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Gli Usa «ogni volta che cercano la democrazia trovano petrolio»
«Di fronte al nuovo scenario delle relazioni internazionali per lo sviluppo produttivo del paese»: è il titolo del comunicato con il quale il Partito socialista unito del Venezuela (Psuv), esprime pieno sostegno alla «compagna Delcy Rodriguez, presidente ad interim della Repubblica, in merito agli accordi firmati con Washington in materia […] L'articolo Gli Usa «ogni volta che cercano la democrazia trovano petrolio» su Contropiano.
September 6, 2026
Contropiano
Il rinoceronte nella stanza
-------------------------------------------------------------------------------- Dalla pag. Instagram itamargov -------------------------------------------------------------------------------- Il 29 agosto ricorre il quarantaseiesimo anniversario della morte di Franco Basaglia. Per ricordarlo, viene in mente un animale: un grande cavallo azzurro. Si chiamava Marco Cavallo e nacque nel 1973 dentro l’ospedale psichiatrico di San Giovanni, a Trieste, dall’incontro tra gli internati, gli operatori e gli artisti che lavoravano con loro. Era fatto di cartapesta, alto quasi quattro metri. Il 25 febbraio di quell’anno varcò i cancelli del manicomio e uscì per le strade della città. Non era soltanto una scultura: era il tentativo di portare fuori ciò che per decenni era stato tenuto nascosto, le persone che l’istituzione aveva separato dal mondo, le loro storie, i loro desideri, la loro voce. Marco Cavallo diventò così il simbolo visibile di una rivoluzione culturale che avrebbe portato alla chiusura dei manicomi. A più di cinquant’anni di distanza, un altro animale enorme sta attraversando una regione europea. Questa volta è un rinoceronte bianco, alto dieci metri e lungo sedici. In questi giorni gira per la Sassonia, fermandosi nelle piazze, davanti ai musei e ai teatri. Si chiama The Rhinoceros in the Room — Il rinoceronte nella stanza. L’espressione inglese “the elephant in the room” indica qualcosa di ingombrante, evidente, impossibile da ignorare, di cui però tutti fingono di non parlare. L’artista Itamar Gov ha sostituito l’elefante con un rinoceronte, richiamando direttamente Eugène Ionesco e il suo dramma del 1959, in cui gli abitanti di una tranquilla cittadina cominciano, uno dopo l’altro, a trasformarsi in rinoceronti. All’inizio sembra un fatto assurdo, poi accade di nuovo, poi sempre più spesso, finché ciò che sembrava inconcepibile diventa la norma e la maggioranza si ritrova trasformata. Il vero problema non è soltanto la comparsa del rinoceronte: è la nostra capacità di abituarci alla sua presenza. Ed è per questo che oggi quel gigantesco corpo bianco attraversa la regione. Non è solo un’opera d’arte: è il punto focale di una mobilitazione. Alla vigilia degli appuntamenti elettorali, con l’avanzata di Alternative für Deutschland, la posta in gioco non riguarda più soltanto le provocazioni o i toni della propaganda, ma un programma politico con proposte precise: ridimensionare il peso della memoria sui crimini nazisti nei programmi scolastici per dare spazio a una narrazione identitaria; tagliare i fondi alle istituzioni culturali che non si allineano; mettere in discussione il Bauhaus e l’inclusione scolastica dei bambini con bisogni particolari; fermare le iniziative antirazziste e prevedere classi separate per i figli dei richiedenti asilo. Molte di queste misure toccano ambiti in cui i Länder hanno piena competenza decisionale. Per questo la risposta è arrivata prima. Da Magdeburgo è nata una rete a cui hanno aderito più di cento realtà: musei, teatri, centri culturali, artisti, comunità religiose e persino la radio-televisione pubblica. La campagna “La cultura è diversità e patria”, promossa tra gli altri dal Kunstmuseum di Magdeburgo, non è una semplice reazione di parte, ma la rivendicazione della cultura come spazio di pluralità e di libertà. Perché quando la politica stabilisce quali storie meritano di essere raccontate, quali idee possono entrare nelle scuole e chi fa parte della comunità, la cultura smette di essere un settore per diventare una questione democratica centrale. Come ha sintetizzato Sabine Schramm, direttrice del Teatro delle marionette di Magdeburgo: «Fermarlo prima che inizi». Prima. È questa la parola decisiva. Aspettare che una deriva autoritaria mostri i suoi effetti compiuti significa spesso accorgersene quando gli spazi di agibilità e di dissenso si sono già azzerati. Perfino la Mitteldeutscher Rundfunk, la TV pubblica regionale, ha scelto un segnale insolito, interrompendo la programmazione con una scritta sui monitor: «Non vedete più nulla? Presto potrebbe succedere». È un monito inquietante che parla del rischio di oscuramento delle voci libere, ma anche di una cecità più profonda: la possibilità di smettere di vedere. Le trasformazioni più pericolose avvengono per gradi. Cominciano dalle parole, da ciò che viene ridefinito “buon senso”, dalla distinzione tra un “noi” e un “loro”, fino ad arrivare all’assuefazione. Ci si può indignare davanti all’orrore improvviso; è molto più difficile cogliere il momento esatto in cui ci si sta abituando all’inaccettabile. Forse è questo che il rinoceronte bianco ci chiede: guardare quello che sta accadendo mentre sta accadendo. Non aspettare che diventi storia o che qualcuno chieda come sia stato possibile. Guardare adesso, leggere i programmi, difendere i luoghi in cui una società può ancora discutere e ricordare, senza confondere la vigilanza con la paura. Vigilare non significa vedere nemici ovunque; significa non smettere di guardare. In questo 29 agosto, ci piace far camminare insieme questi due animali simbolici. Marco Cavallo e il rinoceronte. Il primo è uscito da un luogo recondito per riportare nella città chi era stato escluso. Il secondo attraversa la città per mostrare ciò che rischia di entrarvi. Uno porta fuori gli invisibili; l’altro rende visibile il pericolo. Sono immagini opposte ma complementari, che ci ricordano la stessa verità: la facoltà di guardare è una responsabilità democratica. Quel rinoceronte è ancora lì, enorme e bianco. È il momento di riscoprire una parola antica e necessaria: vigilanza. Non quando il rinoceronte sarà già dentro la stanza. Adesso. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il rinoceronte nella stanza proviene da Comune-info.
