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Il monito di Vik Utopia: tra retorica del conflitto armato e  minaccia globale dell’inverno nucleare
La figura di Vittorio Arrigoni, noto con lo pseudonimo di “Vik Utopia”, rimane uno dei simboli più vividi e controversi del giornalismo sul campo e dell’attivismo nei territori palestinesi. Attraverso i suoi scritti, Arrigoni non si limitava a raccontare la guerra, ma lanciava continui appelli universali, utilizzando un linguaggio denso di urgenza etica e di forte tensione politica. Le sue riflessioni, spesso focalizzate sulle dichiarazioni più intransigenti della politica israeliana – come quelle attribuite a figure della destra nazionalista quali Avigdor Lieberman –, sollevavano interrogativi profondi sulla natura della violenza contemporanea e sulle sue potenziali derive catastrofiche. Analizzare oggi quelle grida d’allarme offre un’importante opportunità di apprendimento storico e scientifico, permettendo di distinguere tra la necessaria decodifica della retorica geopolitica e la comprensione dei reali rischi ecologici che gravano sul nostro pianeta. Nel contesto delle relazioni internazionali e della comunicazione in tempo di crisi, le parole di Arrigoni evidenziano come la percezione della minaccia possa raggiungere livelli di assoluto allarme esistenziale. Dal punto di vista della ricostruzione storica, sebbene esponenti politici israeliani abbiano talvolta invocato l’uso della massima forza militare nei confronti di Gaza, l’ipotesi di un impiego concreto di armi nucleari nell’area non ha mai trovato riscontro nei piani strategici ufficiali. La stessa contiguità geografica e la condivisione dello stesso ecosistema renderebbero un simile atto un’autentica forma di autodistruzione per l’intera regione. Da questa dinamica si apprende quanto sia cruciale, nell’analisi dei conflitti, separare la retorica propagandistica e l’iperbole polemica dalla realtà operativa delle dottrine militari, pur senza mai sottovalutare il peso psicologico e sociale che tali minacce esercitano sulle popolazioni civili. Tuttavia, il legame tracciato da Arrigoni tra il conflitto locale e l’estinzione globale introduce una riflessione di straordinaria attualità scientifica: il concetto di inverno nucleare. Questo scenario, studiato a partire dagli anni Ottanta da scienziati e climatologi, dimostra come la fisica e l’ecologia non conoscano confini politici. I modelli scientifici attuali confermano che anche un conflitto atomico su scala regionale produrrebbe incendi di proporzioni tali da immettere milioni di tonnellate di fuliggine nella stratosfera. Il conseguente oscuramento della luce solare determinerebbe un drastico e repentino abbassamento delle temperature globali, compromettendo i cicli vitali della flora e della fauna e riducendo drasticamente la produttività agricola mondiale. Il collasso degli equilibri della biosfera e la conseguente crisi alimentare planetaria colpirebbero l’umanità intera, dimostrando la fragilità intrinseca delle nostre civiltà e l’interconnessione assoluta di ogni angolo della Terra. L’insegnamento più profondo che si trae da questa complessa narrazione risiede nella necessità di sviluppare una coscienza globale e transdisciplinare. Le grida d’allarme dei testimoni sul campo costringono a riflettere sulla responsabilità collettiva nella gestione del potere tecnologico e militare. Comprendere l’inverno nucleare non significa soltanto analizzare un modello climatico, ma riconoscere che ogni focolaio di violenza porta in sé il rischio di una destabilizzazione irreversibile. La possibilità stessa di una catastrofe nucleare obbliga l’umanità a superare la logica della deterrenza permanente e della contrapposizione armata come strumenti ordinari della politica internazionale. La memoria di Vittorio Arrigoni e del suo impegno per la difesa dei civili richiama una responsabilità che riguarda non soltanto i territori direttamente coinvolti nei conflitti, ma l’intera comunità mondiale. Le guerre contemporanee mostrano infatti come nessun popolo possa considerarsi realmente separato dalle conseguenze delle proprie azioni: le crisi ambientali, le emergenze umanitarie, le migrazioni forzate e il rischio nucleare compongono un unico quadro globale nel quale la sicurezza di ciascuno dipende dalla sicurezza di tutti. Per questo la prevenzione della guerra non può essere considerata un ideale astratto o una semplice aspirazione morale, ma una necessità concreta di sopravvivenza collettiva. Il disarmo nucleare, la diplomazia multilaterale, la tutela dei diritti umani e la costruzione di relazioni internazionali fondate sulla cooperazione rappresentano condizioni indispensabili per evitare che la potenza tecnologica dell’uomo si trasformi nel principale fattore di distruzione della vita sul pianeta. Il messaggio più attuale lasciato da Vik Utopia è dunque un invito a non abituarsi alla guerra, a non considerare inevitabile la violenza e a riconoscere il valore della pace come scelta politica, culturale ed ecologica. La conoscenza scientifica dell’inverno nucleare e la testimonianza umana di chi ha vissuto i conflitti convergono in una stessa consapevolezza: la sopravvivenza dell’umanità richiede una nuova cultura della responsabilità, capace di mettere al centro la dignità delle persone, la salvaguardia della Terra e il diritto delle future generazioni a vivere senza la minaccia permanente dell’annientamento.         Laura Tussi
July 12, 2026
Pressenza
“Siamo polvere di stelle”. La fraternità cosmica come imperativo etico
Il pensiero di Margherita Hack tra astrofisica e pacifismo  L’avventura scientifica del Novecento e dei primi decenni del Duemila ha profondamente ridefinito la posizione dell’essere umano nell’universo, non soltanto grazie ai progressi della ricerca e della tecnologia, ma anche attraverso una radicale rilettura filosofica ed esistenziale delle grandi scoperte astronomiche. In questo contesto, la figura dell’astrofisica Margherita Hack si distingue per aver saputo trasformare le conoscenze sull’evoluzione delle stelle in una riflessione umanistica di straordinaria forza etica e civile. Quando sosteneva che tutta l’umanità ha avuto origine nel cuore delle stelle, Hack non ricorreva a una metafora suggestiva, ma richiamava una realtà scientificamente fondata. Da questa consapevolezza faceva discendere un autentico imperativo morale: il riconoscimento della comune appartenenza dell’intera specie umana a una stessa storia cosmica, che rende ancora più insensata e inaccettabile ogni forma di guerra e, soprattutto, la prospettiva dell’autodistruzione nucleare. Per comprendere la portata di questa visione è necessario partire dal legame materiale che unisce l’evoluzione dell’universo alla nascita della vita sulla Terra. La moderna astrofisica ha dimostrato che gli elementi chimici indispensabili agli organismi viventi – carbonio, ossigeno, calcio, ferro e molti altri – non esistevano nelle primissime fasi dell’universo. Dopo il Big Bang erano presenti quasi esclusivamente idrogeno ed elio. Solo attraverso i processi di fusione nucleare sviluppatisi all’interno delle prime generazioni di stelle e la successiva dispersione di tali elementi nello spazio mediante le esplosioni di supernovae, il mezzo interstellare