Silo, la guerra del futuro contro il presente.
Lo storico Mike Davis, studioso di città e popolazioni e ambienti collassati, in
un famoso articolo si chiede who will build the Ark; come, con quali forze e
intelligenze, su quali precedenti e contro quali sistemi costruire le
istituzioni, la volontà politica, un paradigma urbano “to raise our imaginations
to the challenge of the Anthropocene”. “Chi” dovrebbe costruire questa arca per
Davis siamo noi, il collettivo umano, in una “regressione verso l’utopia”,
circondati da catastrofi e calamità, effetti del cambiamento climatico e della
disperazione di imperi e sistemi ecocidi. L’alternativa al “noi”, dall’altra
parte dello spettro, è qualcosa che la fantascienza ha spesso immaginato ed
esplorato. Conosciamo le conseguenze quando sono “loro” – keiretsu o megacorps,
i padroni segreti del mondo di Jon Ronson o i miliardari di Douglas Rushkoff in
Survival of the Richest (Norton, 2022), la federazione scandinava di Arpaia o la
Vault-tec di Fallout – a costruirla un’arca. Come bunker o stazione orbitale o
sistema tecnocratico, versioni di ecofortezze a diversi livelli di tecnologia e
di novum, non importa: l’alternativa al “noi” è distopica. Ed è proprio quello
che succede in Silo. Serie di romanzi brevi e racconti, scritti da Hugh Howey,
pubblicati tra il 2011 e il 2013 (in Italia Fanucci, dal 2023), la saga è stata
adattata in una serie Tv, attualmente alla terza stagione, con Rebecca Ferguson
come protagonista. Nel cast anche Rashida Jones, David Oyelowo, Common, Tim
Robbins, Harriet Walter, Avi Nash, Rick Gomez e Chinaza Uche.
In breve. Qualche centinaio di anni nel futuro, poco meno di diecimila persone
vivono in un Silo, una struttura verticale sotterranea composta da 144 piani. Il
bunker è autosufficiente, senza un ascensore. L’elettronica è limitata, risorse
e riproduzione e istruzione sono strettamente controllate, i ricordi delle
persone non vanno oltre una, due generazioni. Nessuno ricorda chi ha costruito
il bunker o chi ha scritto le norme di sopravvivenza e coesistenza civile
chiamate il Patto. Reati comuni vengono puniti duramente e la pena capitale
consiste nell’uscire dal bunker, dotati di una tuta e una scorta di ossigeno,
per “andare a pulire” l’unica telecamera puntata all’esterno in superficie su un
mondo devastato, in cui l’aria è tossica. La popolazione è convinta di
rappresentare gli unici sopravvissuti della razza umana e che un giorno, dopo
altre generazioni di sacrifici, potranno uscire dal silo, raggiungere la
superficie e ricominciare. La struttura fisica e il tessuto narrativo che tiene
insieme la popolazione è un complesso sistema di contenimento fatto di
disinformazione, manipolazione, controllo biopolitico. Questa popolazione è
un’umanità a cui è stata negata la luce del sole e l’aria. La protagonista,
Juliette Nichols, comincia una scalata, reale e figurata, verso la verità e la
superficie, oltre l’apparenza del mito e delle cose.
Shift, secondo libro della saga e fonte principale degli eventi della terza
stagione della serie televisiva, si svolge nell’ambito temporale tipico della
speculative fiction ovvero pochi secondi nel futuro. Il protagonista è un membro
del Congresso, Donald Keene. Il 2050 descritto da Howey è un mondo
riconoscibile, senza grandi crisi o catastrofi di altri romanzi o degli scenari
da climate change della nostra tempolinea. Ci sono tensioni in Medio Oriente
proprio tra Iran e Israele, gli Stati uniti sono ancora una potenza egemone,
l’introduzione di smart nanobot sta permettendo di risolvere “hard problem”
della medicina. Questa pace da eterno presente è apparente. Un complesso di
decine di Silo viene costruito in Georgia, nella contea di Fulton, e sono
studiati ed equipaggiati per la sopravvivenza umana per cinque secoli. Nel
romanzo, in occasione del congresso nazionale del Partito Democratico, un
attacco nucleare spinge delegati e membri eletti a rifugiarsi nei silo. Sono
salvi, controllati, nell’illusione del controllo. Sarà così per generazioni.