August 29, 2026
Comune-info
Si è rotta internet
-------------------------------------------------------------------------------- Orgosolo. Foto Gaza FREEstyle -------------------------------------------------------------------------------- Da qualche ora i siti ed i servizi riconducibili ad Autistici/Inventati “sono giù”. Si è rotta internet direbbe la mamma di Zerocalcare. Provando a navigare si ottiene l’avviso che il sito non è sicuro e qualsiasi programma o app di navigazione attuale chiede di tornare indietro o di accettare “il rischio”. Quale rischio? Senza entrare troppo nel tecnico, quello di una navigazione non sicura perché il certificato che fino ad ora serviva a identificare univocamente che il sito al quale si cercava di accedere era proprio quello che si era digitato, non è più valido. E non è più valido perché è statunitense l’ente che gestisce questi certificati. Del resto è USA anche ICAN il gestore dei domini “.org” (come nel caso di www.inventati.org ed www.autistici.org). E soprattutto sono statunitensi i servizi più diffusi (DNS) che permettono di associare il dominio, quell’indirizzo web che si digita nella barra dei programmi per navigare, ad un indirizzo IP. Ovvero quella serie di numeri che, senza essere rigorosi, hanno la stessa funzione delle targhe: sulla strada identificano di quale auto si tratta (e di chi è), in rete identificano un server, come arrivarci e a nome di chi è registrato E perché sta succedendo? Sono in corso verifiche ma è più che probabile che questo sia l’effetto dell’inserimento di Autistici ed Inventati nelle liste dei soggetti “antifa” e quindi terroristi da parte del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti d’America. C’è qualche (ancora) modo per aggirare il blocco. Ma il punto non è questo. Il punto è politico. Perché tutta l’internet mondiale funziona in questo modo da quando è nata, quasi 60 anni fa. E fa in modo che chiunque utilizzi la rete non debba preoccuparsi di digitare correttamente indirizzi, inserire impostazioni tecniche di cui ignora il significato o sapere su quale server sta accedendo per ottenere quello che cerca. Almeno fino ad oggi. Perché quello che è successo è l’ennesimo colpo all’internet libera come l’abbiamo conosciuta. Quella dei pionieri insofferenti a stati e confini che hanno costruito una infrastruttura come bene comune dove non ci fossero filtri. Quella dove DNS, server, nodi internet fossero neutrali. Perché non dovevano occuparsi di sapere chi li utilizzava e per cosa. È grazie a questa infrastruttura che per anni si è potuto aggirare barriere e censure. E che piaceva negli USA e tra gli accoliti fin quando gli stati che censuravano erano gli altri. E quindi da tempo datata. Ma che, per dire, ancora dieci anni fa Stefano Rodotà ha voluto ribadire nella “Dichiarazione dei diritti in Internet” presentata in parlamento quando cominciavano le prime avvisaglie della forte pressioni finanziarie e commerciali (i social erano agli inizi, l’AI di là da venire) e degli interessi di stato. Per essere chiari: nulla di nuovo sotto il sole recente. Già oggi in Italia se si vuole far sparire un sito si utilizza lo stesso meccanismo. Succede con i siti di scommesse, quelli dello streaming pirata, ecc. Ma appunto è confinato al nostro paese, per chi vuole accedervi da una connessione in Italia. Qui c’è un salto di qualità determinato dalla dipendenza dai monopoli di fatto, dalla concentrazione dei servizi essenziali in un unico luogo: gli USA. Una situazione che ha molte analogie con quello che succede ancora oggi a Francesca Albanese a cui si impedisce di avere un conto corrente perché sanzionata dall’amministrazione Trump o quello che è successe quando il governo USA decise di fare la guerra a Julian Assange e Paypal impedendo di fare donazioni a Wikileaks. Paypal fondata da Elon Musk e Peter Thiel, giusto per la cronaca. Se questa è la premessa le conseguenze sono più importanti. Di fronte a questa escalation non è più possibile pensare che partiti, sindacati, movimenti progressisti, soggetti della società civile possano continuare a utilizzare in rete servizi dei quali dipendono da soggetti esterni che possono decidere di spegnere o chiudere semplicemente con un click. E se questo ora è conclamato anche per quello che pensavamo al riparo, i siti web, da tempo dovrebbe essere evidente per i social sui quali tra algoritmi tarati su interessi sovranisti, bot, censure e rimozioni è in corso una partita a carte truccate. Insomma oggi è toccato ad Inventati ed Autisti e a qualcuno/a potrà interessare poco perché magari neanche sa che ruolo hanno avuto nei movimenti degli ultimi venticinque anni. Ma quanto tempo ancora potrebbe passare dal prossimo giro di vite per un servizio ed un diritto alla rete e alla sicurezza dei nostri dati che in mano ad altri che non possiamo più dare per scontati? -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MIGUEL MARTINEZ: > Vie di fuga -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > Sul declino degli Stati Uniti -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Si è rotta internet proviene da Comune-info.
