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Silo, la guerra del futuro contro il presente.
Lo storico Mike Davis, studioso di città e popolazioni e ambienti collassati, in un famoso articolo si chiede who will build the Ark; come, con quali forze e intelligenze, su quali precedenti e contro quali sistemi costruire le istituzioni, la volontà politica, un paradigma urbano “to raise our imaginations to the challenge of the Anthropocene”. “Chi” dovrebbe costruire questa arca per Davis siamo noi, il collettivo umano, in una “regressione verso l’utopia”, circondati da catastrofi e calamità, effetti del cambiamento climatico e della disperazione di imperi e sistemi ecocidi. L’alternativa al “noi”, dall’altra parte dello spettro, è qualcosa che la fantascienza ha spesso immaginato ed esplorato. Conosciamo le conseguenze quando sono “loro” –  keiretsu o megacorps, i padroni segreti del mondo di Jon Ronson o i miliardari di Douglas Rushkoff in Survival of the Richest (Norton, 2022), la federazione scandinava di Arpaia o la Vault-tec di Fallout – a costruirla un’arca. Come bunker o stazione orbitale o sistema tecnocratico, versioni di ecofortezze a diversi livelli di tecnologia e di novum,  non importa: l’alternativa al “noi” è distopica. Ed è proprio quello che succede in Silo. Serie di romanzi brevi e racconti, scritti da Hugh Howey, pubblicati tra il 2011 e il 2013 (in Italia Fanucci, dal 2023), la saga è stata adattata in una serie Tv, attualmente alla terza stagione, con Rebecca Ferguson come protagonista. Nel cast anche Rashida Jones, David Oyelowo, Common, Tim Robbins, Harriet Walter, Avi Nash, Rick Gomez e Chinaza Uche. In breve. Qualche centinaio di anni nel futuro, poco meno di diecimila persone vivono in un Silo, una struttura verticale sotterranea composta da 144 piani. Il bunker è autosufficiente, senza un ascensore. L’elettronica è limitata, risorse e riproduzione e istruzione sono strettamente controllate, i ricordi delle persone non vanno oltre una, due generazioni. Nessuno ricorda chi ha costruito il bunker o chi ha scritto le norme di sopravvivenza e coesistenza civile chiamate il Patto. Reati comuni vengono puniti duramente e la pena capitale consiste nell’uscire dal bunker, dotati di una tuta e una scorta di ossigeno, per “andare a pulire” l’unica telecamera puntata all’esterno in superficie su un mondo devastato, in cui l’aria è tossica. La popolazione è convinta di rappresentare gli unici sopravvissuti della razza umana e che un giorno, dopo altre generazioni di sacrifici, potranno uscire dal silo, raggiungere la superficie e ricominciare. La struttura fisica e il tessuto narrativo che tiene insieme la popolazione è un complesso sistema di contenimento fatto di disinformazione, manipolazione, controllo biopolitico. Questa popolazione è un’umanità a cui è stata negata la luce del sole e l’aria. La protagonista, Juliette Nichols, comincia una scalata, reale e figurata, verso la verità e la superficie, oltre l’apparenza del mito e delle cose. Shift, secondo libro della saga e fonte principale degli eventi della terza stagione della serie televisiva, si svolge nell’ambito temporale tipico della speculative fiction ovvero pochi secondi nel futuro. Il protagonista è un membro del Congresso, Donald Keene. Il 2050 descritto da Howey è un mondo riconoscibile, senza grandi crisi o catastrofi di altri romanzi o degli scenari da climate change della nostra tempolinea. Ci sono tensioni in Medio Oriente proprio tra Iran e Israele, gli Stati uniti sono ancora una potenza egemone, l’introduzione di smart nanobot sta permettendo di risolvere “hard problem” della medicina. Questa pace da eterno presente è apparente. Un complesso di decine di Silo viene costruito in Georgia, nella contea di Fulton, e sono studiati ed equipaggiati per la sopravvivenza umana per cinque secoli. Nel romanzo, in occasione del congresso nazionale del Partito Democratico, un attacco nucleare spinge delegati e membri eletti