“Forse crediamo tutti di poter essere la prima generazione che non morirà»
proseguì, «che vivrà in eterno.» Inarcò le sopracciglia. «Ormai ci aspettiamo di
arrivare a centotrent’anni, magari di più, come se fosse un nostro diritto.
Quindi eccoti la mia teoria…» Si protese verso di lui. Donald era già a disagio
per la piega che aveva preso quella conversazione. «Un tempo i figli erano il
nostro lascito, giusto? La nostra occasione per imbrogliare la morte, per
tramandare piccoli frammenti di noi. Ma adesso speriamo di poter semplicemente
tramandare noi stessi.”[1]
Rimanendo ancora vaghi e oscuri sul dettaglio di trama e svolgimento per evitare
spoiler, nell’ultimo capitolo della saga, Dust, si svolge lo showdown tra i
protagonisti dei primi due capitoli e l’avversario. Il centro dell’azione è il
futuro, quale futuro deve svolgersi per gli abitanti dei Silo. Una volta svelato
l’ultimo mistero e l’ultima verità sullo stato del pianeta, i protagonisti
riuniti e l’ultimo antagonista si adoperano: dalle loro azioni, tutta la trama e
la vicenda, si deciderà il futuro dell’umanità tra i futuri possibili. Un reboot
della civiltà, un antropocene controllato, una qualche forma di plenitude che
riesca a contenere il pensiero dell’estinzione e i mezzi per compierla, il
fallimento del progetto e conseguente estinzione.
È immediato il rimando nella genealogia di temi e trope alla Penultima verità di
Philip Dick. Il velo della realtà che Nicholas St. James e i protagonisti di
Howey devono strappare è simile. Nella saga dei Silo le domande sulla natura
della realtà e l’idea creativa della saga stessa sono arricchite e strutturate
sul rischio esistenziale e le sue accidentali concezioni del tempo. I
protagonisti si avventurano nelle strutture manifeste e segrete, fisiche e
narrative, e la bravura dello scrittore, riconosciuta dal successo avuto, è
questo svolgersi di azione e svelamento, sfida tecnica e fisica e approssimarsi
alla verità nascosta. Nella saga Juliette Nichols, l’elemento divergente nella
popolazione generale, si muove in una civiltà di sopravvissuti senza cultura
perché senza passato, dove oggetti del passato dimenticato sono fuorilegge
perché contengono “idee”. È un’idea creativa rilevante della saga. I fondatori,
i costruttori del Silo, questi salvatori dell’umanità dall’estinzione, devono
anche loro controllare il passato per dominare il futuro. La trama del presente
dell’azione è il campo di battaglia.
Come romanzo dell’Antropocene, Silo svolge la guerra del futuro contro il
passato. L’umanità nel mondo creato da Huwey, una così simile alla nostra,
coglie dall’albero delle tecnologie, altra immagine rilevante tra gli studiosi
del rischio esistenziale, una cosiddetta “biglia nera”, una tecnologia che
quando utilizzata renderà il rischio di estinzione insostenibile. Gli esseri
umani quando inventano qualcosa estraggono da un vaso una tecnologia
rappresentata da una biglia. Le biglie sono di solito bianche, ovvero con
applicazioni positive come gli antibiotici o grigie come ad esempio l’energia
atomica e il suo potenziale “dual use”. Autori come Bostrom ipotizzano
l’esistenza di biglie nere, tecnologie capaci di aumentare il rischio
esistenziale dell’umanità. Una biglia apparentemente grigia viene estratta in
Shift ma presto, molto presto la verità del colore della biglia diventa
manifesta. Questo rischio in Silo è considerato dai Fondatori talmente grave,
talmente imminente, da cominciare a preparare un’arca e interrompere un futuro
per loro inaccettabile. Insieme all’immortalità, il feticcio delle elite è il
controllo del futuro. Entrambi sono sottotraccia e centrali nell’opera di Huwey.