August 28, 2026
Comune-info
Il terremoto del noi e quello della democrazia
OGNUNO, DOPO DIECI ANNI, HA IL SUO DI TERREMOTO “CENTRO ITALIA”. IL TERREMOTO DI QUELLI CHE HANNO DECISO DI NON TORNARE PIÙ E IL TERREMOTO DI QUELLI CHE HANNO DECISO DI RIMANERE, ANCOR OGGI, DENTRO UNA SCATOLA DI POLIURETANO CHIAMATA SAE, IL CUI TETTO NEL PRIMO INVERNO VENNE SFONDATO DALLA NEVE, E QUALCHE SETTIMANA FA È STATO SFONDATO DALLA GRANDINE. POI C’È IL TERREMOTO DI QUELLI CHE HANNO GUADAGNATO, DA UN PICCOLO FINANZIAMENTO, UNA COMPARSATA, FINO ALL’APPALTO STREPITOSO. IL TERREMOTO DI QUELLI CHE HANNO FATTO LAVORARE IN NERO GLI OPERAI NEI CANTIERI. IL TERREMOTO DELLA POLITICA, CHE DOPO DIECI ANNI HA COSTRUITO IL DELTAPLANO PER I TURISTI DI CASTELLUCCIO, MA NON CASTELLUCCIO; LE PISTE DA SCI DI PLASTICA, GLI IMPIANTI DI RISALITA E GLI IGLOO SUI SIBILLINI, MA NON I PAESI DEI SIBILLINI… TROPPI HANNO PENSATO AL “PROPRIO” DI TERREMOTO, ANZICHÉ SCEGLIERE DI COSTRUIRE UN POST TERREMOTO DI TUTTI. LA STRATEGIA DELL’ABBANDONO, DOPO DIECI ANNI, HA CONCLUSO, VINCENDO. «PERCHÉ LA BRACE CHE LA RIGENERA, È L'”IO” E IL “MIO”. PER IL “NOI” SAREBBE SERVITA PIÙ GENEROSITÀ E MENO EGOISMO. PIÙ “CEDERE”, CHE “PRENDERE”. PIÙ FRATERNITÀ E MENO EGO. PIÙ DEMOCRAZIA…», SCRIVE LEONARDO ANIMALI DALLE MARCHE. GIÀ, LA DEMOCRAZIA, QUELLA CHE ERA STATA CASSATA PER DECRETAZIONE, NELLA GESTIONE DELLE EMERGENZE GIÀ DAL TERREMOTO DE L’AQUILA Ognuno, dopo dieci anni, ha il suo di terremoto “Centro Italia”.  Il mio, quello strettamente personale,  mi è presente da dieci anni, ogni volta che esco di casa, o se mi affaccio dalla finestra. Io sono certo che questa fisicità, questa convivenza con le rovine accanto alla mia casa integra, mi abbia reso diverso nel tempo. Sicuramente non in meglio.  Poi c’è il terremoto che ho trovato da quella mattina del 24 agosto a Pescara del Tronto. Le case, a otto ore dalla scossa della notte, ancora fumanti dalla polvere, come se anziché scosse da sottoterra, fossero state bombardate dal cielo; i 52 morti di Arquata del Tronto dentro i sacchi neri all’obitorio dell’ospedale di Ascoli Piceno, tranne Marisol di pochi mesi, già composta dentro una piccola bara bianca; dei paesi con le case aperte, quelle sì, come scatolette di tonno; del dolore autentico, perfino delle autorità, ai funerali di Stato ad Ascoli, in un irreale sabato mattina d’agosto.  C’è il terremoto di Enzo Rendina, arrestato e processato perché non voleva lasciare Pescara del Tronto. C’è il terremoto di Massimo Dall’Orso, e dell’altra ventina di persone che hanno scelto di morire non resistendo al peso immateriale della non ricostruzione.  Il terremoto di Francesca di Castelsantangelo sul Nera, incontrata per caso tra dolore e macerie, diventata presto amica e sorella, e persa, per un tumore post sisma, quasi subito.  Il terremoto degli albergatori della costa adriatica, che hanno ospitato per un paio d’anni qualche migliaio di persone, destagionalizzando per decreto commissariale. Il terremoto dei farmacisti del cratere, e delle casa farmaceutiche produttrici di benzodiazepine e tranquillanti.  Ma anche quello dei baristi con ancora il bar in piedi, che hanno diminuito drasticamente di somministrare cappuccini e pastarelle, sostituiti esponenzialmente da alcolici ad alta gradazione.  Il terremoto di tanti con cui ho parlato, raccolto i sentimenti, le speranze, la protesta e l’indignazione.  Quelli che hanno deciso di non tornare più; quelli che hanno deciso di rimanere, ancor oggi, dentro una scatola di poliuretano chiamata SAE, il cui tetto nel primo inverno venne sfondato dalla neve, e qualche settimana fa è stato sfondato dalla grandine diametro albicocca.  Poi c’è il terremoto di quelli che hanno guadagnato, da un piccolo finanziamento, una comparsata, fino all’appalto strepitoso. Tanti piccoli, medi e grandi furbi.  Di quelli che hanno denunciato Nonna Peppina a Fiastra, regolando un vecchio rancore di vicinato.  Del sindaco di Monte Cavallo, denunciato per appropriazione indebita del Contributo per l’Autonoma Sistemazione, perché ha continuato a vivere per due anni nella sua casa inagibile.  Di quelli che hanno fatto lavorare in nero gli operai nei cantieri.  Dell’Ospedale di Amandola, ricostruito grazie all’assegno di partenza di cinque milioni di euro, donati alla Regione Marche dall’oligarca russo Igor Sečin, presidente della multinazionale del petrolio e del gas Rosneft. Il terremoto degli studenti dell’Università di Camerino, che per difendere il valore che il loro ateneo rimanesse sull’Appennino, di fronte alla richiesta di una delocalizzazione (temporanea, ma che sarebbe stata definitiva) sulla costa, si sono resi disponibili a studiare di giorno in paese e a dormire a Senigallia, con un pendolarismo quotidiano di 200 chilometri al giorno in pullman.  C’è il terremoto della politica, che dopo dieci anni ha costruito il Deltaplano per i turisti di Castelluccio, ma non Castelluccio; le piste da sci di plastica, gli impianti di risalita e gli igloo sui Sibillini, ma non i paesi dei Sibillini; i percorsi benessere kneipp nel fiume a Pievetorina, ma non Pievetorina.  