si è progressivamente arricchito della materia necessaria alla formazione dei pianeti rocciosi e, infine, della vita. La celebre espressione secondo cui siamo “polvere di stelle” non rappresenta quindi un’immagine poetica, ma la sintesi di un dato scientifico. Margherita Hack ne coglieva la straordinaria portata filosofica, osservando come la tavola periodica degli elementi costituisca, in fondo, la vera genealogia dell’umanità. Da questa comune origine materiale prende forma una concezione della sacralità della vita del tutto originale. Pur essendo profondamente laica e rigorosamente razionalista, Hack riconosceva un valore assoluto all’esistenza umana, non perché derivasse da un disegno soprannaturale, ma perché rappresenta il risultato straordinariamente improbabile di quasi quattordici miliardi di anni di evoluzione cosmica. Nell’essere umano la materia dell’universo diventa consapevole di sé stessa: acquisisce la capacità di interrogarsi sulle proprie origini, di comprendere le leggi della natura e di riflettere sul proprio destino. È proprio questa coscienza a rendere la vita immensamente preziosa e, al tempo stesso, estremamente fragile. Se l’universo ha impiegato miliardi di anni per generare una forma di vita capace di conoscere sé stessa, la sua distruzione in un conflitto globale costituirebbe non soltanto il fallimento di una civiltà, ma l’interruzione tragica di un lunghissimo processo evolutivo. Il monito di Margherita Hack contro le armi nucleari si inserisce precisamente in questa prospettiva. Le armi di distruzione di massa sfruttano le stesse forze fondamentali della natura – la fissione e la fusione nucleare – che alimentano le stelle e hanno reso possibile la formazione degli elementi indispensabili alla vita. L’umanità è riuscita a comprendere il linguaggio dell’universo e a dominare il “fuoco delle stelle”, ma ha finito per rivolgere questa immensa potenza contro sé stessa. Per Hack ciò rappresenta uno dei più gravi paradossi della storia umana: utilizzare l’energia che ha reso possibile la nostra esistenza per cancellarla significa rovesciare il senso stesso dell’evoluzione cosmica, trasformando uno strumento di conoscenza e di progresso in un mezzo di annientamento. La minaccia atomica, pertanto, non costituisce soltanto un problema politico o militare, ma assume il significato di una profonda aberrazione etica e di un’offesa alla storia stessa dell’universo. Questa riflessione conduce naturalmente a una concezione della fraternità umana che supera ogni confine nazionale, religioso, culturale o ideologico. Se tutti gli esseri umani condividono la medesima origine cosmica, allora le differenze che spesso alimentano conflitti e discriminazioni appaiono secondarie rispetto alla fondamentale unità della specie. La fratellanza universale non è più soltanto un ideale morale o un’aspirazione utopica, ma trova il proprio fondamento nella realtà fisica che accomuna ogni essere vivente. Il messaggio di Margherita Hack conserva oggi una straordinaria attualità. In un mondo segnato dal riarmo, dal ritorno della deterrenza nucleare e dall’intensificarsi dei conflitti internazionali, la sua lezione invita a guardare oltre gli interessi immediati delle nazioni per assumere una prospettiva autenticamente planetaria. La scienza, lungi dall’essere neutrale rispetto ai destini dell’umanità, diventa così una fonte di responsabilità etica. Sapere di essere figli delle stelle significa riconoscersi parte di un’unica comunità cosmica e assumere il dovere di custodire la vita, il pianeta e il futuro delle generazioni che verranno. Solo così la luce della coscienza, faticosamente accesa nel corso di miliardi di anni di evoluzione, potrà continuare a illuminare il cammino dell’umanità invece di essere spenta dall’irrazionalità della guerra e dalla minaccia dell’autodistruzione nucleare.    Laura Tussi
July 4, 2026
Pressenza
A New York la conferenza del Trattato di non proliferazione: l’ora della verità per il disarmo nucleare
Mentre gli arsenali crescono e le potenze nucleari ignorano i propri obblighi, l’XI Conferenza di revisione del Trattato di Non Proliferazione si apre in un clima di allarme: solo il TPAN offre un percorso concreto verso il disarmo. Dal 27 aprile al 22 maggio si svolge a New York, presso la sede delle Nazioni Unite, l’XI Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (TNP). Rete Pace Disarmo segue con attenzione questo processo come parte della campagna ICAN, Premio Nobel per la Pace 2017, e lo fa con un misto di urgenza e lucidità critica: urgenza, perché il momento non potrebbe essere più grave e lucidità, perché occorre guardare in faccia una realtà scomoda. Un trattato che non funziona più Il TNP è entrato in vigore nel 1970 fondato su una promessa reciproca: i Paesi privi di armi nucleari si impegnavano a non svilupparle, i cinque Stati già dotati di arsenali (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito) si impegnavano a eliminarli. Cinquantasei anni dopo, una parte ha mantenuto la parola, l’altra no. Come documenta in dettaglio il “Cornerstone Report” di ICAN, le potenze nucleari hanno usato le conferenze di revisione del TNP per simulare il rispetto degli obblighi di disarmo, attraverso un linguaggio diplomatico costruito per oscurare piuttosto che comunicare, attraverso processi che sostituiscono l’attività ai risultati, attraverso un catalogo permanente di giustificazioni per cui il disarmo è sempre necessario ma mai ancora possibile. Il fallimento del pilastro del disarmo del TNP non è accidentale: è il prodotto di scelte deliberate da parte di Stati specifici. Le due precedenti conferenze di revisione (nel 2015 e nel 2022) si sono concluse senza nessun documento d’accordo. La terza fallisce già in partenza? È la domanda che aleggia sui lavori di queste settimane. La corsa al riarmo che non si può ignorare I numeri sono incontrovertibili. La spesa militare globale ha raggiunto nel 2025 la cifra record di 2.887 miliardi di dollari, secondo i dati del SIPRI, una cifra che equivale a oltre tredici volte l’ammontare totale degli aiuti allo sviluppo nel mondo. Per la prima volta in decenni, il numero delle testate nucleari nel mondo è in aumento. Nel solo 2024, i nove Stati dotati di armi nucleari hanno speso oltre 100 miliardi di dollari per i loro arsenali: un record storico, quasi 10 miliardi in più rispetto all’anno precedente. Lo ha detto con chiarezza il Segretario Generale dell’ONU António Guterres, aprendo la conferenza il 27 aprile: “Le sciabole nucleari risuonano di nuovo. La sfiducia regna. Le norme conquistate con fatica si stanno erodendo. Il controllo degli armamenti sta morendo.” Un quadro impietoso, pronunciato davanti ai rappresentanti di 191 Stati. “Per troppo tempo il Trattato si è eroso. Gli impegni rimangono inadempiuti. La fiducia e la credibilità si assottigliano,” ha aggiunto Guterres, con un appello diretto: “Dobbiamo infondere nuova vita al Trattato.” E ancora, una domanda retorica rivolta all’intera comunità internazionale: “Abbiamo dimenticato che una guerra nucleare non può essere vinta e non deve essere combattuta? Abbiamo dimenticato che le armi nucleari non rendono nessuno più sicuro?”