a rifugiarsi nei silo. Sono salvi, controllati, nell’illusione del controllo. Sarà così per generazioni. “Forse crediamo tutti di poter essere la prima generazione che non morirà» proseguì, «che vivrà in eterno.» Inarcò le sopracciglia. «Ormai ci aspettiamo di arrivare a centotrent’anni, magari di più, come se fosse un nostro diritto. Quindi eccoti la mia teoria…» Si protese verso di lui. Donald era già a disagio per la piega che aveva preso quella conversazione. «Un tempo i figli erano il nostro lascito, giusto? La nostra occasione per imbrogliare la morte, per tramandare piccoli frammenti di noi. Ma adesso speriamo di poter semplicemente tramandare noi stessi.”[1] Rimanendo ancora vaghi e oscuri sul dettaglio di trama e svolgimento per evitare spoiler, nell’ultimo capitolo della saga, Dust, si svolge lo showdown tra i protagonisti dei primi due capitoli e l’avversario. Il centro dell’azione è il futuro, quale futuro deve svolgersi per gli abitanti dei Silo. Una volta svelato l’ultimo mistero e l’ultima verità sullo stato del pianeta, i protagonisti riuniti e l’ultimo antagonista si adoperano: dalle loro azioni, tutta la trama e la vicenda, si deciderà il futuro dell’umanità tra i futuri possibili. Un reboot della civiltà, un antropocene controllato, una qualche forma di plenitude che riesca a contenere il pensiero dell’estinzione e i mezzi per compierla, il fallimento del progetto e conseguente estinzione. È immediato il rimando nella genealogia di temi e trope alla Penultima verità di Philip Dick. Il velo della realtà che Nicholas St. James e i protagonisti di Howey devono strappare è simile. Nella saga dei Silo le domande sulla natura della realtà e l’idea creativa della saga stessa sono arricchite e strutturate sul rischio esistenziale e le sue accidentali concezioni del tempo. I protagonisti si avventurano nelle strutture manifeste e segrete, fisiche e narrative, e la bravura dello scrittore, riconosciuta dal successo avuto, è questo svolgersi di azione e svelamento, sfida tecnica e fisica e approssimarsi alla verità nascosta. Nella saga Juliette Nichols, l’elemento divergente nella popolazione generale, si muove in una civiltà di sopravvissuti senza cultura perché senza passato, dove oggetti del passato dimenticato sono fuorilegge perché contengono “idee”. È un’idea creativa rilevante della saga. I fondatori, i costruttori del Silo, questi salvatori dell’umanità dall’estinzione, devono anche loro controllare il passato per dominare il futuro. La trama del presente dell’azione è il campo di battaglia. Come romanzo dell’Antropocene, Silo svolge la guerra del futuro contro il passato. L’umanità nel mondo creato da Huwey, una così simile alla nostra, coglie dall’albero delle tecnologie, altra immagine rilevante tra gli studiosi del rischio esistenziale, una cosiddetta “biglia nera”, una tecnologia che quando utilizzata renderà il rischio di estinzione insostenibile. Gli esseri umani quando inventano qualcosa estraggono da un vaso una tecnologia rappresentata da una biglia. Le biglie sono di solito bianche, ovvero con applicazioni positive come gli antibiotici o grigie come ad esempio l’energia atomica e il suo potenziale “dual use”. Autori come Bostrom ipotizzano l’esistenza di biglie nere, tecnologie capaci di aumentare il rischio esistenziale dell’umanità. Una biglia apparentemente grigia viene estratta in Shift ma presto, molto presto la verità del colore della biglia diventa manifesta. Questo rischio in Silo è considerato dai Fondatori talmente grave, talmente imminente, da cominciare a preparare un’arca e interrompere un futuro per loro inaccettabile. Insieme all’immortalità, il feticcio delle elite è il controllo del futuro. Entrambi sono sottotraccia e centrali nell’opera di Huwey. Pur non essendo caratterizzati come contemporanei e più potenti Bond Villain, i fondatori, oltre le intenzioni, creano nei Silo una cosiddetta Desired Dystopia, uno degli scenari di grave danno al futuro