Poi c’è il terremoto, di quelli che, grazie al terremoto, sono diventati parlamentari, consiglieri regionali, e di quelli che rimarranno sindaci e presidenti a vita di qualcosa.  Un solo catastrofico terremoto che ha generato tanti, infiniti, piccoli e personali terremoti. La situazione oggi è quella che l’onestà di ciascuno (ammesso che la  si abbia) può oggettivamente registrare. Tangibile, documentabile, fotografabile. Al netto di ogni mainstream e propaganda. Ed è quella che è perché, dopo dieci anni, troppi hanno pensato al “proprio” di terremoto, anziché scegliere di costruire un post terremoto di tutti.  La Strategia dell’abbandono, dopo dieci anni, ha concluso, vincendo, il suo lavoro. Perché la brace che la rigenera, è l'”io” e il “mio”.  Per il “noi” sarebbe servita più generosità e meno egoismo. Più “cedere”, che “prendere”.  Più fraternità e meno ego. Più democrazia, cassata per decretazione, nella gestione delle emergenze già dal terremoto de L’Aquila. La democrazia, in fondo, è la prima vittima che provoca ogni catastrofe naturale.  -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il terremoto del noi e quello della democrazia proviene da Comune-info.
August 24, 2026
Comune-info
Terremoto “Centro Italia”: dopo dieci anni l’io ha prevalso sul noi
Ognuno, dopo dieci anni, ha il suo, di terremoto “Centro Italia”. Il mio, quello strettamente personale, mi è presente da dieci anni, ogni volta che esco di casa, o se mi affaccio dalla finestra. Io sono certo che questa fisicità, questa convivenza con le rovine accanto alla mia casa integra, mi abbia reso diverso nel tempo. Sicuramente non in meglio. Poi c’è il terremoto che ho trovato da quella mattina del 24 agosto a Pescara del Tronto. Le case, a otto ore dalla scossa della notte, ancora fumanti dalla polvere, come se anziché scosse da sottoterra, fossero state bombardate dal cielo; i 52 morti di Arquata del Tronto dentro i sacchi neri all’obitorio dell’ospedale di Ascoli Piceno (tranne Marisol di pochi mesi, già composta dentro una piccola bara bianca); i paesi con le case aperte, quelle sì, come scatolette di tonno; il dolore autentico, perfino delle autorità, ai funerali di Stato ad Ascoli, in un irreale sabato mattina d’agosto. C’è il terremoto di Enzo Rendina, arrestato e processato perché non voleva lasciare Pescara del Tronto. C’è il terremoto di Massimo Dall’Orso, e dell’altra ventina di persone che hanno scelto di morire non resistendo al peso immateriale della non ricostruzione. Il terremoto di Francesca di Castelsantangelo sul Nera, incontrata per caso tra dolore e macerie, diventata presto amica e sorella, e persa quasi subito per un tumore post sisma. Il terremoto degli albergatori della costa adriatica, che hanno ospitato per un paio d’anni qualche migliaio di persone, destagionalizzando per decreto commissariale. Il terremoto dei farmacisti del cratere e delle casa farmaceutiche produttrici di benzodiazepine e tranquillanti, ma anche quello dei baristi con il bar ancora in piedi, che hanno diminuito drasticamente i cappuccini e le pastarelle, sostituiti esponenzialmente da alcolici ad alta gradazione. Il terremoto di tanti con cui ho parlato, raccolto i sentimenti, le speranze, la protesta e l’indignazione. Quelli che hanno deciso di non tornare più; quelli che hanno deciso di rimanere, ancora oggi, dentro una scatola di poliuretano chiamata SAE, il cui tetto nel primo inverno venne sfondato dalla neve e qualche settimana fa è stato sfondato dalla grandine diametro albicocca. Poi c’è il terremoto di quelli che ci hanno guadagnato, da un piccolo finanziamento, una comparsata, fino all’appalto strepitoso. Tanti piccoli, medi e grandi furbi. Di quelli che hanno denunciato Nonna Peppina a Fiastra, regolando un vecchio rancore di vicinato. Del sindaco di Monte Cavallo, denunciato per appropriazione indebita del Contributo per l’Autonoma Sistemazione, perché ha continuato a vivere per due anni nella sua casa inagibile. Di quelli che hanno fatto lavorare in nero gli operai nei cantieri. Dell’Ospedale di Amandola, ricostruito grazie all’assegno di partenza di cinque milioni di euro, donati alla Regione Marche dall’oligarca russo Igor Sečin, presidente della multinazionale del petrolio e del gas Rosneft. Il terremoto degli studenti dell’Università di Camerino, che per difendere il valore che il loro ateneo rimanesse sull’Appennino, di fronte alla richiesta di una delocalizzazione (temporanea, ma che sarebbe stata definitiva) sulla costa, si sono resi disponibili a studiare di giorno in paese e a dormire a Senigallia, con un pendolarismo di 200 km al giorno in pullman. C’è il terremoto della politica, che dopo dieci anni ha costruito il Deltaplano per i turisti di Castelluccio, ma non Castelluccio; le piste da sci di plastica, gli impianti di risalita e gli igloo sui Sibillini, ma non i paesi dei Sibillini; i percorsi benessere kneipp nel fiume a Pievetorina, ma