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Le perverse ecologie del Nucleocene
1. Luoghi e processi in-contaminati 1.1. Sedici luglio 1945. Esattamente oggi, ottantuno anni fa. Deserto di Alamogordo, New Mexico, in territorio Apache tra White Sands National Park e Mescalero Reservation. Trinity Test. Con la detonazione della prima bomba atomica – … Leggi tutto L'articolo Le perverse ecologie del Nucleocene sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Da Oppenheimer a Ulisse: il diritto internazionale che non ha retto al peso della bomba
OTTANTUNO ANNI DOPO HIROSHIMA, TRA ARMI NUCLEARI, GAZA E CRISI DELLE NAZIONI UNITE, IL CINEMA DI CHRISTOPHER NOLAN INTERROGA LA CAPACITÀ DEL DIRITTO DI CONTENERE LA FORZA. Ottantuno anni dopo Hiroshima, il modo più utile di guardare ai due ultimi film di Christopher Nolan non è chiedersi se L’Odissea sia un buon prequel o un buon sequel di Oppenheimer. È chiedersi perché, messi uno accanto all’altro, restituiscano la stessa domanda irrisolta: cosa succede quando l’ingegno umano supera la capacità del diritto di contenerlo, e a chi tocca oggi quella domanda. Oppenheimer guarda il fungo atomico nel deserto del New Mexico e riconosce di essere diventato, con le parole della Bhagavad Gita, morte e distruttore di mondi. L’Ulisse di Nolan, tornato da una guerra vinta con l’inganno del cavallo, si scopre distruttore non di un nemico ma di una civiltà intera. Ma qui il film smette di essere una metafora universale sulla tecnica e diventa, come ha notato lo studioso di letteratura Riccardo Capoferro, qualcosa di molto più preciso. Non è un caso, ha scritto Capoferro, che i greci di questa Odissea parlino un inglese americano colloquiale, che restino tali anche quando interpretati da attori inglesi, che a dare corpo a un Ulisse malinconico e tormentato sia un divo diventato icona proprio interpretando un soldato americano. Sono soldati americani travestiti da greci, e la loro Troia bruciata è la messa in scena del tramonto violento di una potenza bellicista ed espansionista che, rompendo le regole fragili pensate per contenerla, scatena il caos che poi attribuisce a un nemico immaginario: «i popoli del mare siamo noi», per usare le parole con cui Capoferro riassume il cortocircuito del film. HIROSHIMA E IL RITARDO DEL DIRITTO Quando la bomba vera, non quella del film, esplode a Los Alamos nel luglio del 1945, non esiste ancora nessuna architettura di diritto internazionale pensata per un’arma capace di cancellare una città in un lampo. La Carta delle Nazioni Unite, firmata poche settimane prima a San Francisco, parla ancora il linguaggio della guerra convenzionale che l’umanità aveva appena finito di combattere, ed entrerà in vigore solo in autunno. È lo schema che si ripete ogni volta che una tecnica nuova supera la capacità delle istituzioni di anticiparla: lo vediamo oggi con l’intelligenza artificiale, dove la corsa del legislatore europeo a inseguire sistemi che cambiano più in fretta di qualunque regolamento resta, non a caso, la cifra dell’intero dibattito sull’AI Act. Con la bomba atomica, però, quello scarto ha avuto un peso diverso, perché la posta in gioco non era la regolazione di un mercato ma la sopravvivenza della specie, e perché quel ritardo, una volta colmato sulla carta con l’articolo 11 della Costituzione italiana e con la Carta delle Nazioni Unite, avrebbe dovuto chiudersi per sempre. Il punto di questo articolo è che non si è mai davvero chiuso. DALL’IRAQ A GAZA C’è, nella lettura di Capoferro, un secondo livello che merita di essere sviluppato. L’Odisseo di Nolan, osserva ancora Capoferro, è un soldato stanco che non sa più leggere i contesti in cui si muove, incapace di distinguere tra il nemico reale e quello che la propria disgregazione interna gli fa vedere ovunque. È la stessa cecità, sostiene Capoferro, degli Stati Uniti in Iraq, dove sciogliere l’esercito di Saddam Hussein ha contribuito a far nascere l’Isis: la potenza che, credendo di eliminare una minaccia, ne genera una nuova, e attribuisce a un nemico esterno il caos che ha prodotto da sé. Non è un dettaglio da critica cinematografica. È la struttura stessa attraverso cui una potenza egemone racconta le conseguenze delle proprie scelte come se fossero fatalità esterne, sottraendole così a qualunque valutazione, anche giuridica. IL DIRITTO DEL PIÙ FORTE Letta così, la domanda che il film pone non riguarda l’umanità in astratto. Riguarda un soggetto storico riconoscibile, e riguarda il diritto internazionale che quel soggetto ha contribuito a scrivere e che oggi, con la stessa mano, sta smontando. È il tema al centro di un libro uscito proprio in queste settimane, Il diritto del più forte, del giurista Luigi Daniele (Laterza, 2026), che ricostruisce come Stati Uniti e Israele abbiano condotto negli ultimi due anni quello che Daniele chiama, senza mezzi termini, «un nuovo paradigma di violenza destituente, sia armata sia politica» contro l’ordine giuridico internazionale e le Nazioni Unite. Non un’infrazione isolata alle regole, ma un attacco alla loro stessa esistenza come vincolo per chi ha la forza di ignorarle. Se un simile paradigma si è affermato tra il 2023 e il 2025, come sostiene Daniele, l’Occidente non è rimasto spettatore ma ha scelto un campo, ed è la stessa scelta di campo che rende oggi minacciate le strutture giuridiche fondamentali delle democrazie. QUANDO LE SENTENZE NON BASTANO Non è una tesi che nasce nel vuoto istituzionale. Nel 2024 il Sudafrica ha portato Israele davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia accusandolo di violare la Convenzione sul genocidio a Gaza, e la Corte ha adottato più volte misure cautelari, riconoscendo il rischio plausibile di violazioni irreparabili dei diritti tutelati dalla Convenzione, senza che questo abbia inciso sulla condotta delle parti coinvolte né sull’appoggio militare e diplomatico che gli Stati Uniti hanno continuato a garantire. Un provvedimento della più alta giurisdizione delle Nazioni Unite reso, di fatto, ininfluente da chi quella giurisdizione dovrebbe considerare vincolante. È precisamente lo scenario che rende concreta, e non solo teorica, la tesi di un diritto internazionale sistematicamente esautorato dalla propria funzione. Ed è lo stesso disallineamento, su scala diversa, che riguarda l’arma nucleare: già nel 1996 la Corte, chiamata a pronunciarsi sulla liceità della minaccia o dell’uso delle armi nucleari, aveva riconosciuto che un simile uso sarebbe generalmente contrario ai principi del diritto internazionale umanitario, senza poter escludere in modo assoluto casi estremi di legittima difesa; un’ambiguità che i nove Stati dotati di arsenali nucleari continuano a sfruttare, ventinove anni dopo, per considerarsi al di fuori di qualunque vincolo effettivo. L’ARTICOLO 11 E IL FUTURO DEL DIRITTO Questo cambia il senso da dare al ripudio della guerra scritto nell’articolo 11 della nostra Costituzione. Nato dieci mesi dopo Hiroshima e Nagasaki, in un’architettura internazionale che si stava ancora formando attorno alla neonata Carta delle Nazioni Unite, quel principio non è mai stato accompagnato dalla sottoscrizione italiana del Trattato ONU per la proibizione delle armi nucleari, aperto alla firma nel 2017 ed entrato in vigore nel 2021. Per decenni si è potuto leggere quell’assenza come inerzia, come un ritardo nel tradurre in adesione concreta un principio già scritto, in attesa che gli Stati dotati di arsenali nucleari trovassero la via per un disarmo negoziato. Oggi, alla luce di quello che Daniele documenta e che la vicenda della Corte dell’Aia conferma, l’assenza pesa diversamente: non manca solo la firma dell’Italia su un trattato, manca un fronte occidentale disposto a difendere l’architettura giuridica che quel trattato presuppone, nel momento stesso in cui i suoi alleati più stretti la stanno smantellando pezzo per pezzo, a partire da Gaza, dove il genocidio commesso con armi americane apre, come ha ricordato lo storico Omer Bartov, la strada a nuove violenze. IL SEQUEL CHE NON VORREMMO VEDERE Ulisse, nel film di