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C’è un dopo alla guerra?
Tutti pazzi per Ulisse. Il poema omerico torna sugli schermi e sulle pagine dei giornali, e il film di Christopher Nolan riporta davanti a un pubblico mondiale un racconto antichissimo: un uomo torna dalla guerra. Ma la guerra torna con lui. Forse è questa l’immagine che oggi ci riguarda. Odisseo non è soltanto l’eroe dell’intelligenza e dell’avventura. È un uomo formato dalla guerra di Troia, un uomo che ha contribuito alla distruzione di una città attraverso l’inganno e che, nel lungo viaggio verso Itaca, continua a incontrare la violenza che la guerra ha liberato. Si può davvero tornare dalla guerra senza portarla con sé? La domanda attraversa anche il nostro presente. Assistiamo alla crisi dell’ordine patriarcale e al suo ritorno, proprio perché in crisi, nella forma più brutale della guerra. Un potere maschile sempre più povero di autorità cerca nella forza ciò che non riesce più a ottenere attraverso consenso, relazione e mediazione. Gaza, l’Ucraina e gli altri fronti aperti mostrano fin dove può arrivare questa logica: territori da conquistare, popolazioni da spostare, nemici da annientare, confini da ridisegnare. Ancora una volta si pretende di dividere il mondo in amici e nemici, civili e barbari, “mondo libero” e “potenze del male”, ma le vecchie logiche di attacco e difesa non ci salvano. Le spartizioni imposte nel Novecento – dall’India alla Palestina – ci ricordano quanto può essere lunga l’eredità di un confine tracciato separando popoli, religioni e appartenenze. Pensare oggi di risolvere i conflitti attraverso nuove espulsioni, annessioni e separazioni etniche significa preparare altre guerre. E allora l’Odissea può essere letta come il racconto di una guerra che non termina con una vittoria. La domanda non è soltanto come tornare a casa, ma come spezzare la logica della violenza che la guerra ha messo in movimento. Come si torna dalla guerra senza lasciare che la guerra continui a ordinare il mondo? Come si ricostruisce una casa senza distruggere quella dell’altro? Come si interrompe la catena per cui ogni violenza pretende di vendicare quella precedente? Il femminismo ha messo in discussione un ordine millenario fondato sulla gerarchia, sul padre, sul comando, ma la presenza delle donne nei luoghi del potere non basta, se il modello del potere rimane lo stesso. La questione non è sostituire donne agli uomini nella conduzione della guerra. È cambiare la politica. Simone Weil, rileggendo l’Iliade negli anni della Seconda Guerra Mondiale, aveva visto nella forza qualcosa che va oltre la vittoria e la sconfitta. La forza trasforma chi la subisce, ma non lascia intatto neppure chi la esercita: «Essa pietrifica diversamente, ma ugualmente, le anime di quelli che la subiscono e di quelli che la usano.» È forse qui che l’antico racconto di Odisseo torna a parlarci. Ulisse voleva tornare a Itaca. Noi abbiamo davanti una questione più difficile: come tornare dalla guerra senza ricominciare la guerra? La risposta è sempre la stessa: “Fuori la guerra dalla storia”. Lunedì 24 agosto dalle 18 alle 19.30 Presidio Donne per la Pace in piazza Verdi – presidio silenzioso UDIPALERMO – Le Rose Bianche – Donne CGIL Palermo – Coordinamento Donne ANPI – Emily – Governo di Lei – CIF – Le Onde – Arcilesbica – Donne della Comunità dell’Arca – Donne del Movimento nonviolento – Donne del Circolo Laudato si’ https://www.facebook.com/people/Presidio-donne-per-la-pace-Palermo https://www.instagram.com/presidiodonne_palermo/ Redazione Palermo
August 19, 2026
Pressenza
Il volto invisibile del riarmo
In questi giorni il caldo toglie il respiro. Le città diventano fornaci, i boschi bruciano, la siccità avanza. La crisi climatica non è più una minaccia lontana: è il nostro presente. Eppure c’è una fonte di emissioni di cui si parla pochissimo: quella prodotta dalle guerre e dalla corsa al riarmo. Mentre i governi europei e la NATO rilanciano gli investimenti negli armamenti, una domanda resta fuori dal dibattito: Chi paga davvero il costo delle guerre? Lo pagano le popolazioni colpite, i territori devastati. Ma lo paga anche la Terra. Ogni bombardamento libera nell’atmosfera enormi quantità di gas serra, incendia foreste, contamina acque e suoli, distrugge ecosistemi e lascia macerie la cui ricostruzione richiederà ancora energia, cemento, acciaio e nuove emissioni. Siamo abituati a contare le persone morte, ferite o costrette alla fuga. Oggi la ricerca scientifica ci invita a contare anche ciò che non si vede: le emissioni di gas serra e la devastazione degli ecosistemi. Studi coordinati dall’Initiative on Greenhouse Gas Accounting of War e pubblicati anche sulla rivista One Earth hanno iniziato a misurare il costo invisibile dei conflitti ancora in corso. I NUMERI 311 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente – Ucraina 33 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente – Gaza 5 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente – Iran (prime due settimane) Le guerre non sono soltanto una catastrofe umanitaria: sono anche una gigantesca fonte di emissioni che alterano il clima. Eppure le attività militari restano in gran parte escluse dalla contabilità internazionale del clima. Mentre a cittadine e cittadini si chiedono sacrifici per ridurre le emissioni, i governi investono somme sempre maggiori nella produzione di armi. Non possiamo affrontare la crisi climatica alimentando le guerre che la aggravano. Rachel Carson lo aveva intuito già nel 1962: «L’essere umano fa parte della natura e la sua guerra contro la natura è inevitabilmente una guerra contro se stesso.» Nel 2004, ricevendo il Premio Nobel per la Pace, Wangari Maathai ricordava: «Riconoscere che sviluppo sostenibile, democrazia e pace sono indivisibili è un’idea il cui tempo è arrivato.» Se pace, democrazia e sviluppo sostenibile sono davvero inseparabili, allora anche la lotta contro il riarmo riguarda il futuro della Terra. È questa la convinzione che ha animato il 21 giugno, a Roma, la manifestazione nazionale Tessere la pace, promossa da 10, 100, 1000 Piazze di Donne per la Pace. Non c’è futuro per il pianeta dentro un’economia di guerra. Anche quando tacciono le armi, la Terra continua a portarne le ferite. Disarmare significa proteggere la vita, oggi e domani. Venerdì 24 luglio dalle 18 alle 20 Presidio Donne per la Pace in piazza Verdi a Palermo. UDIPALERMO – Le Rose Bianche – Donne CGIL Palermo – Coordinamento Donne ANPI – Emily – Governo di Lei – CIF – Le Onde – Arcilesbica – Donne della Comunità dell’Arca – Donne del Movimento nonviolento – Donne del Circolo Laudato si’ https://www.facebook.com/people/Presidio-donne-per-la-pace-Palermo/61575679581058/?_rd https://www.instagram.com/presidiodonne_palermo/ Redazione Palermo
July 16, 2026
Pressenza