non Pievetorina. Poi c’è il terremoto di quelli che grazie al terremoto sono diventati parlamentari, consiglieri regionali, e di quelli che rimarranno sindaci e presidenti a vita di qualcosa. Un solo catastrofico terremoto che ha generato tanti, infiniti, piccoli e personali terremoti. La situazione oggi è quella che l’onestà di ciascuno (ammesso che la si abbia) può oggettivamente registrare. Tangibile, documentabile, fotografabile. Al netto di ogni mainstream e propaganda. Ed è quella che è perché, dopo dieci anni, ognuno ha pensato al ‘suo’ di terremoto, anziché scegliere di costruire un post terremoto di tutti. La Strategia dell’Abbandono, dopo dieci anni, ha concluso, vincendo, il suo lavoro. Perché la brace che la rigenera, è l’ ‘io’ e il ‘mio’. Per il ‘noi’ sarebbe servita più generosità e meno egoismo. Più ‘cedere’, che ‘prendere’. Più fraternità e meno ego. Più democrazia, cassata per decretazione, nella gestione delle emergenze già dal terremoto de L’Aquila. La democrazia, in fondo, è la prima vittima di ogni catastrofe naturale.   Leonardo Animali
August 23, 2026
Pressenza
La retorica del “pericolo socialista” di Maurizio Molinari
Negli ultimi giorni, le immagini e i post pubblicati da Maurizio Molinari su La Stampa e sui social offrono un saggio di analisi politica e di uso fuorviante del linguaggio. Commentando i successi elettorali della sinistra progressista negli Stati Uniti, dalla vittoria di Abdul El-Sayed nelle primarie dem per il […] L'articolo La retorica del “pericolo socialista” di Maurizio Molinari su Contropiano.
August 15, 2026
Contropiano
La grande inversione – Medicina, politica e democrazia
Che cosa è cambiato nella cultura della sinistra davanti alla medicina? Per anni la critica ai conflitti di interesse, alla medicalizzazione e al potere delle grandi industrie era considerata un patrimonio della cultura progressista. Dalla critica del potere alla fede nelle tecnocrazie sanitarie: come una parte della cultura progressista ha smarrito la lezione di Giulio Alfredo Maccacaro. INDICE * Il caso Fauci, la trasparenza e il controllo democratico * Maccacaro e la critica del potere medico * Medicalizzazione e prevenzione quaternaria * La grande inversione della cultura progressista * Obblighi vaccinali e polarizzazione morale * Green Pass, coercizione e consenso informato * Il significato politico della vicenda Fauci * La fiducia nella scienza richiede trasparenza * Recuperare la lezione di Maccacaro IL CASO FAUCI, LA TRASPARENZA E IL CONTROLLO DEMOCRATICO Per decenni una parte della cultura progressista ha considerato la medicina uno dei terreni decisivi sui quali esercitare il controllo democratico del potere economico e istituzionale. Oggi, mentre il caso Fauci riporta al centro del dibattito la trasparenza, i conflitti di interesse e il rapporto sempre più stretto tra ricerca pubblica e industria privata, rimane ben poco di quella tradizione. Le vicende che coinvolgono Anthony Fauci negli Stati Uniti, con le commissioni parlamentari impegnate ad acquisire documenti, ricostruire finanziamenti federali, pubblicare corrispondenze private e interrogare uno dei protagonisti della gestione sanitaria della pandemia, dovrebbero interessare chiunque abbia ancora a cuore il delicato rapporto tra scienza, politica e democrazia. Non perché il destino personale o giudiziario dell’ex direttore del NIAID possa, da solo, modificare il giudizio storico sulla più grave crisi sanitaria globale dell’ultimo secolo, ma perché nessuna società che si definisca libera dovrebbe temere di conoscere le modalità, gli intrecci e le logiche attraverso cui furono assunte decisioni che incisero sulle libertà fondamentali, sull’economia, sulla scuola, sul lavoro e sulla salute di miliardi di persone. A provocare un profondo senso di smarrimento non è tanto il conflitto istituzionale che si sta svolgendo negli Stati Uniti, dove maggioranza e opposizione utilizzano inevitabilmente anche le commissioni d’inchiesta come terreno di scontro politico, quanto il silenzio ostinato di una parte molto ampia della sinistra italiana ed europea sul principio stesso della trasparenza. La pubblicazione degli atti, la ricostruzione dei flussi finanziari, l’analisi dei conflitti di interesse e il controllo parlamentare sulle istituzioni sanitarie avrebbero dovuto rappresentare il terreno naturale di una cultura politica che aveva fatto della critica ai poteri economici e istituzionali uno dei tratti più nobili della propria identità. È avvenuto l’opposto. La richiesta di conoscere, verificare e discutere è stata accolta con fastidio, squalificata come strumentalizzazione politica o archiviata come cedimento al complottismo, quasi che rivolgere domande al potere tecnoscientifico significasse indebolire la scienza anziché difenderne l’integrità e la credibilità pubblica. Sul ricorso di Fauci al Quinto Emendamento, cioè sulla scelta di non rispondere a domande le cui risposte avrebbero potuto essere utilizzate contro di lui in un procedimento penale, è