Nolan, riconosce di aver spezzato i legami fragili che tengono insieme gli uomini, e che bruciare le mura di Troia significava bruciare il mondo intero. È la stessa ammissione, spostata di ottant’anni, che il diritto internazionale sembra oggi incapace di pronunciare con altrettanta chiarezza, perché a doverla pronunciare sarebbero proprio i soggetti che quel diritto lo stanno svuotando dall’interno. Se davvero, come scriveva Pasquale Pugliese commentando lo stesso film, dobbiamo temere un sequel che non sarà cinematografico, la domanda non è più soltanto se il diritto arriverà in tempo, come non arrivò in tempo per Hiroshima. È se qualcuno, tra chi ha oggi il potere di applicarlo, abbia ancora una qualunque intenzione di lasciarlo arrivare, o se il compito di tenerlo in vita sia ormai affidato soltanto a chi lo invoca dal basso, senza il potere di farlo rispettare. Fonti * Luigi Daniele, Il diritto del più forte. La distruzione dell’ordine internazionale, Laterza, 2026 — pagina ufficiale dell’editore. Il diritto del più forte – Laterza * Corte Internazionale di Giustizia, South Africa v. Israel, misure cautelari del 26 gennaio 2024 — fonte ufficiale della Corte. South Africa v. Israel – ICJ, provisional measures * Corte Internazionale di Giustizia, ordinanza del 28 marzo 2024 — ulteriore provvedimento sulle misure cautelari. Order of 28 March 2024 – ICJ * Corte Internazionale di Giustizia, Legality of the Threat or Use of Nuclear Weapons, parere consultivo dell’8 luglio 1996 — pagina ufficiale. Legality of the Threat or Use of Nuclear Weapons – ICJ * Riccardo Capoferro, post pubblico, 6 agosto 2026. Francesco Russo
August 7, 2026
Pressenza
Dare concretezza al principio di pace sancito dalla Costituzione tedesca
> La Costituzione tedesca fu approvata nel 1949, ancora sotto l’immediata > influenza della Seconda guerra mondiale, iniziata proprio dalla Germania. > Contiene articoli che puniscono le attività militari di aggressione attuati > dalla Germania. La Costituzione tedesca manca però di concretizzazioni che > potrebbero impedire alla Germania una spirale di escalation militare. SUCCESSI E FALLIMENTI NEL DISARMO NUCLEARE Gli autori della Costituzione hanno ignorato l’inconcepibilità degli attacchi nucleari, nonostante Hiroshima e Nagasaki. L’8 luglio 2026 in oltre 8000 città e Comuni di tutto il mondo è stata issata la bandiera dei Mayors for Peace (Sindaci per la pace). In Germania sono quasi 850 le città che inviano questo segnale per la pace. L’organizzazione è stata fondata nel 1982 dal sindaco di Hiroshima e si impegna per l’abolizione delle armi nucleari. In tutto il mondo ci sono oltre 12.000 testate nucleari, di cui circa 9000 sono classificate come pronte all’uso. È stato ricordato anche il parere della Corte internazionale di giustizia (CIG) dell’Aia sulla legalità delle armi nucleari, pubblicato 30 anni fa – l’8 luglio 1996. Secondo la Corte suprema delle Nazioni Unite, la minaccia e l’uso di armi nucleari sono fondamentalmente incompatibili con le regole del diritto internazionale umanitario. Ciò ha comportato l’obbligo per tutti gli Stati di condurre negoziati in buona fede per un completo disarmo nucleare e di concluderli con successo. Gli Stati dotati di armi nucleari non hanno ancora adempiuto a questo obbligo. Al contrario: attualmente, con un enorme dispendio finanziario, i sistemi d’arma nucleari – anche attraverso l’uso dell’intelligenza artificiale – vengono “modernizzati”, cioè resi sempre più efficaci e pericolosi. “30 anni dopo il parere della Corte Internazionale di Giustizia, non stiamo assistendo ad alcun progresso nel disarmo nucleare, ma ad una nuova fase di riarmo. La Germania non può rassegnarsi. Il governo federale dovrebbe rafforzare il diritto internazionale, impegnarsi per passi concreti verso il disarmo e spianare la strada all’adesione al Trattato delle Nazioni Unite per la proibizione delle armi nucleari “, afferma Juliane Hauschulz, membro del consiglio di amministrazione di ICAN Germania. Il Trattato è stato adottato alle Nazioni Unite nel 2017 da 122 Stati ed è entrato in vigore il 22 gennaio 2021. Nel frattempo, 99 Stati hanno firmato il trattato di divieto, 74 Stati l’hanno ratificato o aderito. “30 anni dopo il parere legale, abbiamo bisogno di una nuova discussione strategica su come continuare il percorso dal divieto all’eliminazione. Mentre gli Stati dotati di armi nucleari continuano ciecamente il loro cammino verso la distruzione finale, il resto del mondo ha bisogno di una nuova tabella di marcia per l’abolizione”, afferma Xanthe Hall, ex Esperta in disarmo dell’IPPNW (Medici per la prevenzione della Guerra Nucleare). Oltre agli Stati dotati di armi nucleari, anche tutti gli Stati della NATO che non possiedono armi nucleari non hanno firmato o ratificato il Trattato. Invece Stati popolosi come Brasile, Malesia, Nigeria, Indonesia, Repubblica Democratica del Congo, Vietnam e Cambogia hanno ratificato il Trattato. IL DISARMO E IL CONTROLLO DEGLI ARMAMENTI NON SONO PIÙ AL CENTRO DELL’ATTENZIONE Con una maggioranza di 2/3, il parlamento federale tedesco uscente ha approvato il 18 Marzo 2025 l’abolizione del freno all’indebitamento. 513 deputati hanno votato – con 207 voti contrari – a favore di un allentamento del freno all’indebitamento nella Costituzione. È stato deciso un aumento significativo delle spese per la difesa e un patrimonio speciale di 100 miliardi di €, tra l’altro per gli interventi infrastrutturali. Con questa decisione, il freno all’indebitamento può essere facilmente aggirato in futuro ad esempio per ulteriori armamenti con una decisione a maggioranza del Bundestag. Ciò significa che non vi è più alcun limite di spesa per i programmi di potenziamento in Germania. Questo è stato deciso rapidamente nel Bundestag senza la necessaria discussione nell’opinione pubblica tedesca. Il cancelliere Friedrich Merz vuole che la Germania abbia il più forte esercito convenzionale d’Europa. Nel frattempo, il governo federale adotta l’obiettivo di armamento della NATO del 5% del prodotto interno lordo e la Germania è ora al 4° posto nel mondo per quanto riguarda la spesa per gli armamenti. La Germania parteciperà anche con una quota elevata agli 800 miliardi previsti dall’UE per il riarmo europeo entro il 2030. Dopo il ritorno dal vertice della NATO ad Ankara, il Cancelliere ha anche comunicato di aver concordato con Donald Trump che la Repubblica federale avrebbe acquistato missili da crociera americani Tomahawk dagli Stati Uniti e che li avrebbe stazionati in Germania. “Stiamo colmando un’importante lacuna strategica nella nostra difesa”, ha detto Merz nella sua dichiarazione governativa. I missili da crociera possono trasportare testate da 450 chilogrammi e combattere obiettivi fortificati come sistemi antiaerei, centri di comando e aeroporti militari. A un’altitudine di volo inferiore a 200 metri, sono difficili da localizzare dai radar avversari e potrebbero raggiungere obiettivi in Russia in pochi minuti distruggendo missili nucleari russi e altre infrastrutture. Si tratta chiaramente di armi offensive che potrebbero indurre la Russia a reagire di conseguenza. Il progetto di armamento è stato concordato senza un’offerta negoziale simultanea alla Russia, come nel caso della doppia decisione della NATO sotto Helmut Schmidt. Inoltre, questa misura di armamento – proprio come il fallito dispiegamento dei missili statunitensi alla fine del 2026 – è avvenuta senza un dibattito pubblico in Germania. Chi pensa ancora al controllo degli armamenti, figuriamoci al disarmo! Il Paese deve diventare “abile alla guerra”, prepararsi alla guerra. La società deve prepararsi a una possibile “guerra difensiva” in tutti gli ambiti della vita. Ciò vale, tra l’altro, per la sanità, l’economia e l’industria, nonché per i settori della comunicazione e della logistica. Sono previste ampie misure di costruzione per bunker e il potenziamento delle linee ferroviarie e dei ponti. La difesa aerea militare deve essere rafforzata per garantire la protezione della società civile e dell’approvvigionamento energetico e