Pur non essendo caratterizzati come contemporanei e più potenti Bond Villain, i
fondatori, oltre le intenzioni, creano nei Silo una cosiddetta Desired Dystopia,
uno degli scenari di grave danno al futuro dell’Umanità. Lettori e lettrici come
i protagonisti scopriranno quale è stato il calcolo dei fondatori, in un esempio
mirabile della capacità della fantascienza di mettere in scena paradigmi e
immaginari: un’apocalisse per evitare un’apocalisse. Prodotto narrativo
probabilmente figlio di piani e scenari della guerra fredda, piani che
prevedevano, per fermare l’avanzata sovietica ad esempio, di usare armi nucleari
tattiche con il risultato di “distruggere la Germania o l’Europa occidentale per
salvare la Germania o l’Europa occidentale” per non rischiare prima una
sconfitta convenzionale e creare deterrenza contro uno scontro nucleare globale.
In Silo la guerra nucleare fa parte dell’inganno. L’ingegnerizzazione della
sopravvivenza è ancella di una Controlled/designed apocalypse.
Howey mette in scena un trope e qualcosa che diventa sempre più evidente in
questa tempolinea: chi organizza per salvare dall’apocalisse è colui che l’ha
causata, in modo diretto e palese, non metaforico.
“Alcune persone sembravano non aver perso la testa. Una di queste era Anna.
Donald scorse il senatore vicino a una tenda più piccola che coordinava il
flusso del traffico. Dove stavano andando? Si sentiva come svuotato, mentre
veniva scortato insieme agli altri. Il cervello impiegò molto a elaborare quello
che aveva visto. Esplosioni nucleari. La vista dal vivo di ciò che era sempre
stato confinato a sgranati filmati di guerra. Bombe vere, che detonavano per
davvero. Vicino. Le aveva viste. Perché non era completamente cieco? Non era
così che succedeva?“[2]
Le differenze tra la serie Tv e il materiale originale sono principalmente nello
svolgimento, nell’esistenza o cancellazione di personaggi. Il nucleo essenziale
della trama, dei temi, delle funzioni narratologiche vengono mantenute e
sviluppate. I romanzi prendono più tempo, i turning point arrivano dopo pagine
di evoluzioni e di dialoghi, rendono meno frenetico il tempo in una ambiente
controllato come un bunker generazionale, la potenza e bellezza del medium
libro. Misteri, il porsi le domande giuste sullo stato del mondo arriva con lo
sviluppo dei personaggi. Ci sono dettagli nelle storie di questi personaggi: i
loro archi sono sovrapposti alle direttrici dei misteri sulla natura e storia
del loro mondo. C’è una grande ironia accidentale forse, quei dettagli che solo
la scrittura come lavoro dell’inconscio riesce a creare. In Shift i primi
abitanti dei Silo sono membri del Partito democratico e i silo sono costruiti in
prossimità del centro congressi che li ospita in una contea, Fulton Country,
centrale nelle polemiche in occasione delle ultime elezioni presidenziali. Nella
serie Tv i primi abitanti sono selezionati, a caso, troppo a caso, comprendendo
almeno due individui provenienti da ogni paese del mondo, un’arca con una
selezione da arca. L’intelligenza artificiale che calcola le possibilità di
sopravvivenza del Silo mostrata nella serie Tv non esiste nei romanzi ma il
nucleo rimane: fa parte di un sistema di controllo, è un altro strumento del
grande inganno. L’altro protagonista, il deputato Keen, nei libri è uno dei
fondatori e costruttori dei Silo, la serie tv lo svolge tra gli innocenti,
negandogli colpa e nucleo tragico. Il controllo ideologico, delle capacità
tecniche, del pensiero è affidato al Judicial. Nella serie è rappresentata come
una forza di polizia per l’ordine pubblico e una polizia politica. Nei romanzi è
una forza più occulta, insidiosa, che non si espone e si muove nell’ombra, più
simile alla psicopolizia orwelliana. È un altro risultato accidentale. Il piano
dei fondatori, la cui sopravvivenza dell’umanità è solo apparentemente
l’obiettivo principale, è quello di contenere il potenziale umano.
I sistemi antiumani, nella storia come nella fiction, subiscono una reazione. Di
questo i Fondatori della serie come i miliardari che costruiscono bunker sono
coscienti. Il protocollo Safeguard e come impedire la sua attivazione è un altro
motore dell’azione. Juliette e come lei i precedenti sindaci e capi rivolta,
viene messa nella posizione di dover svolgere un sacrificio, corpi e vite per il
futuro, un altro futuro possibile quindi incerto, sicuramente omicidiario.
