Il fallimento della crescita e le alternative possibili, secondo Stiglitz, Piketty e altri economisti
La crescita a ogni costo non può essere l’obiettivo: lo scrive un gruppo di
autorevoli economisti, tra cui il premio Nobel Stiglitz
Per decenni le politiche economiche si sono mosse attorno a un modello semplice:
crescita, tasse, trasferimenti di risorse. Ponendo l’accento talvolta sul primo
elemento, talvolta sugli altri due. Ora è arrivato il momento di superare questo
modello, mettendo in discussione la centralità della crescita economica.
È la tesi che sostiene un gruppo di economisti di fama mondiale in un pezzo
d’opinione pubblicato sul quotidiano britannico The Guardian. Il titolo
dell’articolo è “Noi economisti abbiamo fatto i conti: la crescita è una
strategia destinata al fallimento, ma c’è un’alternativa migliore”. L’op-ed
accompagna un documento curato dal think-tank New Economies for Eradicating
Poverty (Neep). Il Neep è diretto dall’ex relatore speciale delle Nazioni Unite
sull’eradicazione della povertà e i diritti umani, il belga Olivier De Schutter,
a sua volta tra gli autori dell’articolo.
Nel documento una serie di proposte. Controllo pubblico dei settori strategici
dell’economia, limiti al consumo di risorse naturali e alla ricchezza, tasse su
miliardari e grandi imprese, retribuzione del lavoro di cura domestico. La
promessa è che, applicandole, si genererà più benessere e più democrazia. Perché
la scarsità (di denaro, cibo, cure, servizi), scrivono gli economisti, «oggi è
fabbricata».
QUANDO INIZIA IL DIBATTITO SUI LIMITI DEL PIL
Quando si parla di crescita economica, ci si riferisce all’aumento del Prodotto
interno lordo. Si tratta di un indicatore calcolato sommando il valore di tutti
i beni e servizi prodotti in un territorio in un dato lasso di tempo. È a lui
che ci riferiamo, quando parliamo di «Italia a rischio recessione» o di «Cina
che continua a crescere». Gran parte degli economisti, e gran parte della classe
dirigente globale, è convinta che l’aumento di questo indicatore sia come minimo
una premessa necessaria per il benessere generale. Il gruppo di economisti che
ha firmato l’op-ed vuole sfidare questa convinzione, e non sono i primi.
Nel 1972 il Massachusetts Institute of Technology elaborò per conto del
think-tank Club di Roma uno studio, il “Rapporto sui limiti della crescita”, che
è considerato l’inizio ufficiale del dibattito sulla decrescita. Studiosi come
il rumeno Nicholas Georgescu e il francese Serge Latouche hanno approfondito il
tema e, più di recente, una parte minoritaria della comunità degli economisti ha
iniziato a testare le loro tesi in modo empirico.
PERCHÉ LA CRESCITA NON EQUIVALE AL BENESSERE
Le critiche alla crescita come obiettivo si concentrano su due punti. Primo, la
crescita economica si è storicamente accompagnata alla crescita del consumo di
risorse ed energia. Un consumo con effetti negativi sull’ambiente e sulle
persone che, è il cuore dell’argomento, possono arrivare a superare i vantaggi
della crescita. L’ecologo svedese Johan Rockström, per esempio, ha elaborato il
modello dei nove limiti planetari, soglie che indicano lo stato di salute degli
ecosistemi. Ben sette sarebbero già state superate.
Secondo, la crescita economica non necessariamente significa crescita
del benessere. Un paper dell’Università di Leeds del 2018 sostiene ad esempio
che l’aumento del reddito pro capite smette di essere correlato a maggiore
aspettativa di vita, istruzione o felicità percepita una volta passata la soglia
dei 20mila dollari. Poco più del reddito pro capite turco e poco meno di quello
uruguayano, per intenderci.
CHI SONO GLI ECONOMISTI CHE HANNO FIRMATO L’OP-ED
Il documento del Neep e la lettera degli economisti che lo accompagna partono da
questo filone di studi, e provano ad aggiungerci dei suggerimenti di policy.
L’op-ed pubblicato dal Guardian ha fatto notizia in primis per le firme. Oltre
al già citato Olivier De Schutter e ad alcuni nomi noti del mondo della
decrescita come la britannica Kate Raworth e l’eswatino-statunitense Jason
Hickel, in calce compaiono i nomi di Jayati Ghosh, Thomas Piketty e Joseph
Stiglitz.
Si tratta di economisti di sinistra, impegnati sui temi della redistribuzione e
della pianificazione pubblica, ma non noti per la critica alla crescita.
Stiglitz, tra le altre cose, ha vinto il premio Nobel per l’economia nel 2001.
LE ALTERNATIVE PROPOSTE: REDISTRIBUZIONE E LAVORO DI CURA
Il ragionamento che sta alla base del documento è il seguente.
Le disuguaglianze non sono un errore del sistema economico in cui viviamo, ma un
obiettivo perseguito dalle élite. I servizi pubblici (welfare state) sono
indispensabili ma non sufficienti a cambiare lo status quo. Per questo, il primo
elemento della ricetta del gruppo di economisti è la pianificazione pubblica
dell’economia, in modo da indirizzare soldi e risorse verso settori utili
all’interesse generale e lontano da quelli inquinanti e innecessari.
Poi c’è la redistribuzione, intesa come tasse sui più ricchi e forti
investimenti in sanità, scuola, trasporti. Un elemento innovativo rispetto
all’economia classica è il concetto di limite. La proposta è quella di stabilire
a livello globale quote massime di estrazione di risorse naturali, in modo da
garantire l’equilibrio degli ecosistemi. Spazio infine per la retribuzione
del lavoro di cura – cioè il lavoro domestico, fatto di norma gratuitamente
dalle donne – e per la sindacalizzazione dei posti di lavoro.
LA PROPOSTA ARRIVERÀ AI DECISORI POLITICI?
Un piano che incontrerebbe molte opposizioni, dentro gli Stati e tra Stati. Per
questo, si legge nel pezzo d’opinione, «serve includere giustizia del debito,
maggiore cooperazione Sud-Sud, finanza climatica riparativa e sostegno a livelli
minimi universali di protezione sociale».
La lettera si chiude con un invito ai decisori politici. Ma se è probabile che
la comunità accademica reagisca a questo testo e al documento che accompagna,
anche criticandolo, è pressoché sicuro che le reazioni del mondo politico
saranno ben poche. Il tema della decrescita rimane confinato agli ambienti
universitari e dell’attivismo, ma quasi mai entra nelle stanze del potere.
Almeno per ora.
Redazione Italia