idrico. Ciò viene giustificato con l’aggressione russa in Ucraina e dal rischio che la Russia attacchi uno Stato della NATO nel prossimo futuro. Ma questo è piuttosto improbabile, dal momento che la Russia non riesce nemmeno a occupare l’Ucraina da più di quattro anni e l’attacco a uno Stato della NATO innescherebbe la reazione dell’alleanza. La Russia avrebbe quindi a che fare con una netta superiorità militare. Anche la parte europea della NATO – quindi senza gli Stati Uniti – sarebbe significativamente superiore alla Russia in termini di scorte di armi convenzionali e forza militare. LA PACE COME REQUISITO DELLA COSTITUZIONE TEDESCA “Consapevole della sua responsabilità davanti a Dio e agli uomini, animato dalla volontà di servire la pace del mondo come membro a pieno titolo di un’Europa unita, il popolo tedesco si è dato questa Legge fondamentale in virtù del suo potere costituente”, così il preambolo della Legge fondamentale. Carlo Schmidt, il “padre spirituale” di questo testo normativo, ha costruito su un immutato imperativo di pace della Germania nel quadro di un sistema di sicurezza collettiva. Impegnarsi con tutte le forze per la pace. Così hanno fatto gli autori della Costituzione, i sopravvissuti della 2° Guerra mondiale, come imperativo di pace scritto nella Costituzione. L’articolo 26 (1) della Legge fondamentale recita: “Azioni idonee e intraprese con l’intento di turbare la pacifica convivenza dei popoli, in particolare la preparazione di una guerra di aggressione, sono incostituzionali. Devono essere puniti.” Heribert Prantl nel suo libro “Vincere la pace” (2024, 166) afferma: “La Germania e l’Europa non hanno bisogno di capacità belliche, ma di capacità di pace; questa è la lezione della storia europea. La pace non è una formula vuota, una parola di riempimento o un vocabolario di gioielli. È il principio fondamentale della Costituzione”. Tuttavia, fino ad oggi non è stato possibile dare a questo imperativo costituzionale una forma sostenibile, come il principio dello Stato sociale: “La Costituzione include il mandato normativo di mettere l’esistenza di una forza armata in concordanza pratica con il comandamento della pace. Il primato proclamato del riarmo e l’uso eccessivo di fondi pubblici a tal fine spostano questo precario equilibrio nella direzione di un ritorno al militarismo. La Germania ha avuto già due volte eserciti pronti alla guerra. E molto prima dello spargimento di sangue in guerra, inizia la militarizzazione all’interno…Quindi, invece di cercare scuse sul perché la pace sia auspicabile, ma purtroppo impossibile da fare, è necessario difendere la convinzione che la Costituzione dovrebbe servire la pace e non preparare la guerra. Con questo imperativo normativo, i piani per un eccessivo riarmo sono incompatibili. Mettono in pericolo la sicurezza che fingono di servire”, afferma Andreas Engelmann, professore di giurisprudenza presso l’Università del Lavoro di Francoforte e segretario federale dell’Associazione dei giuristi democratici (VDJ). “SICUREZZA COMUNE” COME GUIDA In occasione del vertice straordinario della Conferenza per la sicurezza e la cooperazione (CSCE), il 21 novembre 1990 è stata approvata e firmata la Carta di Parigi. L’obiettivo del documento era ed è la creazione di un nuovo ordine di pace in Europa dopo la fine della guerra fredda e la divisione dell’Europa. “Decidiamo di creare meccanismi per prevenire i conflitti tra gli Stati partecipanti. Cercheremo non solo modi efficaci per prevenire possibili conflitti con mezzi politici, ma anche meccanismi adeguati per la risoluzione pacifica di eventuali controversie, in conformità con il diritto internazionale. Di conseguenza, ci impegniamo a cercare nuove forme di cooperazione in questo settore “, così recita la Carta di Parigi del 1990. Nel suo libro “Conquistare la pace” (2024), il pubblicista Heribert Prantl continua a sostenere questo approccio alla politica di pace: “La ricerca di un ordine di pace paneuropeo, non può e non deve quindi essere considerata una strada sbagliata, un’impresa inutile – anche perché ogni altra strada è così pericolosa da poter portare a una fine dei tempi”. La Commissione Palme del 1982, alla quale hanno partecipato 19 eminenti politici ed esperti dell’Est e dell’Ovest, del Nord e del Sud, tra cui l’ex ministro federale tedesco ed esperto di disarmo Egon Bahr, ha analizzato approfonditamente le conseguenze pericolose per la vita della dottrina della deterrenza nucleare durante l’apice della guerra fredda e ne ha tratto notevoli conclusioni, che ha riassunto in un concetto alternativo di “sicurezza comune”: “Al giorno d’oggi, la sicurezza non può essere ottenuta unilateralmente. Viviamo in un mondo le cui strutture economiche, politiche, culturali e soprattutto militari sono sempre più interdipendenti. La sicurezza della propria nazione non può essere acquistata a spese di altre nazioni”. Il rapporto Palme sulla “sicurezza comune” è un punto di riferimento nelle sue raccomandazioni, soprattutto in tempi di crisi. Ha chiesto il ritorno ai negoziati sul controllo degli armamenti e sul disarmo. Anche se nella situazione attuale sembra difficile rivitalizzare questo concetto, la “sicurezza condivisa” è un concetto che potrebbe promuovere la pace sostenibile e la giustizia climatica. In particolare, la “sicurezza condivisa” apre opportunità per bilanciare interessi geopolitici opposti e aprire una porta ai negoziati. Se ci sia una reale possibilità di riprendere questa strada è attualmente difficile da immaginare alla luce della guerra di aggressione russa contro l’Ucraina, contraria al diritto internazionale. Ma lo sforzo per la pace in Europa non deve essere abbandonato. Nel suo studio “Conseguenze e prevenzione della guerra” (1971), il fisico e filosofo Carl Friedrich von Weizsäcker ha sollecitato una strategia per prevenire la guerra. Le conseguenze di una guerra nucleare in Europa centrale sarebbero esistenziali. Pertanto, sarebbe importante ridurre al minimo il rischio di guerra attraverso il controllo degli armamenti e il disarmo – così von Weizsäcker: “Non abbiamo una prospettiva sufficiente per sopportare una guerra, anzi solo per sopravvivere; siamo obbligati a prevenirla”. Invito alla firma: Disarmo ORA! > L’annuncio del presidente degli Stati Uniti di non schierare nuovi missili da > crociera in Germania è l’occasione per un cambiamento di politica che ponga > fine all’attuale fase di escalation degli armamenti. > > Ci aspettiamo che la Germania prenda immediatamente un’iniziativa per i > negoziati internazionali sul disarmo e sul controllo degli armamenti sotto > l’egida delle Nazioni Unite. Tuttavia, il tentativo di sviluppare nuove armi a > medio raggio con i partner europei non è una soluzione. Conduce direttamente > in un’altra spirale di escalation che deve essere fermata. Ciò aumenta anche > il rischio di una guerra nucleare. I missili ipersonici sono armi d’attacco. > Possono colpire siti di armi nucleari in 10 minuti. Al contrario, questo vale > anche per i missili ipersonici russi. Tuttavia, le sedi negli Stati Uniti non > sono raggiungibili per loro, quindi un primo colpo non sarebbe possibile. > > Contratti sul controllo degli armamenti, canali di comunicazione diretta e > accordi affidabili riducono significativamente il rischio di una guerra > nucleare involontaria. (…) > > Link alla firma:  https://c.org/S4Wfr5kvKN NECESSARIA LA DEFINIZIONE DEL PRECETTO DI PACE L’ex giudice della Corte costituzionale federale, Helmut Simon, ha ripetutamente sottolineato che purtroppo non è stato elaborato concretamente il precetto della pace in modo simile al precetto dello Stato sociale e dello Stato di diritto. Sono stati trascurati soprattutto “la gestione civile dei conflitti e la loro preminenza sull’uso della forza militare”. Simon riteneva “insopportabile che per questo compito fosse disponibile solo una parte infinitesimale delle risorse che spendiamo per l’esercito”. (Frankfurter Rundschau del 06.01.2004) Pertanto, sarebbe necessario dare forma al comandamento della pace. La pace è un compito permanente