dell’Umanità. Lettori e lettrici come i protagonisti scopriranno quale è stato il calcolo dei fondatori, in un esempio mirabile della capacità della fantascienza di mettere in scena paradigmi e immaginari: un’apocalisse per evitare un’apocalisse. Prodotto narrativo probabilmente figlio di piani e scenari della guerra fredda, piani che prevedevano, per fermare l’avanzata sovietica ad esempio, di usare armi nucleari tattiche con il risultato di “distruggere la Germania o l’Europa occidentale per salvare la Germania o l’Europa occidentale” per non rischiare prima una sconfitta convenzionale e creare deterrenza contro uno scontro nucleare globale. In Silo la guerra nucleare fa parte dell’inganno. L’ingegnerizzazione della sopravvivenza è ancella di una Controlled/designed apocalypse. Howey mette in scena un trope e qualcosa che diventa sempre più evidente in questa tempolinea: chi organizza per salvare dall’apocalisse è colui che l’ha causata, in modo diretto e palese, non metaforico. “Alcune persone sembravano non aver perso la testa. Una di queste era Anna. Donald scorse il senatore vicino a una tenda più piccola che coordinava il flusso del traffico. Dove stavano andando? Si sentiva come svuotato, mentre veniva scortato insieme agli altri. Il cervello impiegò molto a elaborare quello che aveva visto. Esplosioni nucleari. La vista dal vivo di ciò che era sempre stato confinato a sgranati filmati di guerra. Bombe vere, che detonavano per davvero. Vicino. Le aveva viste. Perché non era completamente cieco? Non era così che succedeva?“[2] Le differenze tra la serie Tv e il materiale originale sono principalmente nello svolgimento, nell’esistenza o cancellazione di personaggi. Il nucleo essenziale della trama, dei temi, delle funzioni narratologiche vengono mantenute e sviluppate. I romanzi prendono più tempo, i turning point arrivano dopo pagine di evoluzioni e di dialoghi, rendono meno frenetico il tempo in una ambiente controllato come un bunker generazionale, la potenza e bellezza del medium libro. Misteri, il porsi le domande giuste sullo stato del mondo arriva con lo sviluppo dei personaggi. Ci sono dettagli nelle storie di questi personaggi: i loro archi sono sovrapposti alle direttrici dei misteri sulla natura e storia del loro mondo. C’è una grande ironia accidentale forse, quei dettagli che solo la scrittura come lavoro dell’inconscio riesce a creare. In Shift i primi abitanti dei Silo sono membri del Partito democratico e i silo sono costruiti in prossimità del centro congressi che li ospita in una contea, Fulton Country, centrale nelle polemiche in occasione delle ultime elezioni presidenziali. Nella serie Tv i primi abitanti sono selezionati, a caso, troppo a caso, comprendendo almeno due individui provenienti da ogni paese del mondo, un’arca con una selezione da arca. L’intelligenza artificiale che calcola le possibilità di sopravvivenza del Silo mostrata nella serie Tv non esiste nei romanzi ma il nucleo rimane: fa parte di un sistema di controllo, è un altro strumento del grande inganno. L’altro protagonista, il deputato Keen, nei libri è uno dei fondatori e costruttori dei Silo, la serie tv lo svolge tra gli innocenti, negandogli colpa e nucleo tragico. Il controllo ideologico, delle capacità tecniche, del pensiero è affidato al Judicial. Nella serie è rappresentata come una forza di polizia per l’ordine pubblico e una polizia politica. Nei romanzi è una forza più occulta, insidiosa, che non si espone e si muove nell’ombra, più simile alla psicopolizia orwelliana. È un altro risultato accidentale. Il piano dei fondatori, la cui sopravvivenza dell’umanità è solo apparentemente l’obiettivo principale, è quello di contenere il potenziale umano. I sistemi antiumani, nella storia come nella fiction, subiscono una reazione. Di questo i Fondatori della serie come i miliardari che costruiscono bunker sono coscienti. Il protocollo Safeguard e come impedire la sua attivazione è un altro motore dell’azione. Juliette