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Legge elettorale. Potere al Popolo: “Vogliamo il sistema proporzionale vero”
La nuova proposta di legge elettorale avanzata dal governo guidato da Giorgia Meloni non è che l’ultimo tassello, in ordine cronologico, di un disegno politico più ampio che punta alla verticalizzazione del potere, al rafforzamento dell’Esecutivo e alla conseguente compressione degli spazi di rappresentanza e di opposizione sociale all’interno delle […] L'articolo Legge elettorale. Potere al Popolo: “Vogliamo il sistema proporzionale vero” su Contropiano.
July 21, 2026
Contropiano
Proporzionale puro. La stagione dell’impostura deve chiudersi, ora
Che roba, questa democrazia. È diventata un teatro dove le poltrone sono assegnate prima ancora che si apra il sipario, e noi siamo solo spettatori obbligati a comprare un biglietto per uno spettacolo che non ci piace. Preferisco, senza se e senza ma, un sistema proporzionale puro, privo di quelle […] L'articolo Proporzionale puro. La stagione dell’impostura deve chiudersi, ora su Contropiano.
July 21, 2026
Contropiano
L’influenza di Israele sulla politica americana è già nei documenti ufficiali
L’intervista di JD Vance riporta al centro un tema documentato da anni: tra lobbying, campagne di comunicazione e atti pubblici depositati ai sensi del FARA, l’influenza israeliana sulla politica statunitense emerge da documenti ufficiali, non da teorie del complotto. Quando si parla di potere israeliano sulla politica statunitense, la tentazione più forte è quasi sempre quella di cercare la prova nascosta, l’email trapelata, il legame occulto con i servizi segreti. È la stessa tentazione che ha attraversato l’intervista di mercoledì scorso tra il vicepresidente JD Vance e Joe Rogan, quando Vance ha detto di ritenere che Jeffrey Epstein avesse «chiaramente collegamenti con i livelli più alti dell’intelligence israeliana», pur ammettendo di non avere alcuna prova documentale a sostegno. Ma proprio in quella stessa intervista, quasi in secondo piano rispetto al titolo su Epstein, Vance ha raccontato qualcos’altro: un caso di influenza israeliana sulla politica americana che non ha bisogno di essere ipotizzato, perché è già scritto nei documenti depositati per legge presso il governo degli Stati Uniti. Il caso riguarda Brad Parscale, l’uomo che ha diretto la campagna elettorale di Trump nel 2020, e la sua società Clock Tower X. Secondo un’inchiesta di Time pubblicata la settimana scorsa, basata su verbali depositati ai sensi del Foreign Agents Registration Act, la legge che obbliga chi lavora per governi stranieri sul suolo americano a dichiararlo pubblicamente, Clock Tower X ha firmato a settembre un contratto con l’agenzia Havas Media per conto del governo israeliano, ricevendo un compenso mensile di circa un milione e mezzo di dollari. Lo scopo dichiarato nei documenti era combattere l’antisemitismo online e rafforzare l’immagine di Israele tra i giovani conservatori americani. Ma secondo Time, dopo la firma dell’intesa USA-Iran di giugno, funzionari dell’amministrazione hanno notato una raffica di post quasi identici, pubblicati nello stesso momento da influencer vicini al mondo MAGA, che attaccavano proprio quell’accordo, un pattern che un alto funzionario ha giudicato tutt’altro che spontaneo. Vance non ha usato mezzi termini per commentarlo: «Quando apro le pagine di Time e vedo che c’è una campagna di influenza straniera letteralmente finanziata per affossare l’accordo che stavo perseguendo, e molte delle persone che ricevevano quei soldi mi attaccavano in modi completamente disonesti, la mia risposta è: andate all’inferno». Parscale ha respinto l’accusa di aver lavorato contro i negoziati, sostenendo di aver avviato la sua attività già tre anni fa per contrastare quello che descrive come un aumento dell’odio antiebraico, non su mandato politico israeliano. Anche il ministero degli Esteri israeliano ha replicato pubblicamente, sostenendo che ogni sua attività è trasparente e pienamente conforme alla legge americana. Al netto delle smentite, resta un fatto che nessuna delle parti in causa nega: un governo straniero ha pagato, attraverso canali legalmente dichiarati, una macchina di comunicazione digitale capace di orientare il dibattito pubblico americano su una delle decisioni di politica estera più delicate del momento, la guerra e la pace con l’Iran. Non è un’ipotesi, non è un’email di dubbia provenienza, non è la ricostruzione di un informatore confidenziale: è un contratto, con