di “azione politica in un mondo in cui la pace è esistenzialmente necessaria e deve essere riorganizzata ogni giorno in caso di discordia. Avvicinarsi all’ideale può anche significare un progresso completo della civiltà nella politica mondiale e nella storia umana”, afferma Hanne-Margret Birckenbach, ricercatrice della pace e vincitrice del premio per la pace di Gottinga 2023, nel suo libro ” Friedenslogik Verstehen” (2026, 197f.). La pace dovrebbe essere intesa come un “quadro di riferimento integrato all’interno del quale vengono perseguiti obiettivi parziali in materia di diritti umani, politica di sviluppo, politica di sicurezza ed ecologici “. Secondo Birckenbach (2026, 197) sarebbero necessari, tra l’altro di: * un titolo di bilancio fisso che renda trasparenti i fondi federali per lo sviluppo della pace in Germania e per compiti internazionali, * un’istituzionalizzazione possibile attraverso l’istituzione di un ministero per la pace o più realisticamente attraverso compiti concreti di costruzione della pace dei singoli dipartimenti della Repubblica federale, * Formazione di personale competente per l’attuazione della pace, * Fondi dal titolo di bilancio per l’impegno per la pace delle ONG e della società civile. Il precetto di pace della Costituzione e la Carta delle Nazioni Unite sono un importante fondamento per una politica di pace che dovrebbe essere la linea guida per la Repubblica Federale Tedesca. Il percorso intrapreso per il riarmo e la militarizzazione della società in Germania difficilmente corrispondono al comandamento di pace della Costituzione. Nel peggiore dei casi, potrebbe sfociare in una guerra condotta anche con armi nucleari. Pertanto, è urgente tornare almeno ad una politica di sicurezza misurata e ragionevole e ad una difesa militare legata alla diplomazia e alla prevenzione delle crisi. “Una politica di sicurezza razionale richiede investimenti mirati nell’equipaggiamento difensivo delle forze armate – con un effetto deterrente, ma senza aggravare ulteriormente il problema della sicurezza. Il prerequisito centrale per questo è una strategia europea il più possibile coordinata e una rifocalizzazione sull’equilibrio degli interessi, la diplomazia, le misure di rafforzamento della fiducia e il controllo degli armamenti”, afferma Johannes Varwick, politologo dell’Università di Halle-Wittenberg, nel suo libro “Strong for Peace” (2026). Chiede di limitare le spese per la difesa a circa il 2 % del PIL e di adeguare di conseguenza la pianificazione di bilancio. CONCLUSIONE Invece di cadere in un ingiustificato allarmismo e di investire le risorse future delle prossime generazioni in sistemi d’arma aggressivi, si dovrebbe rispettare il comandamento di pace della Costituzione. Costruire una capacità di difesa è legittimo secondo la Costituzione. Tuttavia, l’argomento della deterrenza di installare sistemi d’arma sempre più pericolosi porta a una spirale distruttiva degli armamenti e spesso anche a uno scontro armato. Carl Friedrich von Weizsäcker ha chiarito la necessità della politica di pace già nel 1971: “L’opinione pubblica deve capire che la propria sopravvivenza può dipendere dal fatto che il cambiamento strutturale del mondo, che porta alla pace mondiale politicamente garantita, sia la prima priorità della politica del proprio Paese”. Pertanto, la priorità non dev’essere il riarmo, ma iniziative diplomatiche per il disarmo e il controllo degli armamenti coordinati a livello internazionale, anche se questo sembra in contrasto con lo spirito bellicista dei tempi in questo momento. Questo vale sia per i Paesi occidentali della NATO che per la Russia o la Cina.   Fonti BIRCKENBACH, HANNE-MARGRET (2026): FRIEDENSLOGIK VERSTEHEN. BERLIN: WOCHENSCHAU VERLAG. PRANTL, HERIBERT (2024): FRIEDEN GEWINNEN. HEYNE VERLAG MÜNCHEN: HEYNE VERLAG. VARWICK, JOHANNES (2026): STARK FÜR DEN FRIEDEN. NEU-ISENBURG: WESTEND-VERLAG. WEIZSÄCKER, CARL FRIEDRICH VON (HRSG.) (1971): KRIEGSFOLGEN UND KRIEGSVERHÜTUNG. MÜNCHEN: CARL HANSER VERLAG. -------------------------------------------------------------------------------- Gli autori: Rolf Bader, Laureato in Scienze dell’Educazione, ex ufficiale della Bundeswehr, ex amministratore delegato e membro della Sezione tedesca dell’IPPNW, ricercatore e membro del consiglio direttivo dell’ex Istituto di Psicologia e Ricerca sulla Pace. Curatore del libro «Frieden braucht Gestaltung» (in preparazione, Wochenschau Verlag). Klaus Moegling, Prof. Dr., in pensione; ha insegnato in diverse università e istituti di formazione per insegnanti, da ultimo all’Università di Kassel in qualità di professore presso il Dipartimento di Scienze Sociali. Insieme a Josef Mühlbauer ha curato il volume “Wege zum Frieden” (maggio 2026, casa editrice Westfälisches Dampfboot). Website: https://www.klaus-moegling.de/ -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI FILOMENA SANTORO. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Pressenza New York
July 29, 2026
Pressenza
Il monito di Vik Utopia: tra retorica del conflitto armato e  minaccia globale dell’inverno nucleare
La figura di Vittorio Arrigoni, noto con lo pseudonimo di “Vik Utopia”, rimane uno dei simboli più vividi e controversi del giornalismo sul campo e dell’attivismo nei territori palestinesi. Attraverso i suoi scritti, Arrigoni non si limitava a raccontare la guerra, ma lanciava continui appelli universali, utilizzando un linguaggio denso di urgenza etica e di forte tensione politica. Le sue riflessioni, spesso focalizzate sulle dichiarazioni più intransigenti della politica israeliana – come quelle attribuite a figure della destra nazionalista quali Avigdor Lieberman –, sollevavano interrogativi profondi sulla natura della violenza contemporanea e sulle sue potenziali derive catastrofiche. Analizzare oggi quelle grida d’allarme offre un’importante opportunità di apprendimento storico e scientifico, permettendo di distinguere tra la necessaria decodifica della retorica geopolitica e la comprensione dei reali rischi ecologici che gravano sul nostro pianeta. Nel contesto delle relazioni internazionali e della comunicazione in tempo di crisi, le parole di Arrigoni evidenziano come la percezione della minaccia possa raggiungere livelli di assoluto allarme esistenziale. Dal punto di vista della ricostruzione storica, sebbene esponenti politici israeliani abbiano talvolta invocato l’uso della massima forza militare nei confronti di Gaza, l’ipotesi di un impiego concreto di armi nucleari nell’area non ha mai trovato riscontro nei piani strategici ufficiali. La stessa contiguità geografica e la condivisione dello stesso ecosistema renderebbero un simile atto un’autentica forma di autodistruzione per l’intera regione. Da questa dinamica si apprende quanto sia cruciale, nell’analisi dei conflitti, separare la retorica propagandistica e l’iperbole polemica dalla realtà operativa delle dottrine militari, pur senza mai sottovalutare il peso psicologico e sociale che tali minacce esercitano sulle popolazioni civili. Tuttavia, il legame tracciato da Arrigoni tra il conflitto locale e l’estinzione globale introduce una riflessione di straordinaria attualità scientifica: il concetto di inverno nucleare. Questo scenario, studiato a partire dagli anni Ottanta da scienziati e climatologi, dimostra come la fisica e l’ecologia non conoscano confini politici. I modelli scientifici attuali confermano che anche un conflitto atomico su scala regionale produrrebbe incendi di proporzioni tali da immettere milioni di tonnellate di fuliggine nella stratosfera. Il conseguente oscuramento della luce solare determinerebbe un drastico e repentino abbassamento delle temperature globali, compromettendo i cicli vitali della flora e della fauna e riducendo drasticamente la produttività agricola mondiale. Il collasso degli equilibri della biosfera e la conseguente crisi alimentare planetaria colpirebbero l’umanità intera, dimostrando la fragilità intrinseca delle nostre civiltà e l’interconnessione assoluta di ogni angolo della Terra. L’insegnamento più profondo che si trae da questa