calato un silenzio quasi totale. MACCACARO E LA CRITICA DEL POTERE MEDICO La portata di questa trasformazione si comprende meglio tornando alla lezione di Giulio Alfredo Maccacaro, non per celebrarlo con la retorica innocua delle commemorazioni, ma per utilizzare il suo pensiero come misura della distanza che separa la medicina democratica dalla cultura sanitaria oggi dominante. Maccacaro continua a essere ricordato come medico, epidemiologo e intellettuale impegnato, mentre viene progressivamente rimossa la parte più scomoda della sua eredità: la denuncia di una medicina divenuta strumento di controllo sociale e mezzo di espansione economica, dopo aver rinunciato alla propria autonomia e accettato che fossero il mercato, l’industria e gli apparati burocratici a definirne priorità, linguaggio e obiettivi. Aveva compreso, con sorprendente anticipo, che il pericolo maggiore per la medicina moderna non risiedeva soltanto nell’insufficienza delle cure, ma nella loro progressiva centralità ideologica. L’industria farmaceutica non andava giudicata ricorrendo alle categorie infantili del bene e del male, perché era e rimane un’impresa economica, tenuta a produrre utili, ampliare i mercati e accrescere il consumo dei propri prodotti. Il suo obiettivo strutturale non può coincidere con la riduzione della domanda di medicinali, con il miglioramento delle condizioni ambientali e lavorative o con la rimozione delle cause sociali della malattia, perché una società più sana, meno dipendente da trattamenti continuativi e maggiormente capace di prevenzione autonoma non rappresenta necessariamente il modello più redditizio. Per questa ragione Maccacaro considerava pericoloso attribuire all’industria un ruolo dominante nella definizione delle priorità sanitarie, nell’orientamento della ricerca, nella formazione dei medici e nella costruzione delle politiche pubbliche. MEDICALIZZAZIONE E PREVENZIONE QUATERNARIA La sua critica investiva il processo più vasto di medicalizzazione della società, destinato a modificare il modo stesso di interpretare la vita, la sofferenza e la normalità. Sotto la pressione di una ricerca sempre più dipendente dagli interessi economici, la salute cessava di essere un equilibrio dinamico, legato alle condizioni di vita, di lavoro, di alimentazione, di ambiente e di relazione, per trasformarsi in un mercato potenzialmente illimitato. Non più soltanto la malattia, ma anche i fattori di rischio, l’invecchiamento fisiologico, la fragilità emotiva, il disagio sociale, la stanchezza, il dolore, il lutto, la paura e molti passaggi naturali dell’esistenza potevano essere ricondotti entro categorie cliniche sempre più ampie, ciascuna accompagnata da controlli, protocolli, trattamenti, farmaci e nuovi profitti. La medicina smetteva così di occuparsi soltanto della cura e cominciava a trasformare ogni cittadino in un malato potenziale, sorvegliato lungo l’intero arco della vita attraverso parametri, soglie, screening, prescrizioni presentate come preventive e trattamenti destinati a durare indefinitamente. La prevenzione, che avrebbe dovuto agire sulle cause ambientali e sociali delle patologie, veniva ricondotta alla somministrazione anticipata di un prodotto, allargando il mercato sanitario senza modificare le condizioni che producono malattia. Non è un caso che, alcuni decenni dopo, il medico di famiglia belga Marc Jamoulle abbia elaborato il concetto di prevenzione quaternaria, definendolo come la necessità di proteggere le persone dagli eccessi della medicina stessa. L’idea è semplice quanto rivoluzionaria: non ogni fattore di rischio richiede un trattamento, non ogni alterazione di un parametro biologico rappresenta una malattia, non ogni possibilità di intervento costituisce un beneficio. Anche l’eccesso di diagnosi, screening, prescrizioni e terapie può produrre danni, e la prima responsabilità della medicina è evitare interventi inutili o sproporzionati. È lo stesso filo che attraversava il pensiero di Maccacaro: una medicina che perde il senso del limite rischia di trasformare la salute in un mercato e i cittadini in pazienti permanenti. Da questa trasformazione nasceva l’espropriazione della salute. Il cittadino perdeva la capacità di interpretare il proprio corpo, distinguere tra fisiologia e patologia e comprendere il peso degli stili di vita, delle relazioni, dell’ambiente e delle condizioni sociali, venendo educato a considerare ogni difficoltà biologica o esistenziale come un problema tecnico da affidare a uno specialista e, molto spesso, a una soluzione farmacologica. La risposta diventava verticale, iperspecialistica e dipendente da un apparato economico che traeva dalla medicalizzazione permanente la propria possibilità di crescita. La persona non veniva emancipata attraverso la conoscenza, ma resa più dipendente dall’autorità sanitaria, più fragile di fronte all’incertezza e meno capace di partecipare alle decisioni sul proprio corpo. Per decenni questa critica non appartenne a una minoranza eccentrica, ma