un importo, un cliente e un’agenzia esecutrice, reso pubblico perché la legge americana lo impone a chiunque lavori in questo modo per un governo estero. Ed è qui che la vicenda smette di essere un episodio isolato e diventa la fotografia di qualcosa di strutturale. Il meccanismo con cui Israele prova a orientare l’opinione pubblica e il Congresso americani non nasce con Clock Tower X: è lo stesso meccanismo, rodato da decenni, di cui l’AIPAC, la lobby filoisraeliana più potente di Washington, è l’espressione più istituzionalizzata. Per sessant’anni l’AIPAC ha lavorato prevalentemente dietro le quinte, facendo pressione su parlamentari e loro staff senza esporsi direttamente nelle campagne elettorali. Poi, in vista delle elezioni di metà mandato del 2022, qualcosa è cambiato: l’organizzazione ha deciso per la prima volta di spendere direttamente per eleggere o sconfiggere singoli candidati, trasformandosi da gruppo di pressione classico in un attore elettorale a tutti gli effetti. I numeri di quella trasformazione, oggi, sono pubblici e verificabili attraverso i verbali della Federal Election Commission. Nel solo ciclo elettorale 2023-2024, tra contributi diretti del comitato AIPAC e spese indipendenti del suo braccio armato, lo United Democracy Project, la lobby ha immesso nel sistema politico americano circa 127 milioni di dollari, contribuendo all’elezione di 318 candidati al Congresso. Quel denaro non è stato distribuito a caso: è servito, tra l’altro, a finanziare le campagne che hanno sconfitto alle primarie democratiche i deputati Jamaal Bowman e Cori Bush, due tra le voci più critiche verso la condotta israeliana a Gaza allora presenti al Congresso. Non era un segreto da scoprire: era, ed è, un piano dichiarato pubblicamente dalla stessa organizzazione prima ancora di essere eseguito. Per essere onesti fino in fondo, va detto che quello di Israele non è un caso isolato nel panorama dell’influenza straniera sulla politica americana. Lo stesso servizio di Time che ha rivelato il contratto di Clock Tower X ricordava che anche Russia, Iran e Cina conducono da tempo operazioni di influenza digitale rivolte al pubblico statunitense, con obiettivi e metodi diversi ma con la stessa logica di fondo: usare gli strumenti della comunicazione online per orientare un dibattito pubblico che dovrebbe restare, almeno in teoria, appannaggio dei soli cittadini americani. La differenza, nel caso israeliano, sta nella profondità storica del canale di accesso: non un’operazione isolata condotta da un servizio di intelligence ostile, ma una rete di relazioni istituzionali, finanziarie ed elettorali costruita nell’arco di decenni da un alleato che gli Stati Uniti considerano, ufficialmente, tra i più stretti al mondo. È significativo, allora, che sia proprio il vicepresidente di un’amministrazione storicamente allineata a Israele a mettere pubblicamente in fila questi elementi, arrivando a dire che «Israele sta perdendo la battaglia dell’opinione pubblica negli Stati Uniti» e a rivendicare il proprio dovere di «rappresentare prima di tutto gli americani». Vance, però, prova anche a contenere la portata di quanto ammette: sostiene che tentare di influenzare la politica americana sia normale prassi diplomatica, praticata da alleati e avversari allo stesso modo, e che il problema sorga solo quando quell’influenza arriva a condizionare il giudizio della leadership statunitense. È una distinzione comoda, che gli permette di denunciare il singolo episodio senza rimettere in discussione l’impianto complessivo del rapporto tra i due Paesi, un impianto fatto di finanziamenti militari pluriennali garantiti per legge, di una rete di lobbying che ha imparato a muovere direttamente le leve elettorali, e ora anche di campagne digitali dichiarate ai sensi del FARA. C’è un altro nome che aiuta a capire quanto questo meccanismo sia già entrato nel linguaggio comune di Washington, ben prima dell’intervista di Vance: quello del deputato repubblicano del Kentucky Thomas Massie, uno dei pochissimi esponenti del suo partito ad aver criticato pubblicamente la condotta di Israele e, non a caso, uno dei bersagli della spesa elettorale dell’AIPAC e di altri gruppi filoisraeliani nelle ultime tornate elettorali. È stato lo stesso Massie, in un’intervista televisiva, a sintetizzare con un’immagine diventata poi ricorrente il modo in cui i membri del Congresso vivono quella pressione quotidiana, dicendo che ogni parlamentare ha, di fatto, una sorta di «tutore AIPAC» che ne sorveglia le