complessa narrazione risiede nella necessità di sviluppare una coscienza globale e transdisciplinare. Le grida d’allarme dei testimoni sul campo costringono a riflettere sulla responsabilità collettiva nella gestione del potere tecnologico e militare. Comprendere l’inverno nucleare non significa soltanto analizzare un modello climatico, ma riconoscere che ogni focolaio di violenza porta in sé il rischio di una destabilizzazione irreversibile. La possibilità stessa di una catastrofe nucleare obbliga l’umanità a superare la logica della deterrenza permanente e della contrapposizione armata come strumenti ordinari della politica internazionale. La memoria di Vittorio Arrigoni e del suo impegno per la difesa dei civili richiama una responsabilità che riguarda non soltanto i territori direttamente coinvolti nei conflitti, ma l’intera comunità mondiale. Le guerre contemporanee mostrano infatti come nessun popolo possa considerarsi realmente separato dalle conseguenze delle proprie azioni: le crisi ambientali, le emergenze umanitarie, le migrazioni forzate e il rischio nucleare compongono un unico quadro globale nel quale la sicurezza di ciascuno dipende dalla sicurezza di tutti. Per questo la prevenzione della guerra non può essere considerata un ideale astratto o una semplice aspirazione morale, ma una necessità concreta di sopravvivenza collettiva. Il disarmo nucleare, la diplomazia multilaterale, la tutela dei diritti umani e la costruzione di relazioni internazionali fondate sulla cooperazione rappresentano condizioni indispensabili per evitare che la potenza tecnologica dell’uomo si trasformi nel principale fattore di distruzione della vita sul pianeta. Il messaggio più attuale lasciato da Vik Utopia è dunque un invito a non abituarsi alla guerra, a non considerare inevitabile la violenza e a riconoscere il valore della pace come scelta politica, culturale ed ecologica. La conoscenza scientifica dell’inverno nucleare e la testimonianza umana di chi ha vissuto i conflitti convergono in una stessa consapevolezza: la sopravvivenza dell’umanità richiede una nuova cultura della responsabilità, capace di mettere al centro la dignità delle persone, la salvaguardia della Terra e il diritto delle future generazioni a vivere senza la minaccia permanente dell’annientamento.         Laura Tussi
July 12, 2026
Pressenza
“Siamo polvere di stelle”. La fraternità cosmica come imperativo etico
Il pensiero di Margherita Hack tra astrofisica e pacifismo  L’avventura scientifica del Novecento e dei primi decenni del Duemila ha profondamente ridefinito la posizione dell’essere umano nell’universo, non soltanto grazie ai progressi della ricerca e della tecnologia, ma anche attraverso una radicale rilettura filosofica ed esistenziale delle grandi scoperte astronomiche. In questo contesto, la figura dell’astrofisica Margherita Hack si distingue per aver saputo trasformare le conoscenze sull’evoluzione delle stelle in una riflessione umanistica di straordinaria forza etica e civile. Quando sosteneva che tutta l’umanità ha avuto origine nel cuore delle stelle, Hack non ricorreva a una metafora suggestiva, ma richiamava una realtà scientificamente fondata. Da questa consapevolezza faceva discendere un autentico imperativo morale: il riconoscimento della comune appartenenza dell’intera specie umana a una stessa storia cosmica, che rende ancora più insensata e inaccettabile ogni forma di guerra e, soprattutto, la prospettiva dell’autodistruzione nucleare. Per comprendere la portata di questa visione è necessario partire dal legame materiale che unisce l’evoluzione dell’universo alla nascita della vita sulla Terra. La moderna astrofisica ha dimostrato che gli elementi chimici indispensabili agli organismi viventi – carbonio, ossigeno, calcio, ferro e molti altri – non esistevano nelle primissime fasi dell’universo. Dopo il Big Bang erano presenti quasi esclusivamente idrogeno ed elio. Solo attraverso i processi di fusione nucleare sviluppatisi all’interno delle prime generazioni di stelle e la successiva dispersione di tali elementi nello spazio mediante le esplosioni di supernovae, il mezzo interstellare si è progressivamente arricchito della materia necessaria alla formazione dei pianeti rocciosi e, infine, della vita. La celebre espressione secondo cui siamo “polvere di stelle” non rappresenta quindi un’immagine poetica, ma la sintesi di un dato scientifico. Margherita Hack ne coglieva la straordinaria portata filosofica, osservando come la tavola periodica degli elementi costituisca, in fondo, la vera genealogia dell’umanità. Da questa comune origine materiale prende forma una concezione della sacralità della vita del tutto originale. Pur essendo profondamente laica e rigorosamente razionalista, Hack riconosceva un valore assoluto all’esistenza umana, non perché derivasse da un disegno soprannaturale, ma perché rappresenta il risultato straordinariamente improbabile di quasi quattordici miliardi di anni di evoluzione cosmica. Nell’essere umano la materia dell’universo diventa consapevole di sé stessa: acquisisce la capacità di interrogarsi sulle proprie origini, di comprendere le leggi della natura e di riflettere sul proprio destino. È proprio questa coscienza a rendere la vita immensamente preziosa e, al tempo stesso, estremamente fragile. Se l’universo ha impiegato miliardi di anni per generare una forma di vita capace di conoscere sé stessa, la sua distruzione in un conflitto globale costituirebbe non soltanto il fallimento di una civiltà, ma l’interruzione tragica di un lunghissimo processo evolutivo. Il monito di Margherita Hack contro le armi nucleari si inserisce precisamente in questa prospettiva. Le armi di distruzione di massa sfruttano le stesse forze fondamentali della natura – la fissione e la fusione nucleare – che alimentano le stelle e hanno reso possibile la formazione degli elementi indispensabili alla vita. L’umanità è riuscita a comprendere il linguaggio dell’universo e a dominare il “fuoco delle stelle”, ma ha finito per rivolgere questa immensa potenza contro sé stessa. Per Hack ciò rappresenta uno dei più gravi paradossi della storia umana: utilizzare l’energia che ha reso possibile la nostra esistenza per cancellarla significa rovesciare il senso stesso dell’evoluzione cosmica, trasformando uno strumento di conoscenza e di progresso in un mezzo di annientamento. La minaccia atomica, pertanto, non costituisce soltanto un problema politico o militare, ma assume il significato di una profonda aberrazione etica e di un’offesa alla storia stessa dell’universo. Questa riflessione conduce naturalmente a una concezione della fraternità umana che supera ogni confine nazionale, religioso, culturale o ideologico. Se tutti gli esseri umani condividono la medesima origine cosmica, allora le differenze che spesso alimentano conflitti e discriminazioni appaiono secondarie rispetto alla fondamentale unità della specie. La fratellanza universale non è più soltanto un ideale morale o un’aspirazione utopica, ma trova il proprio fondamento nella realtà fisica che accomuna ogni essere vivente. Il messaggio di Margherita Hack conserva oggi una straordinaria attualità. In un mondo segnato dal riarmo, dal ritorno della deterrenza nucleare e dall’intensificarsi dei conflitti internazionali, la sua lezione invita a guardare oltre gli interessi immediati delle nazioni per assumere una prospettiva autenticamente planetaria. La scienza, lungi dall’essere neutrale rispetto ai destini dell’umanità, diventa così una fonte di responsabilità etica. Sapere di essere figli delle stelle significa riconoscersi parte di un’unica comunità cosmica e assumere il dovere di custodire la vita, il pianeta e il futuro delle generazioni che verranno. Solo così la luce della coscienza, faticosamente accesa nel corso di miliardi di anni di evoluzione, potrà continuare a illuminare il cammino dell’umanità invece di essere spenta dall’irrazionalità della guerra e dalla minaccia dell’autodistruzione nucleare.    Laura Tussi
July 4, 2026
Pressenza
