Palermo, la Belle Époque non ammette vittime: cronaca dei lavori in via Volturno dell’impresa Utveggio
L’inaugurazione di castello Utveggio dello scorso 24 luglio, alla presenza del
Capo dello Stato Sergio Mattarella, è stata l’occasione per rileggere l’opera di
Michele Utveggio (1866–1933), imprenditore edile che a partire dalla Belle
Époque ha segnato la città di Palermo con la realizzazione di costruzioni
destinate a diversi usi, tra cui il «Grande Albergo» merlato sul monte
Pellegrino, ultimato negli anni Trenta. Nel 1991 la storia di questa sua ultima,
ardita impresa è stata illustrata in modo magistrale, per l’editore Sellerio, da
Michele Collura (1920-1987), pronipote di Utveggio e docente di disegno e
rilievo nella Facoltà di Architettura dell’Università di Palermo. All’interno
del volume ritroviamo anche un puntuale elenco degli altri fabbricati di
Utveggio, a cominciare dal «Palazzo in via XX Settembre angolo via Carducci su
progetto proprio e per proprio conto» con decorazioni sul prospetto di Ernesto
Basile, realizzato nel 1899.
Infatti, a scopi abitativi e per la borghesia cittadina, oltre a erigere villini
unifamiliari nelle aree di espansione della città, l’imprenditore costruì
palazzi residenziali in quartieri già urbanizzati come quello tra via Roma e via
Ingham o in prossimità del Teatro Massimo, dove intorno al 1915 realizzò la
propria dimora e i tre «palazzi in via Volturno sull’area ricavata dalla
demolizione del Baluardo (Bastione di San Vito) acquistata dal principe di
Baucina e demolito dallo stesso Utveggio». In verità l’abbattimento delle Mura
di San Vito era avvenuto dodici anni prima, come testimoniano due fotografie
datate 1903 all’interno del volume di Collura, tratte «dall’album che l’impresa
Utveggio esponeva nella propria sede a documentazione della propria attività
edilizia».
Le immagini mostrano l’inizio e la fine dei lavori di smantellamento del
Bastione su via Volturno ma è dai giornali dell’epoca che rinveniamo notizie
dettagliate in merito a questa iniziativa imprenditoriale e soprattutto relative
ai costi in termini di vite umane che i lavori di demolizione comportarono.
Il giornale “L’Ora” del 6-7 di maggio 1903 titolava: «La grave disgrazia di
stamane. Due operai sepolti sotto una frana», liquidando l’accaduto come una
fatalità e facendo leva, invece, sulla necessità di Utveggio «di trasformare in
pochi mesi quell’inutile e sinistro rione delle Mura di San Vito, in un nuovo
arioso e bel quartiere di palazzine moderne», secondo le politiche urbanistiche
della classe dirigente palermitana e dei Florio, proprietari del quotidiano
“L’Ora”.
Più dettagliata, invece, la vicenda che si snodava nel lungo articolo del
“Giornale di Sicilia” dal titolo: «Il disastro al Bastione di S. Vito. Due
operai seppelliti sotto una frana». Il baluardo che si dispiegava lungo la via
Volturno «dal Teatro Massimo sino a circa cinquanta metri da Porta Carini» non
era – anche secondo questo giornalista – un monumento storico e artistico di
pregio: «ma là nei pressi del nostro maggior Teatro e in una delle vie esterne
più spaziose, più linde, più gaie, rappresentava una di quelle stonature
estetiche che […] non s’era trovato modo di sopprimere». L’antica costruzione,
era stata acquistata dal «capomastro Utveggio» dai principi di Baucina per
70.000 lire, ma in realtà «alla firma dell’atto di compra» il costruttore aveva
dato un anticipo di 40.000 lire e «si era impegnato di pagare le rimanenti lire
30.000 nel prossimo agosto».
La prima idea dell’imprenditore era di «costruire un grande albergo con un café
chantant, quasi nel centro del Bastione, poiché l’estremità destra doveva essere
acquistata dal Municipio» per aprirvi una strada che, «tagliando la via delle
Mura di S. Vito», sarebbe dovuta arrivare nella piazza del Mercato degli
Aragonesi e «per l’estremità sinistra, prospiciente alla parte posteriore del
Teatro Massimo», aveva intrapreso una trattativa con un privato, il signor
Gioacchino Basso.