. I Paesi dotati di armi nucleari non si stanno limitando a mantenere i loro arsenali: li stanno modernizzando, potenziando, adattando alle nuove tecnologie. L’intelligenza artificiale e il calcolo quantistico introducono nuovi fattori di rischio che il TNP, nella sua architettura originaria, non è attrezzato ad affrontare. Alcuni governi stanno apertamente valutando l’acquisizione di armi nucleari. L’Europa discute di nuove alleanze nucleari e di dottrine modificate e il Canada ha annunciato forniture di uranio all’India, potenza nucleare non firmataria del TNP. Tutte notizie e tendenze che destano grande preoccupazione. Un’amnesia collettiva pericolosa Guterres ha evocato un’immagine potente: quella di un’amnesia collettiva che ha preso possesso del mondo. Non è passato molto tempo da quando i bambini si esercitavano ad accovacciarsi sotto i banchi in caso di attacco missilistico. Da quando la corsa agli armamenti nucleari ci aveva costretti a costruire rifugi antiatomici. Da quando i test nucleari distruggevano ambienti incontaminati e comunità vulnerabili. Da quando l’umanità viveva sotto l’ombra di un potenziale Armageddon nucleare. Eppure oggi quella memoria si è dissolta. Ed è in questo vuoto che prosperano le retoriche della deterrenza, le giustificazioni per nuove spese, i rinvii sine die del disarmo. All’apertura della conferenza, fuori dall’aula assembleare, gli hibakusha (i sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki) hanno allestito una mostra per ricordare ai leader le loro responsabilità. Guterres li ha citati con parole di grande intensità morale: “Sono sopravvissuti al peggio che l’umanità aveva da offrire per mostrarci il meglio di essa. Ogni anno sono sempre meno, ma il loro messaggio al mondo non potrebbe essere più attuale e urgente”. E ha concluso con un appello: “Spezziamo l’amnesia collettiva sulle armi nucleari. Rinnoviamo la fiducia in ciò che possiamo raggiungere quando ci uniamo. Agiamo con urgenza per sollevare questa nube che pesa sull’umanità”. La sua sintesi finale risuona come un imperativo politico e morale: “Il disarmo non è la ricompensa della pace. Il disarmo è il fondamento della pace.” Il TPAN: il percorso concreto che esiste già Di fronte allo stallo del TNP, esiste uno strumento che non è interlocutorio e non è schiavo delle retoriche incrociate: il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPAN), in vigore dal gennaio 2021, di cui quest’anno ricorrono i cinque anni dall’entrata in vigore. Come ICAN documenta, la maggioranza dei Paesi del mondo dispone già di una risposta concreta alla crisi del disarmo nucleare: aderire e ratificare il TPAN, il primo strumento giuridicamente vincolante che mette fuori legge in modo esplicito le armi nucleari in tutte le loro fasi (sviluppo, produzione, stoccaggio, trasferimento, uso e minaccia d’uso). Il TPAN non è in contraddizione con il TNP: ne rappresenta l’adempimento più coerente, la traduzione concreta degli obblighi di disarmo dell’articolo VI che le potenze nucleari non hanno mai onorato. Dove il TNP ha promesso e non mantenuto, il TPAN costruisce norme, stigmatizza gli arsenali, crea pressione economica e politica per il disarmo reale. Rete Pace Disarmo chiede all’Italia (che come Paese ospita le armi nucleari della NATO sul proprio territorio, in virtù degli accordi di “nuclear sharing”) di riconsiderare la propria posizione e di aprire un dibattito pubblico, parlamentare e civile sulla partecipazione al TPAN. Non farlo significa essere complici di un sistema che tutti dichiarano di voler superare, ma che nessuno tra i potenti ha il coraggio di abbandonare. L’urgenza di agire Questa non è un’altra conferenza diplomatica di routine. Come ha dichiarato il presidente della conferenza, l’ambasciatore Do Hung Viet del Vietnam: “Il pericolo di una guerra nucleare è percepito e sentito in modo molto più concreto in questi giorni. Una corsa agli armamenti nucleari si sta profilando all’orizzonte”. Il rischio non è astratto. È presente, misurabile, crescente. Rete Pace Disarmo continuerà a seguire, denunciare e mobilitare. Perché il disarmo nucleare non è un’utopia: è una necessità e gli strumenti per perseguirla esistono. Basta avere il coraggio politico di usarli. Rete Italiana Pace e Disarmo
April 30, 2026
Pressenza
Resistenza e nucleare: la lezione del 25 aprile nell’era della minaccia atomica
Nel giorno della Liberazione il tema della memoria della Resistenza si intreccia sempre più spesso con le grandi sfide globali del presente, a partire dal ritorno delle tensioni nucleari e dalla crisi della sicurezza internazionale. In questo scenario, il confronto tra passato e futuro diventa una chiave di lettura per comprendere i limiti della violenza politica e le responsabilità delle democrazie contemporanee. Il nesso tra la memoria della Resistenza antifascista, celebrata in Italia attraverso il Giorno della Liberazione, e il movimento internazionale per il disarmo nucleare costituisce uno dei temi più complessi e moralmente rilevanti della storia politica contemporanea. Tale connessione non è immediatamente evidente sul piano cronologico, poiché la liberazione dal nazifascismo nel 1945 e l’emergere dell’ordine atomico globale appartengono a due momenti storici distinti. Tuttavia, a un’analisi più profonda, essi risultano intimamente legati da una comune riflessione sulla dignità umana, sui limiti morali della violenza politica e sulla responsabilità delle democrazie nel prevenire forme sistemiche di distruzione. La Resistenza europea, e in particolare quella italiana culminata nell’insurrezione del 25 aprile 1945, rappresentò non soltanto la sconfitta militare del fascismo e del nazismo, ma anche l’affermazione di un principio etico e giuridico fondamentale: nessun ordine politico può considerarsi legittimo quando si fonda sulla negazione della persona umana. Il fascismo storico aveva trasformato la violenza in strumento ordinario di governo, legittimando persecuzioni razziali, guerre di aggressione e annientamento sistematico di intere popolazioni. La liberazione segnò dunque l’inizio di una nuova architettura morale internazionale che avrebbe trovato espressione nel Processo di Norimberga, nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e nella nascita delle Nazioni Unite. È tuttavia nello stesso 1945 che l’umanità entrò in una nuova epoca di vulnerabilità assoluta attraverso i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Se i campi di sterminio nazisti avevano mostrato la capacità dello Stato moderno di industrializzare la morte, l’arma nucleare introdusse la possibilità di una distruzione istantanea e potenzialmente universale. La categoria di “genocidio programmato”, pur non appartenendo formalmente al lessico giuridico internazionale, esprime una critica filosofica radicale alla dottrina della deterrenza nucleare: essa presuppone infatti la disponibilità permanente a distruggere indiscriminatamente popolazioni civili come condizione di stabilità geopolitica. In questo senso, la deterrenza si fonda su una razionalità strategica che normalizza l’eventualità dell’annientamento collettivo. Durante la Guerra Fredda tale logica venne formalizzata nella dottrina della mutua distruzione assicurata, secondo cui il possesso reciproco di arsenali nucleari avrebbe impedito il conflitto diretto tra superpotenze. Numerosi teorici delle relazioni internazionali hanno