posizioni. Non è un’espressione neutra, ed è indicativa proprio perché arriva da un membro dello stesso establishment repubblicano che oggi, con Vance, sembra iniziare a interrogarsi pubblicamente sui limiti di quella sorveglianza. L’effetto più duraturo di un sistema costruito così non si misura soltanto nelle elezioni vinte o perse, ma in quello che non arriva mai a essere detto: posizioni critiche che restano inespresse, candidati che scelgono di non toccare certi temi, giornalisti e funzionari che calibrano le proprie parole sapendo quale genere di attenzione possono attirare. È un effetto difficile da quantificare con un numero, a differenza dei centoventisette milioni di dollari spesi nel 2024, ma è proprio in quello spazio di autocensura diffusa, più che nel singolo contratto o nella singola donazione, che si misura il vero peso di un’influenza strutturale: non la capacità di imporre una decisione dall’esterno, ma quella di rendere certe decisioni politicamente troppo costose perché qualcuno le prenda. È proprio questo impianto, nel suo insieme, a rendere l’influenza israeliana sulla politica statunitense un dato strutturale del sistema, non un’anomalia né tanto meno una teoria da dimostrare nell’ombra. Non serve immaginare un deep state per descriverla, né inseguire email di dubbia autenticità o legami mai provati con i servizi segreti: basta leggere quello che i governi, per legge, sono già costretti a rendere pubblico, e chiedersi perché quella trasparenza formale continui a coesistere, senza apparente contraddizione, con un’influenza reale sulle decisioni di guerra e di pace che riguardano milioni di persone che a quelle decisioni non hanno mai potuto votare. Fonti * ✓ Al Jazeera, “Vance says Epstein had connections to US, Israeli intelligence”, 16 luglio 2026 https://www.aljazeera.com/news/2026/7/16/vance-says-epstein-had-connections-to-us-israeli-intelligence * ✓ Middle East Eye, “JD Vance says Epstein had connections to CIA and Mossad”, 16 luglio 2026 https://www.middleeasteye.net/news/jd-vance-says-epstein-had-connections-cia-and-mossad * ✓ Time, “Brad Parscale’s Israel Influence Operation”, 13 luglio 2026 https://time.com/article/2026/07/13/brad-parscale-israel-influence-operation/ * ✓ Washington Examiner, “Brad Parscale rejects JD Vance claim Israel undermine Iran peace talks”, luglio 2026 https://www.washingtonexaminer.com/policy/foreign-policy/4651470/brad-parscale-rejects-jd-vance-claim-israel-undermine-iran-peace-talks/ * ✓ The Intercept, “How Does AIPAC Shape Washington? We Tracked Every Dollar”, 24 ottobre 2024 https://theintercept.com/2024/10/24/aipac-spending-congress-elections-israel/ * ✓ Sludge, “Here Is All the Money AIPAC Spent on the 2024 Elections”, 24 gennaio 2025 https://readsludge.com/2025/01/24/here-is-all-the-money-aipac-spent-on-the-2024-elections/ * ✓ Mediaite, “House Republican Claims Every GOP Colleague Has an ‘AIPAC Babysitter’ Who Lobbies for Israeli Interests”, giugno 2024 https://www.mediaite.com/politics/house-republican-claims-every-gop-colleague-has-an-aipac-babysitter-who-lobbies-for-israeli-interests/ Francesco Russo
July 20, 2026
Pressenza
‘Stabilicum’, ovvero: l’importante è non perdere mai
Il nome dato alla proposta della maggioranza di governo per la riforma della legge elettorale è Stabilicum. Pur se in falso latino, come ormai prassi per le leggi elettorali in Italia, dovrebbe – o vorrebbe – veicolare un significato di stabilità e certezza di (ri)elezione del prossimo nuovo governo. Non entriamo qui nel merito delle specificità della legge elettorale sostenuta dalla maggioranza dal momento che ben più autorevoli commentatori ne hanno dato conto e ne stanno spiegando ad oggi risvolti positivi e negativi, problematiche e peculiarità. La volontà del governo attuale è quella di mostrarsi come forte e credibile nei confronti delle istituzioni politiche europee ma anche nei confronti della Nato, delle istituzioni bancarie comunitarie. Insomma: la necessità è quella di mostrare la propria stabilità, per l’appunto. Da qui la necessità di far sì che grazie alla prossima legge elettorale ‘si sappia la sera chi debba governare il giorno dopo’, parafrasando un Renzi quando era Presidente del consiglio dei ministri, era segretario del Partito democratico e propugnava il suo modello denominato Italicum. Praticamente una vita (politica) fa. Eppure il legislatore italiano ha messo più volte mano alla legge elettorale, cambiando spesso forma, modo e soglia d’accesso alle istituzioni al fine di mutare a proprio