Portentosa Cura Intergalattica: “Quando i movimenti…”
“… SMETTONO DI COMBATTERE SINGOLE BATTAGLIE, E INIZIANO A RAGIONARE COME
ECOSISTEMA”.
Le cose stanno peggiorando. Non in maniera così lenta e graduale come ci saremmo
aspettati, ma alla luce del sole. Se qualcuno credeva che il partito di Giorgia
Meloni avesse già rovinato abbastanza questo Paese, sicuramente non si aspettava
di dover assistere inerme alla nascita dell’ignobile partito di Vannacci con
annesso Inno al patriarcato mediterraneo.
Ma non è solo l’Italia, è il contesto globale che genera emergenza. La corsa al
riarmo accelera mentre i conflitti si moltiplicano: Gaza, Ucraina, il Medio
Oriente intero in fiamme. E intanto la Terra stessa brucia: temperature che
sfiorano i 40 gradi in tutto il mondo, persone che muoiono di caldo, terre che
diventano inabitabili. La crisi climatica non è più una minaccia futura, è
adesso e ricade prima di tutto su chi già soffre.
In questo contesto di dominio patriarcale che si rinforza, di guerra permanente,
di collasso ecologico, sorge una domanda che i movimenti non possono più eludere
e a cui sono chiamati a rispondere: stiamo andando tutte nella stessa direzione?
Come usciamo dall’ottica della singola lotta? Come arrivare alla radice del
problema per estirparlo?
A rispondere è la Portentosa Cura Intergalattica (PCI), un collettivo che dal 27
al 31 agosto riunirà una cinquantina di realtà politiche in uno spazio in natura
per interrogarsi come ecosistema e non come frammenti in guerra.
L’esperimento è ambizioso.
Una versione già collaudata
Non è la prima volta che PCI sperimenta questo modello. Durante la versione beta
dell’incontro, lo scorso anno, circa una cinquantina di persone ha trascorso
quattro giorni insieme seguendo la stessa struttura: workshop mattutini,
facilitazione pomeridiana, cura condivisa dello spazio. Quello che è emerso è
stato sorprendente: l’energia e l’atmosfera che si era creata tra gli
organizzatori, frutto di mesi di lavoro interno e conflitti trasformati, si è
estesa a tutto il gruppo. Non è rimasta privilegio di chi aveva organizzato, si
è diffusa. Questo ha confermato che lo spazio costruito con cura non solo nei
contenuti, ma nei processi e nei rituali quotidiani ha una sua intelligenza
collettiva che funziona.
Uno spazio di dialogo e trasformazione
L’incontro non è una manifestazione, non è nemmeno un convegno nel senso
tradizionale. È uno spazio dove realtà diverse, collettivi transfemministi,
attivisti per la giustizia climatica, gruppi a supporto del popolo palestinese
metteranno a confronto le proprie teorie del cambiamento, le faranno dialogare,
capendo dove convergono e dove divergono.
L’idea che permea il progetto è quella di permettere all’intero sistema dei
movimenti di riconoscersi come un ecosistema unico. Non come concorrenti che
lottano per lo stesso spazio politico, ma come organismi diversi che comprendono
il loro ruolo dentro qualcosa di più grande.
Cinque giorni in uno spazio immerso nel verde, vicino a un corso d’acqua. Non
per caso: perché la politica non è solo spazio di lotta. Bisogna riscoprirsi
come parte di qualcosa di più ampio, per poter incarnare questa consapevolezza
anche nei nostri spazi politici. Prendersi cura delle energie che mettiamo nelle
nostre lotte diventa in questo momento storico fondamentale; troppo spesso il
sentimento di urgenza cede infatti il passo al burn out anche in questi
ambienti. Diventa quindi sempre più necessario riuscire a incanalare le forze in
modo da non bruciarsi come una candela per tentare di illuminare il buio delle
menti, come spesso accade a tante persone impegnate in ambienti politici di
lotta.
Le domande scomode
Durante l’incontro, le realtà si interrogheranno su diverse domande scomode:
come la cultura dominante si riproduce all’interno dei movimenti? Come noi
stesse, nei nostri ambienti di attivismo, perpetuiamo senza accorgercene le
dinamiche di potere che vogliamo combattere?
La sfida è capire quale cultura alternativa si può contrapporre alla logica del
dominio senza rimanere sul piano filosofico.
Infrastrutture e capacità condivise
Le realtà avranno la possibilità di interrogarsi su quali infrastrutture servono
ai movimenti per essere efficaci come portatori di cambiamento, quali capacità
portano con sé da poter condividere come strumenti comuni e cosa aumenterebbe la
capacità collettiva di trasformazione.
La facilitazione sistemica sarà lo strumento centrale, non per “essere gentili”,
ma per scardinare attivamente le strutture di oppressione che si riproducono nei
dialoghi stessi. Gli uomini dominano gli spazi? La facilitazione lo nomina e lo
interrompe. Le persone con potere istituzionale prendono più spazio? Si crea
consapevolezza e si redistribuisce.
Lavare piatti insieme, curare lo spazio insieme, dare spazio a workshop offerti
dalle partecipanti stesse sarà pratica politica: è così che si costruisce
comunità.
Un inizio, non una conclusione
Al termine dell’incontro, le cinquanta realtà decideranno cosa fare di quanto
emerso. Non sarà una conclusione, ma un inizio. Perché la PCI è consapevole di
una cosa fondamentale: per una trasformazione profonda del sistema ci vorranno
anni e oggi non hanno tutte le risposte. La PCI non è un’organizzazione fatta e
finita, è una domanda che si muove e muove il terreno per far germogliare nuove
visioni e strumenti di cambiamento sistemico.
Quello che è chiaro è che abbiamo bisogno di riscoprire qualcosa che si è perso:
il senso di ecosistema. Non la certezza di avere ragione, ma la capacità di
stare insieme nella complessità, nella diversità, nel conflitto trasformativo.
Dal 27 al 31 agosto prossimi cinquanta realtà proveranno a farlo. E forse
scopriranno che quando smetti di combattere da sola, il tuo potere non
diminuisce. Aumenta.
Erica Cardin