sostenuto che questo equilibrio del terrore abbia effettivamente evitato una guerra mondiale tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Tuttavia, tale argomentazione trascura il costo antropologico e democratico di un sistema internazionale fondato sulla minaccia permanente di sterminio di massa. La deterrenza ha imposto una struttura psicologica e politica globale basata sulla paura, sottraendo alla deliberazione democratica decisioni capaci di determinare la sopravvivenza stessa della civiltà umana. In opposizione a questa logica si sviluppò un vasto movimento transnazionale per la pace, composto da scienziati, medici, leader religiosi, sopravvissuti e attivisti. Albert Schweitzer rappresentò una delle prime grandi coscienze morali dell’era atomica. Con la sua Declaration of Conscience denunciò la normalizzazione dei test nucleari e il rischio di contaminazione planetaria. Analogamente, i sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki, gli Hibakusha, trasformarono la propria sofferenza in testimonianza storica universale, opponendosi alla rimozione politica della catastrofe atomica. Un ruolo cruciale venne svolto anche dalla comunità scientifica e medica internazionale. Le Pugwash Conferences on Science and World Affairs contribuirono a costruire spazi di dialogo durante i momenti più critici della Guerra Fredda, mentre International Physicians for the Prevention of Nuclear War dimostrò scientificamente l’impossibilità di qualsiasi risposta sanitaria adeguata a una guerra atomica, ricevendo il Premio Nobel per la Pace nel 1985. Più recentemente, la International Campaign to Abolish Nuclear Weapons ha rilanciato la centralità del diritto umanitario internazionale contribuendo all’adozione del Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons e ottenendo il Premio Nobel per la Pace nel 2017. Nel contesto italiano, il rapporto tra memoria resistenziale e cultura pacifista ha assunto una particolare profondità. Molti protagonisti della lotta antifascista interpretarono la liberazione non come semplice evento militare concluso, ma come processo permanente di emancipazione dalle strutture della violenza. Sandro Pertini incarnò emblematicamente questa continuità, collegando la propria esperienza partigiana a una critica costante del militarismo contemporaneo. Analogamente, l’ANPI ha spesso richiamato la Costituzione italiana — in particolare l’articolo 11 — come fondamento di una politica internazionale orientata al ripudio della guerra. Sotto il profilo filosofico, il problema fondamentale consiste nella tensione tra sicurezza e umanità. La modernità politica ha spesso giustificato la sospensione dell’etica in nome della sopravvivenza dello Stato. L’arma nucleare radicalizza questa dinamica fino al punto di rendere la sopravvivenza dello Stato potenzialmente incompatibile con quella dell’umanità. Pensatori come Hannah Arendt e Günther Anders hanno mostrato come la capacità tecnica di distruggere il mondo ecceda la capacità morale e politica di assumerne la responsabilità. Il 25 aprile, pertanto, può essere interpretato non soltanto come commemorazione nazionale della liberazione dal fascismo, ma come paradigma universale di resistenza contro ogni sistema politico fondato sulla minaccia della morte collettiva. In questa prospettiva, la lotta contro il fascismo storico e la critica dell’ordine nucleare appartengono a una medesima genealogia etica: quella che pone al centro la tutela della vita umana contro le strutture istituzionalizzate della distruzione. La memoria della liberazione conserva dunque una funzione critica nel presente. In un’epoca segnata dal ritorno delle tensioni nucleari globali, essa ricorda che la pace non può essere costruita sull’equilibrio della paura, ma soltanto su istituzioni giuste, cooperazione internazionale e riconoscimento universale della vulnerabilità umana. La lezione più profonda della Resistenza e del movimento antinucleare converge in una medesima affermazione: nessuna sicurezza è legittima se richiede la possibilità dell’annientamento dell’umanità stessa.  Nota: il paesaggio desolato dopo l’esplosione atomica di Hiroshima. Città devastata dopo il bombardamento atomico da parte degli USA, un orrore inutile perché la guerra era vinta. Quel  paesaggio di rovine segna uno spartiacque nella storia dell’umanità. Solo pochi mesi prima, il 25 aprile 1945, l’Italia festeggiava la liberazione dal fascismo e l’8 maggio anche la Germania avrebbe firmato l’armistizio con gli alleati. Tra quella speranza e l’orrore del 6 e 9 agosto su Hiroshima e Nagasaki, si consuma una drammatica contraddizione: in entrambi i casi, gli Stati Uniti protagonisti di eventi destinati a cambiare il corso del mondo, tra liberazione e distruzione. Laura Tussi
April 25, 2026
Pressenza
26 aprile: Webinar su Chernobyl e «umanicidio»
Discussione promossa da «Disarmisti esigenti» Webinar 40 anni da Chernobyl – prevenire l’umanicidio da nucleare https://us06web.zoom.us/j/89796821634?pwd=Fb36vXVteJqEkJOx8xb1VNC1FdHNBh.1 Domenica 26 aprile – dalle 16 alle 20 Proposta di scaletta (non definitiva, work in progress soggetto a integrazioni e modifiche) per il Webinar promosso dai Disarmisti esigenti: A 40 anni da Chernobyl, oltre l’atomo civile e militare, per il futuro umano della “terrestrità”
La nonviolenza attiva spinge verso il disarmo nucleare universale
Una sensibilità nuova sta emergendo. Nasce dal timore non più remoto che la civiltà umana possa scomparire. Non si tratta di un’allucinazione da racconto di fantascienza, ma di una possibilità studiata e analizzata da scienziati e osservatori internazionali. E tuttavia, dentro questo timore, resiste una fiducia ostinata: che la nonviolenza, sostenuta dalla forza vitale di Eros, rappresenti ancora la strada più ragionevole. Viviamo in un mondo che sembra scivolare verso una “tempesta perfetta”: trattati nucleari logorati, armi sempre più sofisticate e rapide nell’uso, il rischio concreto di un inverno atomico generato anche da un conflitto regionale, capace di oscurare il sole per anni. Nel frattempo, il pianeta supera i propri limiti: ghiacci che si sciolgono improvvisamente, specie che scompaiono in silenzio, oceani che si acidificano come se nessuno dovesse più attraversarli. Alle minacce storiche se ne affiancano di nuove: tecnologie che avanzano più velocemente della nostra capacità etica di governarle, intelligenze artificiali potenzialmente autonome nei fini, biotecnologie capaci di generare pandemie inedite. E l’Orologio dell’Apocalisse, ormai a meno di novanta secondi dalla mezzanotte, continua a ricordarci che il tempo non è infinito. Ma non è per spaventare che si impone questa riflessione. È per affermare che la nonviolenza non è soltanto un ideale generoso: è una necessità. Che il disarmo non è un’utopia: è l’unico modo per evitare che l’umanità documenti la propria fine. Serve, però, chiarezza. Non tutto ciò che si oppone alla guerra è autentico pacifismo. La nonviolenza non accetta il “male minore” della guerra — né della sua preparazione, come la deterrenza — quando sono in gioco vite umane e diritti fondamentali. Allo stesso modo, un movimento per la pace non può farsi trascinare né dalle strategie militari occidentali né dalle logiche oppressive di regimi autoritari. Questo vale