vantaggio una presenza parlamentare che fosse il più ‘monocolore’ possibile. Nel corso degli ultimi vent’anni le modifiche alla legge elettorale sono state tre. La prima fu nel 2005, la legge Calderoli successivamente denominata «porcata» dal suo stesso proponente, dunque diventata giornalisticamente nota col nome di Porcellum. Quella legge, poi dichiarata parzialmente incostituzionale, rimase in vigore per tre legislature e andò a modificare il Mattarellum, la legge Mattarella del 1993. Successivamente, nel 2015, da Matteo Renzi venne proposto l’Italicum, ma la legge che fu approvata quell’anno venne dichiarata incostituzionale, dunque mai realmente utilizzata. Ultima modifica, nel 2017, la legge Rosato, il Rosatellum, in vigore nelle ultime due legislature. Nel continente africano esiste un detto che recita più o meno in questo modo: «non si organizzano le elezioni per perderle [on n’organise pas des élections pour les perdre]». A onor del vero sembra che sia più questa espressione politicamente scellerata a guidare la maggioranza, piuttosto che la stabilità ricercata e sbandierata. Intendiamoci: se la vocazione dell’Italia è quella di mostrarsi forte e all’altezza degli altri paesi europei, quello che sta succedendo da un ventennio è la rappresentazione di un Paese preda di organizzazioni politiche gelose del potere e bramose di tenerlo per sé. Tutt’altro che un Paese moderno basato sulla cooperazione tra differenti forze politiche: il dibattito, anzi, è viziato da post sui social, politiche che si misurano con i cuori di Instagram o le visualizzazioni di TikTok e titoli sensazionalistici sulla stampa. Non solo. È anche la fotografia di forze politiche non disposte al dialogo e ad un’idea di sconfitta dopo il proprio periodo di governo ponendo come necessaria la legge (magari poi incostituzionale) per far sì che si possa tornare immediatamente al potere. Forse i governi di questi decenni più che a ideali di democrazia liberale, si sono ispirati a modelli di mantenimento quasi imperituro del potere come accade in Camerun, in cui Paul Biya è stato rieletto a 92 anni per l’ottavo mandato consecutivo oppure in Congo (Brazzaville) in cui Denis Sassou Nguesso governa dal 1997 senza mai essere stato sconfitto. L’importante è non perdere mai. La credibilità della classe dirigente e il bene del Paese possono aspettare. Marco Piccinelli
July 14, 2026
Pressenza
I padroni delle macchine e delle menti
Il libro di Brancaccio dimostra scientificamente questa tendenza attraverso gli strumenti dell’economia politica e dell’analisi econometrica. Cyberfascismo riparte esattamente dal punto in cui quella dimostrazione termina, cercando di dare un volto concreto a quel potere: i data center, il cloud, i semiconduttori, gli algoritmi, i modelli di intelligenza artificiale, le piattaforme digitali, le infrastrutture energetiche che alimentano il nuovo capitalismo del calcolo. I due libri, dunque, non si sovrappongono. Si completano. Il primo dimostra una legge di tendenza. Il secondo ne ricostruisce l’anatomia. Il primo osserva il movimento del capitale. Il secondo identifica gli strumenti attraverso i quali quel capitale organizza oggi il dominio economico, cognitivo e politico. Da questa complementarità nasce il senso di questo articolo. Non una recensione, né un confronto accademico fine a sé stesso, ma la ricostruzione di una vera e propria staffetta intellettuale. Dove termina la lente dell’economia politica iniziano la storia, la teoria della comunicazione e l’analisi delle tecnologie. È lungo questa continuità che diventa possibile comprendere la natura del nuovo potere. L’obiettivo è verificare entrambe le tesi alla prova dei fatti: la concentrazione del capitale, la corsa delle big tech all’energia nucleare, il controllo delle infrastrutture del calcolo, la guerra algoritmica, la subordinazione tecnologica europea e la progressiva privatizzazione delle infrastrutture cognitive dell’umanità. Continua a leggere→
July 14, 2026
Rizomatica
Un trucco dopo l’altro. La posta in gioco con la nuova legge elettorale
Truccare continuamente le regole del gioco per consentire la vittoria sempre agli stessi interessi. Sembra essere questa la principale preoccupazione alla base della ennesima nuova legge elettorale, la quarta da quando è stata imposta la fine del sistema proporzionale su cui si era retta la definizione della rappresentanza nella Prima […] L'articolo Un trucco dopo l’altro. La posta in gioco con la nuova legge elettorale su Contropiano.
July 14, 2026
Contropiano