e come lei i precedenti sindaci e capi rivolta, viene messa nella posizione di dover svolgere un sacrificio, corpi e vite per il futuro, un altro futuro possibile quindi incerto, sicuramente omicidiario. Costretta a un nuovo realismo, in cerca di immaginari e ideali che sono appena fantasmi, devastati, condizionati, dai reset di memoria. Rimane la teoria dei giochi nella tattica insurrezionale e una leva per binari incerti. Meme che resistono, segni che non tutto dell’umano può essere manipolato. È una grande storia sui limiti del controllo, dei limiti dell’ingegnerizzazione umana, di quei misteriosi fortunati blocchi che definiscono il libero arbitrio, il gene della rivolta e della sopravvivenza. Tutto il comportamento di Juliette e dei suoi compagni manifesta questa resistenza ancestrale, forse l’unica cosa che impedisce la vera apocalisse: un’altra profonda fine dell’umanità, gli umani che smettono di essere umani. Questo è il motivo profondo che partecipa del tempo profondo che attraversa la saga. Quella che appare come una cattedrale dell’antropocene diventa una fortezza appena ecologica. La sopravvivenza umana sembra quasi accessoria, quello che i Fondatori fanno è preservare quanto più possibile della megastruttura accidentale del pianeta di cui scrive in The stack di Bratton. Nei Silo portano il mindset delle elite da Fine impero, da tardo capitalismo L’avventura per i personaggi, su e giù per il Silo, dentro e fuori il contenimento, avanti e indietro nel tempo del futuro interrotto, è aumentare la componente umana della megastruttura dei Silo. L’utopia della città sopravvivente perfetta ipotizzata su carta è un panopticon distopico eterno fino a quando le scorte di lampade per l’agricoltura o l’Antropocene passi e venga davvero resettato. È un mondo che non è fatto per gli umani e gli umani non possono non ribellarsi. “Poi fissò Donald. «Lo sai perché andammo in Iran la prima volta? Il nucleare non c’entrava niente, te lo assicuro. Ho strisciato in ogni buca che sia mai stata scavata tra le loro dune, e quei ratti stavano dando la caccia a un tesoro assai più prezioso del nucleare. Avevano scoperto come attaccarci senza essere visti, senza doversi far saltare in aria, e senza alcuna ripercussione.» Donald non era certo di essere autorizzato a sapere quelle cose. «Gli iraniani non l’avevano scoperto da soli, erano riusciti a mettere le mani su un progetto israeliano.» Il senatore sorrise. «E noi dovemmo metterci subito al passo».“[3] La serie è un grande romanzo dell’Endgame: la tecnologia permetterà di vivere più a lungo, non ci sarà più bisogno di bambini, gli umani sono sempre meno necessari e l’umanità è “bella” ma è anche troppa. La politica non risolve, non media, non riesce a creare cooperazione ed è sempre più apocalittica in parole e azioni. Il tempo è fuor di sesto e passa incontrollato e una vera biglia nera viene estratta. La soluzione è il Silo, dicono i fondatori, in un distacco quasi transumano dal resto del collettivo, animati da buoni sentimenti eppure pronti a creare un inferno sulla terra e un inferno sotto la terra, una versione del lifeboat scenario. Dove il cielo stellato è diventato un mito, Dio è una parola dimenticata, gli oggetti dell’infanzia sono archeotech e si stanno esaurendo, il contenimento dell’umano deve essere continuo pena una nuova, piccola, ennesima apocalisse. La plenitude contro l’estinzione dell’élite è una follia che porta, rivolta dopo rivolta, silo dopo silo, sempre più vicini all’estinzione. La fantascienza distopica come genere nell’Antropocene svolge lo stesso compito della fiaba per noi, gli abitanti dell’adolescenza tecnologica. Evoca immagini ed esempi di quello che si sta svolgendo proprio di fronte agli occhi dei viventi. La saga di Hugh Howey ne è un grande esempio. 1. Hugh Howey, Shift, trad. Giulio Lupieri, Fanucci, 2023 ↑ 2. Ibid. ↑ 3. Indeed. ↑   L'articolo Silo, la guerra del futuro contro il presente. proviene da Pulp Magazine.