A New York la conferenza del Trattato di non proliferazione: l’ora della verità per il disarmo nucleare
Mentre gli arsenali crescono e le potenze nucleari ignorano i propri obblighi, l’XI Conferenza di revisione del Trattato di Non Proliferazione si apre in un clima di allarme: solo il TPAN offre un percorso concreto verso il disarmo. Dal 27 aprile al 22 maggio si svolge a New York, presso la sede delle Nazioni Unite, l’XI Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (TNP). Rete Pace Disarmo segue con attenzione questo processo come parte della campagna ICAN, Premio Nobel per la Pace 2017, e lo fa con un misto di urgenza e lucidità critica: urgenza, perché il momento non potrebbe essere più grave e lucidità, perché occorre guardare in faccia una realtà scomoda. Un trattato che non funziona più Il TNP è entrato in vigore nel 1970 fondato su una promessa reciproca: i Paesi privi di armi nucleari si impegnavano a non svilupparle, i cinque Stati già dotati di arsenali (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito) si impegnavano a eliminarli. Cinquantasei anni dopo, una parte ha mantenuto la parola, l’altra no. Come documenta in dettaglio il “Cornerstone Report” di ICAN, le potenze nucleari hanno usato le conferenze di revisione del TNP per simulare il rispetto degli obblighi di disarmo, attraverso un linguaggio diplomatico costruito per oscurare piuttosto che comunicare, attraverso processi che sostituiscono l’attività ai risultati, attraverso un catalogo permanente di giustificazioni per cui il disarmo è sempre necessario ma mai ancora possibile. Il fallimento del pilastro del disarmo del TNP non è accidentale: è il prodotto di scelte deliberate da parte di Stati specifici. Le due precedenti conferenze di revisione (nel 2015 e nel 2022) si sono concluse senza nessun documento d’accordo. La terza fallisce già in partenza? È la domanda che aleggia sui lavori di queste settimane. La corsa al riarmo che non si può ignorare I numeri sono incontrovertibili. La spesa militare globale ha raggiunto nel 2025 la cifra record di 2.887 miliardi di dollari, secondo i dati del SIPRI, una cifra che equivale a oltre tredici volte l’ammontare totale degli aiuti allo sviluppo nel mondo. Per la prima volta in decenni, il numero delle testate nucleari nel mondo è in aumento. Nel solo 2024, i nove Stati dotati di armi nucleari hanno speso oltre 100 miliardi di dollari per i loro arsenali: un record storico, quasi 10 miliardi in più rispetto all’anno precedente. Lo ha detto con chiarezza il Segretario Generale dell’ONU António Guterres, aprendo la conferenza il 27 aprile: “Le sciabole nucleari risuonano di nuovo. La sfiducia regna. Le norme conquistate con fatica si stanno erodendo. Il controllo degli armamenti sta morendo.” Un quadro impietoso, pronunciato davanti ai rappresentanti di 191 Stati. “Per troppo tempo il Trattato si è eroso. Gli impegni rimangono inadempiuti. La fiducia e la credibilità si assottigliano,” ha aggiunto Guterres, con un appello diretto: “Dobbiamo infondere nuova vita al Trattato.” E ancora, una domanda retorica rivolta all’intera comunità internazionale: “Abbiamo dimenticato che una guerra nucleare non può essere vinta e non deve essere combattuta? Abbiamo dimenticato che le armi nucleari non rendono nessuno più sicuro?”. I Paesi dotati di armi nucleari non si stanno limitando a mantenere i loro arsenali: li stanno modernizzando, potenziando, adattando alle nuove tecnologie. L’intelligenza artificiale e il calcolo quantistico introducono nuovi fattori di rischio che il TNP, nella sua architettura originaria, non è attrezzato ad affrontare. Alcuni governi stanno apertamente valutando l’acquisizione di armi nucleari. L’Europa discute di nuove alleanze nucleari e di dottrine modificate e il Canada ha annunciato forniture di uranio all’India, potenza nucleare non firmataria del TNP. Tutte notizie e tendenze che destano grande preoccupazione. Un’amnesia collettiva pericolosa Guterres ha evocato un’immagine potente: quella di un’amnesia collettiva che ha preso possesso del mondo. Non è passato molto tempo da quando i bambini si esercitavano ad accovacciarsi sotto i banchi in caso di attacco missilistico. Da quando la corsa agli armamenti nucleari ci aveva costretti a costruire rifugi antiatomici. Da quando i test nucleari distruggevano ambienti incontaminati e comunità vulnerabili. Da quando l’umanità viveva sotto l’ombra di un potenziale Armageddon nucleare. Eppure oggi quella memoria si è dissolta. Ed è in questo vuoto che prosperano le retoriche della deterrenza, le giustificazioni per nuove spese, i rinvii sine die del disarmo. All’apertura della conferenza, fuori dall’aula assembleare, gli hibakusha (i sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki) hanno allestito una mostra per ricordare ai leader le loro responsabilità. Guterres li ha citati con parole di grande intensità morale: “Sono sopravvissuti al peggio che l’umanità aveva da offrire per mostrarci il meglio di essa. Ogni anno sono sempre meno, ma il loro messaggio al mondo non potrebbe essere più attuale e urgente”. E ha concluso con un appello: “Spezziamo l’amnesia collettiva sulle armi nucleari. Rinnoviamo la fiducia in ciò che possiamo raggiungere quando ci uniamo. Agiamo con urgenza per sollevare questa nube che pesa sull’umanità”. La sua sintesi finale risuona come un imperativo politico e morale: “Il disarmo non è la ricompensa della pace. Il disarmo è il fondamento della pace.” Il TPAN: il percorso concreto che esiste già Di fronte allo stallo del TNP, esiste uno strumento che non è interlocutorio e non è schiavo delle retoriche incrociate: il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPAN), in vigore dal gennaio 2021, di cui quest’anno ricorrono i cinque anni dall’entrata in vigore. Come ICAN documenta, la maggioranza dei Paesi del mondo dispone già di una risposta concreta alla crisi del disarmo nucleare: aderire e ratificare il TPAN, il primo strumento giuridicamente vincolante che mette fuori legge in modo esplicito le armi nucleari in tutte le loro fasi (sviluppo, produzione, stoccaggio, trasferimento, uso e minaccia d’uso). Il TPAN non è in contraddizione con il TNP: ne rappresenta l’adempimento più coerente, la traduzione concreta degli obblighi di disarmo dell’articolo VI che le potenze nucleari non hanno mai onorato. Dove il TNP ha promesso e non mantenuto, il TPAN costruisce norme, stigmatizza gli arsenali, crea pressione economica e politica per il disarmo reale. Rete Pace Disarmo chiede all’Italia (che come Paese ospita le armi nucleari della NATO sul proprio territorio, in virtù degli accordi di “nuclear sharing”) di riconsiderare la propria posizione e di aprire un dibattito pubblico, parlamentare e civile sulla partecipazione al TPAN. Non farlo significa essere complici di un sistema che tutti dichiarano di voler superare, ma che nessuno tra i potenti ha il coraggio di abbandonare. L’urgenza di agire Questa non è un’altra conferenza diplomatica di routine. Come ha dichiarato il presidente della conferenza, l’ambasciatore Do Hung Viet del Vietnam: “Il pericolo di una guerra nucleare è percepito e sentito in modo molto più concreto in questi giorni. Una corsa agli armamenti nucleari si sta profilando all’orizzonte”. Il rischio non è astratto. È presente, misurabile, crescente. Rete Pace Disarmo continuerà a seguire, denunciare e mobilitare. Perché il disarmo nucleare non è un’utopia: è una necessità e gli strumenti per perseguirla esistono. Basta avere il coraggio politico di usarli. Rete Italiana Pace e Disarmo
April 30, 2026
Pressenza
Resistenza e nucleare: la lezione del 25 aprile nell’era della minaccia atomica