costituì uno dei riferimenti più importanti della cultura progressista e della sinistra italiana. La denuncia dei conflitti di interesse, la diffidenza verso i rapporti opachi tra multinazionali, governi e autorità regolatorie, la richiesta di trasparenza, la difesa del consenso informato e la partecipazione dei cittadini alle scelte sanitarie erano elementi essenziali di un progetto politico che pretendeva di liberare la scienza dalla subordinazione agli interessi economici e dall’uso autoritario della competenza. La medicina democratica non voleva sostituire un’autorità con un’altra, ma ridurre la distanza tra chi decideva e chi subiva le conseguenze di quelle decisioni. LA GRANDE INVERSIONE DELLA CULTURA PROGRESSISTA Negli ultimi anni questo patrimonio si è dissolto con una rapidità impressionante. La pandemia non si è limitata a imporre scelte difficili in una condizione di emergenza, ma ha reso visibile una metamorfosi politica già iniziata da tempo. Una parte maggioritaria della sinistra istituzionale e intellettuale ha guardato alle grandi organizzazioni sanitarie internazionali, alle agenzie regolatorie e alle multinazionali farmaceutiche con una deferenza che avrebbe giudicato inaccettabile se fosse stata rivolta a un gruppo bancario, a un’industria petrolifera, a una corporation militare o a qualsiasi altro centro di potere economico. Il linguaggio della critica sociale è stato sostituito dal lessico della fiducia. La parola “precauzione”, per decenni vessillo della cultura ambientalista e della sinistra di fronte agli interessi industriali, cambiò improvvisamente significato. Non venne più invocata per chiedere maggiore prudenza verso nuovi prodotti sanitari o nuove tecnologie, ma per giustificarne l’adozione rapida, mentre chi domandava dati più solidi veniva accusato di ostacolare la salute pubblica. La trasparenza diventò un fastidio, i conflitti di interesse una conseguenza inevitabile della collaborazione pubblico-privato, il dissenso scientifico una minaccia da contenere. La richiesta di accesso ai dati, di confronto tra ipotesi differenti e di valutazione rigorosa del rapporto tra rischi e benefici venne interpretata come irresponsabilità, ignoranza o sabotaggio della salute collettiva. La sinistra che aveva insegnato a diffidare di ogni autorità incontrollata cominciò a presentare l’obbedienza alle autorità sanitarie come una virtù civile, rinunciando a distinguere la fiducia nella scienza dalla deferenza verso le istituzioni che pretendevano di rappresentarla. La legge 119 del 2017 aveva già mostrato con chiarezza questa trasformazione. L’introduzione di un sistema esteso di obblighi vaccinali pediatrici avrebbe richiesto, proprio da parte di una cultura politica attenta ai diritti e alla proporzionalità delle misure, una discussione rigorosa sulla diversa funzione epidemiologica dei vaccini, sulla capacità di ridurre la trasmissione delle singole malattie, sul rapporto tra beneficio individuale e collettivo, sulle sanzioni, sull’esclusione dai servizi educativi e sulla necessità di sottoporre periodicamente l’impianto normativo a verifica parlamentare. Le vaccinazioni comprese nella legge non sono epidemiologicamente sovrapponibili: alcune contribuiscono alla riduzione della circolazione dell’agente infettivo, altre proteggono prevalentemente il soggetto vaccinato, mentre il tetano non si trasmette da persona a persona. Un regime obbligatorio unico applicato a interventi tanto diversi avrebbe dovuto suscitare proprio nella sinistra una riflessione particolarmente esigente sul fondamento scientifico e giuridico della coercizione. OBBLIGHI VACCINALI E POLARIZZAZIONE MORALE Quel confronto venne quasi immediatamente soffocato dalla polarizzazione morale. La discussione non oppose interpretazioni scientifiche e giuridiche differenti, ma cittadini responsabili e irresponsabili, progressisti e oscurantisti, amici e nemici della scienza, vaccinati e non vaccinati. La complessità fu sostituita dalla classificazione delle persone, mentre le domande sul rapporto tra corpo, libertà, interesse collettivo e trasparenza dei dati venivano considerate sospette prima ancora di essere ascoltate. Durante la pandemia lo stesso schema assunse dimensioni infinitamente maggiori. Il Green Pass venne trasformato da strumento sanitario in dispositivo di accesso al lavoro, ai trasporti e alla vita sociale; gli obblighi vaccinali furono imposti a intere categorie professionali con la sospensione dal lavoro e dallo stipendio; medici e ricercatori che esprimevano dubbi sulla proporzionalità delle misure, sulla durata della protezione, sulla capacità dei vaccini di impedire la trasmissione o sul rapporto rischio-beneficio nelle diverse fasce di età furono ricondotti alla categoria indistinta dei “no-vax”, cancellando curricula, competenze e argomentazioni. Una parte consistente della sinistra non si limitò a sostenere quelle politiche, ma contribuì a costruire il linguaggio punitivo che le accompagnò, accettando l’emarginazione sociale