September 5, 2026
Pulp Magazine
Sostituzione Meccanica: Philip K. Dick, il Dominio e il Sabotaggio
David Lapoujade, Mondi che cadono a pezzi. Versioni di Philip K. Dick , Torino, Einaudi 2026, pp. 167, Euro 20,00 stampa Come si è potuti arrivare dal Cogito Cartesiano al vero e proprio delirio della filosofia contemporanea? La filosofia del Ventesimo e Ventunesimo secolo, soprattutto nell’opera di alcuni filosofi francesi contemporanei, è una filosofia del delirio, della follia: ci insegna che dobbiamo cominciare a delirare, a uscire dal solco della filosofia convenzionale, se vogliamo andare oltre i rigidi schematismi della realtà sociale ed economica contemporanea. Jacques Derrida proponeva di uscire dalla Metafisica Occidentale decostruendola dal di dentro. Gilles Deleuze e Felix Guattari proponevano di uscire dal capitalismo tramite la schizo-analisi. Questo filosofi sono gli eredi di una tradizione di filosofia anti-metafisica che ha preso le mosse proprio dalla critica del Cogito cartesiano: si arriva a dubitare di tutto, anche della famosa formula “Cogito ergo sum” – “Penso dunque sono”. Perchè, in definitiva la domanda vera è: “Ma io chi sono?” (la stessa domanda che si ponevano gli gnostici…) “E se penso – e qui interviene la svolta filosofica geniale di Philip K. Dick, il suo scetticismo radicale –  siamo sicuri che io sia un essere umano?”   Il sé, che è stato posto a fondamento di tutta la filosofia dal Settecento in poi, potrebbe essere espressione non già di un essere umano, bensì di una cosa pensante. Ma la domanda più drammatica – ripresa da David Lapoujade in questa sua analisi filosofica delle opere di Philip K. Dick –  è: “Che cosa mi assicura che i miei pensieri non provengano da un’entità che ha preso il controllo del mio cervello?” Giustamente Lapoujade, docente di Filosofia presso l’Università di Parigi Panthéon-Sorbonne, allievo di Gilles Deleuze, fa notare l’assonanza tra il nome del protagonista di Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, Deckard, e Descartes, cioè Cartesio. Dunque il Cogito di Cartesio – che fu al centro di una celebre disputa tra Michel Foucault e Jacques Derrida sul Cogito e la follia – subisce un curioso rovesciamento: non più “Penso dunque sono”, ma “Penso dunque sono…una macchina”. Dick introduce le macchine pensanti nelle sue storie, macchine che a poco a poco prendono il sopravvento sugli umani, fino a sostituirli completamente, grazie alla loro abilità nel rispondere al Test di Turing, cioè grazie alla loro abilità nel far credere di essere degli esseri umani, anzi a volte inconsapevoli essi stessi di non essere umani. E per quanto riguarda il celebre Test Voight-Kampff, il Test dell’Empatia inventato da Dick, androidi sempre più sofisticati saranno sempre più bravi a fingere una reazione empatica alle domande….; oppure addirittura arriverà un giorno in cui gli androidi stessi cominceranno ad avere paura di morire, paura di essere “ritirati” o che il loro periodo di vita sia destinato a scadere, e si rivolgeranno al loro Dio (Tyrrel) chiedendogli di prolungargli la vita. Uno di loro addirittura – Roy Batty – arriverà a uccidere il suo Dio. Il Dio degli Androidi viene ucciso. Se non è filosofia questa….   Per arrivare a mettere in dubbio la nostra realtà di tutti i giorni, la realtà fenomenica, è necessario naturalmente assumere un atteggiamento paranoico, un atteggiamento che comincia a manifestarsi in America con il maccartismo e culmina con la Presidenza di Richard Nixon. Qualcuno ha scritto che il vero paranoico si guarda intorno e comincia a sospettare non solo che tutti stiano cospirando contro di lui, ma che tutto stia cospirando contro di lui. Anche le macchine che dovrebbero essere al nostro servizio, gli elettrodomestici o il telefonino, ci spiano continuamente e, con la nuova tecnologia dell’Internet of Things, possono tranquillamente scambiarsi informazioni e letteralmente complottare contro di noi. Quindi facciamo bene a non fidarci delle macchine, facciamo