anche per l’Iran: si può condannare un’aggressione senza ignorare la repressione interna che colpisce donne e giovani. Definire tutto questo “anti-imperialismo” rischia di diventare una semplificazione che oscura la realtà. Resta aperta anche la questione del nucleare civile, rilanciata proprio mentre si ricorda il disastro di Disastro di Fukushima. Viene presentato come una possibile risposta alla crisi climatica, ma i tempi di sviluppo — ad esempio dei reattori modulari — appaiono incompatibili con l’urgenza attuale. Inoltre, la filiera dell’uranio resta intrinsecamente ambigua, condividendo elementi tra uso civile e militare. E il problema delle scorie continua a rappresentare un’eredità pesante, che non possiamo imporre alle generazioni future. Forse, oggi, ciò di cui abbiamo più bisogno è ritrovare un orientamento. Un filo di sobrietà e responsabilità. Come quando, in una stanza improvvisamente al buio, si accende una candela: non per illuminare tutto, ma per vedere almeno il passo successivo. Perché la nonviolenza, in fondo, è proprio questo: un modo di restare umani mentre tutto intorno sembra spingerci nella direzione opposta.   Laura Tussi
March 22, 2026
Pressenza
Tra paura e multilateralismo
MENTRE LA FRANCIA PUNTA SULL’INTIMIDAZIONE NUCLEARE, LA SPAGNA POTREBBE CONSOLIDARE LA PROPRIA LEADERSHIP MORALE FIRMANDO IL TRATTATO SULLA PROIBIZIONE DELLE ARMI NUCLEARI. Stiamo vivendo un momento critico. Il recente attacco all’Iran non solo esacerba l’instabilità in Medio Oriente, ma ci ricorda anche una scomoda verità: la guerra non offre mai soluzioni sostenibili . Ogni escalation militare apre un ciclo di violenza che ricade sempre sui più vulnerabili e sui meno responsabili. Questa guerra illegale, condotta per interesse personale, come altri conflitti simili nella storia recente, ignora la domanda essenziale: cosa succederà il giorno dopo? Pertanto, da una prospettiva etica, umanitaria e di sicurezza globale, è essenziale respingere in modo inequivocabile questa deriva verso la guerra. In questo contesto, la decisione del governo spagnolo di negare agli Stati Uniti l’uso delle basi aeree di Rota e Morón per i suoi attacchi contro l’Iran è un gesto politicamente significativo. Richiedendo il rigoroso rispetto della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, la Spagna dimostra che la coerenza tra parole, principi e azioni non è solo possibile, ma necessaria. E ora, forse, più necessaria che mai. LA DERIVA NUCLEARE DELLA FRANCIA: UNA MINACCIA AL MULTILATERALISMO Mentre la Spagna rafforza il suo impegno nei confronti del diritto internazionale, la Francia si sta muovendo nella direzione opposta. Il presidente Emmanuel Macron ha annunciato un aumento dell’arsenale nucleare francese e il dispiegamento temporaneo di aerei con capacità nucleare in otto paesi europei, nell’ambito di una strategia di ” deterrenza avanzata “. La sua affermazione secondo cui ” per essere liberi, bisogna essere temuti ” rivela una visione del mondo profondamente problematica. Questa logica di paura e intimidazione non è solo pericolosa: è incompatibile con il multilateralismo, lo stato di diritto e la sicurezza umana . La dottrina francese contempla persino la possibilità di un ” attacco nucleare di avvertimento ” se un aggressore interpreta male i suoi interessi vitali. Vale a dire, rompere il tabù nucleare e utilizzare esplicitamente la minaccia nucleare come strumento pedagogico, non contro un attacco nucleare, ma contro uno convenzionale. In altre parole, se la deterrenza nucleare fallisce e viene attaccata, la Francia ricorrerebbe a un attacco nucleare per “ripristinare la deterrenza”. La deterrenza nucleare si basa su una premessa inquietante: che la natura umana sia intrinsecamente violenta e che solo la possibilità di una distruzione di massa impedisca il conflitto. La storia, tuttavia, dimostra il contrario. La militarizzazione estrema non genera stabilità, ma piuttosto sfiducia, escalation e, in ultima analisi, guerra. Lungi dal proteggere il mondo, le armi nucleari hanno avvelenato le relazioni internazionali e incoraggiato l’aggressione sotto il manto dell’impunità. LA SPAGNA E IL “RIARMO MORALE”: UN’ALTERNATIVA NECESSARIA In contrasto con questa visione, la Spagna sta tracciando una strada diversa. Una strada basata sulla diplomazia preventiva , sul rafforzamento del diritto internazionale e sulla cooperazione per la pace. Alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, il presidente Pedro Sánchez ha esplicitamente respinto la deterrenza nucleare, definendola una strategia costosa e rischiosa e, in definitiva, incompatibile con una moderna nozione di sicurezza. “Non è una garanzia”, ha avvertito, “ma una scommessa”. La sua proposta di “riarmo morale” non è vuota retorica. È un invito a ridefinire la sicurezza sulla base di empatia, umanità condivisa e forza istituzionale. Non basta denunciare i rischi delle armi nucleari; è anche necessario mettere in discussione la logica che le giustifica. IL PASSO DECISIVO: LA FIRMA DEL TRATTATO SULLA PROIBIZIONE DELLE ARMI NUCLEARI Se la Spagna vuole consolidare questa leadership etica e politica, deve compiere il passo mancante: aderire al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPAN) , come hanno già fatto 99 paesi. Questo Trattato è uno strumento giuridico e morale che mira a un cambiamento normativo : consente la stigmatizzazione delle armi nucleari, privandole di prestigio e avviando la loro abolizione, come è accaduto con le armi chimiche e biologiche, o persino con la schiavitù. La sua firma allineerebbe la politica di sicurezza spagnola ai suoi valori democratici e al suo dichiarato impegno per il multilateralismo. UN FARO IN TEMPI DI RISCHIO ESISTENZIALE L’Orologio dell’Apocalisse segna oggi 85 secondi a mezzanotte, il più grande rischio di annientamento umano nella storia. In questo scenario, la Spagna può – e deve – diventare un modello internazionale. Non perché sia una potenza militare, ma perché può dimostrare che la pace e la libertà non si basano sulla paura , come sostiene la Francia, ma sulla giustizia, la cooperazione e l’umanità. L’opportunità c’è. La domanda è se avremo il coraggio politico e morale di coglierla. Firmare la petizione Carlos Umaña
March 4, 2026
Pressenza
La Camera respinge risoluzione sul disarmo nucleare
