Gioacchino Criaco / Fra thriller e tragedia greca
Servono i testi di saggistica per spiegare e raccontare fenomeni complessi e
articolati come la ’Ndrangheta? Certamente sì. Nel tempo, opportunamente, ne
sono stati pubblicati molti, grazie al lavoro di studiosi come Enzo Ciconte,
Anna Sergi, Nicola Gratteri, Antonio Nicaso, Roberto Violi, Paolo Palma e altri,
fino ad arrivare a Pasquino Crupi che si è soffermato sui riflessi che questa
organizzazione con solide radici agropastorali ha avuto nella letteratura
calabrese. Proprio questo aspetto, il “romanzo”, la “letteratura” riveste un
ruolo del tutto peculiare e decisivo per la conoscenza del fenomeno. I numeri, i
dati “freddi” con la letteratura si rianimano, prendono corpo e voce, si
incarnano anche in storie minime per diventare teatro di vita quotidiana che ci
fa “vedere”, come non fa mai nessun altro sguardo, lo spessore della realtà.
In questo contesto, figura imprescindibile è senza dubbio Gioacchino Criaco,
scrittore oggi sessantenne, nato ad Africo. Affermatosi con prepotenza sulla
scena letteraria italiana con Anime nere, la sua opera prima pubblicata nel 2008
e da cui fu tratto un film che vinse ben nove David di Donatello, Criaco
proviene da una famiglia di pastori, si è laureato in legge a Bologna e, anche
se vive a Milano, ora passa lunghi soggiorni nella sua terra d’origine che
conosce in maniera approfondita.
Dopo un periodo di riflessione e preparazione, in questi giorni, esce un suo
nuovo attesissimo romanzo, Dove canta il cuculo, ideale prosecuzione delle Anime
nere. Lo stile narrativo è quello del noir, come per il precedente, ma la
densità letteraria e filosofica del testo gli conferiscono un’originalità e
un’importanza che lo fa assomigliare più a una narrazione epica. L’Aspromonte,
dopo le fortune letterarie di Corrado Alvaro, in assenza per molti anni di
letterati calabresi di rilievo, è stata da tutti liquidata come la montagna
“aspra” per un malinteso linguistico, dall’asper latino, ma invece è da
considerarsi bianca e lucente (dal greco aspròs) di una luminosità
ineguagliabile. Da qui un tema linguistico, che è anche profondamente culturale,
che ci riporta a riti e usanze ancestrali della cultura calabrese indietro fino
a Omero, prima di Omero.
In questo modo, il lettore di Criaco si trova a seguire i tragici eventi del
noir “guidato” da figure arcaiche e simboliche: la montagna di Aspromonte e il
paese di Africo vecchio. Al loro interno vivono famiglie di tradizione pastorale
che, come piccoli clan, hanno però esteso le loro reti di influenza in tutto il
mondo: a Toronto, in Canada, a Milano, in Gran Bretagna, in Germania e in Sud
America. A guidare e a farci “leggere” i comportamenti e le vicende attraversano
le vite dei protagonisti delle storie che si intrecciano nel libro c’è
l’animale-simbolo che meglio rappresenta il potere e la violenza di questi
contesti, l’apparentemente innocuo cuculo. “Un falco travestito da colomba”
dicevano i pastori. “capace di intimorire gli altri volatili e costringerli ad
allevare la propria prole”. Il cuculo, infatti, individua un nido e vi depone
furtivamente il proprio uovo dopo averne rimosso o mangiato uno della covata
originale.
Forte di una scrittura sicura e vigorosa, Criaco racconta e descrive realtà
minori al limite della civiltà sviluppata e democratica che vivono di leggi e
tradizioni proprie. I protagonisti sono esseri umani intelligenti, spesso colti,
i più giovani hanno studiato all’estero, ma sono completamente amorali. I loro
unici punti di riferimento sono le famiglie. Si esce così dai facili e
superficiali luoghi comuni che parlano di questo sud, segnatamente della
Locride, come di una “terra di malcostume” e si affronta senza ipocrisie il tema
delle faide, delle vendette, delle dinamiche del potere e del controllo sulle
persone e sui territori. Non a caso la narrazione si inaugura con la descrizione
riuscitissima di un agguato, di una battuta di caccia che il pastore tende a un
toro selvatico tutto nero che da tempo insidia e ingravida le sue vacche
pregiudicandone la prole.
Da quel luogo, dai profumi, intensissimi, agrodolci di Aspromonte si salta,
senza soluzione di continuità ad Acapulco. Le persone solo le stesse, in
prevalenza maschi, spesso giovani, che abitano il mondo secondo un’unica legge e
un unico punto di riferimento. Vivono mescolando comportamenti legali e
illegali. Sono legati a filo stretto con imprenditori, politici e funzionari
pubblici, si occupano di agricoltura biologica e di altre attività “virtuose”.
Insomma, sono come dei cuculi. Il mondo è loro perché “loro” sono, in piccolo,
il senso di un mondo di bulli e parassiti basato sull’identità, sulla forza,
sulla gerarchia e sulla vendetta. Solo le donne riusciranno a giocarsi una
possibilità di liberazione da questa gabbia e allora i profumi di Aspromonte
potranno continuare a impregnare felicemente l’aria della montagna luminosa.
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