bene ad essere paranoici, anzi, non lo siamo mai abbastanza…. In un futuro non tanto lontano, saremo aspramente rimproverati dal frigorifero o dalla lavatrice perché ci siamo dimenticati di comprare il burro o di mettere l’ammorbidente… A Dick ovviamente, essendo cresciuto nell’America degli anni Cinquanta e Sessanta, in cui la paranoia era ovunque, è bastato accentuare questo atteggiamento innato nell’uomo contemporaneo, per arrivare a dubitare dei fondamenti stessi della realtà, per arrivare a intuire alcune delle problematiche più scottanti del mondo di oggi. Di qui la dirompente carica filosofica dei suoi scritti. In uno dei capitoli del Libro, Lapoujade spiega come per Dick alla base di tutto ci sia la sofferenza, la sofferenza e la solitudine dello scrittore che è troppo avanti rispetto al suo tempo, propone idee che gli altri non riescono neanche a concepire, e questo lo condanna all’isolamento. La vera creatività, la vera originalità la si conquista con la sofferenza, affrontando le innumerevoli umiliazioni che comporta essere uno scrittore di un genere bistrattato come la fantascienza nella California degli anni Settanta, costretto a vivere alle spalle della moglie e per un certo periodo, a nutrirsi di cibo per cani, come lo stesso Philip Dick ha ricordato in alcune interviste. L’ultimo stadio della sofferenza, però, non si raggiunge con la sofferenza umana, ma con la sofferenza di un essere che è assolutamente innocente, dunque dell’animale, che soffre a causa dell’uomo e la cui reazione è di puro dolore, di sofferenza allo stato puro. Il ragno torturato dall’androide Roy Batty, per certi aspetti, ricorda il ragno malvagio con cui si identifica Stavroghin ne I Demoni di Dostoevskij. La sofferenza dell’animale diventa paradigma di un nuovo secolo che si sta avvicinando, nel caso dei Demoni era il Ventesimo secolo con i suoi orrori, che derivano dal nichilismo, nel caso di Ma gli androidi sognano pecore elettriche? si tratta del Ventunesimo secolo, un secolo in cui la sofferenza degli animali e l’ecocidio, la distruzione del pianeta, anzi dell’ ecosfera, è diventata una concreta possibilità….. In vari saggi, Jacques Derrida ha criticato il Cogito di Cartesio, in particolare la nozione cartesiana di animale-macchina, l’affermazione che gli animali siano da considerarsi come delle semplici macchine prive di anima. Rileggendo i testi del seminario di Derrida “La bête et le souverain” (2001-2002), pubblicato nel 2008, in cui il filosofo franco-algerino discute dell’ intelligenza degli animali paragonata all’intelligenza umana, vengono in mente proprio alcune scene di Ma gli androidi sognano pecore elettriche? Viene in mente la voce “Rorarius” nel Dictionnaire Historique et Critique di Pierre Bayle, il grande filosofo precursore dell’Illuminismo, relativa all’umanista del Cinquecento Gerolamo Rorario, nunzio apostolico originario di Pordenone. Rorario scrisse intorno al 1544 il trattato Quod animalia bruta saepe ratione utantur melius homine, sostenendo che gli animali possiedano una forma di ragione strumentale ed empirica, spesso superiore a quella umana, che è invece limitata e incline all’errore. Bayle utilizza la tesi di Rorario per mettere in crisi la concezione cartesiana degli animali-macchina. Cartesio sosteneva che gli animali sono come delle macchine, e dunque sono privi di un’anima: Dick va oltre:  “….dove vanno le anime degli androidi dopo la morte? Ma….se non sono vivi, non possono morire. E se non possono morire, allora saranno con noi sempre. Ma hanno un’anima? E noi, a proposito, ce l’abbiamo?”   (“L’androide e l’umano” 1972). Non solo: leggendo i romanzi di Dick, e in particolare le pagine in cui Dick descrive la sofferenza degli animali (in particolare VALIS, dove la morte ingiustificata del gatto fa vacillare la fede in Dio di Kevin), vengono in mente alcune pagine di Mason&Dixon di Thomas Pynchon, questo bizzarro romanzo storico ambientato nel Settecento, ancora in gran parte inesplorato dalla critica, in cui Pynchon descrive l’anatra meccanica di Jacques de Vaucanson, animale “cartesiano” per eccellenza, e per contrasto alcune pagine di Moby Dick in cui Melville sottolinea la straordinaria intelligenza della Balena Bianca. Insomma, non se ne esce: siamo sempre intrappolati nella vecchia questione delle macchine e degli animali, o degli animali-macchina: Moby Dick soffre, non ci sono dubbi; ma l’anatra di Vaucanson può provare dolore, può provare empatia? Si tratta di uno snodo filosofico fondamentale, della possibilità di estendere il Cogito oltre l’umano, a dei meccanismi creati dall’uomo, che piano piano stanno acquisendo una loro consapevolezza…. L’unica soluzione possibile per contrastare in qualche modo il Dominio assoluto della Tecnologia, sembra essere per Dick l’inganno, la clandestinità, il sabotaggio: “Se, come sembra, stiamo diventando una società totalitaria in cui l’apparato dello Stato sarà onnipotente, i fondamentali principi etici per la sopravvivenza del vero individuo umano saranno: imbrogliare, mentire, fuggire, truffare, procurarsi documenti falsi, costruire nel proprio garage aggeggi elettronici più sofisticati  di quelli in dotazione alle autorità” (“L’androide e l’umano”, 1972). L’unico modo di opporsi al capitalismo contemporaneo, questo meccanismo perfetto che punta a controllare qualsiasi aspetto della nostra vita, a conoscere i nostri pensieri più reconditi – affermò Dick in uno dei suoi famosi discorsi – è attraverso la pratica del sabotaggio: scardinare la società minandone i meccanismi dal di dentro. Se dobbiamo tirare le somme della catastrofe che è stata il Ventesimo Secolo, e delle catastrofi che si preannunciano già nel Ventunesimo, con la possibilità della distruzione totale del pianeta, dell’ecosfera, sullo sfondo di questo disastro si staglia l’unica possibile figura eroica per Dick: il riparatore, il fixer, il bricoleur, colui che in un futuro post atomico sarà in grado di realizzare una radio a galena utilizzando una semplice matita ed alcuni fili di rame… colui che sarà in grado, con mezzi di fortuna di mantenere i contatti con i pochi sopravvissuti all’olocausto nucleare. Il bricoleur, figura ben nota alla filosofia francese, grazie all’opera Il pensiero selvaggio (1962) dell’antropologo Claude Levi-Strauss , è l’eroe quotidiano di Dick, la figura antitetica all’ingegnere o all’uomo-macchina androide. Come scrive lo stesso Lapoujade, per Dick i tuttofare sono le persone più preziose del mondo…. “il bricoleur è l’uomo del tempo di dopo” – l’uomo del dopobomba. “Viene dopo la distruzione. Il bricoleur è l’uomo del futuro.” Non ci dimentichiamo che anche i terroristi dell’11 Settembre si sono comportati da bricoleurs, hanno cioè trasformato un semplice aereo di linea in un missile da scagliare contro uno dei simboli dell’Occidente…. Ecco, magari nel suo prossimo libro, Lapoujade, sulla scia dell’opera “filosofica” Del Terrorismo come una delle Belle Arti di Mario Perniola, ci potrà spiegare anche l’etica e l’estetica del terrorista-bricoleur. Di fronte a questo progresso tecnologico così sofisticato, di fronte alla capacità della scienza di impiantare falsi ricordi nella mente delle persone o degli androidi, ecco che diventa estremamente difficile distinguere tra un umano e una macchina, anzi l’umano comincia a dubitare di essere in realtà un androide, e la macchina se ne va in giro tranquillamente convinta di essere un essere umano. Qui sta la genialità di Dick, una genialità che spazza subito via le assurde disquisizioni su quale sviluppo della tecnologia Dick abbia azzeccato oppure no, rimpiazzandole con una improvvisa consapevolezza. In realtà tutti noi stiamo vivendo nella mente di Philip K. Dick, nel futuro che è stato creato da Philip Dick, siamo prigionieri della sua “fatticità”, stiamo sognando i suoi stessi sogni, i suoi stessi incubi. L'articolo Sostituzione Meccanica: Philip K. Dick, il Dominio e il Sabotaggio proviene da Pulp Magazine.
July 21, 2026
Pulp Magazine