Nel giorno della Liberazione il tema della memoria della Resistenza si intreccia sempre più spesso con le grandi sfide globali del presente, a partire dal ritorno delle tensioni nucleari e dalla crisi della sicurezza internazionale. In questo scenario, il confronto tra passato e futuro diventa una chiave di lettura per comprendere i limiti della violenza politica e le responsabilità delle democrazie contemporanee. Il nesso tra la memoria della Resistenza antifascista, celebrata in Italia attraverso il Giorno della Liberazione, e il movimento internazionale per il disarmo nucleare costituisce uno dei temi più complessi e moralmente rilevanti della storia politica contemporanea. Tale connessione non è immediatamente evidente sul piano cronologico, poiché la liberazione dal nazifascismo nel 1945 e l’emergere dell’ordine atomico globale appartengono a due momenti storici distinti. Tuttavia, a un’analisi più profonda, essi risultano intimamente legati da una comune riflessione sulla dignità umana, sui limiti morali della violenza politica e sulla responsabilità delle democrazie nel prevenire forme sistemiche di distruzione. La Resistenza europea, e in particolare quella italiana culminata nell’insurrezione del 25 aprile 1945, rappresentò non soltanto la sconfitta militare del fascismo e del nazismo, ma anche l’affermazione di un principio etico e giuridico fondamentale: nessun ordine politico può considerarsi legittimo quando si fonda sulla negazione della persona umana. Il fascismo storico aveva trasformato la violenza in strumento ordinario di governo, legittimando persecuzioni razziali, guerre di aggressione e annientamento sistematico di intere popolazioni. La liberazione segnò dunque l’inizio di una nuova architettura morale internazionale che avrebbe trovato espressione nel Processo di Norimberga, nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e nella nascita delle Nazioni Unite. È tuttavia nello stesso 1945 che l’umanità entrò in una nuova epoca di vulnerabilità assoluta attraverso i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Se i campi di sterminio nazisti avevano mostrato la capacità dello Stato moderno di industrializzare la morte, l’arma nucleare introdusse la possibilità di una distruzione istantanea e potenzialmente universale. La categoria di “genocidio programmato”, pur non appartenendo formalmente al lessico giuridico internazionale, esprime una critica filosofica radicale alla dottrina della deterrenza nucleare: essa presuppone infatti la disponibilità permanente a distruggere indiscriminatamente popolazioni civili come condizione di stabilità geopolitica. In questo senso, la deterrenza si fonda su una razionalità strategica che normalizza l’eventualità dell’annientamento collettivo. Durante la Guerra Fredda tale logica venne formalizzata nella dottrina della mutua distruzione assicurata, secondo cui il possesso reciproco di arsenali nucleari avrebbe impedito il conflitto diretto tra superpotenze. Numerosi teorici delle relazioni internazionali hanno sostenuto che questo equilibrio del terrore abbia effettivamente evitato una guerra mondiale tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Tuttavia, tale argomentazione trascura il costo antropologico e democratico di un sistema internazionale fondato sulla minaccia permanente di sterminio di massa. La deterrenza ha imposto una struttura psicologica e politica globale basata sulla paura, sottraendo alla deliberazione democratica decisioni capaci di determinare la sopravvivenza stessa della civiltà umana. In opposizione a questa logica si sviluppò un vasto movimento transnazionale per la pace, composto da scienziati, medici, leader religiosi, sopravvissuti e attivisti. Albert Schweitzer rappresentò una delle prime grandi coscienze morali dell’era atomica. Con la sua Declaration of Conscience denunciò la normalizzazione dei test nucleari e il rischio di contaminazione planetaria. Analogamente, i sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki, gli Hibakusha, trasformarono la propria sofferenza in testimonianza storica universale, opponendosi alla rimozione politica della catastrofe atomica. Un ruolo cruciale venne svolto anche dalla comunità scientifica e medica internazionale. Le Pugwash Conferences on Science and World Affairs contribuirono a costruire spazi di dialogo durante i momenti più critici della Guerra Fredda, mentre International Physicians for the Prevention of Nuclear War dimostrò scientificamente l’impossibilità di qualsiasi risposta sanitaria adeguata a una guerra atomica, ricevendo il Premio Nobel per la Pace nel 1985. Più recentemente, la International Campaign to Abolish Nuclear Weapons ha rilanciato la centralità del diritto umanitario internazionale contribuendo all’adozione del Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons e ottenendo il Premio Nobel per la Pace nel 2017. Nel contesto italiano, il rapporto tra memoria resistenziale e cultura pacifista ha assunto una particolare profondità. Molti protagonisti della lotta antifascista interpretarono la liberazione non come semplice evento militare concluso, ma come processo permanente di emancipazione dalle strutture della violenza. Sandro Pertini incarnò emblematicamente questa continuità, collegando la propria esperienza partigiana a una critica costante del militarismo contemporaneo. Analogamente, l’ANPI ha spesso richiamato la Costituzione italiana — in particolare l’articolo 11 — come fondamento di una politica internazionale orientata al ripudio della guerra. Sotto il profilo filosofico, il problema fondamentale consiste nella tensione tra sicurezza e umanità. La modernità politica ha spesso giustificato la sospensione dell’etica in nome della sopravvivenza dello Stato. L’arma nucleare radicalizza questa dinamica fino al punto di rendere la sopravvivenza dello Stato potenzialmente incompatibile con quella dell’umanità. Pensatori come Hannah Arendt e Günther Anders hanno mostrato come la capacità tecnica di distruggere il mondo ecceda la capacità morale e politica di assumerne la responsabilità. Il 25 aprile, pertanto, può essere interpretato non soltanto come commemorazione nazionale della liberazione dal fascismo, ma come paradigma universale di resistenza contro ogni sistema politico fondato sulla minaccia della morte collettiva. In questa prospettiva, la lotta contro il fascismo storico e la critica dell’ordine nucleare appartengono a una medesima genealogia etica: quella che pone al centro la tutela della vita umana contro le strutture istituzionalizzate della distruzione. La memoria della liberazione conserva dunque una funzione critica nel presente. In un’epoca segnata dal ritorno delle tensioni nucleari globali, essa ricorda che la pace non può essere costruita sull’equilibrio della paura, ma soltanto su istituzioni giuste, cooperazione internazionale e riconoscimento universale della vulnerabilità umana. La lezione più profonda della Resistenza e del movimento antinucleare converge in una medesima affermazione: nessuna sicurezza è legittima se richiede la possibilità dell’annientamento dell’umanità stessa.  Nota: il paesaggio desolato dopo l’esplosione atomica di Hiroshima. Città devastata dopo il bombardamento atomico da parte degli USA, un orrore inutile perché la guerra era vinta. Quel  paesaggio di rovine segna uno spartiacque nella storia dell’umanità. Solo pochi mesi prima, il 25 aprile 1945, l’Italia festeggiava la liberazione dal fascismo e l’8 maggio anche la Germania avrebbe firmato l’armistizio con gli alleati. Tra quella speranza e l’orrore del 6 e 9 agosto su Hiroshima e Nagasaki, si consuma una drammatica contraddizione: in entrambi i casi, gli Stati Uniti protagonisti di eventi destinati a cambiare il corso del mondo, tra liberazione e distruzione. Laura Tussi
April 25, 2026
Pressenza
26 aprile: Webinar su Chernobyl e «umanicidio»
Discussione promossa da «Disarmisti esigenti» Webinar 40 anni da Chernobyl – prevenire l’umanicidio da nucleare https://us06web.zoom.us/j/89796821634?pwd=Fb36vXVteJqEkJOx8xb1VNC1FdHNBh.1 Domenica 26 aprile – dalle 16 alle 20 Proposta di scaletta (non definitiva, work in progress soggetto a integrazioni e modifiche) per il Webinar promosso dai Disarmisti esigenti: A 40 anni da Chernobyl, oltre l’atomo civile e militare, per il futuro umano della “terrestrità”
La nonviolenza attiva spinge verso il disarmo nucleare universale