Costretta a un nuovo realismo, in cerca di immaginari e ideali che sono appena
fantasmi, devastati, condizionati, dai reset di memoria. Rimane la teoria dei
giochi nella tattica insurrezionale e una leva per binari incerti. Meme che
resistono, segni che non tutto dell’umano può essere manipolato. È una grande
storia sui limiti del controllo, dei limiti dell’ingegnerizzazione umana, di
quei misteriosi fortunati blocchi che definiscono il libero arbitrio, il gene
della rivolta e della sopravvivenza. Tutto il comportamento di Juliette e dei
suoi compagni manifesta questa resistenza ancestrale, forse l’unica cosa che
impedisce la vera apocalisse: un’altra profonda fine dell’umanità, gli umani che
smettono di essere umani. Questo è il motivo profondo che partecipa del tempo
profondo che attraversa la saga. Quella che appare come una cattedrale
dell’antropocene diventa una fortezza appena ecologica. La sopravvivenza umana
sembra quasi accessoria, quello che i Fondatori fanno è preservare quanto più
possibile della megastruttura accidentale del pianeta di cui scrive in The stack
di Bratton. Nei Silo portano il mindset delle elite da Fine impero, da tardo
capitalismo L’avventura per i personaggi, su e giù per il Silo, dentro e fuori
il contenimento, avanti e indietro nel tempo del futuro interrotto, è aumentare
la componente umana della megastruttura dei Silo.
L’utopia della città sopravvivente perfetta ipotizzata su carta è un panopticon
distopico eterno fino a quando le scorte di lampade per l’agricoltura o
l’Antropocene passi e venga davvero resettato. È un mondo che non è fatto per
gli umani e gli umani non possono non ribellarsi.
“Poi fissò Donald. «Lo sai perché andammo in Iran la prima volta? Il nucleare
non c’entrava niente, te lo assicuro. Ho strisciato in ogni buca che sia mai
stata scavata tra le loro dune, e quei ratti stavano dando la caccia a un tesoro
assai più prezioso del nucleare. Avevano scoperto come attaccarci senza essere
visti, senza doversi far saltare in aria, e senza alcuna ripercussione.» Donald
non era certo di essere autorizzato a sapere quelle cose. «Gli iraniani non
l’avevano scoperto da soli, erano riusciti a mettere le mani su un progetto
israeliano.» Il senatore sorrise. «E noi dovemmo metterci subito al passo».“[3]
La serie è un grande romanzo dell’Endgame: la tecnologia permetterà di vivere
più a lungo, non ci sarà più bisogno di bambini, gli umani sono sempre meno
necessari e l’umanità è “bella” ma è anche troppa. La politica non risolve, non
media, non riesce a creare cooperazione ed è sempre più apocalittica in parole e
azioni. Il tempo è fuor di sesto e passa incontrollato e una vera biglia nera
viene estratta. La soluzione è il Silo, dicono i fondatori, in un distacco quasi
transumano dal resto del collettivo, animati da buoni sentimenti eppure pronti a
creare un inferno sulla terra e un inferno sotto la terra, una versione del
lifeboat scenario. Dove il cielo stellato è diventato un mito, Dio è una parola
dimenticata, gli oggetti dell’infanzia sono archeotech e si stanno esaurendo, il
contenimento dell’umano deve essere continuo pena una nuova, piccola, ennesima
apocalisse. La plenitude contro l’estinzione dell’élite è una follia che porta,
rivolta dopo rivolta, silo dopo silo, sempre più vicini all’estinzione.
La fantascienza distopica come genere nell’Antropocene svolge lo stesso compito
della fiaba per noi, gli abitanti dell’adolescenza tecnologica. Evoca immagini
ed esempi di quello che si sta svolgendo proprio di fronte agli occhi dei
viventi. La saga di Hugh Howey ne è un grande esempio.
1. Hugh Howey, Shift, trad. Giulio Lupieri, Fanucci, 2023 ↑
2. Ibid. ↑
3. Indeed. ↑
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