La Rete Italiana Pace e Disarmo esprime profondo rammarico per la bocciatura, da parte della Commissione Esteri della Camera, della risoluzione – a prima firma dell’on. Laura Boldrini – a favore di percorsi di disarmo nucleare, stimolata anche dalla campagna “Italia Ripensaci” nel ricordo dell’80° anniversario dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki. Un’occasione persa per definire un ruolo positivo dell’Italia nella costruzione di una sicurezza realmente condivisa e fondata sul diritto internazionale. La Risoluzione proponeva di riconoscere la crescente instabilità dell’attuale scenario globale, segnato da una rinnovata corsa agli armamenti nucleari e valorizzava norme internazionali fondamentali come il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPAN), nella sua complementarietà con il Trattato di Non Proliferazione e le possibile strade di definizione di politiche di “Non Primo Uso” nucleare. Tali politiche sarebbero cruciali, in un contesto di accrescimento e ammodernamento globale degli arsenali nucleari, per ridurre il rischio di escalation accidentali e per costruire maggiore prevedibilità e cooperazione. Una vera sicurezza internazionale e di ogni singolo Paese (compresa l’Italia) non potrà mai essere basata sulla minaccia di distruzione nucleare di intere città e popoli, né sull’accettazione passiva di dottrine che prevedono esplicitamente l’eventualità di un “primo uso” dell’arma atomica. È invece necessario promuovere un dibattito pubblico maturo e trasparente, fondato su un’autentica presa in carico della sicurezza delle persone. La risposta del governo, nel motivare il rigetto della Risoluzione Boldrini, contiene poi un elemento di sorprendente rilievo: per la prima volta in modo esplicito si fa riferimento alla partecipazione italiana alla missione di deterrenza nucleare della NATO tramite “assetti a doppia capacità”, cioè aerei e piloti addestrati all’uso di ordigni nucleari a confermando quindi un contributo nazionale finora mai ufficialmente confermato (e nemmeno definito in termini di impatto finanziario) al meccanismo del nuclear sharing atlantico. Si tratta di un’ammissione politicamente significativa, che avviene tuttavia senza che nel Paese si sia mai svolto un vero dibattito parlamentare e pubblico su questa forma di compartecipazione diretta alle strategie nucleari dell’Alleanza. A fronte di un’opinione pubblica chiaramente contraria alla presenza e all’uso potenziale delle armi nucleari, come mostrano tutte le rilevazioni e il crescente sostegno istituzionale all’Appello delle Città della International Campaign to Abolish Nuclear Weapons e di  “Italia, Ripensaci” (sottoscritto da oltre 130 Comuni e due regioni) la mancanza di trasparenza rappresenta un grave vulnus democratico. «La risposta del governo non solo conferma senza esitazioni la piena adesione alla strategia di deterrenza nucleare della NATO, ma ammette apertamente il contributo italiano al nuclear sharing. È un’ammissione di grande rilievo politico, che arriva però senza che il Parlamento e il Paese abbiano mai avuto un confronto serio sulla scelta di essere parte attiva di una dottrina che contempla anche il “primo uso” dell’arma nucleare. Accettare come inevitabile questa impostazione (che rende evidente come dietro la parola “deterrenza” si celi invece un vero e proprio “ricatto” con le armi più distruttive della storia) significa rinunciare a qualsiasi forma di autonomia politica su un tema che riguarda direttamente la sicurezza e i valori costituzionali dell’Italia», commenta Francesco Vignarca, coordinatore Campagne di Rete Pace Disarmo. «Nella NATO siamo “alleati” o “sudditi”? Davvero non è possibile proporre anche in seno all’Alleanza – a partire da un dibattito pubblico trasparente e democratico sulla presenza di armi nucleari sul nostro territorio – possibili alternative all’idea che la nostra sicurezza debba per forza essere fondata sulla possibilità di distruzione completa e genocidiaria di un presunto avversario? Il governo italiano e la stessa NATO continuano a ripetere di essere a favore di un disarmo nucleare totale: sarebbe ora di passare dalle vuote dichiarazioni ai fatti, costruendo un percorso concreto di messa al bando delle armi nucleari», conclude Vignarca. In tal senso Rete Pace Disarmo (in linea con quanto sempre affermato dalla campagna “Italia, ripensaci” promossa con Senzatomica) ribadisce che il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPAN) non è una norma ideologica, ma uno strumento concreto che mette al centro la vita delle persone, includendo misure innovative come il sostegno alle vittime e il risanamento ambientale. Allo stesso modo, le proposte di Non Primo Uso costituiscono un passo pragmatico per abbassare la tensione internazionale e ridurre le possibilità di un conflitto nucleare, intenzionale o accidentale. Continueremo dunque a lavorare affinché l’Italia possa contribuire a una nuova stagione di cooperazione sul disarmo, promuovendo informazione, consapevolezza e un dialogo costruttivo e responsabile. Il cambiamento è possibile: richiede coraggio politico, visione e la volontà di rispondere con trasparenza alle richieste di pace della società civile e dell’opinione pubblica italiana. Rete Italiana Pace e Disarmo
November 20, 2025
Pressenza
Eirenefest Napoli: una tavola rotonda sul disarmo nucleare
Tavola Rotonda a IoCiSto È gremita la Sala intitolata a Giancarlo Siani nella Libreria IoCiSto che ha ospitato l’Eirenefest, il Festival del libro per la pace e la nonviolenza, per la prima volta a Napoli. Incontri, dibattiti, laboratori, presentazioni di libri, la parola condivisa, l’impegno che cercano di spezzare le sbarre dell’indifferenza. Giorni pieni, intensi, ricchi di emozioni, di confronto e consapevolezza. La partecipazione è altissima anche per la Tavola Rotonda sul disarmo nucleare nel Medioriente, sul punto delle campagne che chiedono l’abolizione delle armi nucleari e sull’impegno profuso in questa direzione negli anni. Ci sono i grandi protagonisti di queste campagne, Emanuela Bavazzano, padre Alex Zanotelli e Giorgio Ferrari che hanno presentato la Petizione “Medioriente senza armi nucleari” e hanno dato vita a un incontro che ha coinvolto i presenti con la narrazione attraverso gli anni delle battaglie condotte per la denuclearizzazione del Medioriente. Il racconto ha attraversato tanti passaggi storici e politici fornendo una visione ampia e chiarificatrice che giunge fino all’attuale situazione drammatica, all’azione genocidaria che Israele sta compiendo sotto gli occhi atterriti e sgomenti del mondo intero, o almeno della società civile del mondo intero. Un’analisi lucida e corredata da riferimenti e documenti ha svelato tanti aspetti sconosciuti alla gente comune, inquietanti per la portata del rischio che implicano ma giustificati e legittimati dal potere, dal profitto e dalle lobby industriali e militari. Emanuela Bavazzano, psicologa, psicoterapeuta, vicepresidente di Medicina Democratica, collaboratrice in progetti per il welfare, attivista nei movimenti per la pace e co-promotrice insieme con Giorgio Ferrari della campagna “Medioriente senza armi nucleari” , apre la Tavola Rotonda ricordando l’impegno di Angelo Baracca, fisico, attivista, impegnato nelle campagne contro le guerre e per il disarmo nucleare, che ha tracciato con i suoi numerosi scritti le linee guida dell’impegno antinucleare. L’informazione deve essere collettiva, portare all’azione, deve diventare Movimento” afferma la dottoressa Bavazzano, “per chiedere che l’Italia aderisca al Trattato per l’abrogazione del nucleare (TPNW). Pensando alla situazione in Palestina, alla sistematica violazione dei diritti più elementari, Angelo Baracca aveva lanciato negli ultimi suoi anni un appello oggi più che mai attuale e urgente: “Fermare la guerra e imporre la pace. Si sta correndo verso l’Apocalisse, solo l’eliminazione delle armi nucleari può evitarla.” Ma cos’è la Petizione? È un appello promosso da 26 associazioni italiane affinché l’Italia sia attiva nel processo di definizione di un Trattato ONU che istituisca nel Medioriente un’area libera da armi nucleari e da armi di distruzione di massa chimiche e biologiche. La Petizione è stata rivolta nel novembre 2024 alle massime istituzioni