Benedetto Vecchi. Un intellettuale dai piedi scalzi
A cura di Sergio Bianchi, è on line da oggi su Ahidaonline una silloge di
scritti di Benedetto Vecchi. Al suo interno il primo capitolo del libro cui
Benedetto stava lavorando “Tecnoutopie”, ritrovato nel suo PC dopo la sua
scomparsa. Lo ripubblichiamo ringraziando la curatrice del testo Laura Fortini,
e Sergio Bianchi per la raccolta.
Un futuro a portata di immaginazione (prima versione dell’agosto 2019
revisionata da Laura Fortini)
Un mondo dove la miseria e la condanna al lavoro sono stati banditi e tutti i
lavori sporchi sono svolti da macchine intelligenti, ma prone a qualsiasi ordine
umano nel pieno rispetto delle bronzee leggi sui robot stilate da uno scrittore
in odore di filosofo. Oppure la chimera di una realtà dove tutti riescono ad
arricchirsi facendo leva su un individualismo tanto radicale quanto tendente a
un perfetto equilibrio, consentendo cioè agli altri umani di perseguire lo
stesso desiderio di ricchezza e benessere. In ogni caso, la leva per il mondo
perfetto è data da un sistema di macchine così evoluto da far parlare di
macchine intelligenti. Certo, c’è sempre qualcuno che preferisce disegnare
scenari apocalittici, dove le macchine svolgono un ruolo, consolidare cioè il
potere di una minoranza nei confronti della maggioranza della popolazione. Un
medioevo tecnologico seguito a una apocalisse sociale che ha negato la
possibilità di liberazione data da un uso intensivo ed estensivo di macchine,
intelligenza artificiale e biotecnologie. In questo caso l’intelligenza
artificiale e la scienza – nel medioevo tecnologico la manipolazione genetica
serve a selezionare una razza padrona – sono l’ambito per edificare una società
dove non c’è spazio invece per immaginare un futuro che prova a rendere reale la
chimera mondana di un paese della cuccagna dove è bandita sofferenza e miseria.
La negazione dell’utopia si affianca tuttavia a rinnovate proposizioni di buone
società e del buon vivere. Le utopie hanno infatti il potere di affascinare ogni
volta che sono proferite, perché proiettano l’uditorio in una terra misteriosa
dove tutto diventa possibile. Ciò che era noto rivela la sua insopportabilità,
assumendo le caratteristiche di una camicia di forza che impedisce libertà di
movimento; e di immaginazione. Quel che appariva come rassicurante e protettivo
– la vita quotidiana scandita dagli stessi gesti e volti senza molte variazioni,
le relazioni di vicinato così prevedibili nel loro manifestarsi – diventa una
costrizione, come quando si indossa un abito troppo stretto che spezza il
respiro e rende goffi nei movimenti. In nome di ciò che non è ancora, possono
invece essere forzati i vincoli e i limiti della realtà inseguendo il sogno di
costruire un altro mondo. Il potere attrattivo delle utopie non viene meno
neppure quando sono messe all’indice in nome di un principio di realtà al quale
aderire. Poco importa se condiviso o, all’opposto, rigettato in nome di un
futuro da costruire con metodo e dedizione. L’utopia è qui considerata una
maledizione che distoglie dal buon vivere, deviando lo scorrere della vita dal
giusto procedere. Il principio di realtà è l’insieme di consuetudini e norme che
non possono essere aggirate in nome di una società ideale perché così facendo si
mette in pericolo l’esistenza di una comunità. I nemici dell’utopia non hanno
dubbi: il futuro non può mai segnare una distanza dal presente, perché in ballo
c’è sempre la riproduzione del già noto, senza la quale l’insieme dei rapporti
sociali è messo in pericolo. Inutile, balbetta così il cantore dello status quo,
sostenere che senza la promessa di un futuro altro da quello già tracciato,
l’umanità è condannata alla stanca ripetizione di una esistenza che impedisce
proprio quel buon vivere tanto agognato. All’ignoto del futuro, è dunque
preferibile il ritorno del sempre eguale. La tensione esistente tra principio di
realtà e utopia svela quindi l’insopprimibile opposizione tra l’adesione allo
status quo e il suo obbligato tradimento per migliorare la propria e altrui
vita. Sta in questa tensione il fascino dell’utopia, che manifesta la sua
attrattiva anche in chi la aborre. L’utopia è cioè una tentazione alla quale va
opposto ogni mezzo necessario proprio per la sua aura di futuro che rompe il
lento e previsto procedere del vivere in società. Ma chi si propone di svelare
la profondità dell’abisso scavato dalla proposizione di un arido realismo corre
tuttavia il rischio del più ignobile e amaro fallimento, se il futuro proposto
non è preventivamente avvolto nelle riposanti e stordenti spire di una forte
immaginazione sociale. A scanso di equivoci. Il rischio di fallimento
dell’utopia sta non in una immaginazione troppo fervida o spregiudicata, bensì
nel fatto che non può essere lasciata libera a se stessa, manifestando
insopportabili banalità e un fine ben diverso da quella vaticinato.
L’immaginazione, e il suo fratello gemello, il realismo, sono cioè ritenuti
entrambi portatori di sventura se svincolati da quella realtà dalla quale
annunciano il congedo o la più forte adesione.
Quale sia la via che conduca oltre il baratro del realismo e l’abisso di un
inferno nascosto dietro l’annuncio di un paradiso terrestre, ci troviamo di
fronte a una operazione spericolata e piene di insidie come stanno a
testimoniare secoli di utopie destinante tutte a riempire di macerie la storia
dell’umanità. Quello che però si manifesta con sorprendente regolarità è il
fatto che nonostante i fallimenti e le tragedie consumate in nome dell’utopia, i
propositi di riscatto e di felicità tornano a turbare i sonni e il quieto vivere
delle società. Pensare il divenire storico senza immaginazione sociale,
argomentava con acume Bronislaw Baczko ne L’utopia, è un’operazione parziale,
monca. Da qui la riproposizione di città ideali, isole che non ci sono,
repubbliche ideali. L’utopia, e il suo fratello, il realismo, sono attitudini
destituite di fondamento logico se non sorrette da una idea forte, che faccia
deviare il corso degli eventi dalla traiettoria stabilita dalla freccia del
tempo scoccata a suoi tempo dai sui custodi. E se l’utopia prospetta un mondo da
modellare sotto le mani più o meno sapienti degli umani, il realismo manifesta
indipendentemente dai propositi di chi lo invoca una analoga e comunque
oppositiva forza modellatrice della realtà nella riproposizioni delle
consuetudini, dell’ordinario, delle relazione sociali modellate secondo le
regole immarcescibili dello stato di natura. Tra utopia e realismo, dunque, sono
molti più i punti di congiunzione di quelli stabiliti dalla filosofia; o dalla
teologia.
Da una parte, quindi, c’è un futuro da modellare secondo quanto è dato possibile
immaginare; dall’altra c’è la forza normativa del noto, del consueto,
dell’ordine dato che si propone comunque di plasmare le menti e i corpi.
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