Una sensibilità nuova sta emergendo. Nasce dal timore non più remoto che la civiltà umana possa scomparire. Non si tratta di un’allucinazione da racconto di fantascienza, ma di una possibilità studiata e analizzata da scienziati e osservatori internazionali. E tuttavia, dentro questo timore, resiste una fiducia ostinata: che la nonviolenza, sostenuta dalla forza vitale di Eros, rappresenti ancora la strada più ragionevole. Viviamo in un mondo che sembra scivolare verso una “tempesta perfetta”: trattati nucleari logorati, armi sempre più sofisticate e rapide nell’uso, il rischio concreto di un inverno atomico generato anche da un conflitto regionale, capace di oscurare il sole per anni. Nel frattempo, il pianeta supera i propri limiti: ghiacci che si sciolgono improvvisamente, specie che scompaiono in silenzio, oceani che si acidificano come se nessuno dovesse più attraversarli. Alle minacce storiche se ne affiancano di nuove: tecnologie che avanzano più velocemente della nostra capacità etica di governarle, intelligenze artificiali potenzialmente autonome nei fini, biotecnologie capaci di generare pandemie inedite. E l’Orologio dell’Apocalisse, ormai a meno di novanta secondi dalla mezzanotte, continua a ricordarci che il tempo non è infinito. Ma non è per spaventare che si impone questa riflessione. È per affermare che la nonviolenza non è soltanto un ideale generoso: è una necessità. Che il disarmo non è un’utopia: è l’unico modo per evitare che l’umanità documenti la propria fine. Serve, però, chiarezza. Non tutto ciò che si oppone alla guerra è autentico pacifismo. La nonviolenza non accetta il “male minore” della guerra — né della sua preparazione, come la deterrenza — quando sono in gioco vite umane e diritti fondamentali. Allo stesso modo, un movimento per la pace non può farsi trascinare né dalle strategie militari occidentali né dalle logiche oppressive di regimi autoritari. Questo vale anche per l’Iran: si può condannare un’aggressione senza ignorare la repressione interna che colpisce donne e giovani. Definire tutto questo “anti-imperialismo” rischia di diventare una semplificazione che oscura la realtà. Resta aperta anche la questione del nucleare civile, rilanciata proprio mentre si ricorda il disastro di Disastro di Fukushima. Viene presentato come una possibile risposta alla crisi climatica, ma i tempi di sviluppo — ad esempio dei reattori modulari — appaiono incompatibili con l’urgenza attuale. Inoltre, la filiera dell’uranio resta intrinsecamente ambigua, condividendo elementi tra uso civile e militare. E il problema delle scorie continua a rappresentare un’eredità pesante, che non possiamo imporre alle generazioni future. Forse, oggi, ciò di cui abbiamo più bisogno è ritrovare un orientamento. Un filo di sobrietà e responsabilità. Come quando, in una stanza improvvisamente al buio, si accende una candela: non per illuminare tutto, ma per vedere almeno il passo successivo. Perché la nonviolenza, in fondo, è proprio questo: un modo di restare umani mentre tutto intorno sembra spingerci nella direzione opposta.   Laura Tussi
March 22, 2026
Pressenza
Tra paura e multilateralismo
MENTRE LA FRANCIA PUNTA SULL’INTIMIDAZIONE NUCLEARE, LA SPAGNA POTREBBE CONSOLIDARE LA PROPRIA LEADERSHIP MORALE FIRMANDO IL TRATTATO SULLA PROIBIZIONE DELLE ARMI NUCLEARI. Stiamo vivendo un momento critico. Il recente attacco all’Iran non solo esacerba l’instabilità in Medio Oriente, ma ci ricorda anche una scomoda verità: la guerra non offre mai soluzioni sostenibili . Ogni escalation militare apre un ciclo di violenza che ricade sempre sui più vulnerabili e sui meno responsabili. Questa guerra illegale, condotta per interesse personale, come altri conflitti simili nella storia recente, ignora la domanda essenziale: cosa succederà il giorno dopo? Pertanto, da una prospettiva etica, umanitaria e di sicurezza globale, è essenziale respingere in modo inequivocabile questa deriva verso la guerra. In questo contesto, la decisione del governo spagnolo di negare agli Stati Uniti l’uso delle basi aeree di Rota e Morón per i suoi attacchi contro l’Iran è un gesto politicamente significativo. Richiedendo il rigoroso rispetto della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, la Spagna dimostra che la coerenza tra parole, principi e azioni non è solo possibile, ma necessaria. E ora, forse, più necessaria che mai. LA DERIVA NUCLEARE DELLA FRANCIA: UNA MINACCIA AL MULTILATERALISMO Mentre la Spagna rafforza il suo impegno nei confronti del diritto internazionale, la Francia si sta muovendo nella direzione opposta. Il presidente Emmanuel Macron ha annunciato un aumento dell’arsenale nucleare francese e il dispiegamento temporaneo di aerei con capacità nucleare in otto paesi europei, nell’ambito di una strategia di ” deterrenza avanzata “. La sua affermazione secondo cui ” per essere liberi, bisogna essere temuti ” rivela una visione del mondo profondamente problematica. Questa logica di paura e intimidazione non è solo pericolosa: è incompatibile con il multilateralismo, lo stato di diritto e la sicurezza umana . La dottrina francese contempla persino la possibilità di un ” attacco nucleare di avvertimento ” se un aggressore interpreta male i suoi interessi vitali. Vale a dire, rompere il tabù nucleare e utilizzare esplicitamente la minaccia nucleare come strumento pedagogico, non contro un attacco nucleare, ma contro uno convenzionale. In altre parole, se la deterrenza nucleare fallisce e viene attaccata, la Francia ricorrerebbe a un attacco nucleare per “ripristinare la deterrenza”. La deterrenza nucleare si basa su una premessa inquietante: che la natura umana sia intrinsecamente violenta e che solo la possibilità di una distruzione di massa impedisca il conflitto. La storia, tuttavia, dimostra il contrario. La militarizzazione estrema non genera stabilità, ma piuttosto sfiducia, escalation e, in ultima analisi, guerra. Lungi dal proteggere il mondo, le armi nucleari hanno avvelenato le relazioni internazionali e incoraggiato l’aggressione sotto il manto dell’impunità. LA SPAGNA E IL “RIARMO MORALE”: UN’ALTERNATIVA NECESSARIA In contrasto con questa visione, la Spagna sta tracciando una strada diversa. Una strada basata sulla diplomazia preventiva , sul rafforzamento del diritto internazionale e sulla cooperazione per la pace. Alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, il presidente Pedro Sánchez ha esplicitamente respinto la deterrenza nucleare, definendola una strategia costosa e rischiosa e, in definitiva, incompatibile con una moderna nozione di sicurezza. “Non è una garanzia”, ha avvertito, “ma una scommessa”. La sua proposta di “riarmo morale” non è vuota retorica. È un invito a ridefinire la sicurezza sulla base di empatia, umanità condivisa e forza istituzionale. Non basta denunciare i rischi delle armi nucleari; è anche necessario mettere in discussione la logica che le giustifica. IL PASSO DECISIVO: LA FIRMA DEL TRATTATO SULLA PROIBIZIONE DELLE ARMI NUCLEARI Se la Spagna vuole consolidare questa leadership etica e politica, deve compiere il passo mancante: aderire al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPAN) , come hanno già fatto 99 paesi. Questo Trattato è uno strumento giuridico e morale che mira a un cambiamento normativo : consente la stigmatizzazione delle armi nucleari, privandole di prestigio e avviando la loro abolizione, come è accaduto con le armi chimiche e biologiche, o persino con la schiavitù. La sua firma allineerebbe la politica di sicurezza spagnola ai suoi valori democratici e al suo dichiarato impegno per il multilateralismo. UN FARO IN TEMPI DI RISCHIO ESISTENZIALE L’Orologio dell’Apocalisse segna oggi 85 secondi a mezzanotte, il più grande rischio di annientamento umano nella storia. In questo scenario, la Spagna può – e deve – diventare un modello internazionale. Non perché sia una potenza militare, ma perché può dimostrare che la pace e la libertà non si basano sulla paura , come sostiene la Francia, ma sulla giustizia, la cooperazione e l’umanità. L’opportunità c’è. La domanda è se avremo il coraggio politico e morale di coglierla. Firmare la petizione Carlos Umaña
March 4, 2026
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