Si trattava di un ottimo affare, tenuto conto che delle 70.000 lire che si era
impegnato a pagare, ne pretendeva 30.000 per gli oltre 800 metri quadrati che
interessavano il signor Basso e 30.000 per l’area richiesta dal Municipio, sia
per la nuova strada che per rendere più grande lo spiazzale dietro al Massimo.
Mentre le trattative con il Comune si erano arenate per le esagerate richieste
economiche di Utveggio, i lavori di demolizione erano stati avviati e «il
terreno, dai tre lati interni del Bastione, era stato tagliato a picco, anziché
a piano inclinato, come la più elementare prudenza consigliava». Addirittura,
riportava il cronista, uno dei carrettieri assoldati per il trasporto del
materiale di risulta del cantiere «osservando il terrapieno posteriore» aveva
previsto «il pericolo e dato l’allarme» già il giorno prima della tragedia «ma
la sua voce non fu ascoltata, e il disastro […] avvenne, troncando nel fior
degli anni la vita di un giovane vigoroso come un toro e privando dell’unico
sostegno la famiglia di un altro disgraziato operaio».
Ai lavori di scavo da mesi partecipavano giornalmente «una ventina di operai,
quasi tutti semplici terrazzieri». Tuttavia la fatica era tanta e il salario
così basso che «spesso molti» di loro «dopo pochi giorni, si assentavano
rinunciando al lavoro».
In merito alla direzione del cantiere, nell’articolo veniva spiegato che «per
forma, era stata assunta dal comm. Ernesto Basile; ma di fatto era esercitata
dal proprietario del terreno» e dal suo «soprastante», il muratore Nunzio Brusca
che abitava proprio in via Volturno.
Quella mattina le due vittime – Giovanni Sammarco di anni 20, abitante a
Palermo, e Giovanni Lauricella, di 45 anni, di S. Giuseppe Iato – erano giunti
tra i primi: Lauricella, dopo diversi mesi di disoccupazione era stato arruolato
quello stesso stesso giorno; il giovane Sammarco era stato assunto il giorno
prima.
Avevano appena preso avvio i lavori quando «il garzone carrettiere Andrea
Gargano di anni 14» emetteva un grido mentre «parecchie tonnellate di terra
cadute dalla sommità del terrapieno, dal centro sino all’estremità sinistra»
seppellivano i due operai. Nessuno accorreva «in aiuto dei due disgraziati che
soffocavano sotto l’enorme ammasso di terra»,, anzi Utveggio e Brusca «non
pensavano che a salvarsi, allontanandosi rapidamente e rendendosi irreperibili»;
solo il fratello del soprastante si recava dai pompieri per comunicare la
disgrazia.
Dopo aver accertato «le cause del disastro, il delegato Capizzi e il maresciallo
Delle Foglie», erano andati a cercare Utveggio e Brusca nelle rispettive
abitazioni che avevano faticato a trovare «giacché tutti gli operai addetti ai
lavori rifiutarono di dare qualsiasi informazione» e così entrambi i
responsabili del cantiere «avevano già preso il largo».
L’indomani della tragedia, il “Giornale di Sicilia” riportava la dichiarazione
del «prof. comm. Ernesto Basile» che teneva a precisare di aver «soltanto
disegnato per il signor Utveggio il prospetto d’una casa da pigione» che avrebbe
dovuto sorgere nel sito del Bastione Baucina mentre non aveva «assunto né la
direzione di questo lavoro di là da venire» e tanto meno le demolizioni, di cui
disconosceva «ogni procedimento». Infine dichiarava di non essersi recato «sul
sito, né mai alcuna disposizione» in tal senso aveva ricevuto dal titolare
dell’impresa.
«Chi (era) dunque l’ingegnere?» Chiedeva Giuseppe Paternostro dalle pagine de
“La Battaglia” del 10 maggio 1903, denunciando «una vera e propria infrazione
della Legge da parte dell’Ufficio dei Lavori Pubblici per negligenza o per
compiacenza». E infatti «nella pratica» i disegni a firma dell’ingegnere
sarebbero dovuti passare «all’approvazione della Commissione Edile» e una volta
acquisita l’autorizzazione «il capomastro o impresario o assuntore» avrebbe
dovuto chiedere «la licenza di iniziare i lavori», rilasciando all’Ufficio dei
Lavori Pubblici «una dichiarazione dell’ingegnere responsabile dell’opera».