e professionale di una minoranza con un entusiasmo difficilmente conciliabile con la propria storia. GREEN PASS, COERCIZIONE E CONSENSO INFORMATO La cultura politica che aveva fatto della difesa delle minoranze uno dei propri principi fondativi si mostrò insofferente verso cittadini, lavoratori e professionisti che chiedevano di discutere la proporzionalità di misure destinate a incidere sul corpo e sulla libertà personale. La tradizione che aveva contestato il paternalismo medico finì per sostenere una delle sue espressioni più radicali, mentre il consenso informato veniva svuotato del proprio significato e ridotto all’accettazione di una scelta resa obbligatoria attraverso la privazione del lavoro, del reddito e della partecipazione sociale. La buona fede di chi adottò o sostenne quelle decisioni non cancella la gravità del rovesciamento culturale. L’emergenza può spiegare l’errore, ma non giustifica la rinuncia permanente agli strumenti della democrazia. Proprio nei momenti di maggiore paura sarebbe stato necessario esigere più trasparenza, discussione e controllo; prevalse invece la convinzione che il dissenso dovesse essere compresso per non indebolire la risposta collettiva. La tutela della salute divenne il terreno sul quale rendere accettabili limitazioni che, in qualsiasi altro ambito, la sinistra avrebbe denunciato come autoritarie. La vicenda di Anthony Fauci acquista dentro questo quadro un significato che supera largamente la biografia del medico americano. Quando emergono email, finanziamenti, collaborazioni tra istituzioni pubbliche e soggetti privati, ricerche condotte in laboratori stranieri e decisioni sanitarie presentate al mondo come indiscutibili, una cultura ancora fedele alla propria tradizione dovrebbe pretendere di conoscere ogni dettaglio: la pubblicazione integrale dei documenti, la tracciabilità dei finanziamenti, l’indipendenza delle commissioni e l’accertamento di ogni eventuale responsabilità. Invece prevalgono il silenzio, l’imbarazzo o il tentativo di ridurre tutto a vendetta politica, come se il controllo parlamentare fosse diventato illegittimo nel momento in cui riguarda figure celebrate dal sistema scientifico e mediatico. IL SIGNIFICATO POLITICO DELLA VICENDA FAUCI La trasparenza non è una concessione benevola del potere tecnocratico, ma la condizione che rende possibile la fiducia. Quando i contratti di acquisto rimangono coperti da clausole di riservatezza, i conflitti di interesse dei consulenti vengono minimizzati, le decisioni vengono giustificate con formule d’autorità e le istituzioni reagiscono alle domande classificandole come disinformazione, non difendono la scienza: consumano la fiducia sulla quale la scienza pubblica dovrebbe reggersi. LA FIDUCIA NELLA SCIENZA RICHIEDE TRASPARENZA La perdita più grave della sinistra contemporanea non consiste nell’avere sostenuto un vaccino, un farmaco o una misura emergenziale. Le scelte possono cambiare e devono essere riviste quando cambiano le prove. La frattura riguarda il metodo: l’abbandono della critica al potere economico, la rinuncia a esaminare i conflitti di interesse, l’accettazione della coercizione come strumento ordinario di politica sanitaria e la sostituzione della partecipazione con l’obbedienza. È la rinuncia a quella cultura che aveva insegnato a non confondere la medicina con il mercato, la scienza con l’autorità e la tutela della salute con la disponibilità illimitata del corpo dei cittadini. Maccacaro continua a essere celebrato, citato e ricordato, ma la parte più viva del suo pensiero è stata neutralizzata. È diventato un’icona innocua di una medicina democratica che molti omaggiano proprio mentre sostengono un modello fondato sulla centralizzazione delle decisioni, sulla dipendenza dall’industria e sulla medicalizzazione crescente della vita. Non è una marginale incoerenza storiografica, ma una perdita politica che priva la democrazia di uno dei suoi più importanti strumenti di difesa. RECUPERARE LA LEZIONE DI MACCACARO Recuperare la lezione di Maccacaro, pretendere trasparenza sul caso Fauci e interrogare ogni intreccio tra potere economico e salute pubblica significa restituire alla medicina la libertà che perde quando diventa funzione del mercato, alla politica la dignità che abbandona quando rinuncia al controllo e ai cittadini il diritto di non essere trattati come destinatari passivi di decisioni assunte altrove. Oggi il potere utilizza sempre più spesso la scienza e la sanità per costruire una società più medicalizzata, più sorvegliata e meno libera, con la complicità politica di chi aveva promesso di contrastare proprio questa deriva e ha finito, invece, per diventarne uno dei più zelanti custodi.   Riferimenti bibliografici * Giulio A. Maccacaro, Per una medicina da rinnovare, Feltrinelli. * Ivan Illich, Nemesi medica. L’espropriazione della salute. * Marc Jamoulle, Quaternary Prevention: First, Do No Harm. * Giovanni Berlinguer, La salute. Lorenzo Tomatis, Il fuoriuscito. AsSIS
August 7, 2026
Pressenza