Ian Manook / Avventure e leggerezza
Mi viene da definire Il canto di Haïaganouch un romanzo di avventura. Mi ha
ricordato Il conte di Montecristo, figuriamoci. Ed è strano, visto dove è
ambientato e che cosa racconta: la storia di Agop, giovane armeno fuggito dal
suo paese e rifugiato a Parigi durante la Seconda guerra mondiale. Nel 1947
Stalin fa un appello agli armeni perché ritornino nella loro patria, finalmente
libera e diventata una Repubblica, parte dell’Unione Sovietica. Il Partito
Comunista Francese e alcune associazioni armene promuovono quest’operazione.
Agop è deluso dalle mancate promesse del governo di Vichy, che non ha mantenuto
l’impegno di dare la cittadinanza agli armeni che hanno aiutato i francesi
durante l’occupazione tedesca. È stanco di vedere le scritte fuori gli stranieri
sui muri intorno a dove abita. Nonostante le proteste della moglie turca e dei
figli nati in Francia, Agop si imbarca sul piroscafo Rossia, con la speranza non
solo di trovare il mondo migliore promesso dal comunismo, ma anche di ritrovare
la sorella cieca della moglie, di cui non si hanno più notizie da molto tempo.
Le illusioni non durano molto.
Sulla nave ci sono 3500 persone invece delle 350 che erano state previste (e che
sarebbe la capienza della nave) e, non appena escono dalle acque territoriali
francesi, viene comunicato ai passeggeri che da quel momento saranno in vigore
anche a bordo le leggi sovietiche. Il cibo finisce in fretta, e lo sbarco finale
a Batumi è traumatico, sia perché la città è distrutta, squallida, abbandonata,
sia perché a tutti vengono confiscati i documenti, il denaro e tutti i beni che
avevano portato immaginando una nuova vita. Caricati su dei carri bestiame e
portati a Erevon, la verità comincia a emergere: gli armeni non sono stati
riportati in patria, ma deportati in Unione Sovietica, per poi essere smistati
nei campi di lavoro sparsi per il paese. Campi di lavoro forzato per costruire
ferrovie, scavare miniere, edificare città e contribuire a creare la grande
Unione delle Repubbliche Sovietiche. Alla fame, al freddo, alle condizioni di
lavoro disumane si aggiungono le purghe staliniane, le delazioni, il terrore.
Miracolosamente Agop sopravvive a tutto questo, e abbastanza a lungo perché
Stalin muoia e cominci un nuovo periodo. Altrettanto miracolosamente, e
fortunosamente, riesce a tornare in Francia, aiutato dalle spie con cui aveva
collaborato a Berlino durante la guerra. Miracolosamente anche la cognata cieca,
la poetessa e pianista Haïganouch, a cui avevano ucciso il marito e sottratto il
figlio, è riuscita a ricostruirsi una vita proprio grazie alla sua abilità di
musicista. E il figlio è sano e salvo, e tutti insieme si ritrovano in un lieto
fine tanto bizzarro quanto consolante.
Si rivela così, attraverso le vicende di una famiglia, la natura disordinata,
perfida ma inefficiente, crudele ma disorganizzata, della repressione sovietica
e più in generale di qualsiasi forma di dittatura. Che più cerca di instillare
capillarmente terrore e malfidenza, più fa moltiplicare gli episodi di
solidarietà, di generosità, di aiuto anche a rischio della propria vita.
Mostrando come noi umani, capaci di orrori indicibili e di spietatezze
impensabili, siamo anche capaci di grande resistenza, e di accoglienza,
gentilezza, bontà disinteressata. Si rivela anche il carattere del popolo
armeno, che è sopravvissuto a un tragico genocidio e che è pronto a celebrare la
vita con cibo, alcol e canti, pronto anche a vivere le differenze e integrarsi
nel paese che lo ospita. E pronto a una certa leggerezza, perché la vita è qui e
ora, ed è bene non disperdersi in lamenti e rimpianti ma godere dell’oggi che ci
è dato.
Rimane così, alla fine del romanzo, insieme al senso tragico di un periodo
storico tra i peggiori che l’umanità abbia attraversato (e sì che di periodi
tragici non ne sono mancati), anche il senso dell’avventura, della sfida, della
volontà di resistere alla sopraffazione non solo perché è giusto ma anche per un
“glielo faremo vedere noi, se riescono ad abbatterci”: una rivincita, un
orgoglio che dà forza e coraggio. Agop è una figura in bilico tra il grottesco e
l’eroico, ma proprio per questo siamo dalla sua parte e tifiamo per lui
dall’inzio alla fine. E ci lasciamo trascinare in un mondo in parte vero e in
parte inventato, in cui succedono cose vere e cose inventate: che è il bello
della letteratura, e della lettura.
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