatto che si trovi in una condizione di agitazione o alterazione, di rado emerge quale fosse l’atto di ufficio – presupposto dal reato di resistenza a pubblico ufficiale – a cui la persona stava appunto «resistendo». LA VIOLENZA DI POLIZIA: UN PROBLEMA ITALIANO In queste ore, molti commenti hanno paragonato la violenza sproporzionata esercitata contro Fakir a quella agita dall’Ice di Trump contro le persone migranti, razzializzate o solidali. Il rischio che la polizia italiana assomigli sempre più all’Ice certo esiste: basti pensare che il nuovo Patto sulle migrazioni e l’asilo europeo prevede (e legittima) le pratiche di sorveglianza razziale che vediamo sperimentare nelle metropoli statunitensi. Ed è altrettanto vero che la violenza di polizia, nei diversi contesti in cui si manifesta, dalle piazze ai controlli alle frontiere, non può essere analizzata disgiuntamente dalla torsione autoritaria in corso in quasi tutte le democrazie liberali. Al contempo, però, pensare che quanto accaduto al Pilastro sia in qualche modo il frutto del clima politico attuale, quindi, contingente, rischia di restituire uno sguardo parziale. Quello della violenza di polizia in Italia è, infatti, un problema storico, che ha cause strutturali e affonda le radici, tra le altre cose, in un processo di democratizzazione delle forze dell’ordine rimasto sostanzialmente incompiuto. Un problema che anche la sinistra istituzionale fatica da sempre a riconoscere, mostrando una deferenza per la polizia spesso celata dietro il richiamo al «rispetto» per il difficile compito assegnato all’autorità di pubblica sicurezza. Quando si pensa alla violenza di polizia, viene spontaneo pensare ai casi eclatanti come il G8 di Genova e l’uccisione di Carlo Giuliani a piazza Alimonda, di cui ricorre in questi giorni il 25° anniversario. Ma la storia recente è costellata di morti verificatesi nel corso di operazioni di polizia banali, routinarie, per molti versi analoghe a quella di Abderrahim Fakir. Dal 2000 a oggi, infatti, secondo la mappatura realizzata dal giornalista Luigi Mastrodonato, sono almeno 79 le persone morte durante questo tipo di operazioni. Un dato inevitabilmente sottostimato, visto che non esistono dati ufficiali, e che non tiene conto di quelle rimaste ferite, anche gravemente, come Hasib Omerovic, precipitato dalla finestra di casa sua durante un controllo di polizia, per cui oggi un agente di polizia in servizio al commissariato di Primavalle a Roma è a processo per tortura e falso. Il caso di Fakir si inserisce quindi in una lunga storia di vittime di polizia, talvolta dimenticate o archiviate rapidamente, che riguarda in misura sproporzionata le persone razzializzate, povere e marginalizzate. In questo senso, quindi, un primo compito per chi oggi si indigna per la morte di Fakir è fare in modo che questa vicenda non sia dimenticata, che siano accertate le responsabilità individuali e che, al di là delle aule di tribunale, emergano le cause di sistema che l’hanno resa possibile. È però importante sottolineare come la morte di Fakir rappresenti anche un test sugli effetti delle novità legislative di recente introdotte in materia di responsabilità degli agenti di polizia. I decreti sicurezza approvati dal Governo negli ultimi due anni hanno, infatti, escluso l’iscrizione nel registro degli indagati in presenza di un’apparente causa di giustificazione e previsto l’anticipazione delle spese, in ogni grado di giudizio, per la tutela legale agli operatori di polizia imputati. Il rafforzamento delle tutele per le forze dell’ordine che usano la forza è parte integrante di un’architettura normativa autoritaria e repressiva che criminalizza il dissenso e la marginalità sociale. Essa si inserisce con coerenza in un tentativo di imporre un ordine proprietario in cui non c’è posto per soggettività «disturbanti». Di fronte al rischio di una crescente legittimazione della violenza di Stato, sia essa perpetrata da un commerciante armato o da un operatore delle forze dell’ordine protetti dai partiti di governo e da riforme legislative permissive, la violenza di polizia va riconosciuta per quello che è, un’emergenza democratica. In quest’ottica, dentro a una prospettiva politica abolizionista di lungo periodo, intesa come una processualità al contempo politica e culturale, non deve essere sminuita l’urgenza di riforme capaci di limitare l’esercizio della forza di polizia e ricondurne i poteri dentro un perimetro di legalità costituzionale. *CARLO CAPRIOGLIO È ASSEGNISTA DI RICERCA E DOCENTE A CONTRATTO DI CLINICA LEGALE ALL’UNIVERSITÀ ROMA LE INFORMAZIONI CIRCA L’USO DELLA FORZA, LA PERCEZIONE E LA FORMAZIONE DEGLI OPERATORI DI POLIZIA SONO FRUTTO DELLE RICERCHE REALIZZATE NELL’AMBITO DEL PROGETTO «REFORMING POLICE ACCOUNTABILITY IN ITALY (REPOLITY)» SULLA RESPONSABILITÀ DELLE FORZE DELL’ORDINE, REALIZZATO DALLE UNIVERSITÀ DI BARI E FIRENZE. I RISULTATI E I MATERIALI DI RICERCA SONO LIBERAMENTE CONSULTABILI SUL SITO DEL PROGETTO. LE OPINIONI ESPRESSE SONO DA ATTRIBUIRE ESCLUSIVAMENTE ALL’AUTORE. Redazione Italia
July 22, 2026
Pressenza