Utveggio cosa aveva fatto nel merito? Tenuto conto che Basile aveva fornito solo
i disegni «della erigenda casa» e che non vi fossero stati altri ingegneri
ingaggiati dall’impresa?
Il giornalista era portato a pensare che l’appaltatore o non avesse pagato il
disegno oppure avesse dato al professore Basile solo «un modesto Fiore»; quindi,
confidando sulle proprie capacità e per risparmiare, Utveggio aveva presentato
alla Commissione Edile solo «quel tale disegno del Basile».
La Commissione Edile dinanzi alla firma prestigiosa non aveva esaminato la
pratica, approvando; anche l’Ufficio dei Lavori Pubblici vedendo «la notissima
firma dell’illustre architetto» non aveva richiesto «per non incomodarlo – la
solita dichiarazione»; così la licenza era stata concessa e Utveggio «applicando
i criteri empirici di capomastro» aveva avviato i lavori. Tuttavia non si
trattava «delle solite escavazioni di fondamenta o delle solite elevazioni di
mura in pietra d’Aspra», questa volta era «un lavoro tutto nuovo per il signor
Utveggio» e la sua esperienza non lo aveva assistito: si era verificata una
frana in cui avevano perso la vita due operai.
Chi era, dunque, «il responsabile voluto dalla legge?» Nessuno! Esclamava
Paternostro, che giudicava lo svolgersi dei fatti «mostruoso» e «delittuoso»,
concludendo con un’ulteriore riflessione che riportiamo per intero:
«Se poi noi volessimo anche sentimentalizzare potrei vedere in questo casuale
connubio di illustri disegnatori, di capimastri economi e di uffici municipali
compiacenti, un monopolio che condanna alla inezia, alla mancanza di lavoro,
alla fame, tanti giovani ingegneri che escono dalle Università pieni di ingegno,
di buona volontà e di attitudine e poi vanno a finire (come ne ho conosciuto uno
io a Roma) conduttori di tram elettrico!
Io posso infine comprendere che l’avidità del lucro e la presunzione di sé possa
condurre uno speculatore privato a frodare la legge, ma che gli uffici
Municipali che sono creati a tutela degli interessi collettivi si prestino al
gioco per compiacenza o per negligenza è enorme, è roba da galera!»
Un anno dopo, l’8 maggio 1904, sempre “La Battaglia” riportava la notizia
che «la Corte di appello di Palermo, presieduta dal Cav. Sofia e su appello del
P.M.» aveva condannato Michele Utveggio e Nunzio Brusca a dieci mesi di
detenzione e 1600 lire di multa ciascuno, oltre che ai danni alle parti lese,
quali responsabili di doppio omicidio colposo, in seguito al disastro del
Bastione di Santo Vito, nel quale erano rimaste vittime i due poveri operai
Sammarco Giovanni e Napoli Giovanni inteso Lauricella, per una frana
verificatasi in un terrapieno ai piedi del quale i due operai lavoravano alle
escavazioni dei fossi, che dovevano servire per buttarvi le fondamenta di una
casa che il detto Utveggio per suo conto doveva costruirvi».
In prima istanza il Tribunale li aveva assolti «per non provata reità, non
ostante che fosse rimasto accertato che lo stesso Utveggio ed il Brusca non
soltanto avevano fatto a meno dell’opera dell’ingegnere come i regolamenti
municipali» prescrivevano ma «neppure avevano partecipato all’autorità comunale
il cominciamento dei lavori per la sorveglianza che questa era tenuta ad
esercitare». Inoltre «il disastro era avvenuto per imperizia ed imprudenza dei
detti Utveggio e Brusca in quanto al terrapieno non era stata data la necessaria
scarpata, e si era pure mancato di provvedere alle opere necessarie di
puntellamento e cautele per assicurare il terreno soprastante ai fossi».
Grazie agli avvocati Vittorio Palmeri, Ernesto Savagnone e Luigi Barba, i
familiari delle vittime, infine, avevano avuto giustizia e pubblicamente,
tramite “La Battaglia – giornale socialista”, ringraziavano i tre giuristi «per
l’opera amorosa e disinteressata da loro prestata»; ma la cronaca dell’impresa
di Utveggio in via Volturno è, sin qui, rimasta sepolta sotto la polvere dorata
della Belle Époque come le due vittime sotto i cumuli di terra del Bastione di
San Vito.
Ketty Giannilivigni