italiane: al Presidente della Repubblica, ai Presidenti del Senato e della Camera, al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Ministro degli Affari Esteri e ai gruppi parlamentari di Camera e Senato. Hanno aderito realtà associative, Ong, gruppi per la pace, movimenti civici. Lo spiega Giorgio Ferrari, esperto nucleare e sostenitore attivo di questo progetto, tra i primi firmatari degli appelli che chiedono all’Italia di non astenersi nelle votazioni ONU su questi temi. È l’anima promotrice della campagna per la Conferenza Permanente ONU per istituire una zona franca da armi nucleari nel Medioriente e che si terrà a novembre prossimo nella sesta sessione: “Bisogna chiedere che il Governo appoggi la Conferenza.” Ma cosa chiede la petizione? Creare urgentemente una zona libera da armi nucleari nel Medioriente, che tutti gli Stati della regione firmino e ratifichino il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW). Chiede che Israele dichiari e smantelli il suo arsenale nucleare mai dichiarato. “È il segreto di Pulcinella, lo conosciamo tutti” ha detto Ferrari. “Israele ha circa 80 testate nucleari, ma non lo ha mai riconosciuto ufficiale e non ha mai firmato il TPNW. Come ha potuto costruire l’arsenale che possiede? – si chiede il dott. Ferrari – sicuramente ci sono colpe gravissime dell’Occidente. Israele non fa parte del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari e dunque non si sente obbligato a un controllo internazionale, facendo riferimento al fatto che non c’è in Medioriente un contesto in cui la sua sicurezza sia garantita. Dunque, posizione ambigua ma inattaccabile.” Ferrari poi la posizione dell’Italia che analizza, pur dichiarandosi d’accordo con il TPNW, non lo ha firmato né ratificato, probabilmente a causa degli impegni nei confronti della NATO. Nel prossimo novembre 2025 a New York ci sarà la sesta sessione della Conferenza permanente per il disarmo nucleare, che dovrà, come da mandato ONU, dare seguito a quello che è un impegno ormai vecchio della diplomazia internazionale. Cosa ci si aspetta realisticamente da questa ennesima sessione? Un avanzamento, un documento più vincolante che impone impegni legali per gli Stati, incluso Israele, e che introduce misure concrete di trasparenza affinché l’impegno dichiarato presso l’ONU non resti solo dichiarativo. L’obiettivo della creazione di una zona libera da armi nucleari e di armi chimiche e biologiche di distruzione di massa in Medioriente risale alla risoluzione ONU del 2018 che ha dato vita alla Conferenza permanente, che in un contesto geopolitico altamente instabile assume una visione coraggiosa volta a coinvolgere tutti gli Stati della regione in un processo di disarmo multilaterale e trasparente. Lo spiega in modo chiaro Giorgio Ferrari che, anche per le sue specifiche conoscenze e competenze in campo nucleare, conosce i rischi ad esso collegati. Non ha mai smesso di spendersi per la campagna di denuclearizzazione e si batte in ogni contesto in un’opera di sensibilizzazione civile per focalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica sul fatto che bisogna chiedere al Governo italiano che appoggi la Conferenza di novembre e non si astenga nelle votazioni ONU. “Il disarmo non è solo una questione di politica internazionale, ma un imperativo etico” – non ha dubbi Ferrari – “una Conferenza permanente per il Medioriente che lavori verso un trattato vincolante per rendere tutta l’area libera da armi nucleari, ma anche da quelle chimiche e biologiche di distruzione di massa, è senza dubbio da considerarsi esempio di diplomazia preventiva.” Nel 2018 l’ONU convocò per l’anno successivo la conferenza per l’istituzione di questa zona libera da armi nucleari e da altre armi di distruzione di massa , ma il processo di disarmo si è arenato e addirittura si è invertito perché tutti i Paesi hanno intrapreso programmi plurimiliardari di modernizzazione del sistema e degli armamenti nucleari. E così la Conferenza non ha trovato ancora attuazione anche per la mancanza di trasparenza di alcuni Stati e per i rifiuti di ispezioni. Ferrari denuncia la distanza tra le dichiarazioni e le attuazioni delle numerose risoluzioni ONU, che fanno fatica a tradursi in trattati vincolanti. La Petizione chiede fermamente un mutamento di questo atteggiamento, che il Governo italiano voti a favore del trattato e non si limiti ad astenersi. Tra i promotori della Petizione c’è, ancora una volta, padre Alex Zanotelli, voce storica del pacifismo italiano, simbolo instancabile di un impegno che non conosce tregua. E mentre il mondo torna a parlare di arsenali lui rilancia con forza la sua battaglia per abolire tutte le armi nucleari. Missionario delle periferie globali, attraversa i confini della politica e della fede e da anni chiede all’Italia e al mondo di voltare pagina: “Basta con le minacce atomiche.” Sembra un gigante la cui voce si staglia solitaria e spesso scomoda, oggi in particolare in un mondo segnato dai conflitti. Coerente con il suo pensiero antinucleare e radicato in una visione profondamente etica, testimone del Vangelo, ha denunciato la follia della deterrenza nucleare e l’ipocrisia delle potenze mondiali: “La deterrenza non può giustificare il possesso del nucleare”. È una denuncia che si sostiene di spiritualità e di impegno civile. “Il nucleare è l’espressione di un potere che mette a rischio la vita umana e la Terra stessa.” Ha spiegato infatti come sia falsa la narrazione del nucleare positivo per l’uso energetico, per i grandi rischi ambientali impliciti, per l’impatto sociale delle centrali che richiedono forti investimenti e sottraggono risorse alle energie rinnovabili, le uniche sostenibili. “Il complesso militare-industriale è il vero potere che comanda il mondo e la politica.” E con il pensiero rivolto alla Palestina e al dolore per la sorte dei palestinesi, si è dichiarato “scioccato” e non ha nascosto il dispiacere per la latitanza, il silenzio delle comunità cristiane che non reagiscono con fermezza di fronte all’orrore del genocidio, al fatto che la negazione della vita a Gaza è in netto contrasto con l’insegnamento e lo spirito del Vangelo, che è religione della Vita e della continua rinascita alla Vita. Ha voluto ricordare le parole di papa Francesco sulla questione della presunta “giustificazione” di una guerra e quando questa possa ritenersi giusta e legittima. E non si può scomodore Sant’Agostino stravolgendone il pensiero, contestualizzato in altra epoca, per trovarne un riferimento che legittima la guerra come male a volte necessario anche sul piano della fede. Padre Zanotelli rigetta questa tesi e ribadisce che mai la guerra può essere legittimata. “Bisogna capire bene il problema del nucleare: Israele possiede 70 bombe atomiche, la fine, il suicidio di Israele sarebbe il suicidio di tutto l’Occidente. Oggi davvero siamo sull’orlo dell’abisso, dominati dal paradigma: più armi, più guerre, più surriscaldamento globale del pianeta. Eppure, paradossalmente, l’Umanità ha un potere immenso su se stessa, sulla sua stessa possibilità di sopravvivenza, ma sta camminando verso il baratro. Se si continua sulla strada scelta si rischia di finire in un inverno nucleare o in un’estate infuocata.” E concludo, in piena sintonia con il pensiero di papa Francesco, che “non solo l’uso, ma perfino il possesso del nucleare è immorale”. Il dibattito che ne è seguito è stato partecipazione molto sia perché molte domande erano sconosciute a gran parte dei partecipanti, sia perché la conoscenza genera la consapevolezza che molti aspetti delle nostre vite non sono nelle nostre mani, ma in mani altrui che decidono per il nostro futuro senza che se ne abbia la percezione. “Diamoci da fare perché vinca la Vita” – ha esortato padre Zanotelli. La Tavola Rotonda ha aperto una prospettiva di conoscenza che non si esaurisce con la fine dell’incontro, ma si protrae con l’impegno: altri momenti ci saranno, ed è anche questo l’obiettivo dei relatori e del loro impegno civico, favorendo l’emergere di una coscienza civile che diventi sempre più consapevole e si riappropri dei diritti. Redazione Napoli
September 23, 2025
Pressenza
Ottantesimo anniversario del bombardamento atomico su Hiroshima: 6 agosto 2025, Roma, Piazza del Pantheon
Il palco è piccolo quest’anno e c’è sorprendentemente poca gente in Piazza del Pantheon, sede della cerimonia per non dimenticare. Durante l’allestimento viene decisa la scaletta degli interventi e – fatto inusuale – mettono me come secondo intervento dopo Athos De Luca, l’artefice di questo evento, ormai tradizionale. Vi partecipiamo ogni anno portando la voce della società civile e di organizzazioni internazionali, in una prospettiva glocale informata sul nucleare. Diamo spessore politico, nel poco tempo a disposizione. Alle 09.40 De Luca invita la banda dei Carabinieri a intonare l’inno giapponese, poi l’inno italiano, quindi introduce la cerimonia, sottolineando l’importanza di “far sapere” ai giovani, dato che i testimoni sono sempre di meno ed è necessario essere consapevoli che la pace va costruita, come la democrazia. Bisogna ricordare chi si è sacrificato per questo e cita le Fosse Ardeatine. L’Italia, l’Europa, devono fare la loro parte.  Spiego che rappresento la Women’s International League for Peace and Freedom Italia e la Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari (ICAN). Ricordo che l’articolo 2.4 della Carta delle Nazioni Unite afferma che gli Stati membri non devono esercitare l’uso della forza né la minaccia dell’uso della forza, mentre l’articolo 2.3 stabilisce che le vertenze internazionali devono essere risolte con mezzi pacifici. Siamo in una situazione di grande pericolo per le minacce dell’uso di armi nucleari e per l’opzione della deterrenza, che in realtà favorisce anziché contenere la proliferazione nucleare, in quanto anche i Paesi non nucleari ambiscono a divenire tali per scoraggiare i nemici di turno. Da una parte la ratifica del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari rappresenta una via di sicurezza, dall’altra per dissuadere i Paesi nucleari è impellente creare distensione nelle relazioni internazionali portando in alto l’esercizio della diplomazia, della prevenzione e della mediazione dei conflitti, con una partecipazione piena delle donne, come inteso dalle Nazioni Unite. Secondo ICAN durante il 2024 si è registrato un aumento pari all’11% della spesa globale per le armi nucleari arrivando ad investire 100 miliardi di dollari. I Paesi maggiormente coinvolti sono gli USA, la Cina, la Gran Bretagna, La Russia, la Francia, l’India, il Pakistan e Israele, La Corea del Nord. La Gran Bretagna ha annunciato di voler acquistare gli F 35 statunitensi diventando il sesto Paese coinvolto nel nuclear sharing con gli USA insieme a Olanda, Belgio, Germania, Italia Turchia; Francia e Gran Bretagna hanno stretto un accordo per attacchi nucleari contro la Russia nel caso venga condotto un attacco contro un Paese europeo. Gli USA hanno impegnato sottomarini nucleari in direzione della Russia, La Russia ha deciso di trasferire missili trasportatori di testate atomiche in Bielorussia…In base alle nuove tecnologie i missili trasportatori delle armi atomiche impiegano pochi secondi, le armi automatiche o il pericolo dell’errore umano dovuto all’emotività rappresentano un pericolo, come ricorda il docente di Psicologia del rischio Prof. Paul Slovic, secondo cui il “pensiero veloce” nuoce e la violenza non è mai virtuosa mentre virtuoso è il dialogo, le negoziazioni eque e i procedimenti legali. La ratifica del TPNW e il ritorno alla tradizione, anche italiana, della diplomazia – che si è spenta – sono un’urgenza. Fabrizio Viera, in rappresentanza della Regione Lazio, enfatizza la complessità della fase storica richiamandosi soprattutto l’aggressione russa dell’Ucraina. Pino Battaglia, Assessore di Roma Capitale alle periferie, definisce l’attacco nucleare a Hiroshima come “la prima follia” e la memoria “un impegno per il futuro”. Il dialogo tra diversi, fra Stati e comunità, il rispetto dell’altro, sono basilari. Il Giappone è un esempio più di altri Paesi per la sua capacità di giostrarsi tra le tensioni e di ricomporre conflitti. Dobbiamo impegnarci tutti per la pace. Valerio Casini, Presidente del Gruppo Capitolino Italia Viva, sostiene l’importanza di tramandare il ricordo di come l’umanità è stata capace di autodistruggersi. L’indifferenza all’ascolto è dannosa, vi sono brutti presagi, bisogna costruire la pace con sacrificio. Anche i social possono divenire strumenti di conflitto. L’ambasciatore giapponse Satoshi Suzuki afferma in lingua inglese (tradotto) che sono trascorsi ottant’anni da quella tragica esperienza e l’atomica non è stata più utilizzata ma vi sono sviluppi preoccupanti che potrebbero minacciare il Trattato di Non Proliferazione. Il Presidente Mattarella è stato in Giappone e ha visitato il Parco della Pace pregando e depositando un tributo floreale. Il prossimo anno si celebreranno i 160 anni di relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone: dobbiamo sforzarci insieme di proseguire l’impegno per un mondo libero dalle armi nucleari. La mezzo soprano Eiko Misumi intona la canzone “Satokibibatake” “Campi di canne da zucchero”, sul tema della guerra, del compositore Naohiko Terajima. Athos de Luca ribadisce che commemoriamo le vittime dei bombardamenti atomici e tendiamo alla pace nel mondo. Come ogni anno un’associazione viene premiata: a sorpresa ricevono una pergamena dall’ambasciatore giapponese tre “amici dell’uomo”, tre cani della Protezione Civile. Uno degli accompagnatori fa una dichiarazione: «Il ricordo è il futuro» e De Luca incalza: «Non molti si ricordano che i cani salvano le vite». È il momento dell’esibizione sulle note di Bach dei giovani della Scuola di Ballo di Roma diretta da Paola Iorio. Vestiti color avorio catturano tutta l’attenzione fluttuando sui sampietrini scuri. De Luca non può non ricordare la grande assente, la madrina storica di questo evento, la grande Carla Fracci e tutti applaudono. Il vice brigadiere Fiorentini, trombettiere, intona il silenzio e di nuovo ci si alza in piedi. Nel pubblico, tra turisti, fotografi, forze dell’ordine, Angela Perri di WILPF Italia, Cosimo Forleo dei Disarmisti Esigenti, Virginio Massimo del Comitato Promotore contro ogni discriminazione, Pilar Castel attrice e autrice hanno dato supporto in rappresentanza della società civile.  Patrizia Sterpetti, Segretaria di WILPF Italia APS, wilpf.italia@outlook.it   WILPF (Women's International League for Peace and Freedom)
August 6, 2025
Pressenza